giovedì 27 ottobre 2005

MA CHI E’ VERAMENTE SUPERIORE?


“Repubblica – Palermo” 27.10.05


IL DILEMMA DELL’ETICA APPLICATO AI POLLI

Sembra che (per il momento, almeno) l’epidemia aviaria, pur sfiorando il Mediterraneo,  abbia risparmiato la Sicilia. Le statistiche delle categorie interessate confermano la percezione dell’osservatore medio: il consumo di pollame e di volatili è crollato. E’ già successo con la mucca pazza, succederà altre volte: la gente si allarma, si astiene, poi dimentica gradualmente, infine ritorna alle abitudini precedenti. Ciclicamente: da un’emergenza all’altra. Qualcuno, però, anche nella nostra città, non si rassegna. E  - per esempio con un lenzuolo bianco vergato a mano su uno dei cavalcavia della circonvallazione – lancia il suo grido: “Vegetariano è meglio”. Oppure, da tempo, fotocopia un foglio stampato al computer, lo intitola ambiziosamente e un po’ autoironicamente “Lo scondizolo. Periodico di informazione per gli amici dei cani” (www.loscondinzolo.135.it) e lo distribuisce, in maniera – si diceva – militante, negli ambienti più disparati. Qualche altro, per esempio il professore Alberto Biuso che insegna “filosofia della mente “ all’Università di Catania, preferisce scrivere delle e-mail ‘aperte’ ai direttori delle testate giornalistiche della Rai: “nei vostri servizi accurati sulla pandemia si parla di tutte le possibili conseguenze per i cittadini, i consumatori, i produttori…ma non una parola sulle prime vittime di questo disastro e cioè i volatili, creature vive sterminate coi metodi più brutali. Un’indifferenza che a me sembra sconcertante e inaccettabile”.

C’è chi preferisce lavorare sulla lunga distanza per diffondere una diversa mentalità: come la piccola, combattiva casa editrice palermitana che ha tradotto dal francese una pièce teatrale imperniata sul dialogo fra un gatto e il suo ‘padrone’ (Daniel Fohr, Nelson e Georges, Nuova Ipsa).
Insomma, il messaggio – portato avanti con mezzi poveri, da minoranze esigue e considerate un po’ originali – è che certi eventi dovrebbero sollevare il velo su drammi molto più estesi e molto più duraturi: in questo caso l’assoluto disprezzo ordinario con cui un animale che si ritiene privilegiato tratta gli altri animali. Ora, delle due l’una: o questa superiorità dell’uomo non esiste (e allora non si giustifica lo sterminio dei consimili) o esiste (e allora proprio una maggiore consapevolezza dovrebbe renderci più attenti ai diritti di chi non ha voce).
Considerazioni come queste non pretendono di risolvere questioni tanto serie. Gli slogan possono servire per enunciare degli interrogativi più che per argomentare delle risposte. La tragedia è che certi interrogativi vengono da noi rimossi prima ancora che acquistino figura e consistenza. Per esempio asserendo che, con tanti disastri che affliggono l’umanità, sarebbe davvero un lusso preoccuparsi pure della sofferenza di polli, vitelli e pesce-spada. Chi sostiene questo non si rende conto che l’atteggiamento violento contro la vita non si lascia frammentare e rinchiudere in compartimenti separati: non si può difendere la vita del nascituro se si dimentica la vita della madre né la vita dei malati terminali se si dimentica il destino delle vittime di guerra. Così non si avrà mai abbastanza cura della persona umana in un contesto culturale, politico ed economico in cui si riduce ogni fratello in animalità a bestia da macello.
Da dove ripartire? Il pensatore francese Levinas ha suggerito di rifondare l’etica sul volto concreto dell’altro. Lui pensava a ogni ‘altro’, comunque sempre all’interno della razza umana. Forse si potrebbe per analogia estendere il metodo anche agli ‘altri’ che appartengono ad altre specie viventi. Sino a quando sono per noi massa indistinta, possiamo divorare senza problemi gli agnelli arrostiti: ma se ne avessimo allevato uno nel giardino di casa, se ci avesse riscaldato il grembo col suo calore e ci avesse fissato col suo sguardo tenero di creatura inerme, avremmo la stessa disinvoltura nel trucidarlo? Mangeremmo cani e gatti come in Cina anche se si trattasse del nostro Fido o della nostra Micetta? O taglieremmo le loro corde vocali per non udirne l’urlo quando sono sottoposti a vivisezione? Accetteremmo, insomma, di ritenere lecito per mille esemplari ciò che ripugnerebbe alla nostra coscienza nel caso di un singolo esserino? Domande. Solo domande. Se imparassimo a non censurarle con fretta, persino l’aviaria avrebbe dei risvolti positivi.

Augusto Cavadi

venerdì 14 ottobre 2005

IL CANDIDATO DEL CENTROSINISTRA


“Centonove” 14.10.05


Tutti i governatori possibili

Dopo la proposta di candidatura alla presidenza della Regione a Pippo Baudo, si potrebbero trarre dalla vicenda motivi di piagnistei nell’area progressista del tutto simmetrici ai motivi di sollievo per scampato pericolo da parte dell’area conservatrice. Per l’una e per l’altra, però, sarebbero possibili anche spunti di riflessione costruttiva.
Quando è circolata la notizia della proposta di Prodi e Rutelli a SuperPippo, la reazione di moltissimi militanti di sinistra è stata comprensibilmente di stupore e di disappunto. Al momento di verbalizzare le ragioni, sono emerse – meno comprensibilmente – delle opinioni di un moralismo bigotto davvero scoraggiante. Il succo: come può un uomo di spettacolo guidare seriamente un governo regionale? La risposta più saggia l’ho ascoltata dall’attore Pino Caruso: perché un ingegnere dovrebbe essere più adatto? Gli studi di medicina hanno reso Totò Cuffaro più adatto a gestire l’Assessorato all’Agricoltura (dove un ritardo ingiustificato nella firma del provvedimento di sospensione del dipendente Sprio ha, oggettivamente, esposto al martirio il funzionario responsabile Basile) o a gestire i finanziamenti pubblici alle strutture ospedaliere private (come documentato in maniera plateale dalle note vicende giudiziarie riguardanti la Clinica S. Teresa di Aiello a Bagheria) di quanto non avrebbe fatto un laureato in giurisprudenza come Giuseppe Baudo?

Nessuno, a mio ricordo, ha elencato i tre motivi veramente decisivi per opporsi all’ipotesi maturata nei salotti romani. Primo: perché sul piano dell’etica personale, Baudo ha patteggiato una pena per aver intascato centinaia di milioni delle vecchie lire in cambio di pubblicità occulta durante i suoi spettacoli. Cioè perché, non contento di guadagnare in un giorno quello che i comuni mortali guadagniamo in un anno, ha ingannato la Rai e il pubblico pur di arraffare ancora più denaro.
 Secondo: perché sul piano della sua storia politica, solo alcuni anni fa ha impegnato la propria immagine per promuovere un movimento creato da Sergio D’Antoni, “Democrazia europea”, alla cui presidenza era stato chiamato Giulio Andreotti. Anche a non voler considerare che la stessa sentenza giudiziaria che ha assolto quest’ultimo dall’accusa di concorso in associazione mafiosa, ha confermato la consumazione del reato sino al 1980, come si può scegliere per esponente di punta del centro-sinistra una persona che ha provato a sostenere l’avventura elettorale di un politico della Prima Repubblica che incarna, come nessun altro, il tatticismo senza valori ed il pragmatismo senza ideali?
Terzo: perché, sul piano della competenza tecnica, Baudo ha avuto scarse esperienze di amministrazione e di gestione del personale. E’ vero che ha diretto dignitosamente il Teatro Stabile di Catania, ma per il resto  - come ha dichiarato egli stesso offrendo una lezione di onestà intellettuale e di rigore professionale che agli occhi di molti di noi lo ha rivalutato – è stato lontano dai meccanismi istituzionali e potrebbe, al massimo, provare a gestire un consiglio di circoscrizione municipale.
Se queste considerazioni telegrafiche sono fondate, possono essere adottate a griglia di valutazione per le prossime – speriamo immediate – designazioni (nel centro-sinistra e, se dovesse rendersi necessario, anche nel centro-destra).
Un candidato ideale può essere benissimo, come Baudo, un cittadino che, pur non provenendo dai ranghi di un partito politico, abbia dato nel proprio ambito di lavoro prova di professionalità. Ma, in più, deve aver dato prova – a differenza di Baudo - di saper individuare gli obiettivi prioritari in un determinato settore, di saper scegliere i collaboratori adatti e di saper tessere con loro relazioni costruttive. Può essere dunque, come ricordava Nino Alongi nel suo editoriale di domenica su “Repubblica-Palermo” riprendendo la proposta di alcuni attenti protagonisti della vita civile, un commerciante come Tano Grasso che ha saputo organizzare la resistenza della sua categoria alla pressione del racket mafioso o un educatore come Alfio Foti che ha saputo coordinare per anni il variegato mondo associativo dell’ARCI siciliana e che dirige, come vicepresidente nazionale al fianco di don Luigi Ciotti, l’ancor più variegato mondo delle associazioni antimafiose raggruppate in “Libera”. Può essere il presidente regionale del Mo.Vi (Movimento del Volontariato Italiano), Ferdinando Siringo, che da anni si dedica  alla formazione civica di migliaia di cittadini siciliani impegnati nel volontariato laico e cattolico e, in quanto direttore del Cesvop, accompagna la promozione di innumerevoli iniziative sociali in tutta l’Isola. Può essere Lino D’Andrea, il padre dei “Sicaliani”, alla cui fantasia creativa e alla cui dedizione senza risparmio devono da decenni la nascita cooperative di giovani, associazioni culturali, progetti di riscatto sociale. Può essere Sergio Cipolla, fondatore e presidente di una Organizzazione Non Governativa, il Ciss (Cooperazione internazionale Sud Sud), che in un quarto di secolo, da Palermo, si è diffusa con sedi e succursali in mezzo mondo, soprattutto in quelle zone dove è stato più urgente attivare corsi di formazione professionale, fabbriche, aziende agricole. Può essere Alessandra Siragusa, protagonista della Primavera di Palermo e animatrice dei circoli siciliani del movimento internazionale “Emily” mirato all’incremento della partecipazione femminile alla politica…
La lista potrebbe essere molto più lunga e, se i partiti progressisti fossero un po’ meno distanti dalla concretezza dell’impegno quotidiano di tante donne e di tanti uomini, potrebbero essi stessi integrarla. Ovviamente senza scartare a priori militanti e dirigenti attivi al proprio interno. Ma all’eventuale candidato – o meglio, nello spirito delle primarie, agli eventuali candidati – bisognerebbe fare “l’analisi del sangue”. E accettarli solo se non hanno dato prova di disonestà dal punto di vista etico né di opportunismo dal punto di vista politico. Tutti abbiamo certamente commesso errori: ma ci sono errori troppo recenti, e soprattutto rimasti senza l’ombra di un pentimento, che rendono obiettivamente improponibile un nome destinato a differenziarsi dal candidato dello schieramento opposto nella maniera più radicale, e dunque più evidente, possibile. Le primarie del centro-sinistra dovranno scegliere un uomo possibilmente capace di battere Cuffaro, ma ancor più un altro tipo di uomo rispetto a Cuffaro.

Augusto Cavadi

martedì 11 ottobre 2005

BAMBINI A PALERMO


Repubblica - Palermo
11.10.05
Augusto Cavadi


ANTONINO GIORDANO

I giochi della solitudine
Associazione “Il fotogramma”

Pagine 124

Gratis presso l’editrice


Non mancano i testi (le brevi, sincere note didascaliche di Maria Pia Coniglio, da anni generosamente attiva nel sociale, corredate da traduzione inglese a fianco), ma essenzialmente si tratta di un album fotografico. L’autore, fra l’altro collaboratore dell’Opera Universitaria per il Laboratorio fotografico e consigliere nazionale della U.I.F, è da decenni impegnato a fare della sua macchina uno strumento di denunzia e, più ancora, di solidarietà. Il tema, anche questa volta, sono i bambini di Palermo, soprattutto del quartiere Albergheria: ripresi mentre s’industriano a fare gli attori di strada o a giocare con i poveri oggetti che hanno avuto a  disposizione le generazioni precedenti, ma sempre con intensa partecipazione. L’occhio che li osserva è sempre affettuosamente complice (talora forse troppo: si ha il sospetto che alcuni aspetti più crudi della realtà effettiva siano stati censurati o, per lo meno, edulcorati) e il risultato esprime certamente - come scrive nella sua Introduzione il noto critico Francesco Carbone - “una raggiunta professionalità”.

venerdì 30 settembre 2005

LA FEDE PROBLEMATICA


IL TRAVAGLIO DI UN MONSIGNORE

Centonove 30.9.2005

Per almeno un ventennio - gli anni Sessanta e Settanta del secolo appena conclusosi – difficilmente si sarebbe trovato a Palermo uno studente liceale o universitario che non avesse partecipato ad almeno un incontro nella “Sede di don Elio Parrino”, nell’aristocratica Villa Pottino di viale della Libertà. Era un po’ il pendant del Manifesto (poi Gruppo Praxis) di Mario Mineo: l’una nell’area cattolica, l’altro nella marxista, si interpretavano come la coscienza critica di masse ritenute inconsapevoli. Non senza motivi, in caso di conversione dall’una o dall’altra parte, i frequentatori di un circolo preferivano transitare nel circolo speculare. Quei ragazzi si sono poi sparpagliati nel mondo e non pochi hanno raggiunto posizioni di prestigio, dal Parlamento di Strasburgo al Consiglio di Stato, dalla RAI ai piani alti dei Ministeri. Anche quella piccola organizzazione giovanile ha fatto la sua strada: diventando prima la sezione palermitana della FUCI (Federazione Universitari Cattolici Italiani), poi il “Centro di formazione cristiana”. All’inizio degli anni Ottanta, quando ormai gravitavano intorno ad essa centinaia di uomini e donne (ed alcuni soci avevano già realizzato un’esperienza di vita comunitaria, nel nome di San Tommaso d’Aquino), una scissione interna ne ha provocato l’eclissi dal panorama sociale e culturale cittadino.  

Che ne è stato di quel nucleo originario di fedelissimi discepoli del “padre fondatore”? L’evoluzione, per certi versi strabiliante, viene raccontata dallo stesso Monsignore in un libro pubblicato in questi giorni da una casa editrice di cui inaugura l’attività editoriale (E. PARRINO, Logos e koinonia. Per una vita consapevole e condivisa, Edizioni Logos e Koinonia, Palermo 2005, pp. 286, euro 15,00). Nell’immaginario collettivo della mia generazione quell’insegnante di religione al Liceo Garibaldi era un po’ l’emblema dell’ortodossia intransigente, geloso custode dei dogmi e dell’interpretazione tomistica che ne davano teologi e filosofi soprattutto francesi (Jacques Maritain ed Etienne Gilson in primo luogo);  e la sua comunità ha ospitato, per conferenze e seminari,  alcuni dei massimi esponenti del pensiero cattolico ufficiale (Divo Barsotti, Ignace de la Potterie, Salvatore Garofalo, Georges Cottier…). Ma tanta fedeltà alla Tradizione avveniva in nome di un principio metodologico basilare: la consapevolezza critica. Credere sì, ma solo se – e per quel tanto che – un sano esercizio della ragione ne avesse consentito lo slancio al di là dei dati empirici e dei fatti storici. Ebbene, apprendiamo da questo libro che l’autore e le persone che gli sono rimaste accanto hanno portato alle estreme conseguenze logiche quel criterio di ricerca: arrivando alla conclusione che le verità essenziali del messaggio biblico (c’è un Dio che ama l’uomo e che si è manifestato in maniera singolare nell’uomo di Nazareth) sono state, in questi due millenni, sovraccaricate da una massa schiacciante di superfetazioni, credenze, riti e precetti. Per chi dedica la vita allo studio della Bibbia e della storia della teologia, “scoprire di trovarsi di fronte a gratuite manipolazioni e arrangiamenti, quando si tratta della realtà di Dio, diventa veramente un’esperienza deludente, se non addirittura traumatizzante e scioccante. Imbattersi nelle innumerevoli debolezze umane dei rappresentanti qualificati della religione, siano essi membri del clero o laici rappresentativi delle istituzioni, diventa una cosa di ben poco conto, sapendo in fondo che siamo tutti poveri uomini impastati in un certo modo (…). Ma trovarsi ad essere presi in giro da costruzioni artificiose di un’ideologia religiosa che può essere frutto di fanatismo, come soltanto anche frutto di una suprema leggerezza, o forse anche, e questo è un fenomeno estremamente frequente, trovarsi di fronte a gente che crede di rendere le cose o più semplici o più gradevoli, banalizzando le cose fino all’estremo della sopportabilità, e tutto questo spesso appoggiato e avallato dal crisma dell’autorità che non è altro che autoritarismo che scaturisce dall’arroganza e dall’ignoranza, va al di là di ogni possibile pazienza e sopportazione umana” (p. 192).

Da qui la decisione di lasciarsi alle spalle le vecchie strutture cattoliche e di fondare un’associazione laica  che sin dal nome (“Logos e koinonia”) faccia intuire le finalità: studiare tutta la cultura, non solo teologica, dell’Occidente e salvare, in un’esperienza di condivisione esistenziale, le perle tuttora valide che possono rintracciarsi in un fiume per molti versi melmoso e inquinato.

Ci si augurar che il tentativo del prete ormai ultrasettantenne e dei suoi amici vada in porto: in tempo di povertà intellettuale, ogni mattone può servire a costruire un futuro più civile. Ma non ci si può nascondere le ragioni di perplessità sulla riuscita dell’iniziativa, sintetizzabili in una considerazione di fondo: nel volume è quasi del tutto assente la prospettiva del ‘noi’. La proposta viene presentata come frutto dell’illuminazione privata, individuale, carismatica di un solo uomo: agli altri, e alle altre, non spetta che il compito di aderire o meno, in posizione molto chiaramente subordinata. Si leggono affermazioni che lasciano stupefatti: “Ci può essere il singolo che si incanta, e che per la verità io non ho mai trovato, dei grandi valori umanistici e che gli dedica la vita. Ma io, purtroppo, non ho mai trovato qualcuno che si dedicasse a tali valori. (…) Ai nostri giorni non c’è alcuna speranza o prospettiva. Sembrerebbe soltanto un sogno la possibilità che ci sia qualcuno che si impegni a studiare e ad approfondire la cultura umanistica. Non ci sarà nessuno che si metterà a studiare per una migliore conoscenza della cultura umanistica e a studiarla con tutto il cuore. (…) Non ci sarà nessuno che si metterà a studiare materie umanistiche, che si dedicherà, per una vocazione che ha del sublime, a un tale impegno di ricerca e di studio, che non dà nessuna speranza e prospettiva di grandi guadagni e che, tuttavia, invece, aiuterebbe molto a migliorare la conoscenza dell’uomo, della persona umana, e a scoprire, per poterne vivere, quei valori che rendono l’uomo veramente la più alta creatura della realtà da noi conosciuta “ (pp. 12 – 21). Dai centri di ricerca culturale e religiosa fondati da don Elio Parrino, sono passate centinaia di uomini e donne che, ormai da decenni, dedicano la vita a riflettere, a insegnare, a scrivere, a operare: sono tutti dei falliti, che “hanno disperso grandi possibilità, ricche risorse” (p. 13), solo perché a un certo momento del cammino si sono staccati dalla pesante protezione del ‘padre spirituale’? E’ proprio certo che “la lucida critica di un uomo anziano, che si sente amaramente solo” (p. 10), non dovesse farsi altrettanto lucida “autocritica” sulle ragioni di questo abbandono? Nella Prefazione (anonima) si sostiene che il “sogno” di questo strano prete “avrebbe avuto bisogno di validi collaboratori” (p. 9): ma, ammesso che chi gli è rimasto vicino non sia tra questi, non sarebbe stato il caso di approfondire i motivi per cui i “validi collaboratori” abbiano scelto strade divergenti?

Se questa autocritica avesse avuto più ampio spazio, forse si sarebbe evitato un errore del passato che sembrerebbe riprodotto, tale e quale, nel presente: formulare la proposta come impresa di una èlite spirituale che non prevede nessun collegamento organico con altre associazioni similari né, tanto meno, con organizzazioni impegnate nella trasformazione delle strutture economico-sociali.

Una sorta di riedizione de Il gioco delle perle di vetro di Hermann Hess immemore dei dubbi salutari che assalgono il protagonista alla fine della corsa. Insomma: un progetto squisitamente a-politico che difficilmente potrà contribuire a ricongiungere la dimensione aristocratica degli intellettuali con la pratica, generosa ma convulsa, degli operai del vangelo. Si poteva scrivere a Palermo un libro sul futuro della civiltà senza citare una sola volta il sistema di potere mafioso? Si poteva analizzare il contesto ecclesiale siciliano senza accennare, neppure di passaggio, né alle complicità della Chiesa cattolica con le cosche mafiose né al martirio di preti, con don Pino Puglisi, che hanno spezzato ogni legame con l’universo mafioso? Era difficile. Ma don Elio Parrino c’è riuscito. Ignoro quanto una visione ‘metafisica’ - che non attraversi lo spessore storico della quotidianità effettiva, reale di uomini e donne, bensì lo eluda e lo sorvoli dall’alto della propria vocazione contemplativa- possa davvero entusiasmare le giovani generazioni.   Chi si è reso seriamente conto della crisi epocale che stiamo attraversando, non può sottovalutarne la complessità: se le ideologie religiose vengono abilmente strumentalizzate dai poteri politici ed economici (che, in casi come quello italiano, disastrosamente coincidono), non può essere la solitaria crociata di un pugno di samurai illuministi a capovolgere la situazione e ad aprire prospettive di liberazione. C’è bisogno di un’ottica sinergica in cui i partiti politici, i sindacati, l’associazionismo laico e religioso, le strutture scolastiche ed universitarie, il mondo dei massmedia… vengano – per quanto possibile – sensibilizzati e coinvolti: proprio in quanto istituzioni. E’ davvero incredibile che un progetto di rinascita tanto affezionato (giustamente) al patrimonio greco, veda “l’impegno sociale e l’attività che esso richiede” come “un momento secondario, con la caratteristica proprio di un’appendice” (p. 18): come se per Socrate, Platone, Aristotele e tanti altri la dimensione ‘politica’ non fosse costitutiva dell’intera esperienza antropologica! Ancora più incredibile risulta questa sottovalutazione dell’impegno socio-politico in un progetto che intende valorizzare, accanto alla tradizione sapienziale greca, il messaggio biblico originario (non ancora edulcorato e addomesticato dalle teologie conservatrici). Nell’ottica della Bibbia, infatti, il gesto del volontario che si accosta al singolo indigente per “restituire dignità di persone a chi è emarginato dai meccanismi del perbenismo e dell’egoismo borghesi” (p. 282; interessante in proposito tutta l’Appendice II, L’attività della san Vincenzo, pp. 277 – 283), è certamente lodevole. Ma del tutto insufficiente. Si tratta di ri-fondare la città in maniera che i diritti di ciascuno siano garantiti in maniera sistemica, costante, strutturale: perché ‘il’ modo di amare Dio è la solidarietà verso i fratelli e tutto, anche i momenti di studio e di preghiera, devono essere finalizzati alla liberazione dalla povertà, dall’ingiustizia, dalla violenza.

Augusto Cavadi

venerdì 16 settembre 2005

ATTENTI A CHI SUONA


16 Settembre 2005
REPUBBLICA – PALERMO  16.9.05


ABBONAMENTO CON SORPRESA

“Buongiorno, sono dell’Enel metano. Le dispiace farmi vedere il contatore e una bolletta pagata?”. Detto fatto, l’azzimato operatore è già sul balcone della cucina che armeggia e che annunzia con aria compiaciuta: “Da oggi Lei ha diritto ad uno sconto di 25 euro sul gas metano. Basta firmare questo modulo”. Per tre volte chiedo come mai debba rifare il contratto già a suo tempo stipulato e finalmente ottengo l’informazione corretta: per avere diritto allo sconto, devo cambiare gestore, abbandonare l’Azienda Municipale del gas e passare all’Enel. Chiedo allora tempo per riflettere e mi rifiuto di firmare.

Ma il giovane interlocutore non si scoraggia. Mi spiega che l’Enel ha acquisito Wind e mi propone un contratto Infostrada tutto incluso a 39,95 euro. Mi invita a riflettere sulla proposta e a consultarmi con qualche amico esperto, in attesa di essere contattato da una segretaria dopo una settimana: e intanto compila con i miei dati anagrafici un secondo modulo che sottopone alla mia firma. Gli faccio notare che nel depliant la cifra di 39.95 euro è subordinata ad una data (il 31 agosto) e che ormai siamo al 12 settembre: ammette la “dimenticanza” e mi precisa che, ormai, si tratterebbe di dover versare 59,95 euro al mese. Aggiungo che, se firmo la richiesta di passaggio dalla Telecom ad Infostrada, la telefonata della signorina Consuelo dopo una settimana sarebbe diventata quasi superflua: dal punto di vista legale sarei diventato, già da subito, un nuovo adepto di Infostrada. Anche su questo punto deve, a malincuore, darmi ragione: e mi lascia l’indirizzo dell’agenzia per cui lavora (Key 21, sede legale ad Aversa in provincia di Caserta, a Palermo  in via Sampolo 48) dove avrei potuto consegnare, se me ne fossi convinto, il modulo firmato.

Dopo averlo gentilmente accompagnato alla porta, chiamo il 117 per raccontare quella che – a mio avviso – è una forma di concorrenza sleale verso l’Azienda Municipale del Gas e un tentativo di raggiro dei clienti di Telecom: ma ricevo come risposta l’invito a recarmi di persona presso un Commissariato di polizia. Non so quanti cittadini troveranno il tempo, e la voglia, di farlo: soprattutto se - come nel mio caso - non si tratta di difendere sé stessi, ma le persone meno informate o più distratte.

Lettera firmata