La ricerca dell’etimologia di “concreto” riserva, a chi come me non è filologo, una leggera sorpresa: infatti l’aggettivo (da cui il sostantivo “concretezza”) deriva dalla radice “cresco” e significa “con-cresciuto”, cresciuto sino al punto che le parti originarie si sono amalgamate, solidificate. In base a questo etimo ogni “cosa” che passa dalla potenza all’atto, dall’indeterminatezza alla configurazione determinata, può essere qualificata come “concreta”: dunque non esclusivamente, come invece poi è invalso nell’uso linguistico comune, una realtà materiale. Concreta la quercia sviluppatasi dalla ghianda, concreto il tavolo assembrato dal falegname; ma perché non anche una poesia di Leopardi o un’equazione di Einstein?
Queste
considerazioni, a prima vista peregrine e oziose, non sono senza conseguenze
sul piano esistenziale. Viviamo immersi in un orizzonte prevalentemente
positivistico, se non schiettamente materialistico: ciò che conta è ciò che si
vede, si tocca, si compra e si vende. Se una persona ha trascorso qualche ora a
leggere o a scrivere, a riflettere su una questione politica o ad ascoltare un
brano musicale, a contemplare un quadro o a giocare con il gattino, si espone
alla curiosità del congiunto o dell’amica: «Ma di concreto non hai fatto nulla,
allora?». Ci si può, legittimamente, giustificare appellandosi al sacrosanto
diritto di non dover vivere l’intera vita in funzione dell’utile, della
produzione e dello scambio. Ma ho il sospetto che la filologia ci
autorizzerebbe a dare una risposta più radicale che metta in questione la
formulazione della domanda-obiezione: «Tutto ciò a cui mi sono dedicato in
queste ore è stato contrassegnato da concretezza. Infatti in me sono con-cresciute
emozioni e nozioni, hanno preso corpo intuizioni e ragionamenti, mi si
sono delineate nella mente nuove prospettive sul mondo che hanno
occupato lo spazio reso libero dalla dissoluzione di vecchi pregiudizi; ho maturato
alcune decisioni che rimandavo da tempo e si sono configurate le linee
portanti di progetti cui non avevo mai pensato. Non ritengo di essere stato
meno “concreto” che nelle ore in cui ho lavato piatti, acquistato vestiti o
curato i miei pazienti. Anzi, per dirla tutta, attraverso queste operazioni
“concrete” sono convinto di essere “con-cresciuto” anch’io».
Possiamo
dunque continuare ad affermare che una teoria incompleta è rimasta “astratta”, così
come è rimasta tale un’azione compiuta a metà: ma, se completata, una teoria può
dirsi “concreta” non meno di un’azione portata a compimento.
L’astrattezza
di ciò che chiamiamo “concreto”
A
dispetto del pragmatismo imperante, alla concretezza più concreta – alla “con-crescita”
più compiuta – ci si avvicina quando idee abbastanza concrete entrano in
circolo virtuoso con azioni abbastanza concrete. Quando, per dirla con
Emanuel Mounier, si pensa la propria vita e si vive il proprio pensiero. Infatti
– in generale, a parte casi eccezionali – l’esperienza ci attesta che azioni
incomplete scaturiscono da teorie incomplete come azioni adeguatamente
realizzate (giunte a “concretezza”) zampillano da teorie adeguatamente
articolate (giunte ad altrettanta “concretezza”). Un mio docente di filosofia
morale all’Università di Palermo, il gesuita Alberto Di Giovanni, amava
ripetere, come un mantra, che nelle cose pratiche di somma importanza nulla è
più pratico di una buona teoria. Potremmo parafrasare: nelle azioni concrete di
somma importanza nulla è più necessario di una concreta teoria.
Nella
memoria collettiva della mia generazione è incisa la frase di un personaggio
del film Ecce Bombo di Nanni Moretti, della ragazza che - interrogata su
come sbarchi il lunario - risponde: «Vedo gente, faccio cose…». Il trionfo
della vaghezza, della indeterminatezza, della “astrattezza” senza dubbio:
l’inconcludenza pratica come riflesso ed effetto di confusione mentale. Ma se
fosse stata una yuppy rampante e avesse risposto: «Opero in Borsa per
conto della mia banca, guadagno almeno trecento dollari al giorno, allevo un
cagnolino e curo il giardino» sarebbe stata, invece, “concreta”? Secondo
l’opinione dominante, sì. Ma sarebbe una risposta precipitosa. Non ogni “fare”
è un “agire” : lo è solo se, e quando, e nella misura in cui, contribuisce alla
crescita dell’ “essere” dell’agente. Infatti lavorare in Borsa, guadagnare
soldi, allevare animali e coltivare piante sono azioni “concrete” solo in
quanto contribuiscono a plasmare la personalità, a forgiare la soggettività, a
scolpire un’identità: e non è detto che ciò avvenga sempre in maniera
soddisfacente. Infatti se la stessa persona di successo secondo i parametri
della società capitalistica non fosse in grado di manifestare, neppure se
richiesta, opinioni sull’arte, sulla politica, sulla religione; se non
mostrasse consapevolezza delle sue emozioni, dei suoi sentimenti, dei suoi
affetti; se non fosse capace di metabolizzare gioie e dolori “con-crescendo” in
saggezza e solidarietà operativa, la sua esistenza sarebbe altrettanto
incompleta, “astratta”, priva di “concretezza”, del personaggio morettiano che
vedeva gente e faceva cose.
“Concreto”
come massimamente reale
Da
questi brevi cenni si ricava che per tutti i parlanti “concreto” è sinonimo di
“reale”. Proprio per questo, però, per capire cosa un interlocutore intenda per
“concreto”, in ogni contesto va decifrata la sua nozione di realtà. Può
sembrare agevole, ma non lo è.
Infatti
i vocabolari della lingua italiana danno per ovvio che reale è ciò che è materiale,
il cui contrario sarebbe ideale. Può darsi che sia così; può darsi che
ciò che non è materiale (e dunque è solo ideale) sia irreale, ma di certo non è
l’unica convinzione possibile. Per matematici come Bertrand Russell, ad
esempio, i numeri aritmetici godono di una realtà in sé pur appartenendo a una
dimensione che non è materiale: essi sono “scoperti”, non “inventati” dalle
menti umane. Platone addirittura pensava
che i numeri, come altre entità quali la giustizia o la bellezza, fossero non
solo reali, ma sommamente reali: più reali della realtà fenomenica, in
un certo senso i soli veramente reali. Il termine che, per equivoca
translitterazione, in italiano suona “idee” designa per lui (come per i
platonici dei ventiquattro secoli successivi) essenze, modelli, prototipi degli
enti empirici che ne mutuerebbero solo parzialmente e deficitariamente la
consistenza ontologica. Si stupirebbe molto se sentisse qualificare come
“concreti” quei dati sensibili, corruttibili, effimeri che non avrebbero
origine se non partecipassero dell’eminentemente “concreto”: di quell’ “ideale”,
accessibile solo agli occhi dell’intelligenza e non a quelli corporei, che
volgarmente viene qualificato come “astratto”.
Il
“concreto” come méta utopica
Se
vogliamo recepire una suggestione hegeliana, senza necessariamente condividerne
l’impianto complessivo, potremmo sostenere che il traguardo dell’evoluzione
umana possa individuarsi nel raggiungimento del “concreto”, o almeno
dell’avvicinamento sia pur asintotico ad esso. Non del “concreto” inteso, comunemente
e banalmente, come l’empirico, il tangibile, il misurabile quantitativamente,
ma del “concreto” inteso come compiutezza, culmine del “con-crescere”, superamento
delle fratture e composizione delle polarità: come sintesi di generale e
particolare, di teoria e pratica. Il filosofo tedesco, capovolgendo il senso
comune, di cui sono comprensibilmente impregnati i dizionari, arriva ad
affermare che il cuore dell’idealismo è in ciò: che ritiene il “finito”
meramente “ideale” (cioè pensabile), ma non “reale” (perché è tale solo
l’Infinito). In altre parole: riteneva, a mio avviso fondatamente, che la
Verità potesse darsi nell’Intero, nella Totalità, ma, a mio avviso
infondatamente, che un sistema concettuale partorito dalla mente umana (nel
caso specifico: dalla sua) potesse comprendere tale Intero, tale Totalità.
Forse, a quasi due secoli da Hegel, siamo propensi piuttosto a condividere la
convinzione shakespeariana che ci siano
più cose in cielo e in terra di quante ne possa contenere la nostra filosofia.
Ma questa consapevolezza, per altro inscritta già nell’origine socratica del
filosofare, non mi sembra un motivo sufficiente per rinunziare a camminare
verso l’Intero: a cercare la sintesi oltre l’analisi, lo sguardo sapienziale
oltre i dettagli, il mosaico oltre le tessere, insomma il “concreto” oltre i
frammenti.
Un riverbero di questa prospettiva nella cultura e in molte pratiche contemporanee lo vedrei nella tensione sempre più diffusa verso l’olismo (dal greco olos= tutto intero). Dalla fisica alla medicina si sottolinea l’imprescindibilità di uno sguardo sinottico che colga l’interdipendenza delle parti: la totalità olistica è più della somma degli elementi. Più “concreto” dell’esame specialistico degli arti o dei polmoni, del cervello o del fegato, sarebbe un approccio complessivo all’interezza psico-fisica dell’organismo, attraverso – e oltre – il punto di vista settoriale dell’ortopedico (che “estrae” mentalmente l’apparato scheletrico facendo “astrazione” da tutto il resto) o dello pneumologo (che “estrae” mentalmente l’apparato respiratorio facendo “astrazione” da tutto il resto). Anche su questo piano operativo il “concreto”, lungi dall’essere il punto di partenza a portata di mano nell’esperienza quotidiana, ci starebbe davanti come méta utopica verso cui procedere.
Augusto
Cavadi
Da "Le nuove frontiere della scuola", n. 72 (ottobre 2026)
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