giovedì 14 aprile 2011

Ci vediamo a Trapani venerdì 15 aprile alle 18,30?


Venerdì 15, alle 18.30, presso la Parrocchia di N. S. di Lourdes in v. Virgilio, a Trapani, terrò una conversazione pubblica (ingresso libero) sul tema.

“Il sistema di dominio mafioso: responsabilità della Chiesa cattolica”.

sabato 9 aprile 2011

Ci vediamo a Palermo mercoledì 13 aprile?


Care e cari,
sono davvero felice di comunicarvi che mercoledi 13 aprile alle 18.15
al “Giardino Costa” di viale Lazio (ex verde Terrasi) angolo viale Campania, due esponenti di primissimo piano della psicologia italiana (Franco Di Maria e Girolamo Lo Verso, entrambi docenti dell’Università di Palermo) hanno accettato di discutere con me il libro - che non ho ancora mai presentato in città - “Filosofia di strada. La filosofia-in-pratica e le sue pratiche”
(Di Girolamo, Trapani 2010).
Come alcuni di voi già sanno, in questo volume presento le principali ‘pratiche filosofiche’: la consulenza filosofica, le “vacanze filosofiche”, le “cenette filosofiche”, le “domeniche di chi non ha chiesa”, la “philosophy for children” etc.
Illustro, inoltre, la differenza (non competitiva) fra la filosofia ‘ufficiale’ (delle scuole e delle università) e la filosofia per “non filosofi” (che si pratica in ambienti ‘profani’).
In considerazione della professionalità specifica dei due ospiti, l’incontro di mercoledì si concentrerà soprattutto sul confronto fra consulenza filosofica e psicoterapie.

martedì 5 aprile 2011

I picchetti contro un libro di destra
alla Mondadori di Palermo


“Repubblica – Palermo”
2 marzo 2011

Perché sono intollerabili i picchetti contro un libro

Sulla stampa regionale è passata una notizia apparentemente marginale: la Mondadori di Palermo è stata costretta a rimandare la presentazione di un libro di ‘destra’ per le minacce di sabotaggio avanzate da alcuni gruppetti di ‘sinistra’. Siamo proprio sicuri che si tratti di una notizia poco rilevante?
L’anomalia della situazione italiana attuale sta anche in questo: mentre nelle società democratiche occidentali si va acquisendo crescente consapevolezza della necessità di una grammatica della competizione politica, da noi si calpestano anche quelle poche regole che - dopo la caduta del fascismo, prima, e del sistema socialista sovietico, dopo – sembravano acquisite e condivise. Così che laddove, nei sistemi rappresentativi liberali, chi vuole disattendere la legalità cerca almeno un qualche scudo di ipocrisia, il ventennio craxiano-berlusconiano ci sta assuefacendo alla sfrontatezza della tracotanza: faccio come mi pare e piace e, se hai coraggio, me lo impedisci. Per noi siciliani non è una novità assoluta perché è lo stile mafioso: novità è che questa mentalità e questo linguaggio e questo metodo diventino motivo di orgoglio di partito e di consenso sociale diffuso. Sino al punto che più di metà dei deputati nazionali arrivano pubblicamente a sostenere, con un voto ufficiale, che quando un capo di governo fa pressione su una questura per tirar fuori dai guai una minorenne scapestrata di cui ha comprato più volte i favori sessuali, sta agendo nell’esercizio delle sue funzioni istituzionali e per salvaguardare la pace nel Mediterraneo. Ancora una volta: facciamo come ci pare e piace e, se avete coraggio, ce lo impedite.
Rispetto a questo livello di degrado, solo un’opzione può peggiorare irrimediabilmente il quadro: che anche chi non si riconosce nella cultura della coalizione di maggioranza (quella stessa per cui è normale che un direttore della RAI picchi a colpi di microfono un giornalista di un’altra rete televisiva o che un ministro della Repubblica calpesti violentemente i piedi di un giornalista poco diplomatico) adotti gli stessi sistemi intimidatori. Che anche chi crede di voler difendere i diritti elementari dei cittadini s’illuda di poterlo fare riscoprendo metodi squadristi che speravamo consegnati, ormai, agli archivi più oscuri delle tradizioni politiche (rivoluzionarie e reazionarie) del Novecento.
Per questo ritengo che il libro, così grottescamente censurato (la violenza è sempre ripugnante, ma - quando è rivolta a chi è armato solo di penna – lo è doppiamente), debba essere presentato, grazie alla presenza di esponenti delle forze dell’ordine e, soprattutto, alla condanna morale unanime di quanti, a Palermo, siamo convinti che non si può regalare agli esibizionisti dell’illegalità il favore di abbassarsi al loro vergognoso livello di scontro.

Augusto Cavadi

Quando il parroco fa il comizio anti-sinistre


“Repubblica - Palermo”
25 marzo 2011

La non sottile differenza tra l’omelia e il comizio

Se le parole volano, gli scritti restano. Per questo don Leonardo Ricotta” - parroco a Casteldaccia – ha la santa abitudine di distribuire ai fedeli la trascrizione delle sue omelie più importanti. Come il commento al brano del vangelo di domenica 13 febbraio, un passaggio rilevante del “Discorso sulla montagna” in cui Gesù di Nazareth invita a non odiare i propri nemici, soprattutto quando si è i primi responsabili dei peccati che si rinfacciano loro.
Il buon prete sa che certe prediche rischiano di volare sopra la testa - e dunque anche le orecchie – degli astanti: perciò si è sforzato, anche in questo caso, di essere concreto e di non lesinare le esemplificazioni attuali. “Non odiare mai nessuno, nemmeno Berlusconi. Se Berlusconi è un depravato, come sembra “ – ha assicurato – “ne darà conto a Dio. Ma” – ha poi aggiunto con fine argomentazione teologica - “anche gli uomini della sinistra sfileranno, uno dopo l’altro, nell’aula del Santissimo Tribunale, e il loro fardello è molto pesante. Sono i farisei di cui parla il Vangelo! Da quando portavo i calzoni corti rivendicano certe cose e, quando le raggiungono, le chiamano ‘conquiste sociali’: divorzio, aborto, sesso libero, convivenza, preservativo, pillola del mese prima e pillola del giorno dopo, il diritto alla pillola anche per le minorenni, matrimoni tra omosessuali, ‘orgoglio omosessuale’, ‘il corpo è mio e ne faccio ciò che voglio’, la moglie che non è più moglie ma compagna, laicità, ‘no alle ingerenze del Vaticano’. Negli ultimi quarant’anni hanno predicato l’inferno, hanno avvelenato l’anima di intere generazioni di giovani e ora condannano, in Berlusconi, quell’immoralità che essi hanno insegnato per quarant’anni. Hanno fatto di tutto per sfasciare la famiglia, la sua normalità, e ora si mettono a fare la morale”: “a tanto arriva la depravazione della loro coscienza”.
Come ogni predicatore di classe, anche il parroco del Comune palermitano sa che ogni arringa deve toccare – almeno ogni tanto – l’apice di un anatema: “Farisei, ipocriti, becchini delle anime: come sfuggiranno al fuoco della Geenna?” E sa pure che bisogna avere le antenne per afferrare al volo i riferimenti al contesto immediato. Così, visto che in quella domenica 13 febbraio le principali piazze italiane erano gremite di esponenti del gentil sesso, rivolge anche a loro un pensiero affettuoso: “E che dire di quelle donne che, sconvolte per il caso Ruby, scendono in piazza a difendere la dignità della donna? Non mi facciano ridere! Accompagnano le loro figlie in quella fiera di cavalli che è Miss Italia o alle selezioni del Grande Fratello o delle Veline e le mandano in giro mezze nude. Bella dignità!”.
Prediche come questa lasciano senza parole. Ma un gruppetto di cittadini di Casteldaccia ha trovato la forza di scriverne alcune: “E’ doveroso innanzitutto precisare che l’omelia non dovrebbe essere un attacco a un orientamento politico con l’implicito sostegno all’orientamento opposto perché la liturgia non è la sede per queste manifestazioni; se proprio si vuole parlare di questi problemi, si può convocare un’assemblea parrocchiale per un confronto aperto e leale”. Quanto poi alle accuse strabilianti rivolte alla “sinistra”, gli estensori della lettera aperta obiettano che “alcune scelte legislative che sono maturate negli ultimi decenni sono frutto non solo della sinistra ma di una volontà popolare, anche cattolica, che le ha sostenute e vanno comprese all’interno della laicità dello Stato la quale, senza imporre niente a nessuno, ha il dovere di salvaguardare eventuali orientamenti diversi rispetto alla morale tradizionale”. E aggiungono che don Ricotta non è riuscito ad andare oltre la caricatura della sinistra italiana, mostrando di ignorare i “valori” che essa difende: “La sinistra è l’idea che, se guardi il mondo con gli occhi dei più deboli, puoi fare davvero un mondo migliore per tutti” e che, “se pochi hanno troppo e troppi hanno poco, l’economia non gira perché l’ingiustizia fa male all’economia”. “Chi si ritiene di sinistra, chi si ritiene progressista, compresi coloro che vogliono essere fedeli al Vangelo” – conclude la lettera – “devono tenere vivo il sogno di un mondo in pace, senza odio e senza violenza”, perché “essere di sinistra significa combattere l’aggressività che ci abita dentro: quella del più forte sul più debole, dell’uomo sulla donna, di chi ha potere su chi non ne ha”.

Augusto Cavadi

Adriana Falsone su “101 storie di mafia” di Augusto


“Repubblica - Palermo”
09 marzo 2011 — pagina 14

CENTOUNO STORIE PER CAPIRE LA MAFIA

Una sfilza di aneddoti quasi surreali. Centouno, per la precisione: “101 storie di mafia che non ti hanno mai raccontato” è il nuovo libro della Newton Compton firmato da Augusto Cavadi. Criminali e complici, eroi della legalità e cittadini vittime del fuoco dei mafiosi solo per caso.
Sfogliando il libro, si insinua questa domanda: come riescono cinquemila uomini d’onore a tenere sotto scacco cinque milioni di siciliani? «La vera sconfitta della mafia sarà culturale o non sarà. Sino a quando i mafiosi resteranno convinti di essere persone di valore e sino a quando riusciranno a convincere altri di questa mistificazione, si potranno tagliare frutti e rami della mala pianta, ma le radici resteranno intatte».
Tra verbali, testimonianze ed esperienze personali, Cavadi ripercorre la storia della mafia: Salvatore Carnevale, Placido Rizzotto, Peppino Impastato, Mauro Rostagno, Libero Grassi solo per citarne alcuni. Senza dimenticare le donne che hanno seguito i mariti nelle loro peripezie di boss e latitanti: Ninetta Bagarella, Saveria Palazzolo e Grazia Minniti.
La Sicilia aspra e difficile emerge in tutta la sua crudezza per svelarci le mille sfaccettature di un potere strisciante.
Esemplare l’aneddoto risalente al 1958, che spiega meglio di qualsiasi trattato sociologico l’omertà, cardine della cultura mafiosa: «Sventagliata di colpi, fuga precipitosa per le vie del paese, due donne davanti a un negozio di giocattoli, insieme a una bambina di otto anni, cadono del tutto innocentemente. Il paese intero segue il funerale. Un giovane cronista, colpito da un’anziana donna che piange a dirotto ripetendo “Figghia mia, figghia mia…”, le si accosta per chiederle in che rapporti fosse con le donne ammazzate. La vecchietta guarda un po’ stupita, cerca di ricomporsi e ribatte: “Ma perché, morti ci furono?”».

Quante indagini avrebbero potuto prendere una piega diversa e quanti misfatti sarebbero stati svelati se i “non complici” avessero abbandonato la strada del silenzio.

Cosa nostra riesce ad attrarre la simpatia, o meglio, la complicità della gente, facendo leva sul bisogno di appoggi e di lavoro.

«Colpirne uno serve a educarne cento, specie se per novantanove si tratta solo di rinfrescare lezioni pregresse», scrive Cavadi ricordando una sequela di personaggi siciliani uccisi.

In pochi forse ricordano la figura di Paolo Giaccone, un medico su cui vennero fatte pressioni affinché stilasse una certificazione favorevole a un boss mafioso. Il professionista, uomo di grande coraggio e dignità, rifiutò. Dopo qualche giorno fu assassinato.

Curioso il modo in cui i mafiosi parlano di se stessi e della violenza. Cicoria e Bibbie a parte, non ci si deve stupire quando si scopre che nel covo di Pietro Aglieri si trovavano testi di Edith Stein o che in quelli di Giuseppe Falsone ci fossero i dialoghi platonici.

Per non parlare di don Masino Spadaro, “Il re della Kalsa”, laureato in filosofia a Perugia, mentre si trovava nel carcere di Spoleto, con una tesi su “La non violenzaei fondamenti della religione in Gandhi”.

Il codice d’onore del mafioso prescrive anche rigide regole nella camera da letto: «Ti dicono - racconta un pentito - “tu devi rispettare tua moglie”. Rispettare non si riferisce al rispetto normale. Rispettarla a letto per loro significa: “Non è che devi fare cose che… Perché quello si fa con le pulle, non si fa con le mogli”».

Altrettanto rigide le regole nel campo della religione: «La mafia non è peccato - diceva Guttadauro - Se devi confessarti, scegliti un prete intelligente». C’è da ridere amaramente leggendo il capitoletto “Padri all’antica”, che ripropone un interrogatorio del 1995: «Un pentito della Stidda, Orazio Vella, si confessa: “Facevo parte del gruppo di fuoco di Gela. Ho compiuto il primo delitto a quindici anni. Bruciavo case, mi occupavo di estorsioni e danneggiamenti”. Il presidente della corte lo interrompe per capire come mai la strage di Porto Empedocle fosse stata preceduta da un primo tentativo fallimentare. E il giovane Orazio spiega: “Perché le persone da uccidere si sarebbero incontrate al bar dopo le dieci di sera e io non potevo esserci…

Vede, signor giudice, mio padre è un tipo all’antica e se fossi rincasato tardi mi avrebbe preso a legnate”».
- ADRIANA FALSONE