sabato 29 gennaio 2011

La mia fuga dal PD siciliano abbagliato da Lombardo


“Dirittinegati.eu”
Numero 12 - 19 novembre 2010
INTERVENTI
Perché straccio la tessera del PD
Augusto Cavadi
Palermo. Lo dico subito: non appartengo al partito (invisibile, ma sempre più numeroso) degli anti-partiti (visibili, ma sempre più irrilevanti). Ho sempre avuto in tasca la tessera di un partito: non di uno stesso, ma di uno per volta, man mano che ero costretto a stracciarla perché scoprivo la sua irredimibilità (Democrazia cristiana degli anni ’70) o la sua inconsistenza sostanziale (Una città per l’uomo degli anni ‘80) o perché mi si squagliava davanti (Verdi all’inizio del XXI secolo)… L’ultima tessera l’ho chiesta un anno fa al PD perché – nonostante i Crisafulli, i Capodicasa e i tanti altri compagni di strada verso i quali non nutro entusiasmo – mi sembrava l’unico baluardo credibile contro la corazzata del centrodestra a tre corna (PDL-MPA-UDC).
Ma adesso che, con un colpo di mano, Lupo ha ribaltato il programma anti-lombardiano in nome del quale le primarie gli avevano assicurato la maggioranza nel partito, perché non dovrei gettare nel cestino anche questa tessera (e cercarne, possibilmente, una nuova)? Si potrebbe dire: resta e fa’ l’opposizione interna alla maggioranza con quei pezzi di maggioranza che non hanno cambiato idea. In altre parole: schierati con Mattarella o con Bianco e resisti. No, grazie: mi basta stare all’opposizione di governo, non ho bisogno di aggiungere il ruolo scomodo di oppositore di un’opposizione che ha cessato di essere tale solo perché si è autoconvinta di essere stata trasformata in maggioranza. La principessa Autonomista non ha baciato nessun rospo; o, se l’ha baciato, non l’ha per questo stesso trasformato in principe.
Mi potrebbero confortare le parole di Cracolici (prontamente supportate dalla Finocchiaro, la stessa che – battuta alle urne da Lombardo – è volata a Roma per sostenere meglio l’opposizione del centrosinistra in Sicilia):
“Se emergesse un collegamento con la mafia del presidente della Regione” – ha promesso il capogruppo del PD all’Ars – “noi prenderemmo le distanze senza se e senza ma. Finora, però, la vicenda è stata raccontata solo attraverso indiscrezioni giornalistiche”. Cosa si intende per “collegamento con la mafia”? Se intende relazioni, documentabili e penalmente rilevanti, con uomini di Cosa nostra o di associazioni satelliti in Sicilia orientale, il garantismo è sacrosanto. Ma si sa bene che la mafia è mafia perché è un sistema di dominio più ampio e articolato rispetto all’esercito dei killer e degli stragisti: la mafia è una rete di complicità, di scambi di favori, di raccomandazioni, di pressioni, di promozioni indebite, di appalti clientelari, di assunzioni senza concorso, di convenzioni ingiustificate, di sovvenzioni arbitrarie, di consulenze superflue e strapagate con i soldi pubblici sottratti ai bisogni sociali oggettivi. Ebbene, in questa accezione comprensiva, completa – l’unica adeguata a cogliere il cancro che divora la Sicilia dall’unificazione italiana, quando Franchetti denunciava “i facinorosi della classe media” come più pericolosi dei banditi ignoranti ed emarginati – esistono o non esistono responsabilità culturali ed etiche? questo governo ha sempre adottato decisioni ispirate a criteri oggettivi? Gli incarichi ai vertici della burocrazia sono stati assegnati per meriti professionali o per fedeltà alla persona e al partito? Le ditte, che grazie a convenzioni stipulate precedentemente con la Regione, lavorano in regime di monopolio di fatto, sono state sottoposte al vaglio della verifica e della possibile concorrenza leale? Le costruzioni abusive che deturpano le nostre coste, le nostre città, le nostre montagne sono state abbattute?
Queste – e simili – sono le domande da porre a quanti, nel PD, sono d’accordo nella decisione di evitare la caduta di Lombardo e il ricorso a nuove elezioni. A queste dovrebbero rispondere per convincere anche i riluttanti e i sospettosi come me.

mercoledì 26 gennaio 2011

“Illogiche binarie” (Bruno Vergani)


“Cronache laiche” (quotidiano on line)
20. 1. 2011

Illogiche binarie
di Bruno Vergani

Il matematico Piergiorgio Odifreddi nel suo libro “Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici)”, sentenzia: “Il mondo è fatto in gran parte di “cretini”, cioè, etimologicamente, di “cristiani”. Il cristianesimo, infatti, è indegno della razionalità e dell’intelligenza dell’uomo”.

L’insulsa boutade immeritevole d’attenzione è stata percepita dai destinatari grave provocazione meritevole di risposta, così invece di porgere l’altra guancia hanno reagito, e da mesi è in atto uno scontro sui media tra la chiesa degli apologeti cattolici e quella dei fondamentalisti atei. Su tutto si danno, reciprocamente, dei cretini ma su un punto, quello che conta, sembrano invece d’accordo: il senso del vivere, il significato dell’essere, la dimensione del sacro, si esprimerebbero e dipenderebbero unicamente dal credere o non credere all’istituzione della Chiesa cattolica.

L’episodio seppur circoscritto è emblematico di un modo irragionevole, ma diffuso, di ridurre l’esperienza esistenziale del sacro ad un asfittico aut-aut, ad una precisa scelta di campo: dentro o fuori la Chiesa cattolica. O di qui o di là: di qui non ti poni domande sul senso della vita, rinneghi l’invisibile, rifuggi il meraviglioso e obbedisci alla tecnoscienza; di là obbedisci al Papa, credi alla resurrezione della carne e alle apparizioni mariane. “Chi da qui va di là” è un convertito, “chi da là viene di qui” è un apostata. Nelle fazioni dei credenti o dei miscredenti, nel recinto dei convertiti e in quello degli apostati, sembra non rimanere più spazio per l’uomo, quello reale, col nome e cognome, per la sua ricerca di verità e risposte non banali al senso del vivere e così, pur di non omologarsi, preferisce camminare in solitudine per, non di rado, spegnersi.

Soffocato nell’alternativa binaria, il sacro, il desiderio di giustizia, di assoluto, di cosmico, di fantastico, di meraviglioso e di sublime bussa alla porta, così ritornano, nei giovani, forme collettive primarie e anarchiche d’inquietudine religiosa: apocalisse 2012, Trance music, tatuaggi, body piercing e per i più sensibili qualche “canna” in compagnia che, se di buona qualità si rivela, a loro dire, soddisfacente alternativa a Lourdes e a presbiteri integralisti e anche ai loro fratellastri paladini dell’ateismo dogmatico.

Risponde a questa banalizzazione del sacro la proposta del filosofo Augusto Cavadi che interessato ad un modo pratico di esercitare la filosofia, specialmente come servizio ai non-filosofi, affronta la complessa questione attraverso un percorso collettivo, che così spiega e presenta: “Incontri dove in uno spazio ‘laico’ di ricerca e di sperimentazione di una inedita ’spiritualità‘ . Intendo una terra-di-nessuno in cui avviene già che credenti, atei, agnostici provano – in totale autonomia, con pari diritti e pari responsabilità, senza spinte competitive – a sondare se, al di là dei fenomeni empirici, non sia fruibile una dimensione ulteriore della realtà: quella dimensione più profonda che nella storia è stata variamente nominata come ’sacra’, ‘divina’, ‘assoluta’ (…) Una spiritualità che si nutre dell’esperienza dell’interiorità, della ricerca del senso e del senso dei sensi, del confronto con la realtà della morte come parola originaria e con l’esperienza del limite; una spiritualità che conosce l’importanza anche della solitudine, del silenzio, del pensare, del meditare. E’ una spiritualità che si alimenta dell’alterità: va incontro agli altri, all’altro e resta aperto all’Altro se mai si rivelasse. (…) I laboratori della spiritualità sono stati tradizionalmente appannaggio dei mistici. Oggi, per varie ragioni (non sempre deprecabili), i luoghi delle pratiche confessionali – quasi sempre rigidamente circoscritti da recinti istituzionali – sono in crisi. Non spetta ai filosofi occuparsi di questa desertificazione: ciò che è legittimo, ed auspicabile, è favorire la creazione di altri laboratori dove uomini e donne – inseriti nella vita sociale, economica e politica – possano incontrarsi con pensatori, artisti, poeti, scrittori, musicisti, psicologi, cultori delle pratiche meditative. E possano incontrarsi per così dire disarmati: senza altro intento che di contagiarsi la stessa nostalgia di silenzio, di contemplazione e di conciliazione col resto dell’universo” (”Filosofia di strada. la filosofia-in-pratica e le sue pratiche”, Di Girolamo, Trapani 2010, pp. 216 - 217).

Bruno Vergani

lunedì 24 gennaio 2011

Un Natale pagano


“Centonove”
14.01.2001

Sul popolo Kalasha, quattromila persone tra i monti del nord-ovest del Pakistan lungo il confine afghano ad altitudini che sfiorano i 2.000 metri, pochi al mondo sanno qualcosa. Ma due fratelli palermitani - Augusto e Alberto Cacopardo – ne sanno molto: dal 1973 ad oggi hanno dedicato molte energie ad approfondire la conoscenza di questo popolo quasi sconosciuto. Un’etnia che, costituendo l’ “unica isola non islamizzata nel vasto mare musulmano che va dalla Turchia all’India”, consente di osservare una forma di vita associata anteriore alla “diffusione delle grandi religioni”: “il politeismo greco o germanico, la religiosità celtica o quella vedica”. Insomma: conoscere la cultura Kalasha significa sapere come eravamo prima di imboccare la via delle “società urbanocentriche a cui noi stessi apparteniamo”. Oggi questa conoscenza, a partire dal “ciclo festivo invernale, incentrato sulle celebrazioni solstiziali” (il Chaumos), è accessibile anche a noi profani grazie al volume di Augusto S. Cacopardo Natale pagano. Feste d’inverno nello Hindu Kush (Sellerio, Palermo 2010): volume che, secondo il titolo ossimorico, aiuta anche “a comprendere meglio dove affondano le radici pre-cristiane delle nostre ‘feste di dicembre’ ” che, com’ è ormai assodato dagli antropologi, si sono “sovrapposte a cicli festivi pagani - celtici, germanici, slavi, italici – che celebravano il solstizio d’inverno”. Un “tema tipico delle feste invernali” – osserva l’autore a proposito del culto del “corvo bianco, intermediario che intercede a favore degli uomini presso il Dio supremo” – è “l’arrivo da un altro mondo di un essere benevolo che soddisfa tutti i desideri”.
E’ ovvio che non sia possibile sintetizzare in poche righe che cosa ci viene raccontato su questo “piccolo prodigio culturale per la loro lunga resistenza all’islamizzazione e per le radici antiche del loro sistema religioso”: ma qualche accenno, sufficiente a stuzzicare il desiderio di ulteriori approfondimenti, è possibile. Diciamo subitoche il popolo Kalasha è riuscito, per secoli, a preservare insieme la propria identità sociale (una società di poveri ma uguali) e la propria autonomia dalle varie invadenze politiche (russi sovietici, americani e interforze Nato, talebani musulmani). Al suo interno vige una polarità a più livelli fra il puro e l’impuro: fra “gli dei e gli spiriti dei monti”, a un estremo, e “l’Altro, il nemico che minaccia l’esistenza del gruppo, che per i Kalasha da almeno quattro secoli è impersonato dal mondo islamico”, all’altro estremo. Fra questi due estremi, si dispiega tutta una gamma intermedia: dal più ‘puro’ (il maschio, specie se giovane e vergine) al meno ‘puro’ (la donna, specie se mestruata o addirittura partoriente) sino all’impuro per eccellenza (il cadavere). Augusto Cacopardo nota comunque che sarebbe sbagliato tradurre meccanicamente questa differenza di purezza in gerarchia sociale: l’uomo ha certamente una prevalenza sulla donna, ma ciò non toglie alle donne delle sfere di autonomia gestionale. Non senza ragioni l’antropologa Wynne Maggi ha intitolato Our Women are Free il suo “prezioso studio sull’universo femminile Kalasha”.
Gli dei, dicevamo, sono prototipi della ‘purezza’: infatti la religione è politeista (un Dio creatore supremo, trascendente e “ozioso”, e una dozzina di divinità minori, immanenti e attive a favore della gente, che sono onorate non in templi chiusi ma in zone sacre all’aperto). Non ci sono sacerdoti (solo qualche sciamano che “entra in trance per comunicare agli uomini la volontà della divinità”), ma è un’etnia “ad alta densità rituale”: insomma, come per noi latini, ogni scusa è buona per fare festa. I principali cicli sono quello primaverile, quello estivo e quello invernale: quest’ultimo, incentrato sul giorno del solstizio d’inverno, è il più rilevante. Le assonanze con il natale cristiano non si fermano qui: infatti, mentre nelle feste di primavera (quando in Occidente si festeggia la pasqua, l’ascesa di Gesù al regno del Padre) si celebra l’ascesa degli umani verso l’alto, verso i monti (“fino a entrare nel mondo degli spiriti”), “l’inverso avviene nella sequenza invernale”: “il divino discende sulla terra e si mescola agli uomini”. E - si badi all’analogia – “non sono gli spiriti s’uci a discendere fra gli uomini, ma un dio che porta pace e fecondità” (il termine con cui ci si riferisce a questa festa andrebbe tradotto letteralmente “arriva il dio”:“un dio che rimane però senza nome”).
L’analogia sembra riguardare, in maniera impressionante, i dettagli. Intanto bisogna macinare il grano nei giorni precedenti: “il lavoro, simbolo della vita quotidiana, deve essere sospeso nel tempo straordinario della festa”. Poi, con la farina già pronta, si può passare a preparare il cibo: “spesse focacce di farina farcite di noci pestate” (i nostri buccellati ?). La pianta augurale più sacra è il “vischio”, “pianta sempreverde che fa il suo frutto – le piccole bacche translucide – nel periodo più buio e freddo dell’anno”. Nel corso di una festività di poco successiva (il 6 gennaio), Cacopardo partecipa a un rito domestico: “I due pani dopo un po’ vengono tagliati con un coltello e i pezzi sono distribuiti ai presenti su dei vassoi di salice intrecciato insieme a un bicchiere di vino. I pani non sono ben cotti, ma sono buoni lo stesso e il vino ci si accompagna bene”. Purtroppo si registrano, prevedibilmente, anche differenze: le liturgie cattoliche, almeno in Occidente, hanno ridotto al minimo quel mix di canti e danze che, “al culmine della sua intensità, ha decisamente qualcosa di dionisiaco”. Sempre più raro è sperimentare, nelle chiese cristiane, “quell’energia che ci spinge al di là dello stato normale e ci pone, al tempo stesso, in piena ed estatica armonia con tutti gli altri membri della comunità”. Saranno le feste ‘laiche’ per il capodanno e, ancor più, per il carnevale a tentare di restituire un po’ di animazione avvolgente alle nostre assemblee religiose, sempre più ordinate. Sempre più capaci di autocontrollo perbenista. Sempre più annoiate.
Questo libro, insomma, può costituire un ennesimo invito a spalancare le porte della propria civiltà per accogliere suggestioni e stimoli provenienti da mondi lontani e che solo per stupidità possiamo considerare ‘arretrati’. Certo, essi sono più vicini alle nostre radici antropologiche: ma, proprio per questo, hanno molto da indicarci in direzione del nostro futuro.

Un inedito di Danilo Dolci sulla lotta per l’acqua


“Repubblica – Palermo”
16.1.2011

QUEI POVERI CRISTI CON L’ACQUA ALLA GOLA

Ci sono fasi della storia siciliana in cui si è tentati dallo sconforto: chi amministra male, viene rieletto e per giunta con una base elettorale allargata; chi è all’opposizione, oscilla fra estremismi verbali e connivenze effettive. E’ proprio in queste fasi che può essere illuminante recuperare alla memoria personaggi che, nel recente passato, sono riusciti a realizzare stagioni di rivolta popolare attiva e costruttiva: personaggi come Danilo Dolci di cui recentemente sono stati pubblicati degli appunti di conferenze tenute a Genova nel 1992, cinque anni prima della scomparsa (Il potere e l’acqua. Scritti inediti, Melampo, Milano 2010, pp. 94, euro 12). La vicenda biografica del sociologo triestino è nota e, nelle pagine conclusive dell’agile e meritorio volume (curato dai coniugi Giordano Bruschi e Giusy Giani), Vincenzo Consolo la sa riassumere da par suo: “la storia di Danilo Dolci bisognerebbe metterla tutta in fila per poterla capire veramente. Figlio di ferroviere, poi partecipa alla Resistenza, viene messo in carcere dai nazisti e scappa, va a Nomadelfia da don Zeno Saltini, quindi va a Partinico. E lì le lotte sociali e quei bellissimi racconti di analfabeti e contadini scritti da un intellettuale coltissimo, che conosceva la letteratura russa, ma anche quella americana e quella tedesca, che scriveva poesie. E che aveva uno sguardo profondo e capace di andare lontano. No, tipi così non ne nascono spesso”.
L’originalità della pubblicazione sta almeno in due sottolineature. La prima è che Dolci coglie con lucidità la centralità dell’acqua come tema cruciale della politica, oggi come e più che in passato: “Accentrato dominio (di qualsiasi tipo), incuria delle acque e decadenza, in ogni tempo e luogo coincidono? Lo spreco e il rovinoso inquinamento dell’acqua sono indice e misura dell’incivile livello culturale – politico di un Paese”. La seconda sottolineatura particolare è che beni essenziali, come questo prezioso elemento (“Senza acqua non vi è vita”), sono stati anche in Sicilia dei grimaldelli per ribaltare situazioni sclerotizzate da secoli. Radunarsi, manifestare, scioperare per ottenere la diga sullo Jato ha significato, per centinaia – anzi migliaia – di contadini, la scoperta della forza della verità e della giustizia. E, una volta ottenuta la diga, “la gente pensando comprendeva che quell’acqua, per non essere cara, doveva risultare democratica, non acqua di mafia. La gente comprendeva che, per realizzare il proprio profondo interesse, doveva imparare a organizzarsi in una grande cooperativa ove ognuno imparava a parlare e ad ascoltare, a scegliere e a decidere, a mantenere impegni puntualmente. La diga così, da occasione per elevare produzione e reddito, è divenuta leva per mutare la struttura del potere nel territorio: leva affinché la grande maggioranza della gente, riconosciuto il proprio interesse profondo, divenisse giorno per giorno il nuovo potere, democratico, della zona. Quando i primi rivoli sono arrivati nella campagna estiva, la gente vi ballava dentro a piedi scalzi, ebbra, come se fosse mosto. Molto abbiamo imparato: arrivando il lavoro, il banditismo era sparito. Mentre all’inizio la violenza irrompeva frequente, l’assassinio, per decine e decine di anni non avveniva più ‘l’ammazzatina’. Da questo ampio laboratorio della Valle, apprendevo che – pur se lento e durissimo, con altissimi costi personali – è possibile operare profondi cambiamenti sociali, economici, strutturali, senza sparare”. 
Le battaglie nonviolente occupano i primi venti anni del Dopoguerra: e oggi? Quali potrebbero essere delle cause talmente popolari, talmente coinvolgenti, da strappare all’inattività le maggioranze rassegnate? Qui i (pochi) politici desiderosi di servire il bene comune dovrebbero recuperare il metodo-Dolci e, prima di proporre mete, ascoltare le esigenze della cittadinanza. Si potrebbe scoprire che alcuni obiettivi riescono ancora a intrecciare istanze etiche e interessi privati: a cominciare dalla difesa del regime pubblico delle acque (contro ogni forma di privatizzazione). O la libertà dai condizionamenti parassitari delle cosche mafiose che frenano la crescita economica del tessuto sociale meridionale. Ma anche la possibilità di muoversi nelle città siciliane con un sistema di mezzi di trasporto efficienti, senza spendere cifre sempre più alte per la benzina e senza pagare prezzi sempre più onerosi in termini di inquinamento, potrebbe costituire un obiettivo strategico condiviso. Come pure una campagna convinta e insistente per la lotta all’evasione fiscale (di proprietari di case in affitto, professionisti, gestori di locali pubblici, enti religiosi, imprenditori e artigiani) direttamente proporzionale all’immediata e progressiva diminuzione delle imposte e delle tariffe. La lista è virtualmente infinita, l’essenziale sarebbe affrontare una battaglia per volta sino a quando la si vinca davvero: “L’evidenza della creatività suscita creatività in chi l’osserva. In ogni zona del mondo occorre trovare la particolare leva necessaria affinché i bisogni profondi della gente, nell’essere riconosciuti e ottemperati, divengano occasione alle maggioranze (inconsce, sfruttate, sepolte vive) per conquistare il proprio potere”.

Incipit del libro di Danilo Dolci:
“E’ interessantissimo notare che i mosaici bizantini di Monreale non raffigurano gli alberi ma l’idea degli alberi. E noi riusciamo a vedere nell’intimo delle creature con le quali conviviamo? Riusciamo ad addentrarci nell’intimo dell’acqua, oltre il suo incanto? Veicolo, solvente e associante, necessario a ogni sangue e a ogni linfa, al ricambio di ogni organismo, fra sorgenti e progetti inesauribili, a ogni forma di vita che nel suo plastico plasmarsi cerca di identificarsi. Costruttrice delle malachiti, delle azzurriti, delle grotte carsiche. Dall’acqua, continua plasmatrice del pianeta, noi possiamo - abbiamo il potere di – vivere: l’acqua ha il cooperante potere di avvivarci. Ampie e sottili scienze studiano le proprietà dell’acqua, nei suoi diversi cicli - anche dentro di noi - , le sue qualità ancora per gran parte ignote. Quale la sua intima struttura? Pure Pitagora desiderava saperlo. L’acqua naturalmente si distilla dagli oceani e dai mari impregnati di sale evaporando per ricadere poi anche in profondi laghi e fiumi ingrottati o fluenti nella terra. Diverse foglie bevono rugiada. Isole vegetali vagano (anche in Messico) sostenendosi radicate nell’acqua. L’acqua nelle sequoie sale a oltre cento metri”.

Augusto Cavadi

Ridere di Dio e, soprattutto, degli uomini religiosi


“Repubblica – Palermo”
23.5.2010

S. Velluto
Perché non possiamo fare a meno di ridere
Di Girolamo
pagine 122
euro 9,90

“A vent’anni, invece di dedicarmi alla lotta armata o all’uso di stupefacenti, partivo con altri fanatici alla volta della Sicilia per fondarvi una ‘comune protestante’. La scelta della Sicilia era un chiaro rimando alla Questione Meridionale che ancora infarciva il linguaggio politico. E così noi, che non avevamo fatto il Sessantotto perché troppo giovani e non avremmo fatto gli yuppies perché troppo sfigati, iniziammo una faticosa esperienza di vita comunitaria. Abitavamo in otto in una casa che avrebbe contenuto al massimo tre persone. Non erano più i tempi della militanza politica né ancora quelli del fanatismo religioso, ma nel nostro modo di comportarci si scorgevano aspetti dell’una e dell’altro”. Così Sergio Velluto si presenta in Perché non possiamo fare a meno di ridere…e meno che mai della religione, una conversazione, intessuta di citazioni dotte e storielle divertenti, su Dio. Non ironizza solo su religioni diverse dalla sua (induismo, buddismo, ebraismo ed islamismo) ma anche sul cristianesimo: “Per i protestanti valdesi nessun uomo può assolvere dai peccati. Ciò responsabilizza il comportamento del credente generando solitamente degli enormi sensi di colpa. Così per un valdese è molto più difficile che per un cattolico comportarsi male, mentre gli risulta molto più facile ricorrere alle cure di uno psicanalista”.