giovedì 11 marzo 2010

Ci vediamo a Palermo sabato 13 marzo alle ore 20?


La Scuola di formazione etico-politica “G. Falcone” di Palermo
in collaborazione con il Cesmi (Centro studi di medicina integrata)
organizza
un incontro di riflessione e di discussione
con ALBERTO GIOVANNI BIUSO
sul tema

“Mente e corpo nell’epoca dell’intelligenza artificiale:
un intreccio inestricabile”

L’iniziativa è suggerita dalla pubblicazione dell’ultimo volume di A. G. Biuso:

“La mente temporale. Corpo Mondo Artificio”, Carocci, Roma 2009, pp. 271, euro 27,50.

L’appuntamento è per le ore 20,00 di sabato 13 marzo 2010
presso la nuova sede
della Scuola di formazione etico-politica “G. Falcone”
in via Principe Belmonte 47
(all’altezza della statua di Ignazio Florio).

PS: L’incontro inizierà puntualmente alle ore 20 e si concluderà alle 21,30.

Se qualcuno volesse prolungare la conversazione in trattoria dovrebbe prenotarsi
non più tardi di 48 ore prima
presso Augusto Cavadi (acavadi@alice.it oppure 338.4907853).

martedì 9 marzo 2010

Il “re della Kalsa” si laurea in filosofia. Tesi su Gandhi


“Centonove”
5 . 3. 2010

QUEL FILOSOFO DI UN BOSS

La notizia può risuonare sorprendente, ma solo per chi ha un’idea erronea della mafia: Masino Spadaro, ex “re della Kalsa” di Palermo, ergastolano di 72 anni, si è laureato al carcere di Spoleto. Non solo: si è laureato in filosofia. Non solo: si è laureato in filosofia con una tesi su “La nonviolenza e i fondamenti della religione in Gandhi”.
Se valutata con i parametri abituali - che prevedono l’immagine folcloristica del mafioso come pecoraio corredato da coppola storta e lupara - la notizia si presta a battute ironiche più o meno divertenti: dopo decenni di filosofi che si comportano da mafiosi (qualsiasi studente di un ateneo meridionale può redigere una lunga lista di nomi !), finalmente qualche mafioso che si atteggia a filosofo…Per non sottolineare una nota di attualità: dopo la fine esternazione di Berlusconi (”Strangolerei tutti quelli che scrivono di mafia”), che ha forse dissuaso qualche intellettuale a occuparsi di mafia, non ci resta che rallegrarci se qualche mafioso si occupa di filosofia. Così, almeno, abbiamo qualche speranza che non si spezzi definitivamente ogni dialogo fra mondo della cultura e mondo della criminalità organizzata…

Ma se abbiamo un’idea un po’ più corretta della mafia - quale forma associativa di cui alcuni criminali si servono per acquisire e mantenere ruoli sociali di preminenza - la notizia non può stupirci. Anzi, essa conferma tre o quattro tesi che da molti anni fanno parte del patrimonio comune di quanti studiano il fenomeno con oggettività scientifica.
La prima tesi che mi pare confermata è che il mafioso non è necessariamente di estrazione proletaria né, tanto meno, di intelligenza mediocre. Il sociologo Franchetti, già nell’Ottocento, aveva descritto i mafiosi siciliani come “facinorosi della classe media”: dunque, come tradurranno ai nostri giorni Mario Mineo e Umberto Santino, come criminali o appartenenti alla borghesia o desiderosi di appartenervi. Ma per raggiungere e difendere questa collocazione sociale privilegiata il mafioso deve possedere un discreto grado di istruzione o, almeno, di intelligenza che gli consenta di valutare la competenza dei professionisti, tecnici, consulenti…di cui si circonda. Non è un caso che un erede del patriarca di Riesi, Di Cristina, fosse laureato in legge o che i figli di Riina studiassero, anche durante la latitanza, in scuole di prestigio. Lo stesso don Masino Spadaro ha dato altre volte prove di arguto senso dell’umorismo: per esempio quando, cercando di sfuggire dalla barca strapiena di sigarette di contrabbando ad una retata della Finanza, fu raggiunto ad un tavolino del bar di Villa Igea ancora inzuppato d’acqua (”Sto prendendo un aperitivo. E’ forse vietato dalla legge?”) o quando ebbe a dichiarare ai giudici di essere “l’avvocato Agnelli della Kalsa: do da lavorare ai miei concittadini come la Fiat a Torino”). Ecco perché, quando nel corso di un’intervista radiofonica mi fu chiesto come vestissero i mafiosi e soprattutto che faccia avessero, mi fu spontaneo rispondere con una frase che risultò paradossale: “Vestono come tutti gli altri cittadini, solo un po’ più ricercatamente. Se poi si vuole avere un’idea del loro volto, basta assistere ad una seduta qualsiasi dell’Assemblea regionale siciliana…”.
C’è modo e modo di studiare. Si può usare lo studio come mero strumento di elevazione sociale e di operatività professionale; oppure come risposta a un’esigenza interiore di chiarezza mentale e di orientamento esistenziale. Ci si aspetterebbe che mafiosi e persone del loro giro studiassero solo discipline ‘utili’ (come l’economia aziendale o le tecniche militari o il diritto penale); invece neppure il mafioso rinunzia a coltivare una propria consapevolezza e a ricercare il senso di ciò che vive. Così, gratuitamente: solo perché ha voglia di capire. Ci si dimentica troppo spesso - e qui siamo ad una seconda tesi - che il mafioso, esattamente come il magistrato impegnato in prima linea contro la mafia o come il cittadino ‘medio’ un po’ qualunquista che si illude di poter tenersi equidistante da mafia e antimafia, è prima di tutto una persona umana: nessun reato, nessun merito professionale, nessuna vigliaccheria morale ci definiscono esaurientemente. Ognuno di noi è una donna o un uomo: punto. Poi è anche una donna o un uomo che persegue progetti di predominio o di liberazione, di morte o di cura, di pace o di guerra. Questa la ragione radicale per cui non riesco a stupirmi quando leggo che nel covo di Pietro Aglieri si trovano testi della filosofa tedesca Edith Stein e in quello di Giuseppe Falsone traduzioni dal greco di dialoghi platonici.
Ma quando si comincia a leggere si entra in un mare senza piste prefissate e senza barriere rigide. Ecco perché sarebbe davvero da inesperti supporre che un prete non debba mai leggere Marx o un marxista non debba mai leggere Nietzsche o un mafioso non debba mai leggere Gandhi. In questo caso l’avvocato Carlo Catuogno spiega il titolo della tesi di laurea alla facoltà di Lettere e filosofia di Perugia, prescelto dal suo assistito, come segno di un ravvedimento morale (”Spadaro ha iniziato un percorso che ne ha fatto una persona diversa”); ma anche se questa conversione etica non avesse avuto luogo, perché meravigliarsi? Forse che, se fosse rimasto un protagonista della “industria della violenza”, non avrebbe avuto motivo di studiare la teoria della nonviolenza (esattamente per le stesse ragioni per cui anche quelli che non sono convinti che ogni uomo sia lupo per l’altro uomo possono decidere di approfondire le idee di Hobbes)? Qui mi pare che trovi conferma una terza tesi (non proprio scontata nell’immaginario collettivo): il mondo dei mafiosi è uno spicchio del mondo sociale e, come questo, non si lascia ridurre a letture univoche. E’ un mondo plurimo dove c’è un po’ di tutto: esattamente come nel resto della società. Quando parla un politico o un imprenditore di successo si può separare, con un colpo di spada netto, ciò che viene affermato con convinzione da ciò che si dichiara per secondi fini? Ritengo di no. Per questo anche nelle scelte di un mafioso nessuno - forse neppure lui - sa veramente cosa ci sia di autentico o cosa di falso. Quanto sinceramente è interessato Don Masino a Gandhi? Esattamente quanto Luciano Liggio a Socrate: “Penso che dobbiamo cercare l’equilibrio fra la materialità e la spiritualità che c’è in ognuno di noi. Vivere tutti i momenti in forma integrale, non rinnegando mai il male che c’è in noi e non esaltando mai il bene che c’è in noi. Ho letto Socrate., uno che ammiro perché come me non ha scritto niente. Ho letto i classici. E poi storia, filosofia, pedagogia. Ho letto Dickens, Dostoevskij, Croce. Mi sono occupato per due anni di sociologia. Ma mi ha deluso. Dà la diagnosi dei mali sociali ma non li cura”.

Augusto Cavadi

venerdì 5 marzo 2010

Crisafulli e Capodicasa, Bersani e Bindi: nulla da dichiarare?


“Repubblica - Palermo”
5.3.2010

QUEL PAMPHLET INFUOCATO E LO STRANO SILENZIO DEL PD

Una differenza decisiva fra i conflitti tribali e le battaglie politiche è l’uso della parola pubblica: nella preistoria della democrazia si cerca di eliminare tacitamente l’avversario, nei regimi civili lo si sfida ad argomentare razionalmente le sue scelte. Neppure in Sicilia il confronto aperto, con dati e deduzioni alla mano, costituisce la regola: tranne rare eccezioni, siamo ancora al tempo in cui il quotidiano “L’Ora” elencava accuse gravissime a Salvo Lima e questi opponeva, imperturbabile, il suo muro di silenzio. In questi giorni un noto esponente del PD siciliano, Giuseppe Arnone, sta provando ad attraversare il confine tra la barbarie e la civiltà. Ha infatti pubblicato un libro dal titolo inquietante (Chi ha tradito Pio La Torre?) e dal sottotitolo ancor meno equivoco (Relazione per Bersani e Rosy Bindi sulla questione morale nel PD in Sicilia).
Diciamolo subito: pamphlet come questo possono essere valutati o nel merito o nel metodo. Dal punto di vista del merito, dei contenuti, ritengo che solo i magistrati (per gli aspetti penali) e gli storici (per gli aspetti etici) abbiano le competenze necessarie ad esprimersi. Come cittadino, che osserva e cerca di capire, posso solo avanzare il sospetto che Arnone, quando elenca fatti e nomi, soprattutto a proposito di Mirello Crisafulli e di Angelo Capodicasa, non stia inventando nulla né stia calcando la mano per rappresentare vicende e personaggi a tinte più fosche della realtà.

Ma, ammesso che Arnone dica menzogne o esageri nel raccontare verità storiche, non sarebbe il caso che gli interessati (accusati di gravi scorrettezze “sotto il profilo politico e morale”) rispondessero punto per punto con una propria versione? Al di là del merito di questo libro di denuncia, è il metodo che va attentamente valutato: la scelta di combattere a viso aperto, senza ricorrere a sussurri e pettegolezzi, a congiure di palazzo e colpi di mano. La scelta di appellarsi all’opinione pubblica - in particolare agli elettori di centro-sinistra - trattata non come gregge che deve fidarsi di questo o di quel capopopolo, bensì come pluralità di soggetti pensanti in grado di comportarsi conseguentemente.
L’autore sa benissimo che operazioni così trasparenti, a cui non siamo ancora abituati, sono soggette a critiche di ogni genere (che hanno il pregio di esonerare chi dissente dall’onere della confutazione dettagliata…): soprattutto alla obiezione che “possa danneggiarsi il Partito e che sia necessario, piuttosto, concentrarsi sulla battaglia contro il centrodestra”. Ma sa pure che la strategia di far finta di non vedere può andare bene solo per qualche caso isolato e poco preoccupante: non quando la corruzione in una organizzazione partitica rischia di diventare sistemica (per estensione) e letale (per gravità). “Se il gruppo dirigente nazionale e regionale del PD ritiene di non intervenire per mettere in discussione logiche e presenze come quelle di Crisafulli ad Enna”, o di Capodicasa ad Agrigento, “la gente perbene, la gente libera, tendenzialmente si tiene a distanza di sicurezza e magari, se e quando decide di avvicinarsi, viene prontamente scacciata via. Purtroppo, in politica, la moneta cattiva scaccia via costantemente quella buona”: così Arnone. Se ha torto, Crisafulli e Capodicasa hanno il dovere, oltre che il diritto, di difendersi e di contrattaccare. E la loro reazione sarebbe un contributo ad innalzare il livello di democrazia in Sicilia. Se questa reazione non dovesse registrarsi - e con la stessa dovizia di documenti e di ragionamenti - né la dirigenza nazionale del PD dovesse assumersi le responsabilità conseguenti, la previsione di Arnone troverebbe amara conferma: “non vi sarà nessuno che vorrà avvicinarsi a quel partito con la seria intenzione di rinnovarlo”.

Augusto Cavadi

Ci vediamo a Palermo sabato 6 marzo alle 9,30?


Care amiche e cari amici,
come alcuni di voi già sanno è in atto un processo di bilancio critico (e di rilancio progettuale) dell’associazione di volontariato culturale “Scuola di formazione etico-politica ‘ G. Falcone’ ” di Palermo.
Dopo un primo incontro informale abbiamo pensato di convocare una riunione più ampia di tutti coloro che, a qualsiasi titolo, abbiano voglia e tempo da dedicare alla ripresa delle iniziative di ricerca, di discussione e di divulgazione pubblica che in questi 18 anni la Scuola di formazione etico-politica ha svolto in centinaia di occasioni e mediante tutti gli strumenti di diffusione del pensiero cui ha avuto accesso.
Oltre le adesioni individuali che abbiamo sinora raccolto ce n’è una (di Gabriella Pravatà) a nome un’associazione con cui da qualche anno alcuni di noi collaborano fattivamente (il Cesmi: Centro studi di medicina integrale): ovviamente speriamo che sia solo la prima di una lunga serie di cooperazioni sinergiche con altre realtà associative cittadine e siciliane, dal momento che è tipico della nostra storia intrecciare rapporti di collaborazione con chiunque voglia far crescere la democrazia e la partecipazione civile.
La riunione è convocata in via Principe di Belmonte 47 (all’altezza della piazzetta dove domina la statua di Ignazio Florio), primo ammezzato a destra. Già questa notazione tecnica è una buona notizia: infatti la generosità di Daniela e Luigi Salomone ci ha consentito di avere a disposizione (per la prima volta in 18 anni!) una sede tutta nostra.
Pensiamo di dedicare ad una prima bozza di programmazione delle attività (che saranno modulate secondo varie metodologie in modo da sperimentare più possibilità di comunicare con il grande pubblico, soprattutto ma non esclusivamente giovanile) quattro ore di sabato 6 marzo 2010: dalle 9.30 alle 13.30 (cercheremo, come nel nostro stile, di essere puntuali per rispetto dei tempi degli altri).
Molto probabilmente alcuni di noi, con chi lo desidererà, consumeranno un breve pasto in uno dei locali della zona in modo da poter continuare a conversare (se sarà opportuno) anche qualche ora in più nel dopo-pranzo.
Insieme a Francesco Palazzo (attuale presidente dell’associazione) vi aspettiamo numerosi e, soprattutto, motivati!
Augusto

PS: Genesi, spirito informatore e breve storia della Scuola di formazione etico-politica “G. Falcone” sono raccontati in un mio libretto di cui vi raccomanderei (se possibile e se gradita) la lettura: “Volontariato in crisi? Diagnosi e terapia” (Di Girolamo, Trapani 2002).

NB: Questo invito è estensibile: ci affidiamo al buon senso di chi lo riceve nel selezionare le persone da coinvolgere (per evitare tromboni, perditempo e narcisisti in cerca di platee).

martedì 2 marzo 2010

Ci pensiamo su? I puntata


Su “Il bandolo” (novembre/dicembre 2009, nn. 14/15) ho avviato, a richiesta del Direttore, una “Rubrica” fissa di filosofia pratica per …non filosofi:
Vi riporto la prima puntata qui di seguito.
Sarei felice se qualcuno dei lettori del blog volesse attivare una discussione di ‘filosofia pratica’ con me.
Sono graditi anche gli interventi dei filosofi di professione, ma ancor più di interlocutori professionalmente impegnati in altri settori. O in cerca di prima occupazione…

“IL BANDOLO”
Novembre - Dicembre 2009
nn. 14 / 15

CI PENSIAMO SU
(E ANCHE DA DIETRO)?
rubrica a cura di Augusto Cavadi

Quanta vita avrà questa nuova rubrica che fa oggi capolino in un angolo del “Bandolo”? La risposta è appesa a due incognite. La prima è la longevità del curatore; la seconda - altrettanto imprevedibile - la reattività dei lettori. Infatti il curatore è un “filosofo consulente” e (poiché per fare filosofia - come per fare l’amore - è necessario essere almeno in due) le prossime puntate dipenderanno dalle interlocuzioni critiche di qualche lettore (filosofo di mestiere pure lui o, meglio ancora, non-filosofo).
Ma a che può servire in un periodico una spazio di riflessione? E’ un tocco in più di intellettualismo, di aristocraticità snobistica? Se la “filosofia-in-pratica” fosse la filosofia che si impara a scuola e all’università, sarebbe inevitabilmente così. Ma, dagli inizi degli anni Ottanta, alcuni filosofi europei abbiamo pensato (all’inizio indipendentemente, poi collegandoci in varie maniere tra di noi) che la filosofia scolastica ed accademica non esauriva lo spettro delle possibili modalità di filosofare; che c’era necessità di una filosofia per i non-filosofi; che andava riscoperta la funzione sociale della filosofia (per la verità antica almeno quanto Socrate).

Se avremo pazienza e voglia, puntata dopo puntata scopriremo insieme che cosa possa significare in pratica fare filosofia non ad uso dei futuri professori di filosofia (che, a loro volta, perpetueranno la casta), bensì ad uso delle donne e degli uomini ‘comuni’. E’ infatti molto strano che si studi chimica per inventare nuove medicine (e non certo per creare nuovi chimici) o giurisprudenza per diventare operatori di diritto a servizio della gente (e non certo per creare nuovi giureconsulti), mentre i filosofi non si preoccupano quasi per nulla delle ricadute pubbliche delle loro speculazioni teoretiche (preferendo parlarsi, in filosofese, tra di loro).
Con una battuta, si potrebbe dire che questa rubrica serve per capire la matassa di cui riteniamo di avere il bandolo: fuor di metafora, per capire quali sono le domande dell’uomo della strada a cui l’intellighentia dà - o si illude di dare - risposte. Ma dovremo spiegarci con più agio, e con più chiarezza, man mano che cammineremo insieme. Se qualcuno vuole anticipare un po’ i prossimi passaggi, può intanto cercare in libreria uno di questi tre testi introduttivi alla “Pratica filosofica” : La consulenza filosofica (Xenia, Milano 2007) di Davide Miccione; Consulente filosofico cercasi (Apogeo, Milano 2007) di Neri Pollastri; Filosofia praticata. Su consulenza filosofica e dintorni (Di Girolamo, Trapani 2008) a cura di dieci soci dell’associazione nazionale “Phronesis”. Chi li avrà in mano, ma anche chi preferirà rimandarne ad altri giorni la lettura, potrà anche cominciare ad inviare le sue considerazioni critiche, le sue obiezioni, le sue richieste di chiarimento mediante il blog.