“Il Gattopardo”
Dicembre 2016.
I SICILIANI SPIEGATI AI TURISTI
(Decima puntata)
Il turista “mordi-e-fuggi” che visita Palermo per
poche ore, in genere come tappa di una crociera, non se ne accorge; ma chi vi
soggiorna anche solo per qualche giorno, e può permettersi delle passeggiate a
piedi, resta colpito da una caratteristica insolita. La città, infatti, è
costellata da lapidi e ceppi che ricordano vittime - più o meno illustri – della mafia. In certe
zone residenziali è davvero sconcertante: a poche decine di metri l’una
dall’altra si incontrano insegne marmoree nei luoghi dove sono stati trucidati
politici, magistrati, poliziotti, giornalisti, imprenditori…A due passi dal
porto, in uno snodo stradale cruciale da cui passano quasi tutti i visitatori,
si erge una enigmatica costruzione in ferro arrugginito: i rari curiosi che si
interrogano in proposito scoprono che si tratta di un omaggio ai caduti della
lotta contro la mafia. Da alcuni anni persino in molte chiese l’immagine di don
Pino Puglisi ricorda che siamo in una terra in cui non ci sono zone franche
rispetto all’invadente violenza criminale.
Di questa
selva di testimonianza si possono dare -
e si sono date – interpretazioni contrastanti. Per alcuni si tratta
dell’ennesima tendenza tipicamente siciliana al culto dei morti. Lo scrittore
Leonardo Sciascia, già decenni or sono, evidenziava come qualcosa di patologico
questa sorta di necrofilia. Non è mancato neppure un politico palermitano che –
esasperando questa critica – è arrivato a proporre che, per non dare agli
ospiti stranieri un impatto rattristante, sarebbe stato meglio sottrarre ai
giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino l’intitolazione della stazione
aeroportuale di Punta Raisi.
E’ vero, per
richiamare la celeberrima espressione di Bertold Brecht, che una terra che ha
bisogno di tanti eroi e di tanti martiri è “maledetta”. Ma sarebbe migliore se
non ne avesse generato? O, avendoli generati, se se ne fosse dimenticata? Un
oblio generalizzato, intenzionale, programmatico sarebbe certo una
“maledizione” peggiore. Per questo ritengo che Palermo non debba nascondere le
proprie cicatrici, ma esporle con un mix di
vergogna e di (ancora maggiore) orgoglio. I suoi ospiti devono vedere, plasticamente,
che il capoluogo della Sicilia è la capitale della mafia (o, per lo meno, lo è
stata per troppo tempo); ma è anche (o, per lo meno, lo è stata per altrettanti
anni) la capitale dell’antimafia. Che ha generato criminali indegni, ma anche
cittadini integerrimi che - pur
nell’epoca dell’indifferentismo e della concentrazione sul privato – hanno
saputo subordinare al bene comune la loro intelligenza, le loro energie, i loro
affetti e, in non pochi casi, persino la loro vita. Insomma, Palermo non è una
città per ignavi: quasi sempre, prima o poi, costringe a scegliere da che parte
stare.
Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com