venerdì 16 ottobre 2026

La concretezza dell’astratto, l’astrattezza del concreto

La ricerca dell’etimologia di “concreto” riserva, a chi come me non è filologo, una leggera sorpresa: infatti l’aggettivo (da cui il sostantivo “concretezza”) deriva dalla radice “cresco” e significa “con-cresciuto”, cresciuto sino al punto che le parti originarie si sono amalgamate, solidificate. In base a questo etimo ogni “cosa” che passa dalla potenza all’atto, dall’indeterminatezza alla configurazione determinata, può essere qualificata come “concreta”: dunque non esclusivamente, come invece poi è invalso nell’uso linguistico comune, una realtà materiale. Concreta la quercia sviluppatasi dalla ghianda, concreto il tavolo assembrato dal falegname; ma perché non anche una poesia di Leopardi o un’equazione di Einstein?

 La concretezza di ciò che chiamiamo “astratto”  

Queste considerazioni, a prima vista peregrine e oziose, non sono senza conseguenze sul piano esistenziale. Viviamo immersi in un orizzonte prevalentemente positivistico, se non schiettamente materialistico: ciò che conta è ciò che si vede, si tocca, si compra e si vende. Se una persona ha trascorso qualche ora a leggere o a scrivere, a riflettere su una questione politica o ad ascoltare un brano musicale, a contemplare un quadro o a giocare con il gattino, si espone alla curiosità del congiunto o dell’amica: «Ma di concreto non hai fatto nulla, allora?». Ci si può, legittimamente, giustificare appellandosi al sacrosanto diritto di non dover vivere l’intera vita in funzione dell’utile, della produzione e dello scambio. Ma ho il sospetto che la filologia ci autorizzerebbe a dare una risposta più radicale che metta in questione la formulazione della domanda-obiezione: «Tutto ciò a cui mi sono dedicato in queste ore è stato contrassegnato da concretezza. Infatti in me sono con-cresciute emozioni e nozioni, hanno preso corpo intuizioni e ragionamenti, mi si sono delineate nella mente nuove prospettive sul mondo che hanno occupato lo spazio reso libero dalla dissoluzione di vecchi pregiudizi; ho maturato alcune decisioni che rimandavo da tempo e si sono configurate le linee portanti di progetti cui non avevo mai pensato. Non ritengo di essere stato meno “concreto” che nelle ore in cui ho lavato piatti, acquistato vestiti o curato i miei pazienti. Anzi, per dirla tutta, attraverso queste operazioni “concrete” sono convinto di essere “con-cresciuto” anch’io». 

Possiamo dunque continuare ad affermare che una teoria incompleta è rimasta “astratta”, così come è rimasta tale un’azione compiuta a metà: ma, se completata, una teoria può dirsi “concreta” non meno di un’azione portata a compimento.

 

L’astrattezza di ciò che chiamiamo “concreto”

A dispetto del pragmatismo imperante, alla concretezza più concreta – alla “con-crescita” più compiuta – ci si avvicina quando idee abbastanza concrete entrano in circolo virtuoso con azioni abbastanza concrete. Quando, per dirla con Emanuel Mounier, si pensa la propria vita e si vive il proprio pensiero. Infatti – in generale, a parte casi eccezionali – l’esperienza ci attesta che azioni incomplete scaturiscono da teorie incomplete come azioni adeguatamente realizzate (giunte a “concretezza”) zampillano da teorie adeguatamente articolate (giunte ad altrettanta “concretezza”). Un mio docente di filosofia morale all’Università di Palermo, il gesuita Alberto Di Giovanni, amava ripetere, come un mantra, che nelle cose pratiche di somma importanza nulla è più pratico di una buona teoria. Potremmo parafrasare: nelle azioni concrete di somma importanza nulla è più necessario di una concreta teoria. 

Nella memoria collettiva della mia generazione è incisa la frase di un personaggio del film Ecce Bombo di Nanni Moretti, della ragazza che - interrogata su come sbarchi il lunario - risponde: «Vedo gente, faccio cose…». Il trionfo della vaghezza, della indeterminatezza, della “astrattezza” senza dubbio: l’inconcludenza pratica come riflesso ed effetto di confusione mentale. Ma se fosse stata una yuppy rampante e avesse risposto: «Opero in Borsa per conto della mia banca, guadagno almeno trecento dollari al giorno, allevo un cagnolino e curo il giardino» sarebbe stata, invece, “concreta”? Secondo l’opinione dominante, sì. Ma sarebbe una risposta precipitosa. Non ogni “fare” è un “agire” : lo è solo se, e quando, e nella misura in cui, contribuisce alla crescita dell’ “essere” dell’agente. Infatti lavorare in Borsa, guadagnare soldi, allevare animali e coltivare piante sono azioni “concrete” solo in quanto contribuiscono a plasmare la personalità, a forgiare la soggettività, a scolpire un’identità: e non è detto che ciò avvenga sempre in maniera soddisfacente. Infatti se la stessa persona di successo secondo i parametri della società capitalistica non fosse in grado di manifestare, neppure se richiesta, opinioni sull’arte, sulla politica, sulla religione; se non mostrasse consapevolezza delle sue emozioni, dei suoi sentimenti, dei suoi affetti; se non fosse capace di metabolizzare gioie e dolori “con-crescendo” in saggezza e solidarietà operativa, la sua esistenza sarebbe altrettanto incompleta, “astratta”, priva di “concretezza”, del personaggio morettiano che vedeva gente e faceva cose.

 

“Concreto” come massimamente reale

Da questi brevi cenni si ricava che per tutti i parlanti “concreto” è sinonimo di “reale”. Proprio per questo, però, per capire cosa un interlocutore intenda per “concreto”, in ogni contesto va decifrata la sua nozione di realtà. Può sembrare agevole, ma non lo è.

Infatti i vocabolari della lingua italiana danno per ovvio che reale è ciò che è materiale, il cui contrario sarebbe ideale. Può darsi che sia così; può darsi che ciò che non è materiale (e dunque è solo ideale) sia irreale, ma di certo non è l’unica convinzione possibile. Per matematici come Bertrand Russell, ad esempio, i numeri aritmetici godono di una realtà in sé pur appartenendo a una dimensione che non è materiale: essi sono “scoperti”, non “inventati” dalle menti umane.  Platone addirittura pensava che i numeri, come altre entità quali la giustizia o la bellezza, fossero non solo reali, ma sommamente reali: più reali della realtà fenomenica, in un certo senso i soli veramente reali. Il termine che, per equivoca translitterazione, in italiano suona “idee” designa per lui (come per i platonici dei ventiquattro secoli successivi) essenze, modelli, prototipi degli enti empirici che ne mutuerebbero solo parzialmente e deficitariamente la consistenza ontologica. Si stupirebbe molto se sentisse qualificare come “concreti” quei dati sensibili, corruttibili, effimeri che non avrebbero origine se non partecipassero dell’eminentemente “concreto”: di quell’ “ideale”, accessibile solo agli occhi dell’intelligenza e non a quelli corporei, che volgarmente viene qualificato come “astratto”.

 

Il “concreto” come méta utopica

Se vogliamo recepire una suggestione hegeliana, senza necessariamente condividerne l’impianto complessivo, potremmo sostenere che il traguardo dell’evoluzione umana possa individuarsi nel raggiungimento del “concreto”, o almeno dell’avvicinamento sia pur asintotico ad esso. Non del “concreto” inteso, comunemente e banalmente, come l’empirico, il tangibile, il misurabile quantitativamente, ma del “concreto” inteso come compiutezza, culmine del “con-crescere”, superamento delle fratture e composizione delle polarità: come sintesi di generale e particolare, di teoria e pratica. Il filosofo tedesco, capovolgendo il senso comune, di cui sono comprensibilmente impregnati i dizionari, arriva ad affermare che il cuore dell’idealismo è in ciò: che ritiene il “finito” meramente “ideale” (cioè pensabile), ma non “reale” (perché è tale solo l’Infinito). In altre parole: riteneva, a mio avviso fondatamente, che la Verità potesse darsi nell’Intero, nella Totalità, ma, a mio avviso infondatamente, che un sistema concettuale partorito dalla mente umana (nel caso specifico: dalla sua) potesse comprendere tale Intero, tale Totalità. Forse, a quasi due secoli da Hegel, siamo propensi piuttosto a condividere la convinzione shakespeariana  che ci siano più cose in cielo e in terra di quante ne possa contenere la nostra filosofia. Ma questa consapevolezza, per altro inscritta già nell’origine socratica del filosofare, non mi sembra un motivo sufficiente per rinunziare a camminare verso l’Intero: a cercare la sintesi oltre l’analisi, lo sguardo sapienziale oltre i dettagli, il mosaico oltre le tessere, insomma il “concreto” oltre i frammenti.

Un riverbero di questa prospettiva nella cultura e in molte pratiche contemporanee lo vedrei nella tensione sempre più diffusa verso l’olismo (dal greco olos= tutto intero). Dalla fisica alla medicina si sottolinea l’imprescindibilità di uno sguardo sinottico che colga l’interdipendenza delle parti: la totalità olistica è più della somma degli elementi. Più “concreto” dell’esame specialistico degli arti o dei polmoni, del cervello o del fegato, sarebbe un approccio complessivo all’interezza psico-fisica dell’organismo, attraverso – e oltre – il punto di vista settoriale dell’ortopedico (che “estrae” mentalmente l’apparato scheletrico facendo “astrazione” da tutto il resto) o dello pneumologo (che “estrae” mentalmente l’apparato respiratorio facendo “astrazione” da tutto il resto). Anche su questo piano operativo il “concreto”, lungi dall’essere il punto di partenza a portata di mano nell’esperienza quotidiana, ci starebbe davanti come méta utopica verso cui procedere.

Augusto Cavadi

Da "Le nuove frontiere della scuola", n. 72 (ottobre 2026)

 

Nessun commento: