martedì 30 dicembre 2008

LA SVOLTA DELLA FILOSOFIA


“Palermo - Repubblica”
30 dicembre 2008

GIUSY RANDAZZO
La svolta della filosofia
Cieffe - Erga
Pagine 128
10 euro

Dal XIX secolo lentamente, ma inesorabilmente, psicologia e filosofia hanno concordato una forma di “separazione giudiziale” consensuale: col risultato - non proprio esaltante - di impoverirsi entrambi. Da qui i tentativi di invertire la direzione di marcia. La psicologia prova ad allargare i suoi orizzonti e ad arricchire i suoi strumenti culturali rileggendo alcuni ‘classici’ della filosofia ; quest’ultima, in alcuni esponenti più creativi, prova a tornare sulle strade degli uomini e delle donne ‘comuni’ per ascoltarne le domande autentiche e sostenerne i tentativi di risposta. Il libro di Giusy Randazzo, una vivace siciliana che presiede a Genova l’Associazione italiana psicofilosofi, intitolato La svolta della filosofia. Consulenza filosofica e relazioni d’aiuto, racconta - anche con riferimenti ad esperienze autobiografiche - alcuni momenti di questo itinerario: non privo di rischi, ma neppure di prospettive promettenti per il benessere integrale della società (che potrebbe essere liberata dall’idea che ogni disagio sia necessariamente patologico).

mercoledì 24 dicembre 2008

DONNA E PASTORA


“Centonove” 24.12.08

DONNA E PROTESTANTE ?
FUORI DALLE CORSIE!

Elisabetta Ribet, 35 anni, piemontese, da 5 anni pastora della chiesa valdese-metodista della Noce a Palermo. E’ una donna dai modi aggraziati, lo sguardo attento, il sorriso acceso da un vivo senso dell’humour. Le cronache raccontano di un grave episodio di cui è stata vittima in questi giorni presso una struttura sanitaria pubblica del capoluogo siciliano. Cosa le è capitato, di preciso, pastora? “Mi sono recata a trovare, presso il reparto di traumatologia e ortopedia dell’Ospedale ‘Cervello’, un’anziana signora della mia comunità. E’ un mio dovere pastorale, prima ancora un suo diritto di cittadina ricevere assistenza spirituale. Ero in anticipo rispetto all’orario delle visite e un’infermiera mi ha gentilmente bloccato, chiedendomi di attendere. Ho esitato un momento e poi, visto che alcune altre persone sono entrate in reparto, sono entrata anche io senza ulteriori problemi. Il giorno dopo sono tornata insieme a due altre sorelle di chiesa. Siamo entrate in tre mezz’ora prima dell’orario di visita. Quando ci hanno chiesto di uscire le due hanno immediatamente chiesto scusa e sono uscite, ma che io, in quanto pastora, potevo rimanere. L’infermiera era accompagnata dal primario, dottor Claudio Castellani, che non ha voluto sentire ragioni: nonostante gli abbia mostrato il tesserino che certifica che io sono un ministro di culto, documento riconosciuto dallo Stato italiano nei termini dell’Intesa con le nostre chiese, mi ha buttato fuori. Peraltro, in reparto e in particolare nella stanza della persona che mi aspettava non c’era nessuna situazione che potesse far dire che era meglio non entrare immediatamente”.

Ma esiste una normativa che le garantisce il diritto di visita di una fedele fuori orario?
“Sì, certo. E’ la normativa garantita dall’Intesa tramite la legge 449 dell’84 che non vale solo per i preti in clergyman, ma anche per chi come me è una giovane donna con la gonna un po’ sopra le ginocchia”.
E cosa l’ha ferita in questo episodio?
“Innanzitutto, sul piano più immediato delle relazioni umane, l’assoluta mancanza di ascolto da parte del primario. In secondo luogo, la palese violazione del diritto della sorella ricoverata e della sua libertà di religione. Come se soltanto i cattolici romani avessero diritto alla visita del loro parroco... Inoltre sono stata amaramente colpita nella mia coscienza di cittadina di uno Stato laico che non riesce a garantire parità di diritti. Sia chiaro: sarei stata altrettanto turbata se ad essere bloccato fosse stato un rabbino ebreo o un imam islamico, e mi chiedo come funzioni con i pastori pentecostali. E’ una questione di genere, di abito talare, qual è il problema?”
Se poi si considera che tutto questo avviene in una regione in cui un governo di centro-destra ha assunto negli organici amministrativi gli assistenti religiosi cattolici, costringendo tutti i contribuenti a pagare un servizio di cui godono solo i pazienti cattolici, c’è davvero da rimanere esterrefatti. Dopo la sua protesta sull’edizione palermitana di un quotidiano nazionale è mutata qualcosa?
“Corrado Augias ha ripreso la lettera sull’edizione nazionale di ‘Repubblica’. Nel frattempo, la Tavola Valdese si è mobilitata per chiedere chiarimenti e per denunciare questo episodio. Non è una cosa che tocca me personalmente, ma piuttosto un preoccupante segnale di quella che nel migliore dei casi possiamo chiamare imperdonabile superficialità, se non violazione di diritti di base.
La cosa che più mi rattrista è sentire che attorno a questo episodio si sta formando, a fianco della giusta attenzione e volontà di chiarire i fatti ed evitare che si ripetano simili situazioni, anche una leggera bruma di spettacolarizzazione da reality show. Non denuncio questo episodio per fare audience, ma perchè è uno dei tanti sintomi di qualcosa di molto grave che riguarda il nostro modo di vivere qui in Italia, il nostro senso civico e di cittadinanza, in particolare su tutto ciò che ha a che fare con la libertà di religione nel paese”.

UNA PASTORA


“Repubblica - Palermo”
24.12. 08

La donna ‘pastora’ che celebra alla Noce

Perché una ragazza ‘normale’ decide di diventare pastora? L’esordio dell’intervista con Elisabetta Ribet viene disturbato dalla voce del suo collega catanese Francesco che sta preparando il caffé nella cucina dove avviene l’incontro: “Dovresti chiedere ad una ragazza ‘normale’…”. Sorridiamo divertiti e la guida spirituale della chiesa valdese-metodista della Noce prova a rispondere, non senza imbarazzo: “Intanto c’è da considerare che la scelta iniziale è stata per la teologia: volevo indagare l’ambito umanistico, più precisamente storico-sociale, e la teologia per me è anche studio di come l’uomo vive il rapporto con il Trascendente. In particolare - quando ho lasciato il liceo e dovevo optare per una facoltà universitaria era l’anno della Pantera - mi avvertivo fortemente motivata a capire come mai l’Occidente abbia potuto creare tanti disastri planetari nel nome di Gesù Cristo. Poi, quando ho accettato la proposta di essere ‘pastorizzata’ ” (sorride nuovamente divertita) “avrà certamente pesato l’ambiente di provenienza: nella mia famiglia c’è stato da secoli un pastore almeno ogni due generazioni”.

Ma perché pastora a Palermo una piemontese che ha completato gli studi a Parigi? “Sembrerà strano, ma a Parigi ho trovato un ambiente internazionale vivace sul piano culturale come Palermo lo è sul piano delle presenze sociali. Là conoscevo teologi polinesiani, africani, asiatici che sfidavano le mie conoscenze dottrinarie: qui ho conosciuto immigrati, sbarcati clandestinamente, che vengono da quelle stesse terre in cerca di pane e dignità. Poche settimane fa, colloquiando con alcuni ragazzi a cui il nostro centro di accoglienza ha prestato i primi soccorsi, sono stata spiazzata dalla risposta di uno di loro alla domanda se nel suo lungo viaggio dall’Africa centrale, attraverso il deserto e poi il canale di Sicilia, fosse stato sostenuto da un brano biblico: ‘Sì, il salmo dove si legge che, anche se il padre e la madre dovessero dimenticarsi del figlio, Dio non si dimenticherebbe di lui’. Ho sperimentato come Dio può ammaestrare i teologi attraverso le vie più impensate”. A Palermo un forestiero trova qualcosa di particolarmente bello o di particolarmente brutto? “Direi entrambe le sorprese. Intanto il calore con cui la città - o, per lo meno, quel pezzo di città che costituisce la mia piccola chiesa protestante - sa accogliere. E non soltanto i bianchi, istruiti, che come me vengono a svolgere un ruolo di responsabilità sociale, ma anche i neri, che non sanno una parola di italiano e che hanno bisogno di tutto per sopravvivere. Ho vissuto in altre zone d’Italia, per esempio in Val d’Aosta, e ho potuto misurare la differenza abissale a favore di Palermo. Di negativo, invece, ho trovato una certa acquiescenza ad un sistema relazionale di tipo mafioso che mi sembra venga accettato quasi come inevitabile: troppo pochi i cittadini con la schiena dritta, troppi i ‘clienti’. Da cinque anni ad oggi mi pare che, addirittura, la città su questo fronte si stia addormentando”. Le prometto che non farò ricorso a formule volutamente ad effetto, ma erronee, come ‘donna- prete’ o ’sacerdotessa’ : per i protestanti il ‘pastore’ non appartiene ad un ‘ordine’ speciale di cristiani né gli viene impresso un carattere ‘ontologico’ indelebile, ma è un laico che - per un periodo più o meno lungo della sua vita - è chiamato dalla comunità a svolgere un servizio di predicazione e di assistenza spirituale. In cambio della mia sobrietà espressiva, però, le chiedo qualche indiscrezione privata. Per molti cattolici è bene mantenere obbligatorio per i preti la castità celibataria perché - si dice - la gente si scandalizzerebbe se sapesse che il parroco è sposato o, peggio ancora, convivente: come vedono i fedeli di questa chiesa, qui a Palermo, il fatto che la pastora viva con un ragazzo senza essergli unita da un vincolo matrimoniale? “Non so in altre chiese siciliane che cosa sarebbe successo. Qui ho trovato una grande discrezione: non ho ricevuto domande riguardanti la mia sfera privata né io ho fatto niente per sbandierare il mio legame sentimentale con una persona di origine africana che, tra l’altro, non appartiene alla mia chiesa e lavora in tutt’altro ambito. Quanti, poi, vengono ad apprendere più o meno casualmente del mio legame - e magari poi ci invitano a cena o ad una festa in quanto coppia - non sembrano dare alcun peso a questo elemento. Che io sia single o in coppia li tocca quanto a me può importare che il dentista a cui mi rivolgo sia single o in coppia. L’essenziale è che sia un dentista professionalmente valido”.
Che Elisabetta sappia fare la pastora con sobria efficacia lo testimonia l’affetto con cui donne e uomini, adulti e giovani, la circondano e la sostengono. Chi ha curiosità lo potrebbe verificare partecipando una domenica al culto che lei presiede alle undici nella sala di via Noce. Una liturgia in cui la pastora Ribet trova quasi sempre parole stimolanti di commento alla Bibbia, per nulla soporifere. E una liturgia vivacizzata dalla presenza di fedeli non certo freddi, ingessati: in misura ormai preponderante immigrati da tutto il mondo che suonano e cantano e ballano e battono ritmicamente le mani come si usa nei loro Paesi di provenienza. Prima di lasciarci le chiedo un’opinione sul rapporto con i cattolici, ma ecco che il volto le diventa più serio: “A Palermo, ma non solo, il dialogo ecumenico a livello di istituzioni è bloccato da anni. Per grazia di Dio, qui come altrove, ci sono però persone meravigliose, anche cattoliche, che non si arrendono ad un cristianesimo provinciale, confessionale. La più grande speranza di un cristianesimo dagli orizzonti vasti come il pianeta sono gli immigrati e i giovani”.

venerdì 19 dicembre 2008

ANDREA COZZO SU “E PER PASSIONE LA FILOSOFIA”


“Centonove” 19.12.08

QUANDO LA FILOSOFIA E’ PASSIONE

Piacevole e interessante questa presentazione della filosofia (”E, per passione, la filosofia. Breve introduzione alla più inutile di tutte le scienze, Di Girolamo, Trapani 2008, pp. 188, euro 16,50) destinata, in primis, ai non-filosofi (e che, dunque, anche nei licei sarà letta con profitto). Chi conosce l’autore, leggendo il libro – e quasi riascoltandone la voce nella mente – lo ritrova tutto: con la sua verve umoristica, la capacità comunicativa, la conoscenza, l’intelletto. Insomma: con il suo animo. I problemi principali della filosofia risultano molto ben presentati e,direi, anche in felice equilibrio tra aspetto teorico e implicazioni pratiche - di vita quotidiana. Personalmente mi sono piaciute molte pagine, sempre chiare e stimolanti: soprattutto quelle della parte terza dedicate a L’oltre della filosofia (e, tra queste, in particolare quelle sulla pratica amorosa). Chiarissimo poi mi è apparso il quadro esposto nelle parti prima (”Cinque buone ragioni per occuparsi di filosofia, pur senza farne un mestiere”) e seconda (”Di che si occupa chi non si occupa di qualcosa in particolare”).
Ovviamente non mancano i passaggi che mi risultano difficili da condividere. Per andare subito al cuore della divergenza: il capitolo “Della verità” e le implicazioni di questo aspetto che tornano qua e là (per esempio là dove la filosofia viene presentata come un dialogo finalizzato “a capire come stanno le cose”, laddove io avrei detto “a capire come stare -bene- tra e con le cose”). Con spirito di dialogo, vorrei chiedere: ferma restando la validità logica del principio di non-contraddizione, perché sostenere non solo che esso ammette la tolleranza, ma pure che “solo esso la rende possibile” e che, “se veramente venisse meno la forza della ragione, non resterebbe altra risorsa (almeno per le questioni essenziali) che le ragioni della forza”? Non c’è ancora la forza dell’amore? Quali sono gli Stati che esercitano la violenza perché si fondano “sulla sfiducia nella possibilità di pervenire ad asserzioni intrinsecamente vere”? A me sembra, piuttosto, che la violenza - degli Stati, come dei terrorismi di ogni genere- si fondi sulla pretesa opposta: cioè di essere pervenuti ad “asserzioni intrinsecamente vere”.

Nello stesso paragrafo da cui ho tratto le citazioni – e nel precedente - non riesco a far quadrare alcune affermazioni. Per esempio, Cavadi sostiene che il principio di non-contraddizione “asserisce che esiste una verità, ma non dice quale sia” (e qui condivido) e che (interpreto) sulla base di esso ” l’uomo possa attingere -sia pur parzialmente e reversibilmente - la ‘verità delle cose’ ” (è la tesi che attribuisce giustamente ai realisti, tra i quali, se non ho capito male, egli si colloca). Il mio problema è: se il principio di non- contraddizione dice solo che c’è una verità, senza dire quale essa sia, chi garantisce allora che in un certo momento questa verità la si stia cogliendo? Quello che possiamo dire, eventualmente, è solo una frase come “in questo caso qui, e per adesso, siamo tutti d’accordo”: e mai “questa è la verità“. Insomma, se proprio vogliamo ricorrere a questo termine così problematico termine, ciò che possiamo dire è: “questo è, in questo caso e per il momento, quello che noi crediamo -o siamo convinti - che sia la verità)”. Da questo punto di vista l’obiezione ad Aristotele, che Cavadi riporta, non ha bisogno neanche di essere formulata: è lui stesso, il grande pensatore greco, ad affermare giustamente che il tale di cui egli parla “si guarda bene” dal dirigersi in un pozzo o in un precipizio perché è “convinto che il cadervi dentro non sia affatto cosa ugualmente buona e non buona” e – conclude - “è evidente che tutti sono convinti che le cose stiano in un solo ed unico modo”. Per me, parlare di “convinzione, parere, accordo o disaccordo” e simili - piuttosto che di “verità” e di “ciò che è” - aiuta a dialogare e a restare umili senza per questo rinunciare a “stare nella realtà“. E’ la posizione attribuita a Protagora, nel “Teeteto”, e mi piace molto, anche perché mi pare pienamente razionale. Tale quindi da poter essere accettabile anche da Cavadi…

Andrea Cozzo

giovedì 18 dicembre 2008

LA MESSA NELLE SCUOLE


“Repubblica - Palermo”
18.12.08

LA MESSA NELLE SCUOLE NON FA BENE AI CATTOLICI

Tra i paradossi del periodo natalizio si registra la moltiplicazione - in clima di ciaramelle e presepi - di motivi di litigi fra fidanzati, coniugi, colleghi di lavoro. Ogni spunto può risultare deflagrante: la scelta del locale in cui aspettare la mezzanotte o dei suoceri con cui consumare il cenone della vigilia o dei giorni di ferie…Le scuole elementari (soprattutto nel Meridione) non fanno eccezione: e, per colmo dei colmi, il casus belli è la santa messa. Dove sta, con precisione, la questione?
Se - come avviene nel resto del mondo civile - si trattasse di darsi appuntamento in una chiesa cattolica per pregare insieme, in una delle tante giornate di vacanza previste dal 24 dicembre al 7 gennaio, non ci sarebbe che da rallegrarsi: che cosa di più bello, per chi convive quasi tutto l’anno in uno stesso ambiente di ricerca intellettuale, di condividere fra credenti la stessa gioia per la memoria della nascita del Salvatore? Purtroppo, però, si ha il fondato sospetto che gli alunni non avvertano questa esigenza spirituale: si teme che - nonostante i catechismi in preparazione della prima comunione e della cresima, nonostante le montagne di ore di lezioni di religione cattolica, nonostante gli sceneggiati televisivi su tutti i santi del calendario - preferiscano trascorrere il tempo libero in palestra o tra i videogiochi. Da qui l’idea geniale (a quanto pare sinora condivisa dalla maggior parte dei dirigenti scolastici, dei docenti e dei genitori): organizzare la celebrazione eucaristica in orari scolastici, al posto delle lezioni curriculari, conferendole la veste di un’attività parascolastica semi-obbligatoria.

Le intenzioni dei consigli di istituto che deliberano in questo senso sono fuori discussione: nella crisi dei ‘valori’ generalizzata ricorrere alla vecchia funzione della religione come antidoto al degrado dei costumi e al disorientamento etico. Ma, se prescindiamo dalla analisi delle intenzioni, non si possono chiudere gli occhi sugli effetti discutibili di tali decisioni e sulle obiezioni consistenti da queste sollevate.
Un primo ordine di obiezioni viene da chi è convinto che la scuola statale debba essere rigorosamente aconfessionale: proprio perchè vuole essere la casa di tutti, non può essere - anzi neppure apparire - appannaggio di una parte politica o filosofica o religiosa. Se si tratta di studiare il cattolicesimo (eventualmente anche con qualche visita di istruzione in una chiesa), la scuola è perfettamente nei suoi diritti, anzi nei suoi doveri. Specialmente se non dimentica di studiare anche il cristianesimo protestante, l’islamismo o l’ebraismo (eventualmente anche con qualche visita di istruzione in un tempio protestante, in una moschea o in una sinagoga): proprio come lo studio dell’arte può implicare la visita ad un museo o lo studio della botanica la gita in un parco naturalistico. Tutt’altra cosa, invece, convocare gli alunni in una chiesa per un momento non di informazione culturale, ma di coinvolgimento esistenziale: esattamente come sarebbe scorretto convocarli non per un dibattito con un imam o con un rabbino o con uno sciamano, ma per coinvolgerli in una celebrazione islamica, ebraica o sciamanica. Né vale osservare che un genitore, in quanto ateo o fedele di altre confessioni religiose, può autorizzare il figlio ad assentarsi in quelle ore: la scuola non ha certo il compito di proporre iniziative che dividono, quando addirittura non emarginano psicologicamente.
D’altronde questo uso strumentale della religione cristiana si presta alle obiezioni anche di parecchi credenti: essi pensano, infatti, che il vangelo abbia senso come proposta libera e liberante; che utilizzarlo per tener buoni i bambini sia un modo sottile ma deleterio di banalizzarlo; e che, per giunta, sia controproducente perché queste celebrazioni ‘ufficiali’ (e quasi imposte) vengono vissute in un clima di disattenzione, di superficialità e di goliardia. Diciamolo pure: di disprezzo della spiritualità religiosa. Si è già constatato da decenni che i gioielli della cultura cristiana (dalla Divina Commedia a I promessi sposi) sono stati maciullati dal tritacarne del sistema scolastico: si ama così poco il momento del convito eucaristico da volerlo sfigurare agli occhi dei giovani, riducendolo a ingrediente del gran polpettone delle offerte formative parascolastiche in cui si amalgamano momenti impegnativi di educazione alla legalità con momenti molto meno significativi (dalle interviste a giocatori di foot-ball alle chiacchierate con attrici di sceneggiati televisivi)?