domenica 29 novembre 2009

Invito alla pedagogia antimafia (da martedi’ 1 dicembre)


STRAPPIAMO ALMENO UNA GENERAZIONE
ALLA MAFIA?

“Libera - Scuola” (www.libera.it)
CIDI di Palermo (www.cidipalermo.jimdo.com)

organizzano
10 seminari di formazione/aggiornamento

per insegnanti, genitori, operatori pastorali, educatori in genere
sul tema della legalità costituzionale e democratica.

Il primo incontro è fissato per
martedì 1 dicembre 2009 (ore 17 esatte)
presso la “Bottega dei sapori e dei saperi della legalità”
in Piazza Castelnuovo (accanto a Spinnato).

Ogni incontro durerà 2 ore e si chiuderà, puntualmente, alle ore 19.
Per le date successive ci si accorderà con i presenti.

La partecipazione ai seminari è gratuita e libera:
unica condizione (moralmente vincolante)
è di aver letto le pagine che il gruppo si auto-assegna
in vista dell’incontro successivo.

Per il primo appuntamento è fortemente raccomandata la lettura
delle pp. 7 - 25 del volume di Augusto Cavadi
” Strappare una generazione alla mafia.
Per una pedagogia alternativa”
(Di Girolamo editore, Trapani 2006, pp. 191, euro 15,00).
Copie del libro in vendita sia presso la “Bottega” di piazza Castelnuovo
che nelle principali librerie cittadine.

Per essere informati tempestivamente è consigliabile iscriversi trasmettendo
i propri dati essenziali a Silvana Puglisi (silvanapu@libero.it).

venerdì 27 novembre 2009

La legalità rovesciata (a proposito di crocifissi)


“Repubblica - Palermo”
27 novembre 2009

LA LEGALITA’ ROVESCIATA
Il dibattito nazionale sul crocifisso nei luoghi pubblici registra, in Sicilia, degli echi incuriosenti. Il sindaco di Enna, Rino Agnello, ha emanato un’ordinanza che “invita a mantenere il crocifisso nelle aule delle scuole del comune come espressione dei fondamentali valori civili e culturali del Paese”, almeno sino a quando non si avranno notizie sull’esito del “ricorso alla Corte europea, espletato dallo Stato italiano”. Per evitare equivoci, il sindaco - in forza del recente “decreto sulla sicurezza” (!?) - commina una multa di cinquecento euro a chi, in ottemperanza alla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, osi togliere il crocifisso da un luogo pubblico, soprattutto dalle aule scolastiche “di ogni ordine e grado”.
Per evitare complessi d’inferiorità, il sindaco di Chiusa Sclafani ci ha tenuto a non apparire di meno dell’illustre collega: invece di limitarsi a minacciarla, la multa l’ha davvero comminata alla preside dell’Istituto ‘comprensivo’ del Comune perché nel suo ufficio (non nelle aule scolastiche) la polizia municipale non ha trovato il sacro simbolo.
Decisioni doppiamente singolari: di solito, le amministrazioni siciliane sono tarde a recepire le direttive europee, ma - a quanto pare - sono rapidissime nel disattenderle. Inoltre è forse la prima volta, nella storia del diritto, che si prevede una pena pecuniaria non per chi contesta una sentenza, bensì per chi vi si adegua! (Spero che il sindaco di Palermo non si lasci afferrare dallo spirito di emulazione: i vigili urbani, in un eventuale blitz nei nostri licei, troverebbero in più di un’aula - al posto del crocifisso burocratico - un più funzionale pezzo di carta: “Torno subito!”).

Uno dei preti ’storici’ di Catania, il don Salvatore Resca che da decenni è animatore - dalla parrocchia di San Pietro e Paolo - dell’associazione pacifista e antimafia “Cittainsieme”, ha da sempre espresso la contrarietà sua personale e della comunità nei confronti dell’ostensione di facciata dei simboli religiosi. Come ogni persona animata da fede minimamente sincera, sa che il maestro di Nazareth è stato condannato a morte per aver voluto abbattere quei “muri di separazione” fra un’etnia e l’altra che, ancora oggi, si vorrebbero innalzare a suo nome. Di fronte alla opposta opinione di alcuni sindaci, soprattutto leghisti, - la cui formazione teologica è pari solo all’autenticità del loro attaccamento al vangelo - don Resca ha avanzato una proposta di ripiego: se proprio volete appendere questi benedetti crocifissi, perché non appendete una figura umana quanto più simile al Gesù reale della storia? Egli stesso si offre di omaggiare (o di fornire a prezzi, comunque, concorrenziali) delle croci in cui stia appeso un uomo fra i trenta e i quaranta anni, dalla pelle scura come i palestinesi di ogni epoca: un extra-comunitario nord-africano, insomma. L’offerta è stata esplicitata in una lettera aperta che il vice-parroco catanese ha inviato al sindaco e alla giunta leghista di Coccaglio, in provincia di Brescia: a quell’amministrazione comunale padana che ha avuto la brillante idea di lanciare l’operazione ‘White Christmas’ (’Bianco Natale’), consistente nel cacciare dal territorio comunale tutte le persone straniere non in regola prima del 25 dicembre prossimo. Non si conosce ancora alcuna reazione da parte dei destinatari della proposta-offerta. Speriamo che, almeno, si possa ottenere una proroga di qualche giorno, dal 25 dicembre al 6 gennaio: è infatti in questa data che, festa dell’Epifania, la chiesa cattolica celebra l’apertura universalistica del messaggio cristiano, rendendo onore ai tre saggi regali che (benché estranei alla tradizione del messianismo ebraico) sarebbero arrivati dall’Oriente per attestare che, nel bambino partorito da due profughi talmente poveri da non potersi permettere neppure una locanda (e, per loro fortuna, in anticipo rispetto all’apertura dei democratici Centri di permanenza temporanea) germinava la promessa di un mondo di fratellanza e di sororità senza barriere. Se paradosso dev’essere, perché fermarsi a metà?

Augusto Cavadi

giovedì 26 novembre 2009

Ci vediamo in quel di Bergamo
(venerdì 27 - sabato 28) novembre?


Venerdì sera, alle 21, presso la Comunità Nazareth di Torre de’ Roveri (Bergamo), presenterò il mio “Il Dio dei mafiosi” (San Paolo, Milano 2009) conversando con Mario Ghidoni (formatore presso la Filca- Cisl).
Il giorno dopo, a Bergamo città (Spazio Polaresco), alle ore 17 modererò una tavola rotonda su “Testimoni della legalità” nell’ambito del convegno nazionale “Legalità è partecipazione” organizzato dall’università di Bergamo.

PRATICA FILOSOFICA


Quaderni di pratica filosofica
Novembre 2009

LA FILOSOFIA PUO’ FARE BENE SOLO
QUANDO NON SE LO PROPONE.
Idee ed agiti.

in AA.VV., FilosoFare, cura e orientamento al valore, a cura di Alessandro Volpone, Liguori, Napoli 2009, pp. 137 - 143.

La paradossale preziosa inutilità del filosofare

La filosofia-in-pratica (tentativo di traduzione dell’achenbachiana Philosophische praxis), come ogni possibile declinazione della filosofia, non può sottrarsi ad una tensione intrinseca fra due poli irrinunciabili : da una parte è un’attività libera, gratuita, insubordinabile a nessun fine ‘utile’; dall’altra, però, chi la esercita non può fare a meno di prevedere - o, per lo meno, di sperare - che essa non lascerà intatti uomini e cose . La filosofia inutile e preziosa, dunque: una contraddizione? Forse no: è preziosa solo in quanto inutile . E’ inutile e preziosa nello stesso tempo, ma non dallo stesso punto di vista: non funzionale all’utile se considerata in sé stessa come attività intellettuale , trasformativa se considerata come attività intellettuale esercitata da soggettività (a vario titolo coinvolte nel suo esercizio). A ben riflettere, è un po’ la paradossalità costitutiva di molte espressioni della vita umana: non ascolti musica né ti innamori della ragazza della porta accanto per superare una fase di depressione, ma ciò non esclude che l’abbonamento ai concerti di musica classica o l’innamoramento possano risultare terapeutici. A patto che non li affronti con attese terapeutiche. Infatti in sé stessi non sono terapie e possono mostrare risvolti rigenerativi solo se, e quando, non sono ricercati in vista di ricadute edificanti. Cerchi la bellezza per stare meglio o Platone al posto del Prozac? E’ la ricetta infallibile per non trovare né la bellezza né il benessere psichico, per non gustare Platone e per rimpiangere l’efficacia (per quanto relativa) degli psicofarmaci.

Di fronte al paradosso, bisogna imparare ad apprezzare il silenzio intuitivo: o, se si preferisce, l’intuizione che, non trovando argomentazioni adeguate, accetta di riposare nell’afasia. Il paradosso si lascia formulare solo in perifrasi inadeguate e allusive, quale potrebbe essere: la filosofia non mira al benessere psichico o alla formazione morale o alla autenticità religiosa o alla proattività politica, che infatti accadono a titolo di effetti collaterali desiderabili.

Ci inoltriamo in un sentiero di collina, fra campi appena fioriti, per respirare aria pulita e lasciarci incantare dai colori primaverili: solo dopo, qualche ora o qualche giorno dopo, ci accorgiamo che questa passeggiata ci ha reso più sopportabile l’esistenza. E, riflettendoci a posteriori, scopriamo che non ce l’avrebbe resa più leggera e piacevole se fossimo usciti da casa col chiodo fisso di voler evadere dalla grigia tristezza in cui eravamo immersi. Ecco perché, con tutto il rispetto per chi pensa diversamente e diversamente si esprime , ho imparato a dissociare nettamente il semantema “filosofare” da ogni altro vocabolo imparentato con “cura”, “formazione”, “educazione”, “pedagogia” : solo se la filosofia è filosofia (dunque viene coltivata per puro amore della sapienza e della saggezza) può, poi, essere ‘adoperata’ - addirittura anche programmaticamente -, da non-filosofi o da filosofi che si spogliano provvisoriamente dell’habitus filosofico, per dare sostanza a relazione psicoterapeutiche o per motivare all’impegno sociale degli aspiranti sindacalisti o per attrezzare dottrinariamente dei missionari in partenza per l’Africa centrale. Mi spiego meglio che posso: il filosofare come attività è per costituzione imprevedibile e non ‘applicabile’ a nessun obiettivo. Esso è anche l’insieme di prodotti di tale attività: teorie, metodi, ipotesi di spiegazione, asserzioni sull’uomo etc. Come pensiero pensante, essa è assolutamente ribelle ad ogni finalizzazione: se decidi di filosofare con un ragazzo per impartirgli la buona educazione o con un aspirante suicida per distoglierlo dal portare a compimento il suo proposito, non puoi escludere a priori che sia il ragazzo a convincerti della vacuità del galateo di Monsignor Della Casa o l’aspirante suicida della vacuità della vita terrena. Se inizi a filosofare sapendo già che non arriverai a determinati esiti, il tuo filosofare è una finzione miserevole e ridicola. Solo a posteriori potrai constatare se il confronto dialettico è risultato ‘educativo’ o ‘terapeutico’ e, soprattutto, per chi dei due interlocutori ciò si sia verificato. Quanto ai pensieri pensati, una volta prodotti, essi possono essere benissimo ‘utilizzati’ da un ideologo per costruire il programma di un partito politico o da uno psicoterapeuta per raffinare il suo sguardo sul mondo interiore del paziente: l’importante è che non si scambi l’uso del filosofato (possibile e talora utile anche da parte dei non-filosofi) con il filosofare (prerogativa esclusiva dei filosofi, con o senza laurea in tasca).
Non c’è niente di più bello di un rapporto sessuale che fiorisca in fiducia, reciprocità e alleanza: ma niente di più triste di un rapporto sessuale prima, durante e dopo il quale ci si chieda, senza smarrire neppure un attimo la coscienza di sé, quanto esso stia favorendo la nostra autorealizzazione e il nostro equilibrio psico- fisico. I mistici dicono che la preghiera più elevata e ricreatrice viene praticata dall’orante che non sa di pregare: analogamente, la filosofia più sconvolgente dal punto di vista esistenziale e più rivoluzionaria dal punto di vista politico non viene attuata da chi si prefigge l’obiettivo di stupire i borghesi o di scardinare il sistema socio-economico, quanto da coloro che sono troppo tesi a cercare significato e senso di enti ed eventi per potersi permettere di misurare col metro in mano, passo dopo passo, l’efficacia operativa della propria riflessione razionale.

Uno sguardo all’ esperienza: i colloqui privati di consulenza filosofica

Se la filosofia ‘funziona’ con efficacia trasformatrice in misura proporzionalmente inversa rispetto alle attese terapeutiche/educative/formative, possiamo aspettarci a priori che essa sia particolarmente adatta a chi si sente ‘in forma’, a chi non attraversa momenti di difficoltà umorali o di avversità oggettive: ed è precisamente ciò che ho constatato sinora nella mia esperienza di filosofo ‘praticante’. Questo dato di fatto disorienta, solitamente, chi si accosta dall’esterno al mondo delle pratiche filosofiche e, in particolare, della consulenza filosofica. La pre-comprensione generalizzata, infatti, suppone che se il filosofo vuole presentarsi come ‘professionista’ nel mercato del lavoro, può farlo solo se promette ciò che psicoterapeuti, preti, insegnanti e assistenti sociali non riescono ad assicurare. Quando qualcuno scopre che il filosofo consulenziale non è - non sa essere e non vuole essere - né un pronto soccorso né un muro del pianto, inevitabilmente le labbra si conformano a mo’ di punto interrogativo: e perché mai allora qualcuno dovrebbe bussare alla porta del vostro studio e chiedere, a pagamento, le vostre prestazioni professionali?
La risposta non è possibile o, forse, sono troppe le risposte possibili. Da caso a caso. Più che argomenti ipotetici preferirei, dunque, narrare fatti: se è ancora vero, come sostenevano i nostri medievali, che contra factum non valet argumentum. Per attenuare il disorientamento, diciamo subito che un colloquio privato è, solitamente, richiesto da chi sta male o è stato male e vuole evitare di ricascare. Se si tratta di malessere psichico in senso clinico, l’aiuto del filosofo consiste nel consigliare all’ospite di contattare un terapeuta qualificato e di precisare che il proprio servizio intellettuale - svolgendosi sul registro mentale e, per così dire, a fianco della relazione di cura - non avrà sul suo stato psichico che conseguenze indirette.
Con l’espressione generica ’stare male’ non si intende, comunque, solo la sofferenza psicopatologica: una donna in conflitto con un anziano parente; un figlio che non riesce a comunicare con uno dei due genitori separati; una studentessa alla ricerca di nuove motivazioni interiori alla fatica dello studio quotidiano; un anziano signore all’inizio del suo periodo di quiescenza dal lavoro di una vita…sono soggetti che avvertono disagi e si pongono domande esistenziali, ma non sono ‘malati’. Sono persone ‘normali’, nella misura in cui l’aggettivo ha un senso accettabile: persone qualificabili, con tutte le approssimazioni del caso, ’sane di mente’ . Esse vanno aiutate non con fantomatiche “terapie filosofiche”, bensì suggerendo come ipotesi di lavoro ciò che per noi potrebbe essere una tesi ben assodata: suggerendo di liberarsi dall’ossessione del paradigma terapeutico; dalla patologizzazione di ogni disagio e dalla conseguente invadenza della medicalizzazione. ‘Malato’ non è chi non riesce a dormire se vede franare la relazione coniugale o se non riesce a lavorare da quando il figlio ventenne è morto in un incidente stradale: se mai, lo è chi dorme tranquillo dopo una giornata di lite furibonde con la moglie o chi riesce a lavorare inappuntabilmente anche il giorno successivo al funerale del figlio. E, corrispondentemente, non c’è nessuna ragione seria per accoppiare al termine terapia ogni attività gratificante e tonificante che ci capiti di sperimentare: “danzaterapia, cristalloterapia, teatroterapia, aromaterapia, cristoterapia, ippoterapia, cromoterapia. Il mondo si è reduplicato. Una prima volta esiste per sé, una seconda come lenimento, balsamo, terapia” . Anzi: è proprio se non vengono esercitate come terapia che la danza, il teatro o la filosofia possono rivelare - per sovrappiù - effetti terapeutici. (Senza con ciò escludere che, almeno nel caso della filosofia, possa risultare ininfluente o addirittura deprimente: Hegel ha già avvertito che la filosofia non deve essere consolatrice a tutti i costi).

Uno sguardo all’esperienza: consulenza di gruppo e altre pratiche filosofiche

Sinora ho evocato alla memoria delle conversazioni in assetto duale: se esse costituissero l’unica modalità in cui si può esercitare la filosofia-in-pratica, avrebbero decisamente ragione quanti suppongono che si va da un filosofo consulente solo se si sta male (psichicamente) o se si avvertono seri problemi (esistenziali). Ma - come ha egregiamente evidenziato Davide Miccione - nell’ottica della Philosophische Praxis il dialogo uno-a-uno fra un filosofo e un suo visitatore è soltanto il terzo passo di un processo che ne presuppone altri due. Tralasciamo qui il primo (riscoprire il gusto di “pensare a partire dalla propria esistenza per tornare alla propria esistenza” ): non perché sia scarsamente rilevante, bensì proprio perché troppo radicale e decisivo da potersi solo sfiorare di passaggio. Concentriamoci, invece, sul secondo passo: “provare a pensare con gli altri, coinvolti nella ‘pratica’ del filosofare sui problemi non solo dell’ Uomo, giusta eredità di una millenaria tradizione, ma anche dei singoli uomini, attraverso incontri pubblici di conversazione filosofica che fossero il più possibile diversi dall’abituale solipsismo delle conferenze” . Ebbene, chi sono questi altri? Perché si lasciano convocare, sia a titolo gratuito sia più spesso a pagamento, dal filosofo che gli rivolge l’invito ad incontrarli? Sono necessariamente persone in sofferenza o, preferibilmente, pregne di entusiasmo vitale? Come si può etichettare quello che avviene in questi incontri pubblici?
Cominciamo a rispondere sull’identikit degli ospiti: sono persone che (a prescindere dal livello di istruzione e dall’indirizzo di studi eventualmente seguito) hanno voglia di pensare a voce alta e di esporre i loro pensieri al vaglio del pensare di altri. Si possono chiamare filosofanti o con - filosofanti? Per qualcuno sarebbe eccessivo. Allora, più sommessamente, dialoganti? Conversatori? Ragionatori? L’essenziale, mi pare, è che si mettano in gioco in quanto animali consapevoli in grado di dare ragione di ciò che asseriscono: senza, dunque, proteggersi dietro lo scudo delle (eventuali) competenze specialistiche e delle citazioni dotte. Meno che mai se, per caso, fossero laureati in storia della filosofia.
Gli “incontri pubblici” in cui un filosofo professionista incontra altri interlocutori (che non devono necessariamente essere filosofi di mestiere, anzi neppure conoscitori del lessico filosofico tecnico) sono denominabili genericamente - secondo la più volte ribadita proposta di Alessandro Volpone - pratiche filosofiche. Alcune di queste pratiche sono state battezzate sin dalla nascita ., altre rimangono prive di una denominazione più specifica . La mia opinione è che siano denominate “consulenze di gruppo” quando gli interlocutori formulano esplicitamente e programmaticamente un tema da discutere a partire da interrogativi esperienziali effettivamente avvertiti da tutti i membri della “comunità di ricerca”, o per lo meno da alcuni di loro: per esempio quando un gruppetto di medici che lavora con malati terminali chiede di confrontarsi con un filosofo sulla loro idea di morte o un gruppo di psicoterapeuti chiede di riflettere su differenze e affinità tra la psicoterapia e la consulenza filosofica o un gruppo di cittadini chiede di riflettere sulle possibili ragioni etiche di un loro maggiore impegno socio-politico o un gruppo di operai sindacalizzati chiede di riflettere su come sia stato possibile lo sterminio degli ebrei da parte di uno dei popoli più ‘civili’ del pianeta . In altri casi, però, i partecipanti ad una “pratica filosofica” non sanno, in anticipo, di cosa si tratta: sono bambini o adulti che iniziano un percorso formativo al volontariato e incontrano il filosofo perché inserito in calendario dagli organizzatori o ragazzi che esprimono, vagamente, l’esigenza di una alfabetizzazione, imparziale e corretta, sulle diverse proposte ideologico-politiche contemporanee . In tutti questi casi, nella misura in cui si fa filosofia, si è dentro una ‘pratica filosofica’: ma mi sembrerebbe fuorviante chiamarle “consulenza di gruppo”. Così come non considero “consulenze filosofiche” i numerosi appuntamenti (cenette filosofiche per…non filosofi; week-end filosofici per…non filosofi; vacanze filosofiche per…non filosofi) in cui si parte da un testo o dalla relazione di un filosofo di mestiere, i partecipanti al gruppo sanno prima di cosa si discuterà, ma non determinano l’argomento dell’incontro - o del ciclo di incontri - a partire da loro esigenze contingenti.
Ebbene, perché nell’ultimo quarto di secolo, da quando promuovo questo genere di “pratiche filosofiche” (più o meno esplicitamente ‘consulenziali’) ho riscontrato largo interesse e soddisfacente rispondenza non solo (raramente) fra persone che attraversano fasi problematiche ma anche (più spesso) che vogliono “fiorire” ? Perché la filosofia - che può anche occasionalmente essere ricercata come “consolazione” degli affanni e delle contrarietà - di per sé è il lusso della vita: è il segno della pienezza, della gioia, o per lo meno della serena allegria dell’esistere. E’ una delle poche cifre che rivelano la non-assurdità dell’essere-al-mondo. Ed è per questo che non ci sarà società giusta sino a quando non sarà data a tutti i cittadini l’opportunità di decidere se ospitare o meno la riflessività critica nella propria coscienza.

Augusto Cavadi

mercoledì 25 novembre 2009

Sulla giornata internazionale della violenza sulle donne


“Repubblica - Palermo”
25 - 11 - 09

LE NOSTRE RADICI E LA VIOLENZA SULLE DONNE

Alla vigilia della giornata internazionale contro la violenza dei maschi sulle donne, le agenzie battono la notizia della morte della donna di Giarre bruciata dal marito. Ma, per fortuna, la data non passerà inosservata anche per eventi di segni opposto: a Palermo, ad esempio, dalle 16 in poi, un gruppo di associazioni animerà un gazebo al Politeama con poesie e musiche, mentre a Giurisprudenza sarà presentato alle 18 un videoteatro di Margò Cacioppo, “Contro la mattanza”, dedicato al “femminicidio”.
Che le donne si mobilitino, è ammirevole; meno apprezzabile, l’eventuale silenzio dei maschi.
Sia per motivi generali che legati al contesto meridionale. In generale, infatti, nessuna strategia culturale potrà davvero incidere nel tessuto sociale sino a quando i maschi non riusciremo a capire almeno alcune delle ragioni radicali che possono indurci alla violenza nei confronti dell’altro sesso: a cominciare dalla paura del femminile che è in noi. Se - in ascolto della mitologia antica e della psicoanalisi contemporanea - accettassimo la dimensione femminea che è parte costitutiva della nostra personalità (proprio come in ogni psiche femminile è presente una valenza maschile), ci rapporteremmo con le donne in maniera meno aggressiva, più rilassata. Non avvertiremmo l’esigenza prepotente di affermarci differenti in tutto e per tutto, anzi superiori. Proprio come facciamo, ricorrendo all’ironia anche più volgare, nei confronti dei gay e dei transessuali.

Questa riconciliazione - per dirla con Jung - del nostro animus con la nostra anima avrebbe, nel contesto meridionale, il pregio non trascurabile di intaccare la versione mafiosa del maschilismo planetario. Infatti, come ha spiegato il collaboratore di giustizia Gioacchino Pennino nel corso di un’intervista televisiva, <> non può essere ammesso in Cosa Nostra perché considerato <>. La cronaca registra casi sempre più frequenti di donne che occupano ruoli di responsabilità nell’ambito delle attività delle cosche: tuttavia – a parte il fatto che non si ha ancora notizia di un loro inserimento organico e definitivo – il titolo di merito che consente la loro promozione sul campo (in qualità di ‘reggenti’) è, comunque, il rapporto di parentela con un maschio (ucciso o, più spesso, incarcerato). Se perde totalmente il riferimento ad un uomo, ammesso che non venga ‘posata’, non le resta che una possibilità: dimostrare virtù ‘virili’ . Ovviamente l’aspetto duro del maschilismo è solo l’altra faccia del paternalismo che protegge – perfino da sé stessa e dai rischi della propria autodeterminazione! – la madre, la sorella, la moglie, la figlia. Forse i due secoli di dominazione araba non sono trascorsi invano: nella mentalità mafiosa c’è una strana analogia con la tesi diffusa in molti Paesi islamici, secondo la quale la donna deve vivere all’interno delle mura domestiche – o, se proprio necessario, andar fuori velata più che possibile – come effetto non di oppressione, bensì di riguardo. Ma non c’è bisogno di scavare tanto lontano nel tempo: gli ordini religiosi femminili non hanno ottenuto solo a fatica, e in secoli a noi più vicini, l’autorizzazione ecclesiastica (cioè: da parte delle gerarchie maschili) di poter uscire dalla clausura conventuale per espletare nel mondo (ospedali, carceri, scuole…) la loro missione? Le motivazioni sono sorprendentemente monotone: solo le grate ferree di uno spazio di reclusione possono salvaguardare il <> dalle minacce fisiche e dalle tentazioni morali.
Né la tanto sbandierata fedeltà coniugale, a cui il mafioso sarebbe obbligato nel doppio senso di non tradire la propria moglie e di non indurre al tradimento la moglie di un altro mafioso deve trarre in inganno. Intanto, perché si tratta di divieti ampiamente, e in certi casi persino comicamente, trasgrediti; poi perché, al di là dei casi statistici di incoerenza, è più grave che alla base dei divieti morali riguardanti il ‘rispetto’ per le mogli non ci sia neppure l’ombra di un riconoscimento convinto della dignità femminile. Se con le mogli bisogna evitare comportamenti sessuali anomali (anomali, ovviamente, rispetto a clichè di perbenismo clerico-borghese), con le amanti occasionali e con le prostitute ci si può scatenare senza remore: ma non sarebbero donne anche loro? Non molto tempo fa Gaspare Spatuzza (l’ex sicario di Filippo e Giuseppe Graviano, mandanti dell’assassinio di don Pino Puglisi) si è auto-accusato di aver fatto irruzione nella casa di una studentessa e – dopo aver legato e imbavagliato la collega con cui divideva l’appartamento – di averle praticato delle iniezioni allo scopo di procurarle un aborto: era rimasta incinta dopo rapporti sessuali con un boss.

Augusto Cavadi