venerdì 11 ottobre 2019

OSCAR WILDE E SIGMUND FREUD TURISTI A PALERMO

“Il Gattopardo”
Settembre 2019

OSCAR WILDE E SIGMUND FREUD TURISTI IN SICILIA

In questi mesi la Sicilia sta registrando un boom di turisti che, abbagliati dalle bellezze naturali e artistiche, perdonano -più facilmente di noi siciliani che viviamo l’isola tutto l’anno – i risvolti antropologici negativi. Questa benevolenza di sguardo la si rintraccia anche in visitatori molto acuti e non certo poco inclini alla critica più salace.
Come ad esempio Oscal Wilde che, nell’aprile del 1900, scriveva all’amico Robbie (Robert Ross): “Palermo, dove ci siamo fermati otto giorni, era splendida. La città posta nella miglior situazione del mondo, trascorre la sua vita nella Conca d’oro, la splendida valle che si stende fra due mari. E poi da nessuna parte, neppure a Ravenna ho visto mosaici simili. Nella Cappella Palatina, che dai pavimenti ai soffitti è tutta d’oro, ci si sente come si fosse seduti nel cuore di un enorme nido, guardando gli angeli cantare”. Certo, centoventi anni fa, la Conca d’Oro non era ancora l’odierna accozzaglia di case,  o abusive o costruite su licenza di amministrazioni decerebrate; ma non sarebbero mancate neppure allora i motivi di lamentela.
Dopo dieci anni dalla visita di Wilde è il turno di Sigmund Freud che, nel settembre del 1910, sbarca a Palermo in compagnia del discepolo e collega Sandor Ferenczi. “Palermo è una città elegante, pulita, ricca di edifici e dotata di tutto quanto si possa pretendere”, scrive alla moglie Marta: E continua: “Grande è il nostro benessere”. E inoltre: “Attraversiamo Corso Vittorio Emanuele fino al centro della città che diventa sempre più grandiosa e magnifica fino al Duomo normanno e al Castello Reale”. Unico rammarico: non poter condividere con la tanto amata consorte quel “tale splendore di colori, profumi, vedute e benessere” che il padre della psicanalisi dichiara di non aver mai goduto in vita sua “tutti in una volta”. Certo: era la Palermo dei Florio e de Les Tramways de Palerme, quando Giovanni Gentile inaugurava la Biblioteca filosofica e Vittorio Emanuele III la Galleria d’Arte Moderna, ma se è stato possibile allora, perché non riprovarci di nuovo? Ne guadagnerebbe la qualità della vita di turisti e di indigeni in un circolo virtuoso che danneggerebbe solo i parassiti.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

martedì 8 ottobre 2019

SE SEI FIGLIO/A DI UN BOSS MAFIOSO...

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La mafia che uccide i suoi figli 

"Ecco come possono rinascere"

di 

La mafia divora i suoi figli. Li uccide nell'anima. Li spinge a camminare in un 
sentiero di spine. Ci sono quelli che seguono le orme del padre, dannati come lui
nella perdizione. Lo onorano per disonorarsi. Ci sono quelli che vivono da persone
perbene e che hanno, per fortuna, seguito altre strade, non senza pena.

In una intervista di qualche giorno fa, Luciana Ciancimino, figlia di Vito, 
sindaco mafioso di Palermo, ha detto: “Ho paura di stringere la mano a qualcuno
 e presentarmi. Magari l'interlocutore prima ti sorrideva ed era disposto a
 considerarti solo un essere umano, a valutarti per quello che sei. Il cognome è
 una barriera. Lo pronunci e ti senti subito allontanata”. E ancora: “C'è un aspetto
 pubblico di Vito Ciancimino che non condivido e che condanno. La mafia è la
 mostruosità che ha divorato e divora la nostra terra. Da siciliana la combatto e la
 disprezzo. E combatto e disprezzo la mentalità mafiosa”. Infine, come uno strappo:
 “Quell'uomo era mio padre. L'ho amato. Mi ha amata. E' così difficile da capire? 
Come si può rinnegare l'amore che ti ha salvato la vita?”.

E' la sofferenza che viene da dentro e che riguarda alcuni fra quelli che hanno
 avuto genitori dediti al male. L'uomo che leggeva il libro delle favole, la sera, lo 
faceva con mani macchiate di morte. C'è un mare vasto da solcare, soltanto per 
avvicinarsi al problema, non dimenticando mai, neanche per un attimo, lo strazio
 infinito, la sacrosanta richiesta di verità e giustizia delle vittime della mafia, 
gli innocenti annientati dalla ferocia bestiale di quei padri-boss. Chi avrà 
un simile coraggio? Intanto, se ne può parlare.

“Non posso imbarcarmi in un discorso generale – dice padre Cosimo Scordato, 
sacerdote noto per le sue battaglie di legalità e di civiltà -. La prima considerazione 
che vorrei fare è questa: un figlio che vive quella situazione deve interrogarsi.
 Fino a che punto ha ereditato tutto quello che, per esempio, un padre ha prodotto
 con la sua condotta sbagliata? E' in grado di prendere le distanze dal benessere
 e dai benefici? Quel figlio dovrebbe avere il coraggio di separare concretamente
 la propria storia dal resto. E' un lavoro prima di tutto interiore. E in certi casi
 si potrebbe manifestare questa scelta all'esterno, in pubblico. Il rinnegamento
 non è nei confronti del padre, ma delle azioni gravi che ha commesso. Oltretutto,
 il Vangelo, invitandoci ad amare il Signore e il suo Vangelo più dei nostri genitori,
 ci spinge anche a riequilibrare i nostri sentimenti 'naturali'”.

Aggiunge il filosofo Augusto Cavadi, autore per LiveSicilia.it: “Io sono del parere 
che quelle persone dovrebbero distinguere dentro di sé il ruolo di figlio e il ruolo 
di cittadino. Conosco figli di boss che hanno scoperto tardi l'identità del padre e,
 quando è accaduto, hanno vissuto con molta saggezza la differenza dei ruoli.
 Alcuni di questi 'figli di mafia', per dire così, sono impegnati in strutture di 
volontariato all'interno del movimento antimafia. Questo fa la differenza.
 Contestare gli errori non significa smettere di amare. Anzi, se tu ami davvero
 qualcuno non cercherai mai di imbrogliare le carte, vorrai la verità per te e
 per lui”.

Sullo sfondo, il groviglio delle sensazioni in controsenso. L'affetto contro
 il sentimento di colpa. Il gusto dell'innocenza contro una penosa certezza. Il 
bacio della buonanotte contro il mafioso che te l'ha dato.

Dario Cirrincione, giornalista, è andato in profondità con il suo libro 'Figli dei 
boss, vite in cerca di verità e riscatto'. Adesso dice: "Il concetto di famiglia è 
diverso a seconda del contesto. Nella 'Ndrangheta, per esempio, è molto forte.
 I casi sono diversi. C'è chi riconosce che il padre ha commesso fatti terribili, 
ma resta comunque il padre. C'è il figlio negazionista che non accetta la
 situazione e cerca giustificazioni. C'è il figlio che si rassegna e subisce 
passivamente. C'è il figlio fatalista: 'Mio padre non aveva scelta'. Alcuni 
riescono a svolgere una vita normale, nella piena consapevolezza di tutto,
 e a mantenere un legame affettivo".

La mafia uccide i suoi figli. Li divora. Ne ipoteca il futuro. Li incatena al
 passato. Gli avvelena il presente. Crea, talvolta, esseri umani spaccati a 
metà. Divisi tra la necessità di amare e l'impossibilità di dimenticare.

Costantino Visconti, professore a Giurisprudenza, chiosa: “E' una questione
 da non trattare con l'accetta. Capisco le ragioni di chi chiede una presa di distanza
 non dall'uomo ma dai misfatti che ha compiuto. Io mi accontenterei ancora di 
meno: della voglia dei discendenti con un cognome che gronda di sangue di 
vivere da persone buone e rispettabili. Ecco un'antimafia senza torcicollo che 
sa guardare al domani: non escludere coloro che non hanno responsabilità 
diretta, ma guadagnarli alla causa dei buoni e della legalità. Quando i miei
 nipoti giocheranno con i nipoti dei boss, senza distinzioni, sarà un grande 
giorno. Vorrà dire che la battaglia è stata finalmente vinta”.

Un campo di gioco immenso, nella speranza del professore. Senza lacrime, 
né lutti, né bisogno di distinguersi tra figli del male e figli del bene. Riusciremo
 mai soltanto a immaginarla una Sicilia così?

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domenica 6 ottobre 2019

EDGAR MORIN E IL MEDITERRANEO




PALERMO – Cosa può dirci ancora Edgar Morin, il quasi centenario filosofo e sociologo francese che da decenni sostiene la necessità di superare i confini tra le nazioni, nella consapevolezza di essere tutti figli e cittadini della Terra-Patria, casa comune dell’umanità? Nel libretto “Pensare il Mediterraneo, mediterraneizzare il pensiero”  (Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2019, €10,  a cura di Augusto Cavadi,  prima edizione italiana del saggio già pubblicato in Francia nel 1999) il filosofo propone nuovi spunti di riflessioni davvero intriganti ed attuali.
Morin constata che, nella nostra società secolarizzata, dove “lo sviluppo della Triade Scienza/Tecnica/Industria ha perso il suo carattere provvidenziale”, è stata purtroppo ormai smarrita la certezza e la fiducia nel futuro. Ma è proprio questa crisi di futuro a suscitare una sorta di rivincita del passato: “Quando il futuro è perduto e il presente è malato, allora non resta che rifugiarsi nel passato, cioè a dire nel ritorno alle radici etniche, nazionali, religiose. Se la coscienza planetaria è sottosviluppata e la coscienza umanistica è in crisi, dappertutto acquistano vigore le formule nazionaliste integrali, integriste o nazional-religiose”.
In questo quadro di rinascita delle sirene nazionaliste – oggi si userebbe il termine “sovraniste” – Morin assegna all’Europa e al Mediterraneo un ruolo centrale nella composizione dei conflitti e nella costruzione di un futuro di pace: “La costruzione di un’Europa politica e culturale, al di là dell’economia, sarà lo sviluppo di un’Europa della diversità in cui la sua area mediterranea conserverà la sua specificità e la sua autonomia. Non si può riscoprire il Mediterraneo se non cessando di percepirlo come frontiera e considerandolo come bene comune e grande canale di comunicazione”. Il filosofo afferma quindi che è necessario ritrovare nel Mediterraneo l’essenza dell’apertura, della comunicazione, della tolleranza e della razionalità: “Dobbiamo ‘rimediterraneizzarci’ come cittadini della comunicazione e cittadini della complessità. Come il mondo non può salvarsi che grazie a una religione della fraternità umana, così il Mediterraneo non può salvarsi che grazie a una fraternità mediterranea”.
Sollecitato dalla lingua francese, dove Mediterraneo è femminile (la Méditerranée), l’autore continua a parlare del Mare nostrum con accenti quasi lirici e commossi, esortando a ritrovare la sua sostanza materna e inclusiva, che dovrebbe aiutarci a sentirci figli e fratelli, e a guardare al futuro con il “principio speranza”, pur senza fedi religiose, certezze scientifiche o promesse storiche. Il saggio è inoltre arricchito da notizie biografiche su Morin (nome di battaglia assunto dal filosofo al posto del cognome vero, Nahoum, quando si impegnò nella resistenza anti-nazista) e da un’interessante postfazione del professor Alberto Cacopardo, che sottolinea la necessità di estendere il comandamento “non uccidere” dagli angusti confini nazionali ai confini planetari, mentre purtroppo sinora “L’orizzonte dell’etica definisce un ‘noi’ al di fuori del quale incombe un’estraneità che non è umana come noi. Questo è il meccanismo antropologico che rende possibile la guerra: il misconoscimento della comune umanità”.
Nella prospettiva di una nuova etica capace di superare i temibili conflitti tra nazioni e gruppi religiosi, il mare Mediterraneo potrebbe divenire “il fecondo terreno d’incontro tra i mondi che si affacciano alle sue onde”, con l’impegno a costruire quell’umanesimo planetario agognato anche da Ernesto Balducci. Preziose infine, nel capitolo conclusivo del libro, le notazioni del curatore Augusto Cavadi, che sottolinea come il passaggio da una coscienza individualistica a una planetaria venga considerato dal filosofo francese una tappa decisiva del processo di “ominizzazione” e pone l’accento su quello che lo studioso chiama “vangelo della perdizione”. Sciogliendo il legame bi-millenario tra l’annunzio di fraternità e la speranza religiosa di salvezza, il laico e non credente Morin scrive: “Tutti gli essere viventi sono gettati nella vita senza averlo chiesto, sono promessi alla morte senza averlo desiderato. Vivono tra nulla e nulla… Siamo perduti, ma abbiamo un tetto, una casa, una patria: il piccolo pianeta in cui la vita si è creata il proprio giardino, in cui gli esseri umani hanno formato il proprio focolare, in cui ormai l’umanità deve riconoscere la propria casa comune. Dobbiamo essere fratelli, non perché saremo salvati, ma perché siamo perduti. Dobbiamo essere fratelli, per vivere autenticamente la nostra comunità di destino di vita e di morte terreni”.
Allora, conclude saggiamente Cavadi: “Ci vuole molta follia per sprecare la nostra caduca esistenza personale in conflitti e distruzioni, anziché investirla per rendere accogliente il giardino che ci ospita per pochi frammenti di tempo”.

Maria D’Asaro

http://www.ilpuntoquotidiano.it/il-mediterraneo-diventi-il-mare-della-fraternita/

mercoledì 2 ottobre 2019

VOTO AI SEDICENNI ? PESSIMA IDEA



“Repubblica – Palermo”
2.10.1950

DARE IL VOTO AI SEDICENNI O TOGLIERLO AI DICIOTTENNI ?

Quando la Madonna, ascoltando le preghiere di Matteo Salvini per il bene dell’Italia, lo ha convinto (in un accesso di Spirito o forse in un eccesso di spirito, di alcool) al suicidio politico di agosto, ho emesso un profondo respiro di sollievo. Provvisorio, ma profondo. Sostenitori e oppositori di questa nuova coalizione governativa sappiamo che molto del futuro del Paese dipende da come essa si comporterà nei prossimi mesi. La proposta di estendere ai sedicenni il diritto di votare è uno dei passi peggiori con cui avviare il nuovo corso.
Per quali ragioni? 
Più di tante analisi psico-sociologiche l’ha spiegato, papale papale, in un’intervista a Ernesto Assante sulla “Repubblica” del 1 ottobre, Emanuele Crisanti, sedicenne famoso per la sua partecipazione a XFactor: “Io e i miei coetanei non siamo abbastanza informati per poter davvero esprimere un voto ragionato. Non abbiamo una visione completa della politica che ci permetta di scegliere coscientemente”.
Chi ha trascorso, da alunno prima e da docente dopo, quasi settant’anni in aule scolastiche non può – se onesto intellettualmente- che sottoscrivere la dichiarazione del saggio ragazzo, aggiungendo solo due chiose.
La prima: “Non abbiamo una visione completa della politica” è una formulazione eufemistica, addolcita. La verità vera sarebbe: “Non abbiamo nessuna visione della politica, né completa né incompleta”. Se non fossero episodi anche rattristanti, ce ne sarebbero tanti di divertenti da raccontare: per esempio quando un alunno mi spiegava che lui e la sua famiglia erano per tradizione “di destra” e, perciò, avevano sempre votato “prima PCI poi PDS”.
Ma di chi è la responsabilità di tanta ignoranza? Delle agenzie educative ( in primis la scuola, poi i partiti, i sindacati, le associazioni, le chiese…) che dovrebbero curare l’alfabetizzazione sull’ordinamento repubblicano (differenza di ruolo fra parlamento, governo e magistratura, almeno) e sulle diverse teorie politiche in competizione (liberalismo, socialdemocrazia, fascismo, personalismo comunitario, ambientalismo, conservatorismo, anarchismo…). Per sopperire a questa latitanza, alcuni amici di vario orientamento ideologico abbiamo fondato nel 1992 l’associazione di volontariato culturale “Scuola di formazione etico-politica Giovanni Falcone”, con sede a Palermo ma con interventi pedagogico-didattici in ogni parte d’Italia (http://www.scuoladiformazionegiovannifalcone.it) : dopo più di un quarto di secolo continuiamo a lavorare, consapevoli però di costituire una realtà troppo piccola per l’enorme fabbisogno di informazione e di saggezza. 
Da qui la seconda chiosa necessaria – a mio sommesso avviso – alla dichiarazione del giovane Crisanti: a non essere “abbastanza informati per poter davvero esprimere un voto ragionato” non sono solo lui e i suoi “coetanei”, ma la stragrande maggioranza degli italiani. All’ordine del giorno, perciò, dovrebbe esserci non l’estensione del diritto di voto ai sedicenni, ma l’abolizione di tale diritto agli ultra-diciottenni incapaci di rispondere a quei quesiti elementari che  gli Stati democratici sottopongono agli immigrati aspiranti alla cittadinanza. 
So che affermare queste verità evidenti significa remare contro corrente che, nell’epoca della demagogia galoppante,  è l’unico peccato veramente imperdonabile. Ma ognuno ha il suo dovere etico e deve risponderne innanzitutto alla propria coscienza.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

martedì 1 ottobre 2019

IL MESE DI OTTOBRE ALLA CASA DELL'EQUITA' E DELLA BELLEZZA



CASA DELL'EQUITA' E DELLA BELLEZZA
Via Nicolò Garzilli 43/a – Palermo
Care amiche e cari amici della “Casa dell’equità e della bellezza” di Palermo, eccovi l’aggiornamento per ottobre del 2019:
·      Mercoledì 2 ottobre dalle ore 18,30 alle ore 20,00: Meditazione filosofica dialogatacon Augusto Cavadi sul tema: “Saper invecchiare con saggezza”. (Chi non è sostenitore mensile della Casa è cortesemente invitato a lasciare un contributo di euro 5,00). La Casa aprirà mezz’ora prima (alle ore 18) per accogliere i partecipanti: alle 18,30 in punto si spegneranno i citofoni. 
·      Mercoledì 9 ottobre dalle ore 18,30 alle ore 20,00: Meditazione filosofica dialogata con Maurizio Muraglia sul tema: “Paolo e Francesca secondo Dante: l’eterna lotta fra Ethos ed Eros”. (Chi non è sostenitore mensile della Casa è cortesemente invitato a lasciare un contributo di euro 5,00). La Casa aprirà mezz’ora prima (alle ore 18) per accogliere i partecipanti: alle 18,30 in punto si spegneranno i citofoni.
·      Domenica 13 ottobre dalle ore 11,00 alle ore 13,00: Incontro di spiritualità laica(“La domenica di chi non ha chiesa”). Dopo la prima mezz’ora di accoglienza reciproca, dalle 11,30 alle 13,00 una meditazione condivisa. Alle 13,00 pranzo con ciò che ciascuno desidera offrire in tavola. Chi non è già sostenitore mensile della Casa è invitato a versare 5,00 euro per le spese di gestione della stessa. 
PER QUESTO MESE VERIFICARE SE LA “DOMENICA DI CHI NON HA CHIESA” SI SVOLGERA’ IN CASA O ALTROVE: attendere e-mail di Salvo Menna o contattarlo direttamente.
·      Lunedì  14  ottobre  dalle ore 18,00 alle ore 20,00 : conversazione pubblica con Giuseppe Burgio sul tema della seconda edizione del suo volume “Adolescenza e violenza. Il bullismo omofobico come formazione alla maschilità”. Organizzano il Gruppo “Noi uomini a Palermo contro la violenza sulle donne” e la Scuola di formazione etico-politica “Giovanni Falcone”.
·      Mercoledì 16  ottobre dalle ore 18,30 alle ore 20,00:  Meditazione filosofica dialogata. (Chi non è sostenitore mensile della Casa è cortesemente invitato a lasciare un contributo di euro 5,00). La Casa aprirà mezz’ora prima (alle ore 18) per accogliere i partecipanti: alle 18,30 in punto si spegneranno i citofoni.
·      Giovedì 17 ottobre dalle ore 18,00 alle ore 20,00: Incontro su “Cos’è davvero essenziale?” . Organizza la rivista “Le nuove frontiere della scuola” in occasione del 50° numero (intitolato appunto “L’essenziale”).
·      Mercoledì 23  ottobre dalle ore 18,30 alle ore 20,00:  Meditazione filosofica dialogata. (Chi non è sostenitore mensile della Casa è cortesemente invitato a lasciare un contributo di euro 5,00). La Casa aprirà mezz’ora prima (alle ore 18) per accogliere i partecipanti: alle 18,30 in punto si spegneranno i citofoni.
·      Lunedì  28  ottobre  dalle 19,30 alle 22,30, incontro quindicinale del “Gruppo noi uomini a Palermo contro la violenza sulle donne”. Nel corso delle due ore è previsto un momento conviviale autogestito. 
·      Mercoledì 30  ottobre dalle ore 18,30 alle ore 20,00:  Meditazione filosofica dialogata. (Chi non è sostenitore mensile della Casa è cortesemente invitato a lasciare un contributo di euro 5,00). La Casa aprirà mezz’ora prima (alle ore 18) per accogliere i partecipanti: alle 18,30 in punto si spegneranno i citofoni

Con un affettuoso arrivederci, 
         Augusto Cavadi    
       (a.cavadi@libero.it)