mercoledì 11 febbraio 2026

ECLISSI DELLA DIFFERENZA ASSIOLOGICA

 Nelle varie tradizioni culturali del mondo si ritrovano molti modi per invitare ad accettare la realtà, la storia, la vita con i suoi grovigli: dal Taoismo orientale allo Stoicismo occidentale ritorna la raccomandazione ad assecondare i ritmi della natura e a non tentare l’impresa impossibile di “raddrizzare le gambe ai cani”.

Trovo questo invito intriso di un’ambivalenza che necessita d’essere risolta.

Infatti, se per ‘realtà’ intendiamo l’universo fisico e biologico (di cui siamo un quasi impercettibile granello), considero saggezza aderire alle sue ‘leggi’ intrinseche, abbandonarmi al suo fluire, nella certezza – o almeno nella speranza – che, al di sotto della superficie contraddittoria dei fenomeni, si celi un Logos, un Senso.

Ovviamente questo realismo non va inteso in senso fondamentalistico: vieta infatti non di costruire dighe, inventare medicine, sperimentare trapianti di organi…, ma di abbattere limiti ontologici come la morte per inseguire eternità trans-umane.

Se, però, intendiamo per ‘realtà’  non l’intera sfera extra-umana bensì solo l’alveo della storia della nostra specie, ritengo che l’invito all’accettazione, all’adeguamento, cessi di risuonare meritorio e si capovolga in suggerimento micidiale. In quanto esseri culturali abbiamo realizzato imprese meravigliose, ma anche inventato (Rousseau docet) istituzioni autolesionistiche. Chi non ha nulla da dire, né ancor meno da fare, per opporsi a questo andazzo plurimillenario o è un cieco o – molto più probabilmente – un privilegiato della sorte: osserva il mondo, grondante di lacrime e di sangue,  con gli occhiali dei propri privilegi e la corazza del proprio egocentrismo,  da una collina senza guerre, senza fame, senza sete, senza malattie e senza morti precoci. Contro ogni realismo rassegnato resta vera, irrinunziabile, la postura dei realismi insubordinati che (con tutti i gravi rischi manifestatisi effettivamente, dal profetismo ebraico al giacobinismo illuministico sino ai marxismi) si dedicano a modificare, trasformare radicalmente, il corso scandaloso delle cose.

 

Un paradosso della situazione contemporanea

Fra le due prospettive molto sommariamente delineate quale prevale nell’orizzonte mentale contemporaneo?

Detto in breve, mi pare che la maggioranza delle civiltà attuali abbia coniugato – in una sintesi disastrosamente inedita – il peggio delle due prospettive: almeno in Occidente, l’opinione che si possa essere sconfinatamente intraprendenti rispetto alle strutture della natura fisica (insomma, che non si possano mettere limiti ai progressi della tecnica) si intreccia con l’opinione che si debba essere umilmente rassegnati rispetto ad alcune costanti della storia umana (come la prevalenza dei forti sui deboli o degli arricchiti sugli impoveriti).

La prima opinione, per quanto diffusa e radicata fra la gente, viene contestata da intellettuali di varia estrazione ideologica. Anche se con scarse conseguenze politico-operative, pullulano da decenni le critiche ad essa: pure nelle scuole primarie, ormai, i bambini rilanciano l’allarme per un andazzo in cui la tecnica ha cessato d’essere un insieme di “mezzi” per diventare essa stessa un “fine” indiscutibile (nonostante gli spaventosi costi umani, animali e ambientali). L’ecologia è diventata una scienza e, in non pochi casi, una moda.

Invece, sulla seconda opinione, sembra regnare una unanimità pressoché totale di consensi: ingiustizie strutturali e scontri bellici sono inevitabili e illudersi che possano essere estromessi dalla storia degli umani equivale a sognare ad occhi aperti. L’indignazione per i mali della storia va perdonata solo agli adolescenti: quando si diventa adulti, bisognerebbe abbassare l’asticella e accontentarsi di piccoli ritocchi.

 

La perdita della differenza assiologica

Le ragioni di questa epidemia di rassegnazione ai mali del mondo (storico-sociale) sono molteplici e mi riterrei fortunato se riuscissi in poche pagine ad individuarne almeno una: la perdita della differenza assiologica (o di valutazione etica). La prima condizione della rivolta verso lo stato di cose esistenti è l’indignazione, lo sdegno, la ripulsa viscerale: un sentimento che può scattare quando considero ‘buona’ una situazione e ‘cattiva’ un’altra. Ma la patologia antropologica su cui stiamo riflettendo si manifesta proprio come tendenza alla in-differenza: accettiamo i mali perché sempre più raramente li sappiamo nominare come tali differenziandoli da ciò che male non è. Ci manca un punto di vista altro, ed ‘alto’, da cui guardare (e giudicare) il corso degli eventi: un criterio, un metro, un “centro di gravità permanente” (Franco Battiato).

Nella seconda metà del XX secolo (ho compiuto diciotto anni nel 1968) la postura conservatrice era tipica degli esponenti più egoisti dei ceti privilegiati. Con stupore non privo di amarezza mi avvio a lasciare questa Terra constatando che non solo per quelle fasce sociali, ma per l’opinione pubblica in generale, non c’è alternativa all’accettazione dell’ “eterno ritorno dell’uguale” (in senso riduttivo rispetto alla portata cosmica di Nietzsche). Tanto per i ricchi quanto per i poveri, la discrepanza fra ricchi e poveri è “naturale”, c’è sempre stata e sempre ci sarà: così ha deciso una Natura impersonale o un Dio personale. Similmente da sempre e per sempre sarà la guerra a rivelare chi è fisicamente (e tecnologicamente) più forte, dunque meritevole di dettare legge sul pianeta, e chi è fisicamente (e tecnologicamente) più debole, dunque meritevole di obbedire ai comandi senza obiettare.

Davvero siamo rassegnati alla indifferenza pratica come riflesso, ed effetto, di uno sguardo sul mondo così livellatore da non vedere nessuna differenza meritevole di attenzione (in alcuni casi di denunzia, in altri di cura)?

La filosofa Roberta De Monticelli già una decina di anni fa ha tracciato un quadro tanto sconfortante quanto (a mio sommesso avviso) veritiero:

 

“alla parola ‘normalità’, nel suo uso corrente, non è rimasta più neppure una traccia di quello tra i suoi significati che discendeva direttamente dalla parola ‘norma’. Normale è ciò che si fa, in particolare contro le norme. Normali sono gli abusi e i soprusi, i condoni e i perdoni, gli annunci e le smentite, far promesse e non mantenerle, trafficare con le mafie e governare, la illimitata corruzione e l’infinita impunità, evadere o eludere le tasse e potersene vantare, esaltare la concorrenza e truccare le gare d’appalto, lodare la meritocrazia e promuovere soltanto parenti o propri allievi, proclamare la pari importanza di ciascun militante ed espellere i dissidenti, sedere in un Parlamento illegittimamente eletto (secondo una Corte costituzionale) e riformare la Costituzione, prendere voti con un programma e governare con quello opposto, esaltare la bellezza nel marketing turistico e distruggerla a furia di incuria e di cemento…E si potrebbe continuare a lungo con ciò che non dovrebbe essere ma è”[1].

 

A risultare sconfortante non è solo la constatazione che, dietro ogni citata abnormità spacciata per ‘normale’, si riconoscono facilmente personaggi e partiti politici della Prima come della Seconda Repubblica, sia di Destra che di Sinistra e di Centro, ma ancor di più l’assuefazione generalizzata dell’elettorato a questo sconcio sistemico.  Per reagire a una situazione di fatto occorrerebbe avere in mente ciò che essa dovrebbe essere di diritto: ma è proprio questa differenza assiologica che si è dissolta. Ciò che registriamo è

 

“l’appiattimento del dover essere sull’essere, del valore sul fatto, della norma sulla pratica comune anche se abnorme, e in definitiva del diritto sul potere”[2].

 

La (difficile) apologia della differenza assiologica

Come uscire, ammesso che sia possibile, da questa dittatura dell’equivalenza?

Le scorciatoie sono note. E nessuna, dal mio punto di vista, auspicabile. Infatti non mancano, tra i pochi che ancora sono capaci di protesta, i fautori di soluzioni autoritarie basate sulla delega a un’istanza superiore indiscutibile del diritto/dovere di stabilire la ‘giusta’ scala di valori. Una chiesa o un partito o un guru determineranno, con la tranquilla sicurezza di chi si sa infallibile, ciò che è vero e ciò che è falso, ciò che è sano e ciò che è malato, ciò che è lecito e ciò che è vietato, ciò che è bello e ciò che è brutto: insomma ciò che vale e ciò che non vale (o vale di meno nella scala dei valori in un determinato settore).

L’unica via di fuga praticabile è molto meno rapida perché attraversa la fatica della ricerca collettiva, del confronto fra soggetti di varia competenza ma uguale diritto di parola, del dibattito pubblico fra opinioni anche opposte (purché suffragate da qualche dato e da qualche argomentazione). Ma affinché questa attività sia sensata è indispensabile accordarci su alcuni fini e su alcuni metodi.

Quando si nuota si trascorre la maggior parte del tempo con il viso sott’acqua e solo raramente, per pochi secondi, lo si solleva per introiettare un po’ d’aria. Qualcosa del genere capita a noi tutti rispetto alla vita sociale: vi siamo immersi, ci lasciamo trasportare dalle correnti maggioritarie, difficilmente proviamo a dare un colpo di reni che ci consenta di elevarci e di guadagnare una prospettiva più ampia sul contesto. Per farlo, servirebbe  – fuor di metafora – uno scatto di anticonformismo che ci facesse guadagnare un punto di vista ‘trascendente’ rispetto alla media statistica: che ci consentisse, insomma, una distanza critica.

Ma riteniamo che noi mortali ne abbiamo gli strumenti e, prima ancora, il diritto morale? Chi siamo noi per erigerci a giudici dei modi di pensare, di sentire, di agire della stragrande maggioranza dei nostri simili per i quali il senso della vita è limitato alla ricerca di potere, denaro e piaceri? In nome di cosa possiamo affermare che non tutti i sistemi etici, politici, sociali, economici sono equivalenti? Quando qualcuno di noi ardisce dissentire dalla ‘normalità’ statistica, sociologica, in nome di un ‘ideale’  - o, se si vuole, di una differente ‘idea’ di uomo, di società, di storia - viene bollato con l’epiteto di “idealista”.  Quando si vuole risultare un po’ più raffinati intellettualmente, si preferisce l’epiteto di “utopista”. Ma sono accuse che funzionano solo se restano nel vago perché, a un esame più analitico, si sfarinano.

Che significa, infatti, essere ‘tecnicamente’ idealisti? Schematizzando si potrebbe rispondere: concordare con Platone (idealismo greco) o con Hegel (idealismo moderno). Ma si può essere apologeti della differenza assiologica fra due modelli di mondo – il mondo immaginato da noi creativamente e il mondo in cui ci troviamo immersi per eredità  - anche senza ritenere con Platone che il nostro modello goda, eternamente, da sempre e per sempre, di una consistenza ontologica assoluta in una dimensione invisibile ai sensi. Ancor meglio si può difendere la differenza assiologica se si dissente dalla convinzione hegeliana che il nostro modello ‘ideale’ (“razionale”) o si squaderni sotto i nostri occhi in quanto coinciderebbe con il mondo sinora effettivamente configuratosi (“reale”) o, secondo altre interpretazioni (H. Marcuse), sia destinato necessariamente a realizzarsi.

Anche l’epiteto di ‘utopista’ vale sino a quando per utopia s’intenda una visione della società irrealizzabile, ma si sgonfia non appena si scopra che una società utopica è una società che non è (oggi) in alcun luogo, ma che potrebbe trovarne (domani) uno: una società non realizzata sino ad ora, ma non necessariamente irrealizzabile in futuro. Può anche darsi che un ideale utopico non si possa attuare al 100 % : anche in questa ipotesi potrebbe funzionare da faro verso cui procedere gradualmente, se pur asintoticamente. E’ ormai celebre la tesi dell’uruguayano Eduardo Galeano: ““L'utopia è là all'orizzonte. Mi avvicino di due passi, e lei si allontana di due passi. Cammino dieci passi e l'orizzonte si sposta di dieci passi. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve allora l'utopia? Serve a questo: a camminare”.

Comunque, anche se non è difficile smontare le accuse di ‘idealismo’ e di ‘utopismo’, difendere la necessità di una differenza assiologica fra come va il mondo e come potrebbe andare se andasse meglio è un’impresa immane. Come nota anche la De Monticelli, proprio la corporazione dei filosofi, cui spetterebbe tale compito, da due secoli e mezzo  rema prevalentemente in direzione contraria: la filosofa elenca una serie di autori influenti (da Nietzsche a scendere verso contemporanei che evito di citare per non soddisfare il desiderio di celebrità che li rode intimamente) per i quali essere realisti significa non soltanto riconoscere, nominare e qualificare l’esistente per ciò che è, ma anche rassegnarvisi stoicamente – quando non cinicamente – rinunziando a ogni “iniezione di idealità nei fondamenti della politica”[3].

Non è questa la sede per esaminare, se e in che misura, l’approccio fenomenologico possa costituire – come sostiene la stessa De Monticelli – un sentiero per sfuggire al relativismo livellatore. Mi limito dunque a segnalare l’urgenza di cercare insieme tale sentiero, non prima di aver destrutturato – per facilitare la ricerca – due luoghi comuni depistanti.

Il primo: sono ormai decenni che si ripete il ritornello “Tutte le idee meritano rispetto”. Apparentemente sembrerebbe un principio nobilissimo, ma chi lo proclama si rende conto di esprimere una dichiarazione di scetticismo sconfinato? Si rende conto che sta sostenendo che le idee naziste o staliniste meritano di essere considerate alla stregua delle idee democratiche o nonviolente?  Costui o costei, molto probabilmente, intende affermare una tesi ben diversa (questa sì nobilissima!): “Tutte le persone che esprimono idee, quali che siano, meritano rispetto”.

Il secondo luogo comune, che ritengo almeno altrettanto pernicioso, è sintetizzato nell’appello a “Non giudicare!”. Ma “non giudicare” le persone o i comportamenti delle persone? I mafiosi o la mafia? Il divieto (doveroso) di giudicare i soggetti confligge con il diritto, anzi l’obbligo (altrettanto doveroso, sia dal punto di vista intellettuale che civile) di giudicare i modi di vivere, di agire e di reagire, dei soggetti alle soglie della cui coscienza ci fermiamo rispettosi? Davvero dal condannare, in blocco, i ‘peccatori’ e i ‘peccati’ dobbiamo passare ad accettare come in-differenti sia i ‘peccatori’ che i ‘peccati’?

Dopo decenni di “Questa o quella per me pari sono” (secondo la celebre strofa del Rigoletto di Giuseppe Verdi) riferita non più alle donne ma alle idee, alle dottrine morali, alle teorie etico-politiche, ci stupiamo che la gente non si occupi più di politica? Se la scelta alle urne è tra proposte poco differenti, aventi in comune la rinunzia a differire dalla “tavola di valori” (antropocentrici, predatori, violenti) più diffusa sul pianeta, l’unica differenza resta fra le facce dei leader delle varie formazioni partitiche: ma a chi dovrebbe interessare tifare per questo o quel leader, se non ai fanatici o agli opportunisti?

 

Augusto Cavadi

 

 

 

 

 

Versione originaria su Le nuove frontiere della scuola, anno XXII, n. 69 (novembre 2025).



[1] R. De Monticelli, Al di qua del bene e del male. Per una teoria dei valori, Einaudi, Torino 2015, p. 17.

[2] Ivi.

[3] Ivi, p. 65.

3 commenti:

Alberto Genovese ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Alberto Genovese ha detto...

Lasciate che un cinico sia colpito per una volta dal male che col suo cinismo ha inflitto agli altri. Lasciate che un violento sia atterrato esso stesso dalla violenza di un violento. Lasciate che un dirigente d'azienda sia d'improvviso licenziato e ridotto sul lastrico. Lasciate che un uomo di potere si ritrovi solo, esiliato, ignorato. Immaginate che questo avvenga, e vedrete come vissuta sulla propria carne, trapassata nell'umiliazione, incarnata nell'impensata disperazione, la visione delle cose - che fu opposta per il cinico, il capitalista, il potente, il violento - muterà di colpo. L'indifferenza ai mali sociali è la rinuncia a immaginare le vite dei soccombenti e il naufragio di sé stessi. Questo o quello per me pari sono, certo, sino a quando questo o quello non sarò io agli occhi di un altro. "Nessuno resta indietro" dovrebbe essere il motto e il programma "mistico" del cittadino: mistico, perché solo sollevandosi misticamente dalla realtà se ne può cogliere tutta la bellezza, che non ha ragioni migliori di altre ragioni per affermarsi come ciò che è il giusto dell'umano.

Bruno Vergani ha detto...


Caro Augusto,
mi sembra innegabile che esista una realtà naturale necessaria che ci precede ed eccede; ma mi pare altrettanto innegabile che nel nostro mondo vi siano mali e ingiustizie che esigono risposte urgenti. Con chi ci è prossimo possiamo fare qualcosa, anche solo nel “minimo sindacale” di evitare sofferenze inutili: poiché a me non piace soffrire, penso sia ragionevole ritenere un bene che, per quanto possibile, si soffra meno in generale. Se si ammala un figlio, desidero che venga curato al meglio; e trovo giusto che lo stesso desiderio possa realizzarsi per un padre del Ciad. Credo anche che ognuno agisca secondo la propria natura: c’è chi è più portato alla riflessione e chi al militare, chi milita riflettendo e chi riflette militando. Personalmente tendo a distinguere due ambiti e ad agire con due registri differenti: da una parte accetto la necessità naturale; dall’altra per quanto possibile reagisco alle ingiustizie umane. Hai però ragione a problematizzare questa dinamica e a segnalarne i rischi. I due ambiti non sono forse così impermeabili come talvolta penso: si compenetrano. È reale il rischio che la contemplazione di un ordine naturale necessario attenui, almeno psicologicamente, la percezione della gravità del male e delle ingiustizie storiche.
Allo stesso tempo, mi pare che anche l’assolutizzazione dell’etica umana — fino a farne un nuovo centro metafisico implicito — comporti rischi non minori. Al momento non vedo soluzione più ragionevole che mantenere nella prassi questo doppio registro, vigilando però costantemente sui suoi possibili slittamenti.