Chi di voi non è ambizioso alzi la mano (metaforicamente) e si prenoti un appuntamento con un bravo psicoterapeuta (realisticamente). Gli altri restino tranquilli e - se mai li assalisse un qualche vago di colpa – lo lascino decantare: infatti ambire a qualcosa è fisiologico. Patologica è piuttosto la condizione di chi non aspira a nulla, neppure a una vita eremitica - senza incarichi e senza beni materiali – per tentare di unirsi in solitudine con il Tutto.
Ascetismo monacale
Per quali motivi storico-culturali, a
detta della Treccani, il vocabolo ambizione, se usato in assoluto (cioè
senza specificare se sia relativa a un posto di lavoro o a un titolo di studio)
debba intendersi in senso deplorevole (“desiderio di potere, di onori, di
grandezza; vanità, orgoglio smisurato”), mi sfugge. Ho il sospetto che venti
secoli di ascetismo cristiano – anzi, se diamo retta a Max Weber, cattolico –
abbiano inciso parecchio: giusta, ammirevole, da imitare non è più la persona
che sposa un progetto e riesce a concretizzarlo per il bene proprio e della
comunità (come nell’ebraismo o nella tradizione greco-romana), ma colei che si
sottrae, si rende invisibile, opera lo stretto indispensabile per non pesare su
qualcun altro. Meglio ancora se “fugge dal mondo” in qualche forma di
auto-seppellimento anticipato, ad esempio sulla sommità di una colonna (sede
prediletta degli “stiliti”), nell’oscurità di una grotta (come alcune donne di
cui la leggendaria Rosalia panormita è simbolo) o di un monastero di clausura
dalle mura invalicabili (come Eloisa o la Monaca di Monza). Sino al Concilio
Vaticano II (1962 – 1965) il prototipo cattolico della santità esemplare è
stata la persona che – professando i “voti” – ha rinunziato alla propria
autodeterminazione (obbedienza), alla propria pulsione
affettivo-sessuale (castità) e alla gestione dei beni materiali (povertà):
il/la fedele sposato/a non era escluso
dalla possibilità di “santificarsi” ma nella misura in cui, pur restando
“laico”, si avvicinasse all’ideale della “consacrazione religiosa”.
La santa ambizione di Thomas More
In un aureo libretto degli anni Sessanta
del secolo scorso il giovane Hans Küng contribuì alla radicale revisione di
questa impostazione medievale evidenziando come personaggi quali Tommaso Moro
avevano raggiunto livelli elevati di testimonianza evangelica pur vivendo
un’esistenza per così dire ‘opposta’ rispetto a monaci e frati: occupando una
poltrona apicale nell’organizzazione politica del tempo (Gran Cancelliere);
mettendo su una famiglia in cui alle figlie venivano offerte le stesse
possibilità di istruzione dei maschi; amministrando un patrimonio di terreni e
aziende ereditato e ampliato con saggezza. Ma le minacce di Enrico VIII diedero
al suddito inglese la possibilità di dimostrare che egli possedeva tanti generi
di ricchezze senza esserne posseduto[1].
Potremmo dire che ha dato prova di essere non ‘poco’ ma ‘molto’ ambizioso: ha
aspirato a ciò che il “mondo” può offrire, ma non si è limitato all’orizzonte
materiale. Affrontando un’ingiusta condanna a morte ha dimostrato di ambire
a traguardi ulteriori: la libertà di coscienza, la dignità di chi non si piega
ai ricatti dei potenti, la superiorità morale (anche agli occhi dei posteri)
della vittima inerme sul carnefice armato. In linea con l’epicureismo cristiano
del De voluptate di Lorenzo Valla ha dato prova eloquente di non volersi
limitare ai piaceri mondani, ma di aspirare anche ai piaceri eterni[2].
Una vox media
Allora sarebbe auspicabile che, anche nel
linguaggio corrente, il termine ambitio fosse considerato (ad esempio
come il latino fortuna) una vox media che di per sé non ha
valenza positiva né negativa, ma acquista l’una o l’altra a seconda
dell’aggettivo che la qualifica (bona o mala fortuna). Che quel
signore o quella ragazza siano ambiziosi dovrebbe significare esclusivamente
che ambiscono a un ruolo, desiderano un obiettivo, perseguono un traguardo: l’ambizione
andrebbe intesa nell’accezione semantica dispregiativa solo se si trattasse di
ruoli, obiettivi, traguardi dannosi a sé o ad altri o fossero ricercati
con metodi disonesti o fossero anteposti a ruoli, obiettivi,
traguardi più meritevoli. Parafrasando sant’Agostino, l’ambizione dovrebbe
essere valutata negativamente solo nei casi in cui si perseguissero mala (cose
cattive), mali (da cattivi soggetti), male (in una scala di
valori sballata).
Un ‘peccato’ poco condannato: il difetto
di ambizione
Senza ambizioni si sta immobili, con il
rischio di appassire sterilmente. Ci sono mete a cui si ha il diritto di non
mirare (la maggior parte degli insegnanti preparati e appassionati non aspirano
a diventare dirigenti scolastici); altre che si ha il dovere di perseguire
(vincendo la comprensibile tendenza a restare nel proprio orticello, a evitare
i conflitti personali e sociali, a rinunziare a contribuire in una direzione o
in un’altra al corso della storia). Nell’opinione comune, invece, non è così.
Ammiriamo chi ottiene ambiti ruoli di
protagonista in politica o nelle arti o altrove e condanniamo chi vi ambisce
presuntuosamente senza averne le doti necessarie: giusto! Ma non condanniamo – anzi, guardiamo con
benevola solidarietà (quando addirittura non ne esaltiamo l’umiltà) - chi, pur avendo le capacità e le
opportunità per impegnarsi, resta rincantucciato nella sua tana.
Invece nel vangelo il “padrone” redarguisce con decisione il “servo” che, per pavidità, ha seppellito i “talenti” affidatigli invece di “investirli” per farli fruttare (Matteo 25, 14 – 30); Dante ritiene indegni perfino dell’inferno gli “ignavi” incapaci di fare bene ma anche di fare male; ed Edgar Lee Masters, nella sua Spoon River Anthology, fa confessare al suo personaggio George Gray di aver rinunziato sin dalla nascita a vivere dal momento che “l’ambizione mi chiamò ma io temetti gli imprevisti”. Chi ha agito efficacemente – sino a sacrificare la vita – per rendere meno orribile la vita sulla Terra, come Martin Luther King, non si stancava di ribadire che, più dei malvagi, egli temesse i “buoni”: è proprio non avendo ambizioni, progetti, ideali che essi – con l’inettitudine degli ebeti che per giunta si ritengono furbi - contribuiscono al mare di ingiustizie e di sofferenze in cui tutti gli esseri senzienti siamo immersi. La maggior parte degli esseri umani segue il buon senso, evita prudentemente gli eccessi, si conforma ai desideri ragionevoli della normalità statistica. Ma ogni tanto qualche tipo un po’ strambo infrange la routine rassicurante: si mette a sognare ad occhi aperti, suscita riprovazione o derisione, insegue mete a cui nessuno aspira. E fa compiere all’umanità qualche passo in avanti.
Augusto Cavadi
“Le nuove frontiere della scuola”
2026, n. 70
[1] Cfr. H. Kűng, Libertà
nel mondo, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2014.
[2] Nella monografia Tommaso
Moro. Umanista e martire (Jaca Book, Milano 1985) Louis Bouyer cita
dichiarazioni attribuite a Moro (cfr. pp. 79 – 81) che lo ricollegherebbero
nella vecchia prospettiva medievale del “laico” come creatura “infelice” se
confrontato con il fedele che, consacratosi con i voti religiosi, sarebbe più
degno della misericordia divina. Il suo amico fraterno Erasmo da Rotterdam
spiegherebbe – e in un certo senso giustificherebbe – la decisione di Moro di
rinunziare alla vita monastica con una delle sue formule ironiche e calzanti: “preferendo
essere un marito casto che un prete dissoluto” (ivi, p. 32). Per intendere
correttamente la frase erasmiana bisogna sapere che – differentemente dalla
semantizzazione comune – nel vocabolario della teologia morale cattolica la
castità è la virtù della pratica temperante della dimensione sessuale e
genitale: il che implica l’astinenza totale dai rapporti sessuali e genitali
per i consacrati (monaci e monache, frati e suore, preti), ma non per gli
sposati (tanto è vero che il ‘casto’ Moro ha contribuito attivamente alla
procreazione in pochi anni di matrimonio di tre figlie femmine e un quarto
maschietto che “aveva spinto nella tomba con il suo travagliato ingresso in
quel mondo” [p. 16] “la fragile e timida” [p. 15] madre).
6 commenti:
Caro Augusto, condivido in toto la tua argomentata riflessione sull'ambizione!
Grazie Augusto, c'è bisogno di sovvertire le banalità. Credo che il tuo discorso meriti di avere un seguito perché la casistica che può presentarsi sotto i nostri occhi è ampia.
Il nucleo centrale del tuo discorso credo che sia: guai a non essere ambiziosi, dove essere ambiziosi è il contrario di essere immobili, consegnati all'ich et nunc, acritici. L'ambiguità sta nel fatto che di solito parlare di ambizione nel nostro mondo significa cercare il potere secondo un sistema di valori che ci vuole dominanti nel confronto con gli altri; se gli altri non sono ambiziosi meglio per noi, tanti concorrenti in meno!
Tornando alla casistica mi viene in mente il caso di chi esprime un tipo di ambizione che non ha visibilità. Chi si applica a costruire i piani di un edificio certamente ha una ambizione visibile, ma anche chi si applica a costruire le fondamenta di quello stesso edificio ha un' ambizione anche se a lungo non si vede niente di quello che fa.
Se questo è vero, chi può dire se una persona è ambiziosa o non lo è? Si può essere ambiziosi nel proprio cuore ed esprimere questa aspirazione nel silenzio e nella meditazione; sappiamo quanto movimento possono provocare queste pratiche. Insomma non è facile, oggettivamente parlando, capire se siamo o non siamo in presenza di un comportamento ambizioso.
Oserei dire, anche se ho sempre paura della retorica, che un'ambizione giusta è quella che ci fa mettere dei mattoncini in direzione della pace, o dell'amore. In questo senso credo di avere una ambizione sfrenata.
Caro Augusto, grazie di queste argomentate considerazioni sull'ambizione, che a me richiamano gli equivoci sulla virtù cardinale della prudenza.
Personalmente ho sempre creduto e cercato di applicare il bellissimo pensiero di don Lorenzo Milani: Fai strada ai poveri senza farti strada. Su questo monito ho impostato il mio impegno nel sociale.
Non essere sordi ai dolori e ai mali del mondo, sopratutto non esserne complici in alcun modo, neppure con passività e silenzi, è un progetto ambizioso...
Non vi è dubbio che senza ambizione personale che generi iniziativa, molte esistenze resterebbero inespresse e molte trasformazioni non avverrebbero, ma non assolutizzerei. Si può sciupare la vita quando, per paura, non ci si muove, ma anche quando non sappiamo fermarci e scambiamo l’inquietudine per vitalità. Si parla molto di comfort zone, quasi sempre come di un difetto: è più facile che un educatore dica all’allievo “esci dalla tua comfort zone” piuttosto che “riconosci dove sei a casa”. Questo forse perché nella nostra cultura il compiuto è sempre l’esito di un fare, mai un inizio che basta a sé, come per alcune concezioni orientali.
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