sabato 7 febbraio 2015

IL GESU' LAICO DI J. M. CASTILLO


“Monitor” 30.1.2015

IL  GESU’ LAICO DI   J. M. CASTILLO

   Devo a un collega campano che stimo particolarmente, Lorenzo Tommaselli, la segnalazione di un piccolo libro (di cui egli stesso ha curato la traduzione in italiano) del teologo spagnolo José Marìa Castillo: L’umanità di Dio (La meridiana, Molfetta 2014, pp. 115, euro 14,50). Se ne parlo in questa rubrica di carattere filosofico, dunque radicalmente laico, è perché questo aureo volumetto è un grimaldello in grado di far saltare ogni barriera d’acciaio fra il mondo dei credenti e il mondo dei non-credenti: a patto, ovviamente, che  - nell’uno e nell’altro caso – si tratti, prima di tutto e fondamentalmente – di esseri pensanti.
    Dopo aver chiarito la differenza fra fede personale e religione istituzionale (tanto preziosa la prima quanto pericolosa la seconda), Castillo si concentra su tre affermazioni cruciali:
a)   Gesù è stato un uomo profondamente  spirituale;
b)   la sua spiritualità è stata alternativa rispetto alla religione ufficiale centrata sulla sacralità del tempo (il sabato) e dello spazio (il tempio);
c)    egli non ha voluto fondare una nuova religione, bensì umanizzare ogni forma di vita religiosa identificando la fede con l’impegno effettivo a favore di quanti soffrono malattie, esclusioni sociali, fame, ingiustizie.
Se è così, “si può affermare con certezza che Gesùè patrimonio di tutta l’umanità. Voglio dire che Gesù non è  proprietà del cristianesimo. Sono stati il cristianesimo e la Chiesa a essersi appropriati di Gesù e ad averlo presentato come il centro e il contenuto fondamentale di una nuova religione. In realtà, la Chiesa avrebbe dovuto avere la libertà, il coraggio e l’onestà di presentare Gesù come la realizzazione piena di ciò che è più profondamente umano, di ciò che è pienamente e minimamente umano, di ciò che, al di là delle culture, tradizioni, costumi e convinzioni religiose, costituisce il compimento delle aspirazioni dell’umanità che tutti portiamo dentro nel più profondo del nostro essere” (p. 103).
Dall’angolazione di Castillo si possono rileggere con occhi nuovi, perché originari, passi evangelici rivoluzionari come i versetti 31 – 46 del capitolo 25 del vangelo secondo Matteo (è il brano sul giudizio finale). Da passi del genere risulta con tutta evidenza che “l’etica è la realizzazione determinante della fede. Gesù non chiederà conto a nessuno della sua fede, delle sue idee religiose, dei suoi dubbi o delle sue oscurità teologiche, delle sue fedeltà o infedeltà alla dottrina della fede. Di più, nessuno dovrà rispondere del proprio agnosticismo o persino del suo ateismo. E sicuramente nessuno dovrà spiegare perché sia stato progressista o conservatore, di destra o di sinistra, ortodosso o eterodosso. Tutto questo, che tanto preoccupa la gente di Chiesa e quanti si identifiacno con l’ideologia o con il programma di un determinato partito politico, a Dio  - almeno per quello che ne dice questo Vangelo – non sembra interessare come un problema decisivo. […] Quelle che Gesù indica come decisive sono sei questioni che saranno i grandi temi dell’esame di Dio: il mangiare, il bere, il vestire, la salute,l’accoglienza degli stranieri, la visita ai carcerati. […] Nessuno dei temi presentati da Gesù si riferisce a tematiche religiose. Tutti questi sono problemi che preoccupano ogni essere umano, di qualsiasi fede; o anche se non ha una fede religiosa. […]Se il Vangelo ha ragione, dal giudizio finale si deduce che quello che importa a Dio non è ciò che ciascuno fa per la propria salvezza, ma quello che fa per la felicità e il benessere delle persone con le quali s’incontra nella vita” (pp. 67 – 69).

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

giovedì 5 febbraio 2015

LA COLLINA DI GIACOMO DI GIROLAMO


“Centonove” 5.2.2015
MEZZOSECOLO DI DISASTRI
      Nell’era degli sms, dei post telegrafici su blog e social network, pubblicare un volume di 1263 pagine è una sfida che sa di follia. Se poi a scriverlo non è un autore anziano al termine della sua carriera, ma un giovane trentenne, l’operazione appare ancora più sfrontata. Eppure Giacomo Di Girolamo, giornalista e saggista siciliano, con la complicità di una grossa casa editrice lombarda, ha gettato i suoi dadi. Ed è molto probabile che vinca pure la difficile scommessa, almeno nei casi in cui un lettore inizi a leggere le prime pagine,. Memoria storica, valutazioni filosofiche, notazioni poetiche si intrecciano – infatti – in Dormono sulla collina. 1969 – 2014 (Il Saggiatore, Milano 2014, pp. 1263, euro 24,00), testo di ardua collocazione in un genere letterario e, forse, proprio per questo particolarmente intrigante. Chi ha letto l’Antologia di Spoon River del poeta statunitense Edgar Lee Masters (o direttamente o attraverso la rilettura musicale che ne ha fatto Fabrizio De André) riconosce subito il celebre verso che dà il titolo al volume e – soprattutto se inizia dalla fine (La collina) – intuisce il filo conduttore dell’opera che ha avuto l’ardire di prendere in mano: “Dov’è Sandro, il partigiano con la pipa? E Francesco, che dava di matto? / Dov’è Aldo, aspetta ancora la sua liberazione?/ E Giulio il Divo, l’ha poi capita la differenza tra cos’è il bene e cos’è il male? / Dove sono Bettino, Amintore, Enrico?/ Tutti, tutti dormono sulla collina”.
      Ovviamente ognuno di noi recepirà il libro secondo varie griglie interpretative, condizionato innanzitutto dall’età anagrafica: chi, come me, il 12 dicembre 1969 (strage di Piazza Fontana a Milano, primo evento evocato da Di Girolamo) aveva appena compiuto 19 anni sfoglierà le pagine quasi come un diario, ricordandosi ora confusamente ora esattamente dove si trovava, e come era, a una certa tappa della storia. Tutti, comunque, a prescindere dalle precomprensioni individuali, potranno apprezzare la longanimità  che attraversa e sostiene l’intera narrazione: senza negare identità, ruoli e responsabilità differenti, i morti sono però accarezzati da uno sguardo equanimamente pietoso. Fascisti neri, brigatisti rossi, democristiani bianchi; giudici ammazzati perché onesti e ragazzi uccisi perché protestavano in piazza in nome di propri ideali; scrittori e cantanti, attori e designer, personaggi ricchissimi quanto famosi e persone anonime colpite per caso da tragedie più grandi delle loro piccole vite: tutti, ora che “dormono sulla collina”, meritano che gli venga riconosciuta quella parte – anche solo microscopica – di ragione, di senso, che avevano dato all’esistenza e che la morte ha, più o meno brutalmente, lacerato.
      Mentre scorre la sceneggiatura della commedia/tragedia dell’ultimo mezzo secolo si profila nella retro-mente un pensiero, più una speranza che un’ipotesi: e se fosse davvero solo una rappresentazione teatrale? E se cadesse il sipario e ci scoprissimo tutte e tutti solo attori che hano recitato, piùo meno bene, l propria parte?
         Molte altre le domande che nascono, anche senza che l’autore le suggerisca esplicitamente. Su tutte: tanto dolore sarà sufficiente per smetterla con la violenza ? Tanta sofferenza basterà a distogliere i terroristi dal terrorismo e gli apparati statali dal terrore? “Allora,io, la collina, contemplo questo paesaggio di rovine./Tutti ascolto, tutti assolvo./ E canto”. Sono convinto di indovinare anche la canzone: How many roads must a man walk down. Before you call him a man? Yes, 'n' how many seas must a white dove sail. Before she sleeps in the sand?  Ma non sono sicuro della voce: è proprio Bob Dylan o Joan Baez ?

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

mercoledì 4 febbraio 2015

CI VEDIAMO VENERDI' 6 FEBBRAIO 2015 A PALERMO?

Venerdì 6 febbraio, alle 17.30, presso il B & B "Il giardino di Ballarò" (via Porta di Castro 75 - 77) presenterò il mio libro Palermo. Guida insolita alla scoperta di una città indecifrabile (Di Girolamo, Trapani 2014) a chi ancora non lo conosce, soprattutto a operatori turistici della città.
Adriana inframezzerà, alle mie chiacchiere, la lettura di alcuni brani dei 47 viaggiatori 'celebri' a cui ho dato la parola nel corso del mio volumetto.

martedì 3 febbraio 2015

CI VEDIAMO GIOVEDI' 5 FEBBRAIO A PALERMO ?

Nel mio liceo ("G. Garibaldi") organizziamo anche quest'anno la Festa della filosofia aperta a genitori, collegh, amici e soprattutto alunni. 
Saranno offerti sei seminari: tre nella prima fascia oraria (15,30 - 17,00) e tre nella seconda fascia (17,30 - 19,00).
 Saranno tutti interessanti, ma mi permetto di segnalarne due in particolare:
 "Che atteggiamento hanno avuto i Greci nei confronti degli stranieri?" (introdotto da Andrea Cozzo, autore del recente volumetto Stranieri, Di Girolamo, Trapani 2014) dalle 15,30 alle 17,00;
 e
 "Egoisti senza Ego. Le disavventure dell'Io dal mondo greco al mondo contemporaneo" (introdotto da Giorgio Gagliano, autore del saggio "Per una breve genalogia della nozione di soggetto" nel recente volume a più mani Abitare il mondo: con o senza Dio?, Diogene, Bologna 2014).

lunedì 2 febbraio 2015

CORANO E FONDAMENTALISMO ISLAMICO SECONDO MASSIMO CAMPANINI




Il punto estremo della venerazione per Maometto, uomo perfetto da imitare

Afferma il Corano che «Voi (si riferisce agli uomini tutti) avete nel Messaggero di Dio (cioè Muhammad / Maometto) un esempio buono per chiunque speri in Dio e nell'ultimo giorno e molto menzioni Iddio» (33,21).

Dunque, Muhammad costituisce il punto di riferimento per l'azione del credente, a tal punto che la sua imitazione risulta indispensabile per conseguire la salvezza eterna. Il grande teologo medievale al-Ghazali (m. 1111) diceva che l'imitazione del Profeta purifi-ca l'esteriorità del credente per renderlo idoneo alla purificazione interiore dell'anima. Così bisogna fare come il Profeta anche nei gesti quotidiani della vita, come lo scendere dal letto o il tagliarsi le unghie o il non mangiare cibi che lui non consumava. E non bisogna sorridere di ciò, ammoniva al-Ghazali, perché nessuno può pretendere di essere puro dentro se non osserva un comportamento esteriore adeguato. E siccome Muhammad è stato l'uomo perfetto, si capisce quanta importanza abbia la sua sunna (ovvero il suo modo di essere e di pensare).
La venerazione per il Profeta ha raggiunto nell'Islam punti estremi. Alcuni mistici lo hanno descritto come il compasso che equilibra l'ordinamento cosmico. Vi è una tradizione mistico-teologica secondo la quale dalla pre-eternità esiste una sostanza muhammadica che costituisce in certo senso il modello della profezia, cui tutti gli altri profeti riconosciuti dalla tradizione islamica (come Adamo, Noè, Abramo, Mose, Gesù...) si sono conformati. E' importante ricordare che queste esagerazioni, che arrivano quasi alla divinizzazione di Mu-hammad, non sono coraniche, ma sono state elaborate nei secoli dalla pietà musulmana. Il Corano, da parte sua, dice più volte che Muhammad è solo un uomo con capacità e abi-lità ordinarie (per esempio 7, 188 e molti altri luoghi ancora), sebbene abbia avuto il dono straordinario di ricevere in modo diretto la rivelazione.

I musulmani, sulla base di un oscuro accenno coranico (capitolo 7, 157-158), credono che Muhammad fosse analfabeta e ciò per dimostrare la veridicità della sua missione profetica: com'è possibile, infatti, che un uomo analfabeta abbia potuto ricevere e recitare un Libro cosi santo e perfetto come il Corano se non per miracolo di Dio? La stessa festa del compleanno del Profeta (mawlid), oggi molto sentita dai musulmani, fu istituita tardi, su imitazione del natale cristiano, e non esisteva nei primi tempi dell'Islam.

Quanto detto spiega come mai molti musulmani si possano sentire profondamente feriti e offesi da vignette satiriche che dileggiano il loro Profeta. Da una parte, tengo a preci-sare che a mio avviso il dileggio dei personaggi sacri delle altre religioni non rappresenta in alcun modo liberta di pensiero. Dall'altra, un musulmano non si permetterebbe mai di dileggiare Gesù Cristo, proprio perché lo ritiene un grandissimo profeta inserito nella storia della rivelazione. La questione è ulteriormente complicata dal divieto di raffigurare la per-sona di Muhammad.

E' ben noto che l'Islam, come del resto l'Ebraismo, proibisce di farsi rappresentazioni di Dio: disegnare Dio come ha fatto Michelangelo nella Cappella Sistina è, per un ebreo o un musulmano, un'empietà blasfema. Nell'Ebraismo si arriva al punto di vietare la pronun-cia del nome stesso di Dio (il tetragramma YHWH) sostituendolo con altre espressioni leci-te. Per analogia, la regola è che neppure Muhammad possa essere raffigurato. Questo non vuol dire che nell'Islam non ci sia stata una tradizione iconica che ha voluto rappresentare il Profeta. Ma caratteristicamente si tratta di una tradizione tarda e non araba (oserei dire non semitica, tenendo conto che arabi ed ebrei sono entrambi semiti).

Sono stati, infatti, prima i persiani e poi i turchi ad ammettere, soprattutto nelle loro miniature, la possibilità di raffigurare il corpo di Muhammad. Solo il corpo, però, non la testa, il volto, che viene sostituito da una fiamma. Oggidì, in alcuni paesi musulmani come l'Iran, circolano «immaginette» che riproducono un presunto, bellissimo, volto di un Muhammad giovane e sorridente. Naturalmente, nessuna raffigurazione del genere è ammes-sa in moschea, le cui pareti possono ospitare solo i grafemi artistici della calligrafia araba, e questo, ovviamente, non solo per gli arabi, ma anche per i persiani e i turchi.

Questa è anche la ragione per cui la cinematografia musulmana, pur assai prolifica, dall'Egitto all'Iran, non abbia mai girato un film sul Profeta, laddove moltissime pellicole sono state girate in Occidente con Gesù, regolarmente mostrato, come protagonista. Un'unica volta un regista siriano ha osato raccontare al cinema la vita di Muhammad (il film si intitola Il messaggio), ma, a parte il fatto che la pellicola sostanzialmente non ha circolato nei paesi musulmani ed è stata vista da pochissime persone per una sorta di na-turale ritrosia, il regista ha dovuto escogitare trucchi diversi per non mostrare in alcun modo la persona del Profeta. Ancor di più, si comprende perché la sensibilità musulmana riguardo alle vignette satiriche sia stata provocata. L'irrisione del Profeta è una blasfemia che offende sanguinosamente la coscienza del credente. Ciò, è ovvio, non giustifica né il terrorismo né l'omicidio, ma può costituire un motivo di profonda rabbia per un estremista, già convinto, a ragione o a torto, che l'Occidentelo colonizzi e lo sfrutti. Peraltro, è difficile trovare giustificazione per la punizione della blasfemia nei testi sacri. Innanzitutto, bisogna ricordare che la bestemmia è inesistente nell'Islam; è un non-problema.
Nessuno, nemmeno un ateo convinto, si permetterebbe di bestemmiare il nome di Dio o di Muhammad. La pronuncia continua, rimata, del nome di Dio (Allah) è, anzi, un mezzo assai praticato per entrare in comunicazione spirituale con Lui. Si spiega così perché il Corano (almeno per quanto io lo conosco - ma il Corano è un oceano senza limiti, come dice al-Ghazali) non si occupa neppure di denunciare e sanzionare la blasfemia. Piuttosto, il Corano si occupa più di una volta di denunciare l'apostasia, l'abbandono della religione. Ma anche in questo caso, non prevede alcuna punizione «fisica». Sarà Dio nell'aldilà, al momento del giudizio, a sanzionare l'apostata con la punizione che vorrà. Alcuni dottori conservatori, già nel Medioevo, hanno invece deciso che l'apostasia sia passibile di pena di morte: ma appunto, non vi è alcuna base coranica per giustifi-care una simile prescrizione. E lo stesso vale per la blasfemia. L'estremista che pretenderebbe di punire con la morte l'autore blasfemo di una vignetta satirica non troverebbe conforto dottrinale nel Corano.

Massimo Campanini 
 (da “Il Manifesto” del 16 gennaio)