Il blog di Augusto Cavadi, filosofo-in-pratica di Palermo, con i suoi appuntamenti pubblici in Italia e i suoi articoli.
domenica 7 agosto 2011
martedì 2 agosto 2011
Educare alla politica: alcune esperienze extra-istituzionali
Dal volume Paideia. Pratiche filosofiche come pratiche educative, a cura di M. L. Martini e A. Mignone, Liguori, Napoli 2011, pp. 99 – 109.
Educare alla politica. Esperienze (extra moenia) e riflessioni
Una possibile rappresentazione dello scenario contemporaneo
La democrazia senza un minimo di alfabetizzazione politica dei cittadini non è mera finzione: peggio, è la premessa di una catastrofe. Una nave, in cui - eccitati dall’aver detronizzato il capitano tirannico – i passeggeri navighino alla deriva, ha davanti a sé un bivio: o il colpo di mano di un passeggero (anche pochissimo esperto) che decida comunque di afferrare il timone o il naufragio. Ma quali sarebbero le agenzie educative che dovrebbero assumersi la responsabilità di una tale alfabetizzazione necessaria a evitare una democrazia senza demos?
Mi pare, almeno nell’attuale contesto storico italiano, in ordine di successione cronologica secondo le tappe evolutive del soggetto: la famiglia, la scuola, le chiese, le organizzazioni sindacali e partitiche.
Quanto all’ambito familiare, non c’è dubbio che si tratti di una risorsa fondamentale: chi ha il privilegio di essere inserito in qualcosa che assomigli a un assetto familiare, in cui almeno un genitore sia in grado di interloquire su questioni politiche con i figliuoli senza dogmatismi e insofferenze (e, essendone in grado, sia anche disponibile a investire del tempo in queste conversazioni); in cui non manchi nel corso della settimana qualche quotidiano o qualche periodico con articoli dei quali discutere; in cui la gestione del televisore di casa non sia del tutto random o mirata a scegliere metodicamente i programmi di evasione dalle questioni cruciali della storia; in cui talora ci si rechi insieme al cinematografo per aggiornarsi su una problematica di attualità sociale; in cui ogni tanto si organizzino dei viaggi estivi per conoscere da vicino sistemi socio-politici differenti dal nostro…chi ha questo privilegio – dicevo – parte già con una predisposizione preziosa a interessarsi di politica. Ma, appunto, di privilegio (o di un combinato disposto di privilegi) si tratta: di un’eccezione statistica che non compensa la quantità di situazioni di gran lunga più numerose.
Dove la famiglia non incide, solitamente, quando si tratta di altre dimensioni dell’esistenza, supplisce la scuola. Cosa che non avviene, però, per la formazione politica a causa di motivi strutturali e, soprattutto, culturali. I motivi strutturali sono a tutti noti: l’organizzazione disciplinare riserva all’educazione civica un’ora settimanale che, spesso e volentieri, viene fagocitata dall’invadente disciplina abbinata (la storia). Ma le ragioni più pesanti sono, a mio parere, di ordine culturale. Qualora, infatti, tutti i docenti assumessero la formazione politica degli alunni come obiettivo trasversale, essa non soffrirebbe più l’angustia dei confini dell’ora settimanale e potrebbe spaziare – in cerca di alimento - tra le più svariate discipline scolastiche: dalla letteratura italiana (romanzi storici e poesia civile) alle scienze naturali (ecologia, bioetica, cicli alimentari), dalla letteratura straniera alla geografia, dalla filosofia alle discipline tecniche (relative a costruzioni edili, a sistemi informatici, a trattamenti di sostanze stupefacenti). Invece la politica è considerata nelle aule scolastiche una sorta di tabù: s’identificano, a torto, attività politico-elettorale (che è bene resti fuori dal portone della scuola per evitare che crei contrapposizioni fra docenti e docenti, alunni e alunni, docenti e alunni) e cultura politica (che non solo può, ma deve entrare all’interno delle aule, pena l’irrilevanza di tutto il sistema scolastico ai fini della formazione integrale del soggetto). Licenziare con un diploma di Stato (di “maturità” !) un diciottenne che non abbia mai visto con i propri occhi la Carta costituzionale; che non sia stato mai informato sulla differenza fra programmi di ‘destra’ e programmi di ‘sinistra’; che non abbia mai ascoltato una sola lezione sulla struttura di Cosa nostra o della ‘Ndrangheta…dovrebbe essere inconcepibile. E, invece, è la norma statistica. Giovanni Falcone raccontava che, nonostante fosse nato e avesse studiato a Palermo, una volta entrato in magistratura aveva dovuto farsi una preparazione sul sistema mafioso da autodidatta perché non gli era stata fornita alcuna informazione sull’argomento né al liceo né all’università.
Il vuoto formativo addebitabile a carenze pedagogiche della famiglia e della scuola non è certo colmato da iniziative delle chiese cristiane (la chiesa cattolica in primis). Anche in questo settore s’intrecciano ragioni ‘oggettive’ e ragioni ‘intenzionali’. Oggettivamente, infatti, le nuove generazioni sono sempre più restie a frequentare ambienti religiosi di stampo confessionale, preferendo altri luoghi d’incontro generazionale e di socializzazione. A quanti, poi, si avvicinano, parrocchie e associazioni cattoliche offrono - solitamente - strumenti di evangelizzazione e di catechesi: al di fuori del recinto biblico-teologico, ci si occupa se mai di iniziative sociali (come assistenza ai barboni o raccolta di fondi per ospedali in Africa). Intenzionalmente estraneo, in misura più o meno radicale, resta il piano politico-istituzionale: quasi fosse il regno del diavolo o, comunque, dell’irrilevanza. Anche come effetto del Concilio Vaticano II e del papato di Paolo VI (dal quale la politica veniva considerata “la più alta forma di carità”), non sono mancate, in varie città italiane, soprattutto negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, delle scuole di formazione politica attivate da diocesi (come la Milano del cardinal Martini) e ordini religiosi (come il centro “Pedro Arrupe” di Palermo dei padri Gesuiti); ma, a parte il fatto che si vanno progressivamente chiudendo, si è trattato di iniziative fortemente caratterizzate dalla “dottrina sociale cattolica” e, dunque, non adatte a una alfabetizzazione più ampia in funzione di opzioni pluralistiche. In questo panorama, non è infrequente il caso di comunità cattoliche in cui convive, insieme al disinteresse ‘formale’ per l’impegno politico-istituzionale, la sponsorizzazione ‘informale’ di liste e candidati che promettono di garantire (più o meno attendibilmente) la difesa dei ‘valori cattolici’ nelle assemblee rappresentative di livello comunale, provinciale, regionale o nazionale: fenomeni di segno integralistico che non sono certo più desiderabili della neutralità, distante e indifferente, di chi snobba il dibattito politico.
Sino agli anni Ottanta del XX secolo, chi non trovava né in famiglia né a scuola né nell’associazione cattolica di appartenenza una formazione politica poteva – comunque – bussare alle porte di un sindacato o di un partito politico. Non vanno mitizzati né quei centri studio fondati da confederazioni sindacali né quelle scuole di partito, orientati - gli uni e, ancor più, le altre – monodirezionalmente in senso ideologico: ma, almeno, chi militava in un sindacato o in un partito veniva messo in grado di decifrare un testo, un documento, un progetto di legge. Veniva aiutato a uscire dall’analfabetismo totale in questioni politiche, legislative e amministrative. E non pochi, iniziati a un universo concettuale e linguistico ‘di parte’, prendevano gusto alla lettura e alla ricerca; spulciavano le carte dei ‘nemici’; allargavano gli orizzonti e la gamma delle opzioni; potevano finire magari con il mutare schieramento non perché ‘acquistati’ come calciatori di football da una società più danarosa, ma perché ‘convertiti’ ad una visione dell’uomo, della società e dell’economia diversa dall’originaria. Per quel che mi consta, oggi anche questi ‘luoghi’ della formazione politica sono stati chiusi e, con il tramonto delle ideologie (vero o presunto, apprezzabile o preoccupante), la battaglia politica si è andata trasformando da competizione d’idee a concorrenza fra slogan , formule ad effetto.
Il ruolo del volontariato culturale
E’ in questo scenario che nel 1988 ho ritenuto necessario attingere alla filosofia-in-pratica (così come l’avevo intuita, prima, e gradualmente focalizzata, dall’incontro con la philosophische praxis in poi) per inventare uno spazio nuovo di formazione politica che avesse i caratteri della laicità e della polifonicità. L’idea di partenza è sintetizzabile in termini elementari: chi fa della filosofia la propria professione, remunerata dallo Stato o da enti privati o da privati cittadini, può farne anche un servizio di volontariato culturale. Ho quindi proposto, ad amici e alunni, di attivare un Laboratorio di cultura politica apartitico, pluralistico e itinerante : un appuntamento mensile, ospitato a turno da associazioni cattoliche o aconfessionali sparse nella città di Palermo e nei comuni della provincia, intorno a un tema di teoria della politica (cos’è il potere? Cos’è lo Stato? Che significa democrazia? La legalità formale coincide con la giustizia sostanziale? …). Semplicissima la metodologia: si sceglieva un testo-base di riferimento comune (Introduzione alla politica di Michael Laver piuttosto che Stato, governo, società. Per una teoria generale della politica di Norberto Bobbio) che ogni partecipante s’impegnava a studiare a casa e, quando il mese successivo ci s’incontrava, a turno un volontario si assumeva il compito di riferire al gruppo di lavoro le linee essenziali del testo adottato e di avviare la discussione con alcune sue osservazioni personali. Il ruolo del filosofo-in-pratica si dispiegava in varie modalità: progettare un itinerario di fondo, suggerire al gruppo temi e testi, introdurre e moderare i seminari, fornire eventuali chiarimenti tecnici su concetti e vocaboli che non risultassero di immediata comprensione…Più in generale, egli - in quanto “specialista del non speciale” – aveva la regia complessiva dell’iniziativa. La formazione politica è infatti incrocio di saperi specialistici svariati (diritto, economia, storia, filosofia, sociologia, antropologia, politologia, psicologia sociale…): senza un ‘traduttore simultaneo’, che decodifichi i linguaggi specifici e favorisca l’interlocuzione reciproca, non è facile pervenire a uno sguardo sinottico. Che è poi lo sguardo della sapienza/saggezza che, attraversati gli ambiti delle ‘scienze’, pervenga a un punto di vista globale: aristotelicamente, ‘politico’. Inoltre, poiché l’educazione alla politica non può essere mera istruzione cognitiva, il compito del filosofo-in-pratica in questi contesti non si limita alla consulenza ‘culturale’: egli investe la propria autorevolezza anche nella gestione tecnica della discussione, assicurando il diritto democratico di parola a ciascuno e il corrispondente dovere di ascolto (o, per lo meno, di silenzio) degli altri. In questo modo la democrazia la si apprende anche sperimentandola (“l’operazione decisiva è […] di sostenere iniziative di sviluppo di micro-democrazie locali come luoghi adatti alla coltura di etiche della responsabilità e di pratiche di dialogo” ) e, sperimentandola in sede di discussione filosofica, la si rinforza: “soltanto la filosofia come pratica riflessiva contestualizzata, in ultima analisi, può fare da fondamento/ inizio per la democrazia e può tenerla in vita successivamente” .
I risultati di questa sperimentazione pedagogico-didattica (rivolta a cittadini di ogni età, non esclusivamente a giovani) sono stati così incoraggianti da indurre i promotori a trasformare, dopo alcuni anni, l’iniziativa in una struttura più stabile e con un’offerta formativa più articolata. Quando, fra il maggio e il luglio del 1992, Palermo e l’intero Paese furono sconvolti dalle stragi di mafia, che costarono la vita a tre magistrati (Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e Paolo Borsellino) e a numerosi poliziotti delle loro scorte, gli alunni mi chiesero che cosa potessimo fare come società civile per frenare la deriva del sistema democratico. Proposi, maieuticamente, di cercare insieme le risposte e, dopo alcune discussioni in aula, arrivammo a stilare un dossier di poche decine di pagine (pubblicato, in cinquemila copie, con un finanziamento da parte di uno sponsor privato di Roma; poi ripubblicato come volumetto - Liberarsi dal dominio mafioso. Che cosa può fare ciascuno di noi qui e subito - a Bologna nel 1993 dalle Edizioni Dehoniane che lo hanno ristampato nel 1994 e, in seconda edizione, nel 2003): il cittadino ‘comune’ può opporsi al dilagare del sistema di potere mafioso usando le armi della conoscenza, della politica, dell’economia, della pedagogia sociale e soprattutto della resistenza etica ai compromessi e ai carrierismi. Il messaggio centrale era netto: un assetto democratico funziona se ogni cittadino s’impegna, con il massimo di responsabilità e di competenza, nell’ambito della propria sfera. Che comportava - in concreto - per intellettuali, docenti e studenti l’attuazione di questo criterio? Che ci si dedicasse a monitorare la fenomenologia mafiosa con analisi quanto più scientifiche e aggiornate; che se ne ricercassero i presupposti storici e culturali nonché gli effetti devastanti sul piano della quotidianità; che si divulgassero i risultati di questi studi in strati sociali quanto più ampi possibile in modo da non continuare a regalare ai mafiosi la copertura del silenzio. Forte dell’esperienza del Laboratorio di cultura politica operante dal 1988, ho dunque proposto nel 1992 la costituzione della Scuola di formazione etico-politica ‘G. Falcone’ : una struttura permanente di incontro, di studio, di dibattito per consentire l’interscambio sia fra competenti di discipline differenti (mettere intorno allo stesso tavolo lo storico con il sociologo, il criminologo con il teologo, il romanziere con l’economista, lo psicologo con l’antropologo…) sia fra la ristretta cerchia dei competenti e la più vasta dei cittadini attivi (insegnanti, avvocati, magistrati, assistenti sociali, operatori volontari…) . Come verificato nei 4 anni del Laboratorio, anche in questi 18 anni di Scuola il ruolo del filosofo-in-pratica è risultato molto funzionale, per certi versi insostituibile. Lo è stato dal punto di vista contenutistico perché la piattaforma delle idee indispensabili per una cittadinanza adulta non è appannaggio di una disciplina in particolare e, dunque, solo se ogni specialista impara a parlare una sorta di koiné (che attinge da ciascun ambito disciplinare senza identificarsi con nessuno) può contribuire costruttivamente alla creazione del puzzle complessivo: e chi meglio del filosofo (anche grazie alla sua conoscenza della storia del pensiero occidentale nelle diverse articolazioni che nel corso dei secoli si sono staccate dal tronco dell’albero metafisico per diventare approcci epistemologicamente autonomi: il diritto, la politica, la psicologia, la sociologia, l’economia, l’antropologia culturale…) può offrirsi come interprete dei dialetti specialistici e propositore della koiné transdisciplinare? Inoltre, man mano che questa sorta di mosaico - in cui s’incastrano tessere di colore diverso e di matrice diversa – va prendendo forma in sede di ricerca e di elaborazione, è necessario che qualcuno si occupi di socializzare i risultati (sia pure in progress) non solo per spirito di servizio nei confronti dei ‘non addetti ai lavori’ ma anche per sottoporre quei risultati maturati a tavolino alla verifica pratica di chi vive nel quotidiano il rapporto con le istituzioni, con le dinamiche sociali, con i gruppi di pressione legittimi e con le organizzazioni criminali. Anche su questo secondo versante, per così dire essoterico, l’agilità mentale e l’abilità comunicativa del filosofo-in-pratica si sono dimostrate difficilmente sostituibili.
Sin qui il registro contenutistico: il piano dei concetti, delle argomentazioni, delle tecniche comunicative. Ma va registrata la necessità di un filosofo-in-pratica anche sul piano metodologico. Senza entrare in dettagli dispersivi, mi pare di poter notare un equivoco ormai diffuso, almeno in Italia: l’uso del termine ‘formazione’ per indicare un processo quasi esclusivamente di ‘istruzione’. Formare (almeno nel campo, che qui ci interessa, della formazione alla cittadinanza matura) è sì offrire gli strumenti cognitivi per un’alfabetizzazione essenziale, ma è solo questo? O non è anche necessario coinvolgere altri strati della personalità, là dove maturano le opzioni etiche di fondo? E a tale scopo non è imprescindibile attivare il senso critico degli interlocutori, una volta che si siano trasmesse delle informazioni ‘oggettive’? E che cosa sarebbe un esercizio critico che non partisse dal confronto dialogico fra esistenti in carne ed ossa e non soltanto fra cervelli? Non so se esista una figura professionale in grado di gestire la complessità di tutte queste dinamiche, ma so che il filosofo-in-pratica costituisce l’esperto meno lontano da queste aspettative. Egli, infatti, pur possedendo alcune qualità dello psicologo e altre del didatta, può essere portatore di una competenza specifica che riguarda la conoscenza sapienziale e la sua traduzione ‘prudenziale’ in atteggiamenti, gesti, comportamenti.
Alcuni strumenti operativi
In quasi venti anni di attività ‘formativa’ ho avuto modo di elaborare e diffondere alcuni strumenti operativi che sono stati utilizzati da altri formatori, ovviamente adattandoli liberamente secondo gli stili personali, i contesti sociali e i destinatari delle iniziative. Evocare, sinteticamente, alcuni di questi strumenti bibliografici potrà forse riuscire di qualche utilità a chi vorrà sperimentare in prima persona le risorse della filosofia-in-pratica e, comunque, sarà un modo per dare un’idea meno approssimativa di alcuni percorsi che ho raccontato nelle righe precedenti.
Un primo orientamento ho ritenuto di offrirlo mettendo a disposizione della conoscenza e della riflessione critica dei partecipanti a seminari di educazione politica un quadro sinottico comparativo delle principali “ideologie” del XX secolo. So bene che il vocabolo è sotto processo e non ho difficoltà a che si sostituisca con “dottrine politiche” o “teorie politiche” o con altre denominazioni meno contestate: ma, al di là delle dispute nominalistiche, sono convinto che per capire i programmi dei partiti, dei sindacati, dei movimenti attuali, non si possono ignorare le grandi “narrazioni” del XIX e del XX secolo né nel caso che se ne condivida qualcuna né nel caso che si pretenda di superarle, sostituirle o inverarle. Ritengo dunque che, per decifrare le proclamazioni ufficiali degli attori politici (e ancor più le normative che emanano quando ne hanno facoltà istituzionale), sia indispensabile un’informazione completa ed onesta - ancorché sommaria – di quali siano i principali progetti di civiltà in lizza nel panorama contemporaneo. Così, nel volumetto Le ideologie del Novecento. Cosa sono state, come possono rifondarsi (Rubbettino, Soveria Mannelli 2001), ho provato a fissare (con il ricorso continuo alle ‘fonti’) quali siano la concezione di uomo, di società, di Stato, di economia, di educazione e di religione…rispettivamente nella prospettiva liberale, comunista, socialdemocratica, fascista, cattolica, conservatrice, ambientalista e anarchica. Spero che, anche da questi cenni telegrafici, s’intuisca come un ‘manuale’ del genere attraversi molte discipline (la filosofia, la storia, il diritto, la politologia, l’economia, la pedagogia, la teologia…) e come sia possibile prepararlo e proporlo solo se, dopo aver esercitato il docile ascolto di molti specialisti, si ha l’intraprendenza di creare un mix che infrange le recinzioni accademiche e sfida i possibili rilievi dei pedanti che sanno quasi tutto su un frammento microscopico del sapere. Sarebbe troppo lungo, rispetto allo spazio a disposizione, riferire le gratificazioni pedagogiche raccolte nei decenni in cui ho girovagato per scuole, centri sociali, parrocchie, sedi di sindacato e (più raramente !) di partito a presentare questa sorta di rosa di ipotesi teorico-politiche in cui ognuno può rispecchiarsi e riconoscere ciò che già da prima, in maniera irriflessa, pensava sul destino dell’uomo, sulla natura del potere politico, sul mercato o sul sistema dell’istruzione scolastica. Mi limito a due soli ricordi. Il primo riguarda un ragazzo, militante di un’organizzazione giovanile di estrema destra, che, avendo appreso da me alcune tesi mussoliniane sulla vocazione imperialistica dello Stato e sulla ineluttabilità della guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti internazionali, si è dichiarato sinceramente stupito dal momento che, personalmente, nutriva convinzioni ben diverse sulla politica ideale; il secondo riguarda uno dei più noti intellettuali anarchici italiani che, avendo assistito alla mia esposizione dei punti capitali dell’anarchismo e conoscendo le mie forti riserve su di essi, ha pubblicamente dichiarato di augurarsi che tutti gli anarchici potessero partecipare a occasioni formative del genere.
Operazioni del genere non sono esenti, comunque, da rischi. Ne segnalo uno per tutti: cancellare la differenza fra il filosofo e l’ideologo. Per questo, ogni volta che mi sembra possibile e opportuno, accompagno questa ‘consulenza filosofica di gruppo’ con una meta-riflessione epistemologica: “Studiare psicologia può servire per curare gli psicopatici come studiare fisica atomica può servire per preparare ordigni bellici: perciò si può benissimo fare dell’ottima psicologia o dell’ottima fisica atomica mossi più dal desiderio di curare malati o di sterminare popoli che dal desiderio di conoscere, ‘disinteressatamente’, la psiche umana o la struttura della materia. Ma studiare filosofia significa imparare a sperimentare il gusto della problematizzazione radicale, la libertà di non dare nulla per scontato, la gioia di intraprendere un cammino verso ‘spessori’ sempre più significativi della realtà senza scadenze predeterminate né ordini dall’alto: come si potrebbe allora stabilire prima, e una volta e per sempre, ‘a che cosa serva’ simile avventura? Dopo, a posteriori, e caso per caso, si potrà dire se una ricerca filosofica è servita a molto o a poco; ma a priori, se vuole essere una ricerca davvero spregiudicata e illuminante, non deve ‘servire a nulla’. E ‘a nessuno’. Dopo Tommaso d’Aquino posso dire quanto la sua speculazione metafisica sia servita alla diffusione della religione cattolica, come dopo Nietzsche posso dire quanto la sua riflessione critica sia servita al consolidarsi dei movimenti ateistici contemporanei: ma le loro filosofie, in quanto ‘filosofie’, valgono nella misura in cui intendevano dire pane al pane e vino al vino, mentre accusano maggiormente i loro limiti nella misura in cui erano elaborate pensando non alle ‘cose stesse ’, ma al ‘pubblico’ che avrebbe potuto giovarsi dei loro discorsi. Tutto ciò vale sul piano dei discorsi astratti, del ‘si dovrebbe’: di fatto l’esperienza attesta diversamente. Molti, che si autodefiniscono filosofi, sanno, sin dai primi passi, quali partiti politici o quali chiese saranno favoriti - o ostacolati – dalla loro riflessione: in realtà, ciò che essi producono, piuttosto che una ‘filosofia’ è una ‘ideologia’, un complesso di concetti in funzione operativa. Ovviamente il mestiere di ‘ideologo’ non ha nulla da invidiare a quello di ‘filosofo’: l’importante è chiarire subito che non si tratta dello stesso mestiere. Si potrebbe aggiungere che il lavoro dell’ideologo è più richiesto, e più pagato, di quello del filosofo; ma anche, forse, che l’umanità ha più bisogno di intellettuali imprevedibili che di intellettuali programmabili”
Dissipato il possibile equivoco, restano aperte altre questioni. Mi limito alla più impegnativa: la necessità di far intuire che le opzioni politiche presuppongono – e poi, a loro volta, rafforzano o mettono in crisi – delle opzioni esistenziali. Già il semplice fatto di mettersi alla ricerca di un orientamento ‘ideologico’ presuppone la decisione etica di impegnarsi per la polis: o per conservarne gli assetti istituzionali e i valori tradizionali o per modificarli, più o meno radicalmente, sulla base di un modello alternativo. Tale decisione etica, a sua volta, è radicata in una ‘visione del mondo’ complessiva di cui siamo portatori raramente consapevoli. Da qui l’opportunità di agevolare, in appositi seminari, la focalizzazione del nesso fra la propria ‘filosofia’ di vita e il proprio comportamento in ambito socio-politico. A tale scopo ho preparato un altro volumetto, dal titolo Ripartire dalle radici. Naufragio della politica ed etiche contemporanee (Cittadella, Assisi 2000), in cui esamino cinque prospettive teoretiche con l’intento di evidenziare quali orientamenti politici se ne possono trarre: il ‘pensiero debole’ di Gianni Vattimo, l’individualismo ‘intelligente’ di Fernand Savater, il ‘vangelo della perdizione’ di Edgar Morin, la ‘teologia della liberazione’ di Edward Schillebeeckx, l’ ‘etica della responsabilità’ di Hans Jonas. Per ciascuno di questi maestri del pensiero contemporaneo ho cercato di mettere in evidenza il nesso fra ciò che essi pensano sul senso dell’esistere nel mondo e ciò che propongono per una società meno ingiusta. Non è certo il caso di ripercorrere nei dettagli queste esemplificazioni paradigmatiche (fra l’etica della finitezza e la riduzione della violenza in Vattimo; fra l’egoismo etico e l’individualismo politico in Savater; fra l’etica della perdizione e l’antropopolitica in Morin; fra la fede cristiana e la liberazione etico-politica in Schillebeeckx o fra l’etica della responsabilità e il superamento dell’alternativa capitalismo/comunismo secondo Jonas): ciò che mi preme evidenziare, invece, è che una molteplice esperienza mi attesta che numerose persone trovano filosoficamente intrigante questo tipo di servizio intellettuale. Infatti, chi non è abituato a frequentare i testi filosofici, si rallegra di riconoscere nelle parole di questo o di quell’altro pensatore quanto egli stesso ha ritenuto vero senza saper formularlo né a sé né agli altri. Ed è grato quando incontra un ‘consulente’ che gli espone una gamma articolata di prospettive filosofiche non solo con sostanziale correttezza ‘filologica’ ma, ancor più, con equanimità: senza intenti proselitistici né toni saccenti. Quando insomma ha la fondata ‘sensazione’ che sta parlando con qualcuno che non vuole né polemizzare né convertire, ma ragionare con calma: nella condivisa speranza di raccogliere, in ogni dottrina filosofica e in ogni proposta politica, qualche perla di verità.
AUGUSTO CAVADI
Bibliografia (a parziale integrazione dei testi citati):
AA.VV., Umanesimo cristiano e umanesimi contemporanei, Massimo, Milano 1983
AA.VV., Esistenzialismo, marxismo, personalismo. Un corso di filosofia
contemporanea, Centro Paolino di Animazione Culturale, Foggia 1985
AA.VV., Il potere in discussione. Lineamenti di filosofia della politica, Augustinus,
Palermo 1992
AA.VV., Spiritualità e politica, La Zisa, Palermo 1999
AA.VV., La fede laica e la politica, La Zisa, Palermo 2000
AA. VV., L’utopia della politica, Saletta dell’Uva, Caserta 2002
AA.VV., A scuola di antimafia, Di Girolamo, Trapani 2005
AA.VV., Filosofia e politica: che fare?, Petite Plaisance, Pistoia 2009
CAVADI A., Le nuove frontiere dell’impegno sociale, politico, ecclesiale, postfazione
di G. Moro, Paoline, Milano 1992;
CAVADI A., La scuola di formazione etico – politica “G. Falcone”: origine, storia,
prospettive in “Nuove ipotesi” (Palermo), 1993, 1, pp. 147 – 153
CAVADI A.,CxU, Città per l’uomo, “Linea d’ombra” (Milano), 1994, 91
CAVADI A., Etica e politica nel Novecento. Alcuni modelli, “Nuova Secondaria”
(Brescia), 2000, 5
CAVADI A., Nelle aule entri la politica, “Repubblica” (Palermo), 1.12.2001
CAVADI A.,L’esodo come paradigma della politica: verso quale terra promessa?,
“Itinerarium” (Messina), 2002, 10
CAVADI A., Gente bella. Volti e storie da non dimenticare, Il pozzo di Giacobbe,
Trapani 2004
CAVADI A., Strappare una generazione alla mafia. Lineamenti di pedagogia
alternativa, Di Girolamo, Trapani 2007
CAVADI A., Giovani: una generazione a perdere?, “Presbyteri” (Trento)
, 2008, 7
CAVADI A., Se la politica entra a scuola, “Centonove” (Messina) , 16.10.2009
CAVADI A., Filosofare in terra di mafia, “Vita pensata” (www.vitapensata.eu),
2010, 1
MARI G., Educare dopo l’ideologia, La Scuola, Brescia 1996
SAVAGNONE G., , Persona e società. Liberalismo, marxismo e personalismo
cristiano a confronto, Centro di Formazione Cristiana, Palermo 1979
lunedì 1 agosto 2011
La mia presentazione dell’ultimo libro di Elio Rindone
Da:
E. Rindone, Chi è Gesù di Nazareth? Idee nuove e dopo il Concilio, www.ilmiolibro.it, Roma 2011, pp. 238, euro 15,00 (si può acquistare via internet direttamente dal sito).
PRESENTAZIONE
Quando si entra al liceo, l’educazione cattolica ricevuta da bambini viene sottoposta a dura prova. Se non si studiano i libri principalmente per avere attestati cartacei, ma per capire un po’ come va – e come è andato – il mondo, si scopre che la fede cristiana in generale, e la confessione cattolica in particolare, sono da duemila anni oggetto di contestazioni, obiezioni, critiche. Elio Rindone e io, più giovane solo di qualche anno, apparteniamo a una fascia di studenti palermitani che hanno avuto la possibilità, grazie a un prete particolarmente preparato che insegnava ‘religione’, di affrontare questo choc dalla prospettiva migliore: dal punto di vista della consapevolezza. “Informatevi, studiate, meditate; se volete anche, pregate. Poi, con i dati acquisiti, fate la vostra scelta. Di pensiero e di vita”.
La nostra ricerca, a scuola ma anche oltre, è stata sostenuta da una bibliografia teologica che proprio negli anni Sessanta conobbe un fervore che non si era registrato prima e che non si sarebbe registrato dopo: trattati, monografie, articoli che – a ridosso del Concilio ecumenico Vaticano II e negli anni immediatamente successivi – cercavano di uscire dalla “cittadella” delle università pontificie per parlare (a cominciare dall’abbandono del latino) con gli uomini e le donne dell’epoca. Il libro che Elio ci regala racconta la parabola di questa ricerca – intellettuale ed esistenziale insieme – dall’angolazione che, ben al di là di vissuti privati, può interessare il lettore odierno: dal versante delle idee.
È una parabola che non si lascia riassumere senza il rischio di banalizzazioni, ma che – solo a titolo di accenno introduttivo – si può scandire in due tempi principali: l’epoca (pre-conciliare) dell’apologetica e l’epoca (post-conciliare) della teologia ‘fondamentale’. Al di là della terminologia tecnica (che per altro, nelle pagine che seguono, l’autore chiarisce anche ai non addetti ai lavori), di che si è trattato? In una prima fase è sembrata convincente la tesi di quegli studiosi (molti dei quali sono citati proprio in questo volume) che hanno ritenuto razionalmente dimostrabile alcune verità preliminari all’atto di fede: l’esistenza di un Dio creatore, l’eccezionalità del messaggio biblico, l’unicità della figura di Gesù (di cui la storiografia avrebbe potuto attestare sia le parole che i gesti prodigiosi).
Per quanto riguarda in particolare la figura di Gesù, ogni persona, anche oggi – per riprendere un denso passaggio del cardinale Jean Danielou, eco di scritti kierkegaardiani – può sapere con certezza che è esistito e che si è proclamato Dio in terra: dunque o lo rifiuta (in quanto pazzo e/o in quanto imbroglione) o si inginocchia in adorazione. Questa impostazione ci ha convinto al punto da dedicare molti anni della nostra vita ad approfondirla, a chiarirla, a diffonderla. Ma proprio lo studio della teologia ha condotto molti di noi a una seconda fase molto più problematica: quando i vangeli presentano Gesù come il Messia, il Cristo, ci troviamo di fronte a un fatto storico o a una interpretazione di fede? E quando nel Nuovo Testamento troviamo l’espressione ‘figlio di Dio’ come dobbiamo intendere tale figliolanza? Gli esegeti e i teologi più qualificati (anche quelli cattolici, quando per un certo periodo l’autorità ecclesiastica ha lasciato una qualche libertà di parola) hanno dimostrato con argomentazioni piuttosto convincenti, ampiamente riportate nel presente volume, che le tesi della vecchia apologetica erano assolutamente infondate. L’alternativa di un Kierkegaard e di un Danielou poggia dunque su un equivoco colossale. Essere cristiani non significa accettare l’assurdo, l’incredibile, il “paradosso”: ma – più semplicemente e però anche più impegnativamente – accettare che la proposta di vita del Nazareno (abbeverarsi all’amore del Padre per gli uomini e fare della propria carne un segno visibile ed efficace nella storia di tale amore originario) diventi il proprio progetto, sia personale che comunitario.
È perciò facilmente intuibile (ma questo Elio lo può solo accennare nell’ultima parte del suo lavoro per sommi capi) che un rivolgimento così radicale dell’interpretazione di Gesù detto il Cristo non può che comportare una rilettura di tutto il senso dell’essere cristiani. Alle considerazioni dell’autore ne aggiungerei una soltanto. Se Gesù è stato uno dei luoghi della manifestazione della Parola eterna, non il luogo esclusivo e incomparabile, essere suoi discepoli significherà aprirsi a tutte le culture, a tutte le tradizioni sapienziali, a tutte le religioni non con il complesso di superiorità di chi dialoga dall’alto di una verità infallibile e definitiva, bensì con il sincero desiderio di completare il patrimonio evangelico con le ricchezze provenienti da tutti gli altri luoghi in cui il medesimo Logos divino si è, altrettanto parzialmente e imperfettamente, manifestato e donato all’intera umanità.
Con il desiderio, insomma, di liberarsi da qualsiasi “teologia tribale” (per riprendere la felice espressione di Raimundo Panikkar) e di ritrovarsi, fianco a fianco, con le donne e gli uomini di tutta la terra che siano – più o meno consapevolmente – alla ricerca di una vita ‘spirituale’. Nessuna gelosia, dunque, né invidia né condanna, ma solo convivialità e complementarietà fra chi si lascia ispirare dalla saggezza egiziana o dalla filosofia greco-romana, dalla profezia ebraico-cristiana-islamica o dalla meditazione induista e buddhista, sino alle correnti ‘laiche’ più recenti che hanno difeso (fra mille errori) la libertà, l’uguaglianza e la fraternità.
So che queste prospettive possono sembrare ireniche e approssimative: ma non si tratta di lavorare per la distruzione delle specificità originarie e per la costruzione di un blob amorfo, in cui “tutte le vacche sono nere”. Si tratta piuttosto di acquisire la consapevolezza critica che ogni tradizione culturale ha la sua perla preziosa e la sua melma esiziale: il futuro dell’umanità sarà meno atroce se ciascuna tradizione saprà liberarsi dalle proprie scorie e inserire la propria gemma all’interno di un mosaico universale in cui la totalità si va incessantemente modellando solo grazie alla fedeltà di ciascuno al meglio della propria storia.
Il libro che state per leggere avrà in ciascuno di voi una risonanza particolare. Per chi ha una vaga conoscenza di ciò che comunemente passa per ‘cristianesimo’, può essere l’occasione per scoprire prospettive che forse neanche immaginava. A me, in particolare, è sembrato uno strumento irrinunciabile per quei cristiani che vogliano entrare, con consapevolezza, nell’avventura più affascinante che ci possa attendere: apportare, con modestia e anche con fierezza, il proprio contributo per l’edificazione di una ‘globalizzazione’ spirituale, unica garanzia per evitare che la globalizzazione economica sia, di epoca in epoca, la versione ideologica di un’egemonia di parte.
Augusto Cavadi
sabato 30 luglio 2011
Sette risposte ad altrettante domande di Peppe Sini
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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento de “La nonviolenza e’ in cammino”
Numero 384 del 30 luglio 2011
In questo numero:
1. Sette domande a Patrizia Caporossi
2. Sette domande ad Augusto Cavadi
3. Sette domande a Helene Paraskeva
4. Sette domande a Giovanni Sarubbi
5. Sette domande a Olivier Turquet
6. Tavola della Pace, Movimento Nonviolento: Appello per la marcia Perugia-Assisi del 25 settembre 2011
7. Movimento Nonviolento: Mozione del popolo della pace: ripudiare la guerra, non la Costituzione
1. (…)
2. VERSO LA MARCIA PERUGIA-ASSISI. SETTE DOMANDE AD AUGUSTO CAVADI
[Ringraziamo Augusto Cavadi (per contatti: acavadi@alice.it) per questa intervista.
Augusto Cavadi, prestigioso intellettuale ed educatore, collaboratore del Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato" di Palermo, e' impegnato nel movimento antimafia e nelle esperienze di risanamento a Palermo, collabora a varie qualificate riviste che si occupano di problematiche educative e che partecipano dell'impegno contro la mafia. Opere di Augusto Cavadi: Per meditare. Itinerari alla ricerca della consapevolezza, Gribaudi, Torino 1988; Con occhi nuovi. Risposte possibili a questioni inevitabili, Augustinus, Palermo 1989; Fare teologia a Palermo, Augustinus, Palermo 1990; Pregare senza confini, Paoline, Milano 1990; trad. portoghese 1999; Ciascuno nella sua lingua. Tracce per un'altra preghiera, Augustinus, Palermo 1991; Pregare con il cosmo, Paoline, Milano 1992, trad. portoghese 1999; Le nuove frontiere dell'impegno sociale, politico, ecclesiale, Paoline, Milano 1992; Liberarsi dal dominio mafioso. Che cosa puo' fare ciascuno di noi qui e subito, Dehoniane, Bologna 1993, nuova edizione aggiornata e ampliata Dehoniane, Bologna 2003; Il vangelo e la lupara. Materiali su chiese e mafia, 2 voll., Dehoniane, Bologna 1994; A scuola di antimafia. Materiali di studio, criteri educativi, esperienze didattiche, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1994, D G editore, Trapani 2006; Essere profeti oggi. La dimensione profetica dell'esperienza cristiana, Dehoniane, Bologna 1997; trad. spagnola 1999; Jacques Maritain fra moderno e post-moderno, Edisco, Torino 1998; Volontari a Palermo. Indicazioni per chi fa o vuol fare l'operatore sociale, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1998, seconda ed.; voce "Pedagogia" nel cd- rom di AA. VV., La mafia. 150 anni di storia e storie, Cliomedia Officina, Torino 1998, ed. inglese 1999; Ripartire dalle radici. Naufragio della politica e indicazioni dall'etica, Cittadella, Assisi, 2000; Le ideologie del Novecento, Rubbettino, Soveria Mannelli 2001; Volontariato in crisi? Diagnosi e terapia, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2003; Gente bella, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2004; Strappare una generazione alla mafia, DG Editore, Trapani 2005; E, per passione, la filosofia, DG Editore, Trapani 2006; La mafia spiegata ai turisti, Di Girolamo Editore, Trapani 2008; E, per passione, la filosofia. Breve introduzione alla piu' inutile di tutte le scienze, Di Girolamo, Trapani 2008; Chiedete e non vi sara' dato. Per una filosofia pratica dell'amore, Petite Plaisance, Pistoia 2008; In verita' ci disse altro. Oltre i fondamentalismi cristiani, Falzea, Reggio Calabria 2008; Il Dio dei mafiosi, San Paolo, Milano 2009; Come posso fare di mio figlio un vero uomo d'onore? Coppola, Trapani 2008; L'amore e' cieco ma la mafia ci vede benissimo, Coppola, Trapani 2009; Filosofia di strada. Il filosofare-in-pratica e le sue pratiche, Di Girolamo, Trapani 2010; Non lasciate che i bambini vadano a loro, Falzea, Reggio Calabria 2010. Vari suoi contributi sono apparsi sulle migliori riviste antimafia di Palermo e siciliane. Segnaliamo il sito: www.augustocavadi.com (con bibliografia completa). Cfr. anche l'intervista nei "Telegrammi della nonviolenza in cammino" n. 420]
- “La nonviolenza e’ in cammino”: Quale e’ stato il significato piu’ rilevante della marcia Perugia-Assisi in questi cinquanta anni?
- Augusto Cavadi: Non spegnere una fiammella preziosa nel buio della cecita’ mentale.
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- “La nonviolenza e’ in cammino”: E cosa caratterizzera’ maggiormente la marcia che si terra’ il 25 settembre di quest’anno?
- Augusto Cavadi: Non so prevedere, ma solo sperare: che non si facciano graduatorie fra violenze, condannando i terrorismi contro gli Stati e assolvendo le politiche di terrore degli Stati.
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- “La nonviolenza e’ in cammino”: Quale e’ lo “stato dell’arte” della nonviolenza oggi in Italia?
- Augusto Cavadi: Sappiamo in pochi e quel che sappiamo e’ poco. Ancor meno quello che riusciamo a comunicare alle generazioni che arrivano in Parlamento, nelle aule scolastiche, nelle redazioni giornalistiche, sui pulpiti di tutte le chiese.
*
- “La nonviolenza e’ in cammino”: Quale ruolo puo’ svolgere il Movimento Nonviolento fondato da Aldo Capitini, e gli altri movimenti, associazioni e gruppi nonviolenti presenti in Italia?
- Augusto Cavadi: Che nessuno puo’ impedirci di passare dalla preistoria alla storia, se lo vogliamo almeno in maggioranza.
*
- “La nonviolenza e’ in cammino”: Quali i fatti piu’ significativi degli ultimi mesi in Italia e nel mondo dal punto di vista della nonviolenza?
- Augusto Cavadi: La lotta del popolo islandese contro il ceto dirigente del suo Stato (dai politici ai banchieri).
*
- “La nonviolenza e’ in cammino”: Su quali iniziative concentrare maggiormente l’impegno nei prossimi mesi?
- Augusto Cavadi: Organizzarsi in modo che, almeno una volta nel corso del quinquennio superiore, ogni studente abbia sentito parlare - succintamente ma non superficialmente - di Gandhi e della nonviolenza.
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- “La nonviolenza e’ in cammino”: Se una persona del tutto ignara le chiedesse “Cosa e’ la nonviolenza, e come accostarsi ad essa?”, cosa risponderebbe?
- Augusto Cavadi: Trattare da mortale gli altri mortali. Se ne puo’ avere una prima idea attraverso la visione (commentata) del bel film “Gandhi” di Richard Attenborough.
Perché il PD non vuole ascoltare i suoi iscritti?
“Repubblica – Palermo”
30 luglio 2011-07-30
Perché il PD siciliano non vuole ascoltare i suoi iscritti?
L’appoggio semi-esterno del Pd all’MPA, con tecnici prestati alla politica, è una furbata napoleonica o si risolverà nell’ennesimo tentativo di suicidio del maggior partito di centro-sinistra? Ai posteri l’ardua sentenza. Noi contemporanei abbiamo il diritto, e il dovere, di scambiarci i punti di vista. Gli uni hanno il diritto di dire che in politica vale il principio del male minore e che una maggioranza diversa da quella espressa nelle urne delle ultime elezioni regionali (insomma un ribaltino di provincia) è comunque preferibile a decenni di incatenamento all’opposizione. Gli altri hanno il diritto di osservare che i decenni di minoranza diventeranno secoli se chi ha votato Finocchiaro per non avere Lombardo costata che, con il suo voto, ha perduto la Finocchiaro (prontamente tornata a presidiare il Senato) e si è trovato a salvare Lombardo (la sua poltrona, anzi l’intero salotto buono con i cento ospiti consulenti) . E’ ovvio che, alla prossima tornata, se non vorrà l’MPA dovrà evitare non solo di votargli a favore, ma anche contro – sino a quando l’avversario sarà il Pd.
Se ogni opinione è lecita in democrazia, l’unico divieto è impedire che gli iscritti a un partito dicano la propria. E la dicano con l’autorevolezza e l’incisività che vengono dall’aver speso non solo i dieci euro di iscrizione, ma soprattutto la propria faccia e il proprio nome davanti a parenti, amici e conoscenti. Invece l’attuale dirigenza regionale del PD sta attuando proprio questa censura: Lupo (per altro eletto segretario regionale in nome di una proclamata alternatività alla politica lombardiana) ha deciso di dialogare con tutti, a destra e a manca (ma soprattutto a destra), tranne che con i suoi elettori.
Siamo davvero al paradosso. Già trent’anni fa Duverger spiegava nei suoi libri di politologia che le democrazie occidentali sono ferite a morte dal tradimento dei partiti politici che, nati come ponte fra la società e lo Stato, diventano invece un muro. Potremmo dire, prolungando la sua metafora, che si comportano da ponte levatoio: se alzano le funi, fra i cittadini e le istituzioni restano fossati incolmabili. Come si può essere funzionali alla democrazia in un sistema politico complessivo se, intanto, non la si esercita all’interno della propria organizzazione?
Ora, che ciò avvenga nei partiti di destra che si presentano quali sono nel dna, cioè leaderistici e autoritari, pazienza: chi li vota sa già che lo statuto non prevede alcuna forma di consultazione popolare né di partecipazione della base alle strade da intraprendere. Ma che ciò avvenga in partiti che si dicono democratici sin nel nome; che sono nati per raccogliere il meglio delle tradizioni (antifasciste) socialista, cattolica e liberale; che spendono la metà delle energie a criticare il verticismo padronale degli altri partiti (l’altra metà è impegnata in polemiche interne e in contese spartitorie neo-feudali): tutto ciò farebbe scompisciare dalle risate se non fosse tanto triste da far incavolare davvero. Perché, davanti a una richiesta firmata da migliaia d’iscritti che rivendicano, secondo i canoni previsti, il referendum, la dirigenza regionale nicchia, scrive lettere su come regolamentarlo, poi ricorre a cavilli da azzeccagarbugli per non attuarlo? Perché i probiviri siciliani tacciono e non denunciano queste gravi violazioni della lettera e soprattutto dello spirito animatore del PD? Perché – già che ha le maniche della camicia rimboccata – il segretario nazionale non afferra la cornetta di un telefono per ordinare a Lupo e ai suoi colleghi di cordata (diventata, senza nessuna legittimazione, una sorta di comitato di salute pubblica al di sopra delle norme giuridiche, dell’etica e del buon senso) il rispetto delle regole? Se Francesco Musotto, capogruppo dell’Mpa all’assemblea regionale, arriva a dare consigli al Pd su come deve comportarsi al proprio interno, dichiarando che “chi chiede il referendum tende a mistificare una situazione che va bene così com’è”, non viene il sospetto che qualcosa non va? Che la base del Pd venga trattata come truppa di riserva agli ordini non dei propri generali, ma di possibili alleati? Se un navigato politico, da decenni schierato a destra, può deridere pubblicamente e impunemente gli elettori che chiedono di fare qualcosa di sinistra, non sarebbe questo già da solo un buon motivo per sospettare che “la situazione così com’è” avrebbe bisogno di una verifica, se non di una rettifica radicale, da parte di chi milita sul fronte nominalmente opposto? Il giovane e attivo segretario della sezione comunale del Pd di Rivalta di Torino, solo pochi giorni fa, mi confidava che – se fosse stato in Sicilia – avrebbe già stracciato la tessera del suo partito.
Un partito che ha paura dell’opinione pubblica, nascondendo i suoi valori, i suoi metodi e i suoi criteri di azione rivela, per ciò stesso, una debolezza intrinseca che non lascia presagire niente di buono. Ma se ha paura persino di chi l’ha fondato, l’ha sostenuto con la propria iscrizione, l’ha incoraggiato col proprio voto (turandosi il naso e qualche volta anche orecchie e occhi) non è un partito senza futuro: è un partito con un presente illusorio.
Augusto Cavadi
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