lunedì 22 novembre 2010

DOCUMENTO DEL COLLEGIO DEI DOCENTI


I docenti del Liceo Classico “Garibaldi” esprimono il proprio disappunto per la forma di protesta (l’occupazione) adottata dagli studenti: improvvisa, imprevedibile e lesiva dei diritti di coloro che se ne dissociano.
Ritengono di non essere e di non dover essere in nessun modo considerati controparte avendo sempre mostrato grande disponibilità al dialogo e apertura a riflessioni e iniziative condivise, nel rispetto dei ruoli e della legge; e deplorano affermazioni e formulazioni che, anche nel variopinto mondo della rete, si prestino a tale lettura o che presentino una situazione non rispondente alla realtà (ad esempio “degrado strutturale dello stesso istituto”, - secondo una Dichiarazione del Comitato di occupazione del 20.11.2010 pubblicata da Collettivo autorganizzato studentesco ‘Garibaldi’ - che fa pensare a strutture scolastiche fatiscenti, mentre è solo la palestra ad essere inagibile).
Il liceo “Garibaldi” ha una tradizione e una storia antica : trovano espressione nel POF, nel quotidiano impegno dei docenti, nella progettazione globale della scuola, nei documenti dai quali risulta chiaramente, nel rispetto della normativa, il punto di vista dei docenti, sul piano didattico-educativo e culturale, su tematiche di rilevanza generale.
Il Collegio auspica che gli studenti scelgano, in linea con la formazione ricevuta e nel rispetto dei principi costituzionali, modalità differenti per esprimere il proprio pensiero, più vicine alla vera democrazia.
Palermo, lunedì 22 novembre 1010

domenica 21 novembre 2010

Un dialogo con Raimon Panikkar


Un dialogo con Raimon Panikkar

Come è noto, poche settimane fa è deceduto Raimon Panikkar (1918 - 2010) , uno dei massimi teologi del XX secolo. Mi sono ricordato di aver partecipato nel settembre 1989 a un seminario residenziale da lui gestito ad Assisi (in compagnia di Candida Di Vita, la cara amica che mi aveva segnalato questa opportunità).
Uno scambio fra me e Panikkar venne poi pubblicato nel 1993 nel libro che, in qualche modo, riportava gli Atti del seminario di quattro anni prima (R. Panikkar, “Ecosofia: la nuova saggezza per una spiritualità della terra”, Cittadella, Assisi, pp. 98 - 100; 104 - 106). Aggiungo anche, traendolo dalle pp. 172 - 173, il testo che mi fu chiesto di scrivere per la liturgia eucaristica conclusiva celebrata da Panikkar (le parole accompagnarono, al momento dell’offertorio, la presentazione del fuoco, inserita nell’offerta del pane, del vino, dell’acqua e dei fiori).

AUGUSTO: Il primo novenario mi è sembrato molto interessante per elaborare – per noi che operiamo in un fronte difficile come quello palermitano e siciliano attuale – un’etica dell’antimafia. Di questo la volevo ringraziare perché proprio con alcuni amici, nell’intervallo, ci siamo chiesti se non era possibile elaborare queste indicazioni per dare forza e motivazione a una lotta contro la criminalità mafiosa che è un fatto, sia regionale siciliano, sia purtroppo, di portata mondiale.
La seconda osservazione riguarda il problema cristologico. Lei ha detto che alla domanda se Cristo è Dio, nella nostra cultura occorre necessariamente rispondere sì. Io sarei forse più prudente perché, anche all’interno di una logica cristiana quale la mia, ritengo che questa risposta sia non sia stata così immediata e schematica nella storia del cristianesimo. Soprattutto non lo è stata nei primi secoli. Penso che un evangelista o uno dei primi apologisti avrebbe avuto difficoltà di fronte a questa identificazione, un po’ immediata, un po’ brutale, fra Cristo e Dio; e tutto questo la teologia contemporanea, grazie anche all’esegesi, lo va scoprendo, per cui inviterei gli amici che hanno questo tipo di preoccupazioni, che sono state per molti anni anche le mie, a farsi attenti anche a certe voci della teologia cattolica contemporanea. A Pasqua ho avuto la gioia di partecipare qui alla Cittadella alle riflessioni guidate da don Carlo Molari, che in Italia è una delle persone che con più attenzione sta distinguendo il Verbo come ‘Parola di Dio eterna’ dalla persona di Gesù, della ricchezza infinita della Parola di Dio. L’ultimo contributo, che è una perplessità, riguarda il rapporto Dio-uomo-cosmo, perché personalmente non sarei del tutto d’accordo nel dire che l’uomo e il mondo hanno bisogno di Dio, allo stesso modo Dio ha bisogno dell’uomo e del mondo così che, in una ipotetica distruzione della creazione, il Creatore non sarebbe più nulla. Comunque, ho preferito recepire, nel suo accenno a questo rapporto Dio-mondo, una istanza positiva più che gli aspetti che mi lasciano perplesso; è l’istanza positiva, che mi pare venga dal pensiero orientale, è essenzialmente l’invito a rendere il concetto occidentale di trascendenza, che sicuramente è imperfetto. Quando noi abbiamo parlato di trascendenza, l’abbiamo intesa in senso univoco, come qualche cosa di altro rispetto al mondo, dimenticando che nella Bibbia e nella riflessione cristiana Dio è anche immanente all’uomo, proprio perché creatore; allora questa istanza positiva credo che in ogni caso vada accolta e di questo dobbiamo essere grati. Quanto poi a dire che l’uomo è relativo al mondo, questo mi lascerebbe perplesso, perché è vero che il sole è relativo alla pianta e la pianta è relativa al sole, però non credo che si tratti esattamente di un rapporto biunivoco.

PANIKKAR: Vorrei chiedere se qualcuno desidera rispondere al mio posto a questi ultimi quesiti, perché sarebbe bello poter stabilire un dialogo a più voci. Comunque, per predicare con l’esempio e prendere lo spunto da quanto ha detto Achille, cercherò di commentare le domande o dare le risposte secondo l’impostazione dello schema ‘cosmoteandrico’, invece di rispondere secondo la chiave in cui la domanda è stata formulata. (…)

E finalmente i tre punti dell’ultimo intervento.
Grazie per il primo: sulla lotta alla mafia ci sarebbero tante cose da dire; si tratta di problemi difficili che si devono assumere e forse i miei nove punti possono essere utili.
Sono pienamente d’accordo con tutta l’esegesi moderna: Cristo non è Dio. Cristo sarebbe in ogni caso ‘Figlio di Dio’ nel senso tradizionale; ma io non ho voluto fare polemica, ho tentato semplicemente di mostrare i tre livelli a cui ho cercato di rispondere, ma siamo d’accordo. Il punto che sottolineo adesso è quello che l’interlocutore ha visto con molta chiarezza, perché le difficoltà sorgono quando si vedono le cose più in profondità. Il mondo e l’uomo hanno bisogno di Dio, sta bene, ma dire che Dio ha bisogno dell’uomo sembra un po’ troppo. Qui io dico che ‘avere bisogno’ è un antropomorfismo, quindi sono disposto a fare una ‘retractatio’, se io ho detto ‘ha bisogno’. Io sostengo semplicemente che queste relazioni sono costitutive della realtà, ma non che la relazionalità sia la stessa in ogni caso. Per esempio, l’uomo non è relazionato con Dio nello stesso modo in cui Dio è relazionato con l’uomo, ma la relazione esiste, e senza relazione ‘non c’è’ Dio; e se il mondo creato sparisce, anche il Creatore sparisce: non c’è l’uno senza l’altro. Dio solo è isolato è un’astrazione: non esiste ‘un’ uomo senza Dio, senza materia; non esiste una materia senza un elemento di infinitudine e di libertà. Io non posso pensare l’uomo senza un fondamento: la religatio è essenziale. Invece posso pensare un Dio senza uomini, la relazione è accidentale. Ma questo è puro idealismo. La differenza sta nel mio pensare, sta nell’idea di Dio e nell’idea dell’uomo; in realtà non c’è Dio senza uomo. La relazione può non essere essenziale, ma è costitutiva.
È questo che io cerco di dire nell’intuizione ‘cosmoteandrica’ come modo di pensare. Siamo così frantumati nel pensare, che nell’uomo alcuni vedono un individuo, altri vedono la società, altri vedono la razza umana, altri vedono solo le scimmie, altri un po’ di più… Tutto questo è ancora frammentario e certamente non è l’uomo. L’uomo è la prospettiva di cui faccio parte e dalla quale io vedo tutta la realtà. In un discorso più accademico io contesto la definizione dell’uomo dell’uomo come ‘animale razionale’ per una semplice ragione di logica elementare. Da Aristotele, passando per Porfirio e fino a tutto il pensiero moderno, l’Occidente ha esercitato il genio della classificazione. Tutte deve essere classificato. Ecco la tavola degli elementi di Mendeleev, la fisica moderna, la vita cittadina… abbiamo avuto un successo enorme nel classificare la realtà. Niente sfugge alla classificazione: io sono teologo, io sono filosofo, io italiano, io indiano… Stimolati dal successo abbiamo classificato anche l’uomo. Abbiamo distinto gli esseri inanimati da quelli animati e i vegetali dagli animali, e in seno a questi ultimi l’uomo, l’animale razionale. Orbene, in ogni classificazione ci sono due cose che non possono entrare nella classificazione: 1) classificatore; 2) il criterio di classificazione. Dunque classificare l’uomo, che è il classificatore, e quello che a me interessa, e inserirlo nella classificazione, ci fa smarrire l’uomo. L’uomo è un animale razionale, dal punto di vista scientifico, professionale; chi può negarlo? Ma quello che è interessante è il classificatore; quando io domando ‘chi parla?’ - come diceva Giancarlo – chiedo chi è il classificatore. E il classificatore non può essere classificato proprio perché è il classificatore. La razionalità dell’uomo come animale razionale è qualcosa al di sopra o al di sotto o differente dall’animalità. Ma quello che sono ‘io’ è assolutamente inclassificabile, perché sono io il classificatore, e il classificatore non può appartenere alla classificazione. Noi abbiamo perso – qui ritorna ancora una volta la contrapposizione tra Oriente e Occidente – la consapevolezza di questa dignità straordinaria di essere classificati. Perciò ciascuno è univoco, è divino, fa parte di una relazionalità intrinseca e costitutiva di tutto il reale; non si può oggettivare la realtà, perché la realtà sono anch’io. E questa sarebbe la mia risposta cosmoteandrica, applicata alla difficoltà suscitata dalla domanda.

LITURGIA DEL FUOCO:
Accogli, o Tu che sei al di là di tutto,
l’offerta di questo fuoco.
Tu che hai tutti i nomi perché non hai nessun nome.
Noi ti restituiamo il fuoco che ci hai donato,
perché esso non ci appartiene.
Lo avevamo in prestito e te lo restituiamo.
Noi ti offriamo questo fuoco
con tutta la ricchezza di senso e di significati
che sfugge a noi stessi che compiamo questo gesto.
Quel fuoco, che vive morendo e che muore vivendo,
ci ricorda che anche la nostra vita la possiamo conservare spendendola
e, se non la spendiamo, se non la bruciamo, non viviamo veramente.
Questo fuoco che parte dal basso e va verso l’alto
si nutre di legno e va verso il cielo
per ricordarci che neanche noi possiamo andare verso l’alto
se non ci nutriamo della terra,
se non assimiliamo, non metabolizziamo le cose terrestri.
Questo fuoco,
che è sempre lo stesso e sempre diverso,
ci ricorda che non ci può essere unità se non nella varietà,
che non ci può essere sintesi se non nel rispetto delle differenze,
e che la vera armonia è insieme sinfonia di tante fiamme diverse.
Noi ti offriamo questo fuoco
che illumina e riscalda insieme
e che ci ricorda che noi possiamo illuminare
soltanto se ardiamo d’amore per gli altri.
Così come il nostro amore per gli altri
non è vero amore se non è anche offerta di luce.

venerdì 19 novembre 2010

DA BALLARO’ AL VATICANO


“Centonove”
Settimanale siciliano
N° 19 novembre 2010

QUELLA LETTERA SENZA RISPOSTA DALL’ALBERGHERIA
In tutto il mondo il nesso fra omosessualità e pedofilia - asserito nella scorsa primavera (durante un viaggio in Cile) dal Segretario di Stato del Vaticano, cardinal Tarcisio Bertone - ha suscitato ferme reazioni di protesta. Una comunità cattolica, che si riunisce periodicamente nella chiesa di san Francesco Saverio all’Albergheria di cui è rettore don Cosimo Scordato, docente di teologia sistematica presso la Facoltà teologica, non si è limitata alle lamentazioni. Con metodo ‘politico’ ha preso carta e penna e ha indirizzato al cardinale Bertone “Lettera aperta” affinché, come si leggeva, “dopo aver ascoltato le sue parole, ascolti le nostre”. “Numerosi psichiatri e psicologi - aveva detto Bertone - hanno dimostrato che non esiste relazione tra celibato e pedofilia, ma molti altri, e mi è stato confermato anche recentemente, hanno dimostrato che esiste un legame tra omosessualità e pedofilia. Questa è la verità e là sta il problema”. “Dato che la domanda dei giornalisti a Lei posta - scriveva allora la comunità del quartiere Ballarò -, si riferiva agli abusi fatti dai preti”, “la sua affermazione, non ne contiene anche un’altra e cioè, che i preti pedofili sono per lo più omosessuali”? E un’altra domanda si rendeva quindi necessaria secondo i firmatari: “Dato che l’istruzione pontificia del 2005 ha posto il divieto di accesso ai seminari a coloro che ‘presentano tendenze omosessuali profondamente radicate’”, “la gerarchia è convinta che, dato il nesso tra pedofilia e omosessualità, vada fatta prevenzione impedendo agli omosessuali di accedere al ministero?”.“Restiamo sconcertati dalla suddetta sequenza di affermazioni. E’ risaputo, infatti, - continuava il documento - che la maggioranza dei pedofili è eterosessuale e spesso si tratta di persone sposate; è risaputo, inoltre, che molti preti hanno adescato bambine. Lei, per non mettere in discussione le contraddizioni della legge ecclesiastica del celibato, ha preferito colpevolizzare la condizione dell’omosessualità”. Ed è risaputo che, “a differenza della pedofilia, l’omosessualità non viene considerata dalla Organizzazione mondiale della Sanità una malattia e non è annoverata tra le devianze sessuali”. Ne deducevano i firmatari che, “se cade il legame omosessualità-pedofilia da Lei insinuato, non c’è nessun impedimento a che un omosessuale acceda al ministero ordinato, purché, come un eterosessuale, sia disposto a impegnarsi a mantenere il voto di castità”. Nella lettera si osservava ancora che “l’imposizione venuta da Roma (e firmata anche da Lei quando era segretario della Congregazione della Fede) di mantenere il segreto pontificio pena la scomunica, è stato un gravissimo errore; ancora più grave in quanto accettato o subìto passivamente da migliaia di vescovi che, forse in nome di una malintesa obbedienza, si sono resi corresponsabili dell’occultamento della verità e, conseguentemente, della possibilità della reiterazione del reato; chi ha pagato il conto sono i bambini e le bambine che avrebbero dovuto essere trattati, evangelicamente, come Gesù Cristo stesso”. Si voleva evitare lo scandalo occultandolo, anziché “evitare che gli scandali avvenissero!”. Quello che la comunità di S. Francesco all’Albergheria attendeva dal cardinale e dalle alte altre autorità ecclesiastiche, “oltre ai buoni intendimenti emersi nell’ultimo documento ai vescovi di Irlanda” di Benedetto XVI, era “non solo la richiesta di perdono alle vittime per quello che hanno subito, ma anche il riconoscimento dell’errore di avere permesso l’insabbiamento dei casi d’abuso”. E l’iniziativa, partita da Palermo, ha registrato echi significativi in varie altre città italiane (a cominciare da Roma, dove è stata ripresa dall’agenzia “Adista”). Ma non pare sia arrivata a oltrepassare il Tevere sino a raggiungere le alte, spesse, mura del Vaticano. Da lì, infatti, non è arrivata - dopo sei lunghi mesi di vana attesa – nessuna risposta.
Augusto Cavadi
(Autore del volume “Non lasciate che i bambini vadano a loro. Chiesa cattolica e abusi sui minori”, Prefazione di Vito Mancuso, Falzea, Reggio Calabria 2010

La gratitudine dello straniero


“Adista”
18 settembre 2010
La gratitudine dello straniero
(Luca 17, 11 – 19)

Il Gesù di Luca è in cammino. Fisicamente, corporeamente, geograficamente; ma anche esistenzialmente. Procede sulla strada della vita acquisendo esperienze, scoperte, riflessioni. Che perdita aver limitato ai suoi anni infantili e adolescenziali ciò che, invece, contrassegna l’intera sua vicenda terrena (“cresceva in sapienza, in età e in grazia, davanti a Dio e davanti agli uomini”, 2, 52)!
In questo brano mi viene spontaneo (ma rinuncerei a questa impressione naif qualora un esegeta di professione me la dichiarasse insostenibile con le acquisizione filologiche ed ermeneutiche della comunità scientifica) riconoscere una tappa della crescita del maestro di Nazareth: il racconto di un evento che in qualche modo lo sorprende, lo ammaestra. Egli invia al Tempio dieci lebbrosi che gli avevano chiesto la guarigione: indica l’iter rituale, liturgico, tradizionale. Non è un fenomeno da baraccone che stupisce gli astanti con ‘miracoli’ clamorosi. La salvezza è prima di tutto inserimento consapevole e libero nell’alveo della tradizione (no, meglio: della Tradizione) in cui ci si è trovati a nascere. Ma, prima che i dieci malati possano iniziare il percorso standard, si accorgono di essere già risanati. L’incontro con una persona abitata dallo Spirito è stato già sufficiente a farli uscire dalla condizione di diversità maledetta in cui si trovavano. Prima scoperta da parte del Messia: l’onnipotente tenerezza di Dio Padre/Madre può agire non solo attraverso i canali istituzionali (come egli stesso riteneva), ma anche in modi e tempi inaspettati. Per esempio, come in questo caso, attraverso una relazione interpersonale fra dieci malati e un predicatore ambulante. 
Ma come Gesù apprende che, attraverso gli incontri ‘laici’ fuori dal Tempio, può passare l’energia risanatrice del Creatore? Non ne avrebbe saputo nulla se uno dei dieci non fosse tornato indietro a rivelarglielo. Qui - mi pare – una seconda scoperta operata dal Messia nella sua evoluzione mentale e più ampiamente umana: esiste la gratitudine. “Alzati e va’: la tua fede ti ha salvato” (17,19): esagero se vedo qui non tanto l’approvazione del professore rivolta all’alunno diligente che ha fatto il proprio dovere, quanto l’ammirazione del profeta davanti ad un comportamento lodevole? Che significa, in questo contesto, che la fede ha salvato il decimo lebbroso? Non erano stati tutti quanti guariti? Forse Gesù sta imparando che le piaghe della pelle sono solo sintomo di un male più profondo: che stiamo in ‘salute’ non solo (ed è importante) quando il corpo non soffre, ma anche (ed è decisivo) quando il ‘cuore’ esce dall’autoreferenzialità della propria sofferenza. Salvezza intera, completa, è guarigione dalla lebbra dell’ingratitudine. Gesù impara che inchinarsi davanti alla malattia altrui è opera grande, ma ancora più grande è saper accogliere la cura dell’altro. Dare è un gesto signorile e degno di stima, ma ancor più difficile e meritorio saper ricevere.
Tuttavia così è la dialettica della vita: impari e apprezzi la gratitudine di qualcuno contestualmente all’esperienza dell’ingratitudine di altri. Di molti altri. Del novanta per cento delle persone con cui entri in contatto e alle quali presti il tuo – per quanto imperfetto – servizio: “Non sono stati guariti tutti e dieci? Dove sono gli altri nove? Non è ritornato nessun altro a ringraziare Dio all’infuori di questo straniero?” (17, 17 – 18). Il Cristo scopre - la chiamerei la terza scoperta in questo racconto – che la norma statistica è l’ingratitudine: la nobiltà di chi ammette d’essere stato aiutato, soccorso, costituisce l’eccezione alla regola. Chi si impegna nell’azione sociale o nell’insegnamento, nel volontariato o in politica, è avvertito: se attende ‘ritorni’, di qualsiasi natura e consistenza, si condanna da solo alla delusione. Non occuparsi del mondo è egoismo, ma occuparsene aspettando riconoscimento è insipienza.
Ma chi è il lebbroso che, con il suo grazie tanto ovvio quanto raro, riesce a stupire il guaritore in nome dell’Altissimo? Luca non ne riporta né il nome né la paternità: ritiene molto più rilevante sottolineare che si tratta di uno “straniero” (versetto 18), più esattamente di un “Samaritano” (versetto 16). E’ come se avesse detto: dieci paralitici vanno a Lourdes e, per strada, incontrano un credente (né prete né monaco né frate) che li incoraggia a proseguire in carrozzella il pellegrinaggio verso il santuario; ma poco dopo si accorgono di essere in grado di camminare sulle proprie gambe. Nove (europei bianchi, cattolici osservanti, politicamente moderati) se ne vanno per i fatti propri lungo le strade del mondo, ma il decimo paralitico torna indietro per cercare l’uomo di Dio che gli ha trasmesso l’energia rinnovatrice: ed è un extracomunitario scuro, musulmano, di orientamento politico estremista. Anche questa (quarta) scoperta viene operata da Gesù il Galileo: la fede autentica, che tra mille altri aspetti è anche consapevolezza che “tutto è grazia”, la si sperimenta più spesso negli eretici, negli emarginati, che nella brava gente “tutta casa e chiesa”. Qualche secolo dopo persino Agostino di Tagaste dovrà ammetterlo: “molti di quelli che sembrano dentro la vera chiesa sono fuori, molti di quelli che sembrano fuori, sono dentro”.

Augusto Cavadi

Scioperi: dove sbagliano gli studenti


“Centonove”
12.11.2010

SCIOPERI, DOVE SBAGLIANO GLI STUDENTI

A meno di un mese dall’inizio delle lezioni, gli “Studenti medi di Palermo” hanno annunciato il primo “corteo studentesco”: insomma, come viene impropriamente chiamato, il primo ‘sciopero’ dell’anno scolastico. Un’occhiata al volantino fotocopiato rivela che si tratta di un’iniziativa di ragazzi dell’area di opposizione al governo di centro-destra. La matrice ‘progressista’ è, per genitori e professori ‘moderati’, un dato sufficiente a condannare l’iniziativa: deve essere, per chi è affine ideologicamente ai promotori, un dato sufficiente per approvarla? So che, in questi mesi, la rabbia contro la Gelmini indurrà molti adulti ad appoggiare, o per lo meno a non criticare, l’astensione in massa dalle lezioni di questi ragazzi: ma, così atteggiandosi, si fa davvero il bene della scuola e del Paese?
Nel foglio distribuito si affastellano rivendicazioni di ogni genere. L’intento generale - contestare una politica scolastica ridotta a variabile dipendente della riduzione della spesa pubblica - è due volte sacrosanto: primo, perché i tagli all’istruzione dovrebbero seguire, non precedere, i tagli alle spese militari, agli emolumenti dei superburocrati e dei manager di aziende a partecipazione statale, ai patrimoni degli evasori fiscali; secondo, perché i tagli all’istruzione, che implicano un risparmio nell’immediato, si risolvono entro pochi anni in abbassamento della produttività e della competitività di uno Stato.
Ma come si traduce, in concreto, questo legittimo intento contestatario? In una serie di richieste in qualche caso opinabili, in altri francamente sbagliate. Opinabile, infatti, è contestare la diminuzione del monte-ore settimanale di lezioni frontali (a mio parere, studiare meno contenuti culturali è l’unica condizione per poterli studiare con più serietà qualitativa); la diminuzione delle gite scolastiche all’estero (tre mesi di vacanze estive sono più che sufficienti per girare l’Europa, non c’è nessuna necessità di interrompere il ritmo delle lezioni in aggiunta alle vacanze natalizie e pasquali); la riforma della formazione professionale (per gli studenti che, a prescindere dai ceti sociali di appartenenza, si sentono più realizzati in attività tecniche e manuali che intellettuali). Francamente sbagliata, poi, la battaglia contro il 5 in condotta: tranne rarissimi casi, si sa che un voto del genere è affibbiato ad alunni che mostrano, reiteratamente, di fregarsene delle regole stabilite dalla comunità scolastica. Perché spuntare quest’arma educativa se può servire a dissuadere adolescenti dal diventare come gli adulti peggiori, dai mafiosi ai politici corrotti? Altrettanto, anzi ancora più sciocca, la battaglia contro il tetto di 50 giorni di assenze per anno: invece che difendere l’assenteismo di alcuni di loro, gli alunni dovrebbero combattere l’assenteismo (laddove si registra) di dirigenti scolastici, docenti e personale amministrativo ed ausiliario.
Molto più convincente e costruttiva sarebbe una protesta che non implicasse minori occasioni di studio, di informazione, di riflessioni e di confronto, bensì l’apertura anche nel pomeriggio delle strutture scolastiche (biblioteche, palestre, aule per seminari e conferenze); che si svolgesse non di mattina al posto delle lezioni ordinarie bensì di sabato pomeriggio, prima della partita di calcio o della serata in discoteca; che mirasse non alla mobilitazione massiccia ed emotiva di masse, bensì alla formazione delle coscienze anche in ambiti solitamente trascurati dai programmi scolastici (il diritto, l’economia, la sociologia, la psicologia sociale e soprattutto la politologia). La scuola si salva solo se si rigenera la dignità della politica: ma la politica si rigenera solo con una scuola più seria, più esigente, più laboriosa e più allegra. Il Sessantotto ha avuto una sua funzione storica, ma distruggere il vecchio non ha nessun senso se – contestualmente – non si costruisce il nuovo. Quarant’anni di cortei, manifestazioni di piazza, occupazioni e autogestioni sono serviti a formare elettori più consapevoli e incisivi? Non mi pare. Anche se con poche speranze di essere ascoltati, abbiamo il dovere di dirlo ai sedicenni di oggi: l’ignoranza diffusa, la scuola permissiva, gli scioperi autolesionistici ci hanno regalato un ventennio berlusconiano. Forse sarebbe il momento di mutare strategia per evitare di regalarcene altri venti.

Augusto Cavadi