lunedì 28 giugno 2010

Alberto Biuso su “La mafia spiegata ai turisti” (trad. araba)


Caro Augusto,
il tuo libro mi è piaciuto moltissimo.
E’ limpido, informatissimo, rigoroso. In poche pagine permette davvero di capire.
Ne ho scritto una breve recensione che, se vuoi, potrai proporre a Centonove o ad altre sedi.
Se non causa problemi alla eventuale pubblicazione a stampa, avrei anche intenzione di farne un articolo per “Girodivite”.
Un abbraccio,
Alberto

martedì 22 giugno 2010

Flavia Fontana intervista Augusto per l’evento del 25 giugno


“Il Vespro”
Giugno 2010

Il 25 giugno, presso il Castello di Carini, alle ore 19.00, si svolgerà la presentazione di un ‘pizzino della legalità’ di Augusto Cavadi dal titolo “L’amore è cieco ma la mafia ci vede benissimo” (Editore Salvatore Coppola, Trapani 2009).
Il prossimo 25 giugno, in occasione di questo evento - ad ingresso libero - si parlerà, anzi si racconterà una storia dai contenuti davvero intriganti. “Protagonista è una giovane donna di nome Lucia “ – spiega il professore di storia e filosofia, Augusto Cavadi – “che si innamora di un uomo che appartiene a una cosca mafiosa. Lucia per amore lascia tutto - la carriera, la città dove si era appena trasferita - per dedicarsi a una nuova vita insieme all’amato”. “Quest’ultimo” - continua il professore Cavadi – “non riesce a liberarsi e preferisce seppellire questo amore piuttosto che rinunziare al potere e al denaro. E’ la storia di una donna che ama, che soffre e che con piena dignità e forza riesce a dominare questo suo sentimento, andando avanti per la sua strada e cercando di dare un piccolo contributo per la sconfitta del sistema mafioso. Ma nel suo racconto - per nulla inventato da me – c’è dell’altro: vorrei, però, che, per la data stabilita della rappresentazione drammatizzata, fosse il pubblico interessato a scoprire il resto e ad esprimere la propria opinione. Inoltre” - conclude il professore Augusto Cavadi – “abbiamo scelto questa location per far conoscere a tutte le persone interessate all’evento, alcune delle quali verranno anche da Palermo, il noto Castello di Carini, di cui tutti hanno sentito parlare ma che non tutti hanno visitato”.
Questo evento è organizzato dall’associazione di volontariato culturale “Scuola di formazione etico-politica Giovanni Falcone” di Palermo, la quale si propone di portare avanti delle iniziative di sensibilizzazione e coscientizzazione mirate ad una cittadinanza attiva, democratica e antimafiosa (su invito di scuole, parrocchie, enti locali, centri sociali etc.). In questa serata musica e recitazione si fonderanno insieme per dare corpo e anima a questa storia. Le canzoni e le musiche saranno cantate e suonate, rispettivamente, da Rosalia Billeci e Nicola Marchese. E poi ci saranno due attori, Claudia Palazzolo e Salvatore Castiglia, membri del “Circolo culturale classico” di Palermo, che si cimenteranno per interpretare l’anima inquieta e sofferente di Lucia, da una parte, e il suo interlocutore, l’ex-professore di filosofia Augusto, dall’altra.

Flavia Fontana

lunedì 21 giugno 2010

Lidia Bonomo intervista Augusto


“L’obiettivo”
Quindicinale siciliano del libero pensiero
Numero 8, 2010

Intellettuali impegnati
Conversazione con Augusto Cavadi

Augusto Cavadi è non solo un affabile professore di storia, filosofia e – come ci tiene a precisare – anche di educazione civica al Liceo “Garibaldi” di Palermo, dove cerca di coniugare la storia con l’opportunità data ai ragazzi di elaborare ognuno la propria filosofia, ma anche uno scrittore, pubblicista per “Repubblica”- Palermo e collaboratore di altre pubblicazioni. Nella lista dei suoi svariati scritti si riflette l’intreccio della pluralità di interessi in campo filosofico, teologico, pedagogico e politico. Oltre a scrivere (fra gli ultimi libri La mafia spiegata ai turisti, Il Dio dei mafiosi e, presentato nei giorni della Fiera del libro di Torino, Filosofia di strada), Cavadi è membro e co-fondatore di associazioni a carattere socio-politico, oltre che organizzatore di “cenette filosofiche per… non filosofi”, “per… non filosofi davvero asciutti di filosofia”, seminari di “teologia critica per… non teologi” e la “domenica di chi non ha chiesa”. Lo abbiamo incontrato per parlarci del suo impegno e del contesto in cui opera: Palermo.

Professore, come si esplica e si declina la sua attività nel volontariato?
«Il filo rosso che attraversa e anima tutte le mie attività è la “filosofia in pratica”, così l’ho chiamata: una filosofia intesa sia in chiave esistenziale e personale sia in chiave socio-politica perché, a mio avviso, è uno strano filosofo quello che non cambia né se stesso né il quadratino di mondo in cui vive. Nell’85 ho fondato, con alcuni amici, il Centro San Francesco Saverio all’Albergheria, nel cui ambito mi sono occupato della formazione dei volontari. Nel ’92 ho fondato la Scuola di formazione etico-politica “G. Falcone” per dar vita a un laboratorio permanente di analisi del fenomeno mafioso inserito nel contesto dell’Italia meridionale e del Mediterraneo. Lavoriamo in tutti i centri sociali e nelle scuole che richiedono il nostro intervento, fornendo strumenti critici di lettura delle istituzioni, delle dinamiche sociali, della questione meridionale, delle ideologie del Novecento. Ho fondato, intorno al ’96 -’97, insieme ad altre associazioni e presso i padri gesuiti, l’Università della strada, anche questo un luogo per far riflettere coloro che desiderano operare nel sociale. Più di recente, il campo cui – a parte l’insegnamento – mi sto dedicando maggiormente è quello delle pratiche filosofiche».
Cosa sono le “cenette filosofiche”?
«Le cenette filosofiche e i seminari di teologia sono occasioni di promozione della consapevolezza critica nel campo politico-sociale, filosofico e religioso. Colgo tra l’altro tutte le occasioni per professionalizzare questa mia disponibilità, così da aprire una strada agli amici più giovani che stanno intraprendendo il percorso della consulenza filosofica e che sono disoccupati».
C’è un bisogno di filosofia? Nel sottotitolo di un suo libro lei la definisce “la più inutile di tutte le scienze”…
«Ce n’è bisogno nella misura in cui c’è bisogno sia di ciò che è utile sia di ciò che è superfluo: l’uomo è un essere strano che vive soprattutto di superfluo. Quel sottotitolo vuole stuzzicare il lettore, in verità. È “utile”, in senso etimologico, qualcosa di funzionale a qualcos’altro, il contrario di ciò che è gratuito. Io ritengo che le attività più significative dell’esistenza personale e sociale siano caratterizzate dalla gratuità (la musica, la danza, l’amore, la preghiera, etc.): si fanno per il gusto di farle, che poi abbiano gli effetti collaterali desiderati, desiderabili e prevedibili, è un altro paio di maniche».
Uno dei suoi libri si intitola Naufragio della politica ed etiche contemporanee. Quali le possibili soluzioni per far riemergere una politica pulita in tempi di individualismo, egoismo, opportunismo?
«Essendo le cause di diverso ordine, anche i rimedi dovrebbero essere sinergici. In questo libro prendo in esame cinque proposte etiche contemporanee e mostro come ognuna di esse può comportare conseguenze apolitiche o, addirittura, antipolitiche, oppure conseguenze politicamente fruttuose. Fernando Savater ritiene che il mondo sia fondato sugli egoismi, ma l’egoista può essere un egoista cretino o un egoista intelligente. Il primo si occupa dei propri affari e, se una stanza della casa brucia, rimane in un’altra, infischiandosene; il secondo, invece, sceglie di occuparsi della casa non tanto per amore degli altri, bensì di se stesso. L’individualismo liberale, dunque, può avere una traduzione stupida, apolitica, e nella storia c’è stata, del resto, e tuttora c’è. Il cristianesimo, se interpretato in un certo modo, può portare alla dimensione privatistica e al conservatorismo più sfacciato o, viceversa, può rappresentare una sveglia critica per il cambiamento. Il cristiano, tuttavia, non dovrebbe andare a braccetto con alcun potere costituito, ma mantenere una distanza critica di libertà».
Lei è considerato tra i maggiori esperti del rapporto fra cattolicesimo e associazioni criminali. La Chiesa cattolica, avendo un’influenza notevole nella nostra società e sulla nostra cultura, ha una grossa responsabilità. Come si pone la Chiesa siciliana di oggi nei confronti della mafia?
«La Chiesa dovrebbe fare un bel bagno di riconversione evangelica per spogliarsi di tutti gli aspetti mafiogeni della sua teologia, e uno di questi è l’omertà. Si è acuita la sensibilità verso il volto criminale e militare della mafia ma, purtroppo, non ugualmente è cresciuta la lucidità dell’analisi e la forza operativa nei confronti della sua dimensione politico-culturale. Basti pensare alla solidarietà sfacciata di cui ha goduto Cuffaro in tutta la sua carriera e alla mancata presa di distanza da lui dopo la condanna di due tribunali in primo e in secondo grado. Sulla prima pagina di “Repubblica” ho chiesto, allora, quali fossero i valori cattolici che persone come lui possono aver difeso o dovessero difendere. La risposta: sono stato citato per danni».
Palermo sembra andare verso un maggiore degrado. Qual è la sua visione a riguardo? Come si alfabetizza e si educa la gente dei quartieri difficili e delle periferie, che spesso sono serbatoio di voti mafiosi e fonte di manovalanza?
«Se cambiano gli elettori, cambierà la classe politica. Io sono convinto che sia necessaria un’alfabetizzazione elementare per spingere a votare non sulla base di simpatie emotive o clientelari, ma secondo delle proposte di progetto di società. Dobbiamo distinguere tra l’alfabetizzazione intesa in senso letterale (questo è un fattore preliminare. Occorre perciò lavorare perché nei quartieri le scuole ci siano e siano aperte il pomeriggio) e quella etico-politica».
Come è impostata la pedagogia alternativa antimafiosa?
«È una pedagogia che copia, invertendone il segno, quella mafiosa che, secondo me, è molto efficiente ed efficace. La pedagogia mafiosa è molto basata sulla testimonianza collettiva, sull’azione sociale, sulla testimonianza dei boss. Un’educazione alternativa deve essere più basata sulla testimonianza. Ritengo assurdo cercare di fare educazione alla legalità in scuole dove non c’è nulla di legale, dall’assunzione del bidello, alla palestra coi fili che pendono, al preside che non viene. Il linguaggio della mafia risulta efficace perché è fatto di cose, di azioni, di simboli. Da noi la cosiddetta “legalità organizzata” (che poi non è tanto organizzata né tanto legalità) è perdente. La scuola, nella pluralità delle figure che vi lavorano, deve essere nel suo complesso una comunità educante. Quando si è soli o in pochi, all’interno di un massa diseducante, il lavoro viene assolutamente neutralizzato».
Lei ha analizzato anche il tema del volontariato, facendo una diagnosi e individuando una terapia. A Palermo, il volontariato gode di buona salute?
«È abbastanza frequentato ma, purtroppo, manca di una consapevolezza della differenza tra beneficienza e azione di volontariato vera e propria. Quando, dodici anni fa, abbiamo creato l’Università della strada, molta gente frequentava per imparare che cosa significasse fare volontariato, per acquisire un’attrezzatura critica, ma dopo i primi anni abbiamo registrato un calo di richieste nella formazione: si intende spesso il volontariato in maniera molto emotiva e non progettuale. Manca la sensibilità politica, anche se c’è un apprezzabile slancio etico. Io ritengo che il volontariato sia in crisi. Peraltro, è per così dire “stretto al collo” tra l’esigenza di istituzionalizzarsi e quella di mantenere la purezza del suo spirito».
Palermo dà l’impressione di essere una città abbastanza viva dal punto di vista culturale, eppure le energie dei suoi intellettuali non riescono, se non in minima parte, a effondere effetti positivi sul tessuto socio-culturale nel suo complesso. Come mai?
«Palermo non è viva come lo sono la stessa Napoli o Roma, Firenze, Bologna, Torino. Abbiamo delle belle individualità dal punto di vista intellettuale totalmente incapaci, però, di sinergie. Da qui la mancanza di ricadute sociali. C’è, ovviamente, chi non vuole neppure averne, ma, fra coloro che invece vorrebbero produrle, vi sono figure incapaci di mediazioni con gli altri gruppi intellettuali. Invece l’efficacia si raggiunge col lavoro di squadra. Il limite, a Palermo, sta anche, quindi, nella schizofrenica separazione tra dimensione intellettuale e impegno sociale, per cui, pur di scrivere un articolo o un libro in più, c’è chi si astiene dal “perdere tempo”».
Lei, invece, spende molto tempo con gli altri e per gli altri. Perché lo fa?
«Mah, forse perché sono un egoista intelligente… La strutturazione della mia vita, non avendo figli, me lo consente. E poi mi dà molta gioia e mi riempie la vita».

Lidia Bonomo

Ci vediamo, al castello di Carini, venerdì 25 giugno 2010?


Care e cari,
la protagonista ‘vera’ del mio ‘pizzino della legalità‘ , intitolato “L’amore è cieco, ma la mafia ci vede benissimo” (Coppola editore, Trapani 2009), ha organizzato per le ore 19 di venerdì 25 giugno una rappresentazione drammatizzata del mio testo.
Reciteranno Claudia Palazzolo, Salvatore Castiglia e Rosalia Billeci con l’accompagnamento musicale di Nicola Marchese.
L’appuntamento è presso il Castello di Carini (ricordate “La Baronessa di Carini”…?): è prevista una visita guidata del castello e, per chi si prenota in tempo (scrivendo a me o ad Angela Tola: angibio@yahoo.it), una cenetta a prezzo ‘politico’ (quindici euro).
A presto, spero.
Augusto

sabato 19 giugno 2010

Augusto intervista il pastore Esposito su matrimonio lesbico


“Repubblica – Palermo”
Martedì 8 giugno
Matrimonio fra due donne.
Celebra un pastore valdese.
Intervista di Augusto Cavadi ad Alessandro Esposito

Alessandro Esposito è un giovane pastore della chiesa valdese di Trapani e di Marsala. Mercoledì 7 aprile ha ‘celebrato’, nel tempio valdese di via Orlandini a Trapani le nozze di due donne. E’ la prima volta che in Italia un pastore protestante ‘celebra’ un matrimonio omosessuale.

Tra i cattolici italiani solo due preti hanno presieduto la celebrazione di matrimoni omosessuali, ma la reazione della gerarchia ecclesiastica è stata durissima. Lei non teme che anche nella chiesa valdo-metodista a cui appartiene possano registrarsi provvedimenti disciplinari nei suoi confronti?

In tutta onestà, no. Principalmente per tre ragioni. La prima concerne il fatto che, in vista di tale benedizione, ho provveduto ad informare tanto il mio consiglio di chiesa (al quale rispondo per tutto ciò che attiene alla mia attività pastorale) quanto la Tavola Valdese (che rappresenta, per così dire, il nostro «esecutivo» a livello nazionale) che hanno espresso, congiuntamente, il loro consenso al riguardo. Da noi, difatti, la prassi è questa: cosa che consente, credo, di vivere l’essere chiesa secondo modalità democratiche, senza però dar luogo a personalismi, sempre inopportuni e inefficaci. Le questioni, in seno alla nostra chiesa, si discutono, si dibattono, si argomentano: e le decisioni vi fanno seguito. Si cerca sempre di muoversi collegialmente, per quanto, talvolta, è necessario dimostrare un pizzico di «intraprendenza». Vengo così alla seconda ragione: l’«Assemblea-Sinodo» del 2000 (incontro tra deputati e delegati delle chiese valdo-metodiste e battiste d’Italia) ha incaricato una commissione di affrontare il tema dell’omosessualità e di redigere, in proposito, un documento, che è poi stato approvato dalle nostre chiese. Da tale documento, denominato GLOM (gruppo di lavoro sull’omosessualità), emerge un quadro che, nelle sue linee generali, denota apertura nei confronti della piena partecipazione alla vita ecclesiastica delle donne e degli uomini omosessuali, auspicando anche che si giunga a benedire le loro unioni: cosa che, attenendoci alle indicazioni del documento, come chiesa valdese di Trapani e Marsala ci siamo limitati a rendere attuativa. L’apertura delle nostre chiese in tal senso, in ogni caso, ha senz’altro rappresentato l’elemento fondamentale a partire dal quale è stato possibile compiere il cammino che ha portato a questa celebrazione. L’ultima ragione, infine, è quella di gran lunga più importante, perché fondante: la chiesa valdese di Trapani e Marsala ha celebrato la benedizione dell’unione di due donne perché ha trovato che essa interpreti, semplicemente e pienamente, il comandamento evangelico dell’amore. Assai prima che la chiesa, infatti, a rendere legittimo questo gesto è l’evangelo proclamato da Gesù e dai profeti prima di lui, testimonianza vivente e quotidiana di un Dio che vuole l’amore e, al contrario di noi, non lo giudica.

Come è noto, per i protestanti il matrimonio non è un sacramento stabilito da Cristo, né è caratterizzato dall’indissolubilità, ma costituisce comunque un momento importante nel cammino esistenziale e di fede di un credente. In Italia vige un accordo con lo Stato per cui, come i matrimoni cattolici, anche i vostri hanno effetti civili: ciò vale anche per il matrimonio fra due coniugi dello stesso sesso?

Per ovvi motivi, no. Se un’unione non è sancita dalle leggi dello Stato, la chiesa valdese può celebrare, come di fatto è avvenuto, soltanto una benedizione, la quale ha valore sotto il profilo ecclesiastico e -ritengo- civico, ma non possiede effetti civili. Certamente, anche sotto l’aspetto simbolico, credo che la scelta operata dalla nostra comunità sia eloquente e va, senza dubbio, nella direzione del pieno riconoscimento dei diritti civili per le coppie omosessuali, che auspichiamo e chiediamo. A tale proposito, la chiesa valdese di Trapani e Marsala partecipa attivamente alle iniziative del Gruppo Arcobaleno, gruppo laico che, collaborando con altri soggetti presenti ed operativi sul territorio siciliano (cito, su tutti, il gruppo Ali d’Aquila di Palermo), riflette sulla tematica dell’omosessualità ed intende promuovere i diritti delle coppie omosessuali in ambito tanto civile, quanto ecclesiastico. Le chiese, dal canto loro, dovrebbero, a mio giudizio, accompagnare questo percorso: e la maniera più concreta ed efficace in cui possono farlo, credo che risieda nel celebrare pubblicamente le benedizioni di coppie gay e lesbiche. Questo gesto soltanto, difatti, dimostra un peno sostegno e coinvolgimento a livello ecclesiastico. La battaglia per i diritti civili ci riguarda, certamente, ma come cittadini, non come credenti: sotto quest’ultimo aspetto, per dimostrare un’apertura autentica e non appena verbale, il gesto da compiere è la celebrazione delle benedizioni.

Pensa che quanto è avvenuto pionieristicamente a Trapani possa aprire un sentiero ‘ufficiale’ per le altre chiese o siamo ancora lontani da un simile esito?
Anche in seno alle chiese battiste, metodiste e valdesi vi sono, com’è inevitabile che sia, posizioni distinte, tanto riguardo alla tematica dell’omosessualità, quanto, di conseguenza, per ciò che attiene alla benedizione di coppie omosessuali. Le nostre rispettive sedi decisionali (il Sinodo per quanto riguarda le chiese valdesi e metodiste e l’Assemblea per ciò che concerne le chiese battiste) non si sono ancora espresse ufficialmente in proposito. Come comunità valdese di Trapani e Marsala riteniamo che sia tempo che lo facciano. È fuor di dubbio che, in tal modo, si va incontro a dei rischi, come accade ogniqualvolta si prenda posizione su tematiche eticamente sensibili. I due principali motivi che, credo, hanno sino ad ora impedito di pervenire ad un pronunciamento istituzionale chiaro e definitivo, sono, da un lato, il timore (niente affatto ingiustificato) di provocare una spaccatura in seno alle nostre chiese e, dall’altro, la paura di incrinare i rapporti ecumenici, sia intra-evangelici che con le altre confessioni cristiane. A queste pur comprensibili obiezioni, mi sento di rispondere che esistono dei punti fondamentali, che concernono il riconoscimento dei diritti umani (tra cui rientra a pieno titolo la differenza di orientamento sessuale ed affettivo), rispetto ai quali una spaccatura può -anzi deve- essere provocata, con buona pace di quanti, questi diritti, non intendono riconoscerli. Del resto, in caso di mancato riconoscimento, realtà ecclesiastiche che si attestano su posizioni più restrittive, quando non addirittura di esplicita condanna, non ne mancano di certo: di modo tale che, chiunque voglia portare avanti un’interpretazione integralista dell’etica cristiana, non ha che l’imbarazzo della scelta.
Noi, però, dobbiamo avere il coraggio e la coerenza di esprimere una posizione chiara, aliena da tentennamenti. Per quanto riguarda, poi, le relazioni ecumeniche, credo che valga, grosso modo, lo stesso discorso: non penso che sia proponibile, per amor di pace o al fine di mantenere buoni -e del tutto formali- rapporti di «buon vicinato», assumere sulla questione una posizione che rischia di risultare ambigua, teoricamente aperta e sostanzialmente titubante. Non dico che sia facile: ma è doveroso. Del resto, l’evangelo non consiste nella placida riproposizione delle consuetudini: al contrario, siamo convinti, come comunità trapanese e marsalese, che esso chiami a tutelare il diritto degli esclusi e delle escluse, a prendere posizione al loro fianco ogniqualvolta che tale diritto viene ingiustamente negato o calpestato. E crediamo che questo sia quanto è avvenuto per secoli, spesso e volentieri con l’esplicito consenso delle istituzioni ecclesiastiche, nei confronti delle persone omosessuali. Ecco perché riteniamo che sia tempo che le chiese stesse riparino a quest’ingiustizia compiendo un cammino di conversione, che si espliciti nel gesto nudo ed eloquente dell’accoglienza, manifestata (anche) attraverso la celebrazione di benedizioni di coppie dello stesso sesso.

Lei ha affidato a “Repubblica” l’esclusiva della notizia. Ma qualche reazione l’avrà già registrata in chi l’abbia appresa ufficiosamente…
Pur essendo inevitabilmente trapelata, la notizia non ha scatenato reazioni degne di rilievo: non annovererei come tali, difatti, gli immancabili inviti al ravvedimento e alla conversione fattimi pervenire dagli onnipresenti fondamentalisti. Al momento sembra che la strategia adottata dagli organi di informazione sia quella, tutt’altro che involontaria, dell’insabbiamento. Si tratta, infatti, di un evento certamente inusuale, che ha però il difetto di mettere indirettamente in discussione la chiusura che le gerarchie vaticane hanno da sempre manifestato in ordine a tale tematica. Ma questo era ampiamente preventivabile. Del resto, ciò che ci preme non è certo la pubblicità, quanto, piuttosto, l’affermazione di un diritto, che come tale vorremmo che fosse percepito e recepito dall’opinione pubblica. Purtroppo, però, ci rattrista constatare che quella di un cattolicesimo adulto, capace, quando è il caso, di esprimere un dissenso motivato, è una realtà minoritaria, la quale, peraltro, non trova risonanza nella maggior parte dei mass-media, inclusi quelli della cui indipendenza ho stima e nella cui laicità ho fiducia.

Grazie per la fiducia nella nostra testa, pastore Esposito.
Grazie a lei per l’opportunità concessaci e per la sensibilità dimostrata. Merce rara, al giorno d’oggi: glielo garantisco.

Augusto Cavadi