Egregio Professore,
Il blog di Augusto Cavadi, filosofo-in-pratica di Palermo, con i suoi appuntamenti pubblici in Italia e i suoi articoli.
venerdì 13 ottobre 2023
LETTERA APERTA AL SINDACO DI PALERMO, PROFESSOR LAGALLA
sabato 7 ottobre 2023
COME SONO ANDATE LE VACANZE FILOSOFICHE PER NON...FILOSOFI DELL'AGOSTO 2023 IN VAL BREMBANA?
LA MAGIA DI UN’ESPERIENZA DI FILOSOFIA-IN-PRATICA
Come è andata la XXVI settimana (annuale) di “Filosofia per
non…filosofi” svoltasi a Piazzatorre (in Val Brembana, nella provincia di
Bergamo)? Agli amici che affettuosamente in queste settimane mi hanno rivolto
questa domanda ho risposto, un po’ laconicamente, “molto bene” ed ho rimandato
agli abbondanti materiali – scritti e fotografici – che, con generosa pazienza,
Salvo Fricano ha inserito nel sito da lui creato: https://vacanze.filosofiche.it/
Ma i
documenti, per quanto chiari ed esplicativi, non riescono a rendere il clima,
l’atmosfera, il sentimento condiviso di questi sette giorni (dal 22 al 28
agosto 2023) di esperimento filosofico integrale: ‘integrale’ perché si prova a
coniugare la riflessione intellettuale, il dialogo senza
pregiudizi né intenti propagandistici, la narrazione delle proprie
biografie (talora anche nelle pieghe più intime), la fruizione in comune di
bellezze naturali e artistiche, la condivisione della mensa e dei
momenti di relax…E’ un po’ il modello del ‘con-filosofare’ delle scuole greche
ed ellenistiche, eccezion fatta per un elemento che qualche volta le
caratterizzava: la figura del maestro, un po’ guru e un po’ leader politico,
talora perfino ‘divinizzato’ in vita e soprattutto in morte. Poiché in queste
nostre convivenze tutto scorre pariteticamente, negli anni ci capita di
‘perdere’ qualche amico o perché deluso di non trovare la guida autorevole,
sicura di sé, dispensatrice di verità predigerite o perché deluso di non poter
svolgere egli stesso questa funzione magistrale, carismatica.
Anche in edizioni precedenti – in quasi tutte direi – è
scattata una piccola ‘magia’: persone provenienti da ‘luoghi’ (non solo
geografici) assai differenti, che in alcuni casi si incontrano per la prima
volta, riescono a parlare delle proprie convinzioni con sincerità, senza
preoccuparsi di sbagliare un congiuntivo o di offrire un’immagine falsamente
raffinata di sé. Quest’anno, però, il tema proposto da noi organizzatori
(“Vivere serenamente la propria finitudine”) costituiva una scommessa
particolarmente ardua: ammesso che qualcuno desideri partecipare a una
settimana di meditazione sulla morte propria e altrui, avrà poi la libertà
interiore di esprimere pensieri intrecciati indissolubilmente a sentimenti?
La risposta a questo duplice interrogativo è stata, per
alcuni versi, sorprendente. Intanto dal punto di vista numerico: le adesioni
alla settimana sono state circa il doppio del solito ed è stato necessario
chiedere ospitalità a strutture vicine all’albergo prenotato per accogliere una
sessantina di iscritti.
Inoltre – ma è chiaramente l’aspetto più rilevante – dal
punto di vista della qualità delle relazioni. A detta di persone che si
avventuravano per la prima volta in questo genere di esperienze, già dopo poche
ore soltanto avevano avvertito un senso di sollievo: si era dissolto il timore
di restare isolate, di non essere accolte con cordialità. Nessuna parete
divideva, dunque, gli ‘iniziati’ (i veterani alla loro decima o ventesima
presenza) dai ‘neofiti’. Così, sin dalla prima sera, nell’incontro che viene
previsto per rompere il ghiaccio, alcune persone hanno confidato il desiderio
di poter conversare serenamente su una tematica considerata dai familiari e
dagli amici tabù, quasi che tacendo della morte si riuscisse a esorcizzarla, a
tenerla lontano. E, via via, sono rimaste piacevolmente sorprese nel constatare
che se ne possa dire alternando l’emozione intensa con la battura umoristica,
sdrammatizzante.
Grazie ad un gruppo whatsApp (che da provvisorio è diventato
definitivo per volontà della maggior parte degli iscritti) ci siamo potuti
scambiare, alla fine della settimana, opinioni e sensazioni. Riporto – tacendo
il cognome per discrezione – alcune di queste testimonianze che mi hanno
maggiormente colpito e che, forse, possono contribuire a dare un’idea, sia pur
vaga, delle tracce incise negli animi.
venerdì 6 ottobre 2023
NUOVI CORSI ON LINE DELL'UNIVERSITA' TRE EDU DI MILANO
NUOVI CORSI ONLINE: scopri i nuovi corsi UniTreEdu online live, tutti liberamente frequentabili dove e quando vuoi.
storia della filosofia contemporanea
mercoledì 4 ottobre 2023
SI PUO' ESSERE CRISTIANI E MARXISTI? MEMORIA CRITICA DI UNA STAGIONE TROPPO PRESTO ARCHIVIATA
CRISTIANESIMO E SOCIALISMO: BREVE STORIA DI UN IDILLIO
Se per “cristianesimo” intendiamo l’ideologia della
rassegnazione alle ingiustizie di questa vita, in attesa dei risarcimenti
divini nell’altra, e per “socialismo” la lunga fase di “dittatura del
proletariato” che, sinora, non è mai sfociata in regime di reale uguaglianza di
opportunità per tutti, è intuitiva la radicale incompatibilità fra
“cristianesimo” e “socialismo”. Ma c’è
stata (o c’è ancora ?) un’epoca in cui alcuni hanno capito che il
cristianesimo, più che una religione (“cristianità”), è una fede (“vangelo del
regno imminente”); e che il “socialismo”, più che un assetto istituzionale
coercitivo, è un progetto utopico di giustizia e libertà intrecciate. Così intesi, cristianesimo e socialismo non
sono inconciliabili. Anzi, pur appartenendo a ordini di discorso distinti,
possono completarsi reciprocamente: il socialismo può fornire analisi
sociologiche e ipotesi di intervento politico a chi abbia abbracciato la
proposta evangelica, la quale a sua volta può offrire un “supplemento d’anima”
a chi abbia deciso di dedicare la vita al riscatto delle fasce più impoverite
dell’umanità.
Agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso la teoria
della sinergia possibile fra fede cristiana e impegno politico per il
socialismo si è fatta carne nel Cile di Salvador Allende, prima, in altre aree
dell’America latina e in Spagna, poi: nacque così il movimento “Cristiani per
il socialismo” (Cps) che, esattamente cinque decenni fa, fu varato anche in
Italia. La vicenda, non lunga ma intensa, è stata ricostruita storiograficamente,
con un accurato lavoro d’archivio sulle fonti documentali, da Luca Kocci nel
recentissimo Cristiani per il socialismo 1973 – 1984. Un movimento fra fede
e politica (Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2023, pp. 250, euro 23,00) che
racconta, senza né toni trionfalistici né risentimento, gli avvenimenti dal
Congresso fondativo di Bologna del 1973 allo sfarinamento che l’autore
considera concluso nel 1984. Dalla narrazione emergono con chiarezza sia gli
aspetti profetici, anticipatori, del movimento (che auspicava la fine
dell’unità partitica dei cattolici nell’ovile democristiano, proprio come è
avvenuto dal 1992 – 93 a oggi) che le sue contraddizioni interne (per esempio
l’oscillazione fra l’intento di essere un laboratorio culturale e il progetto
di diventare un vero e proprio partito). Quale che siano le convinzioni odierne
di un lettore, difficilmente potrà sottrarsi all’ammirazione per quei
personaggi del mondo intellettuale e associativo che accettarono di essere
visti con diffidenza dalle Chiese (cattolica e riformate) perché socialisti e
dalle organizzazioni partitiche di Sinistra (PCI e costellazione alla sinistra
del PCI) perché cristiani.
PER COMPLETARE LA LETTURA DELLA RECENSIONE, CLICCARE QUI:
https://www.zerozeronews.it/il-breve-idillio-fra-cristianesimo-e-socialismo/
domenica 1 ottobre 2023
ROCCO GUMINA INTERVISTA AUGUSTO CAVADI SUL VOLUME "PADRE PINO PUGLISI"
L’ANTIMAFIA PRIMA SI
FA, POI SI PROCLAMA
Il trentennale
dall’uccisione di don Pino Puglisi mostra quanto sia attuale la lezione del suo
martirio. La società siciliana è ancora abitata da problematiche sistemiche
assai simili a quelle a cui si oppose il sacerdote palermitano dichiarato beato
dalla Chiesa cattolica nel 2013. Dell’attualità del messaggio di Padre Puglisi
parliamo con Augusto Cavadi. Filosofo, co-fondatore della “Scuola di formazione
etico-politica G. Falcone” e con-direttore della “Casa dell’equità e della
bellezza” di Palermo, Cavadi ha da poco pubblicato insieme a Cosimo Scordato il
volume – edito dalla casa editrice “Il pozzo di Giacobbe” – Padre Pino Puglisi. Un leone che ruggisce
per disperazione.
- Professore Cavadi
il martirio di Puglisi ci testimonia che fra mafia e vangelo ci sia assoluta
incompatibilità. Eppure, il percorso verso la consapevolezza della pericolosità
del fenomeno mafioso che la Chiesa siciliana ha sviluppato nel secolo scorso è
stato lungo e contraddistinto da zone in chiaroscuro. Quali sono le principali
motivazioni di questo fenomeno?
* Ci sono state ragioni di vario ordine: sociale,
politico, teologico. Il mio amico don Francesco Michele Stabile ha insistito,
anche recentemente nel suo grosso volume La Chiesa sotto accusa, sulle
motivazioni di ordine sociale (il prete che resta, sostanzialmente, nell’ambito
della famiglia di origine) e politico (la Chiesa che vive lo Stato liberale
prima, lo Stato fascista poi, il pericolo social-comunista infine come
avversari più pericolosi della mafia così da preferire una certa neutralità
quando la mafia si oppone ad altre istituzioni, come ad esempio ai partiti e ai
sindacati di sinistra). Personalmente mi sono più interessato alle motivazioni
teologiche, esposte soprattutto nel mio Il Dio dei mafiosi. Detto troppo
sinteticamente, la Chiesa ha faticato nel riconoscere come organizzazione
anti-evangelica un’organizzazione come Cosa nostra che ne mimava simboli,
linguaggi, riti, norme di morale privata, parole d’ordine, metafore e così via.
Sono convinto che una Chiesa riconvertita all’essenzialità del vangelo
originario apparirebbe agli occhi dei mafiosi molto meno appetibile, molto meno
imitabile. Non ci sarebbe bisogno di scomunicarli: se ne starebbero essi stessi
lontani da una Chiesa in cui ci fosse più fraternità, più sobrietà nell’uso del
denaro, più libertà di parola, più partecipazione popolare alle decisioni che
riguardano tutti.
- Se il processo di
consapevolezza ecclesiale dinanzi alla questione criminalità organizzata è
stato problematico allo stesso modo la società siciliana ha a lungo accettato
come parte del sistema la presenza della mafia. Quanto è importante la
maturazione di una cittadinanza attiva e responsabile per arginare il fenomeno
mafioso?
* Il mondo
cattolico è un sotto-insieme della società complessiva. Esso non si è
comportato in maniera né peggiore né migliore dell’intero di cui è parte. Il
compito di un’educazione civica integrale spetta dunque sia al microcosmo
cattolico (sempre più micro) e al macrocosmo siciliano (anzi, direi italiano ed
europeo). Non è però un compito facile: coinvolge il piano intellettuale, ma
anche quello sentimentale. E il sentimento altrui, soprattutto giovanile, lo si
sveglia solo con l’esempio costante. Penso che ciascuno di noi – compreso me e
Lei – non può essere soddisfatto del modello etico che offre a figli e alunni: di
come ci atteggiamo nei confronti delle guerre, dei flussi migratori,
dell’ambiente, della qualità della vita degli altri animali…Si resta quasi
schiacciati da tanta follia imperante. Una volta si poteva contare sulla forza
dei partiti e dei sindacati per sperare di realizzare ciò che non si poteva da
individui isolati: adesso questa fiducia nelle grandi organizzazioni è,
comprensibilmente, scemata. Papa Francesco sta tentando disperatamente di
mostrare come la Chiesa cattolica potrebbe esercitare tale ruolo profetico e
pedagogico, politico in senso alto: ma quanti lo seguono in questa direzione di
marcia? Nel migliore dei casi, lo si accusa di ‘orizzontalismo’; nel peggiore,
di minacciare lo status quo mondiale dove pochi miliardari, in pochi
Stati, gestiscono la quasi totalità delle risorse materiali dell’umanità.
- Nel libro Padre Pino Puglisi. Un leone che ruggisce
per disperazione, lei propone un percorso di formazione alla legalità
integrale. Di che si tratta?
* Si tratta
di una serie di iniziative concrete che le comunità ecclesiali potrebbero
mettere in atto per fare la loro parte, inserendo la formazione civica
all’interno di tutti i processi catechetici (dalla preparazione alla prima
comunione sino alla preparazione al matrimonio sacramentale). Il filo rosso che
seguo non è particolarmente originale, riprende la lezione di don Lorenzo
Milani. Poiché è una lezione trascurata, il mio appello può suonare innovativo.
Infatti sostengo che tutte le agenzie educative, dunque anche le comunità
religiose cristiane e non cristiane operanti in Italia, dovrebbero informare i
fedeli delle norme vigenti; spiegare la necessità morale di rispettare tali norme
quando esse sono costituzionali e di disobbedire quando in coscienza le si
ritiene incostituzionali; soprattutto impegnarsi, attraverso tutti gli
strumenti previsti in un regime democratico, per modificare le norme ritenute
immorali, ingiuste. Questo impegno a rendere sempre più ‘giusta’ la ‘legalità’
si chiama politica.
- La città di
Palermo, a trent’anni alla morte di Puglisi, quale aspetto della profezia di 3P
dovrebbe tenere in maggiore considerazione?
* Soprattutto
due aspetti. Il primo: l’antimafia si fa, poi eventualmente si proclama. Troppo
spesso avviene che prima la sia proclama, poi – in tempi ritardati e in
modalità monche – la sia pratica. Succede anche di peggio (come dimostrano le
vicende giudiziarie di politici, imprenditori, pubblici funzionari): ci si
autonomina paladini dell’antimafia per avere visibilità pubblica e, perfino,
denaro e potere. Per parafrasare ancora
una volta don Milani, pochi servono la causa della lotta al sistema
mafioso, molti se ne servono.
Un secondo aspetto è che la criminalità organizzata non si combatte con la legalità democratica disorganizzata. Le cosche sanno coordinarsi, anche rinunziando a piccoli vantaggi in vista dell’obiettivo comune; istituzioni e soprattutto associazioni che vorrebbero contrastare il dominio della mafia sono incapaci, mediamente, di collaborare. La ragione principale è nella ossessiva ricerca di protagonismo cui ho fatto appena cenno: ogni gruppetto anti-mafia vuole essere in prima fila ai cortei, sulle prime pagine dei quotidiani, possibilmente in cima all’elenco dei destinatari di finanziamenti pubblici. Se qualche altro gruppetto – o qualche altro personaggio – gli fa, con più o meno merito, ombra, scatta la polemica e, se si può, la scomunica. Don Puglisi, milite ignoto dell’antimafia, proprio perché gli stava a cuore il bene comune, cercava la collaborazione di tutti: dal comitato condominiale di via Azon all’amministrazione comunale. Chi non ha ambizioni individuali può farsi lievito nella pasta. E scomparirvi.
Intervista a cura di
Rocco Gumina

