venerdì 26 novembre 2010

In dialogo con Agnese e Roberta


Due alunne e un professore in dialogo sulle macerie della scuola

Siamo pronti a lottare e vogliamo che ascoltiate la voce di una generazione che vede il proprio futuro perire ogni giorno di più….Non vogliamo più essere spettatori passivi di questa rovina, ma partecipare come attori protagonisti di uno spettacolo unico che è la vita e che è irripetibile. Molti ne pagano il biglietto, ma rimangono fuori ad aspettare che finisca. Per noi non è così e per questo abbiamo messo in atto questa protesta. Tutti, studenti e professori, condividiamo il fine della protesta, ma non il mezzo con cui raggiungerlo: l’occupazione delle scuole. Alcuni ritengono che l’occupazione sia per molti ragazzi un pretesto per anticipare le vacanze natalizie o per saltare lezioni. Per quanto sia criticabile dal punto di vista legale, questa forma di protesta si è rivelata finora quella più efficace e capace di unire e coinvolgere gli studenti di molti istituti scolastici in una lotta coesa per i nostri diritti, per il nostro futuro. Pensate per caso che ci sia divertimento dentro le mura delle scuole occupate? Vi sbagliate! C’è rabbia,mista al dialogo finalizzato alla ricerca di proposte per portare avanti la nostra causa.
Ma qual è la causa che lega in questa lotta gli studenti italiani? Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti, ma adesso ribadiamo nuovamente a chi non lo sapesse le nostre ragioni:
* NO a un futuro compromesso da una riforma che tarpa le ali ai nostri sogni, costringendoci alla precarietà;
* NO alla distruzione delle scuole pubbliche a favore di quelle private: la cultura è un diritto inderogabile per tutti (uno dei nostri slogan: “Le nostre scuole non sono aziende, la cultura non si vende”;)
* NO ai tagli dei fondi destinati alla scuola pubblica, che nel nostro liceo (il “G. Garibaldi” di Palermo) impediscono agli studenti di usufruire di una palestra;
* NO all’aumento delle tasse universitarie, che precluderebbero l’istruzione a studenti non in grado di pagarle;
* NO ai tagli del numero di professori (ridotti così alla precarietà), che impedisce il regolare svolgimento delle lezioni e ha già causato nelle università un ritardo dell’inizio degli studi e procrastina l’ingresso nel mondo del lavoro, data l’impossibilità di conseguire la laurea in un tempo opportuno;
* NO ai tagli e al disinteresse per i fondi destinati alla ricerca. Il DDL si è preoccupato dei posti riservati ai ricercatori..ma noi ci chiediamo: quali ricerche si possono compiere senza fondi?
* NO alla riduzione del numero di classi, vissuto con disagio da studenti e professori, che non riescono a portare avanti un programma con classi di trenta o più alunni;
* NO ai tagli delle ore scolastiche. In particolare NO alla riduzione delle ore di italiano, che deve essere la base dell’istruzione per uno studente italiano, per non rendere la nostra stessa lingua una lingua straniera ed evitare di ritrovarci professionisti incapaci di esprimersi in un italiano corretto. Come è possibile ridurre le ore di italiano se “la padronanza della lingua italiana è premessa indispensabile all’esercizio consapevole e critico di ogni forma di comunicazione”? Infatti “il possesso sicuro della lingua italiana è indispensabile per esprimersi, per comprendere e avere relazioni con gli altri, per far crescere la consapevolezza di sé e della realtà, per interagire adeguatamente in una pluralità di situazioni comunicative e per esercitare pienamente la cittadinanza”(Assi culturali 2007/2008, L’asse dei linguaggi del Ministero della Pubblica Istruzione). NO alla fusione delle materie di storia e geografia: abbiamo bisogno di conoscere il mondo in cui viviamo e soprattutto le nostre radici storiche, per non mortificare la nostra identità e sentirci fieri, non vergognarci di essere Italiani. NO all’eliminazione delle discipline sperimentali nei licei. Ci risulta deleterio il provvedimento che elimina lo studio della storia dell’arte al biennio in un liceo classico. Chi abbandona l’istruzione all’età di sedici anni in questo modo si ritrova privo delle “conoscenze fondamentali delle diverse forme di espressione e del patrimonio artistico e letterario”, che “sollecitano e promuovono l’attitudine al pensiero riflessivo e creativo, la sensibilità alla tutela e alla conservazione dei beni culturali e la coscienza del loro valore” (Assi culturali 2007/2008, l’asse dei linguaggi del Ministero della pubblica Istruzione).
Molti si interrogano sull’utilità della protesta. Non vogliamo essere scambiati per sognatori, ma essere presi sul serio: quello a cui puntiamo è un risultato concreto. In questi giorni abbiamo fatto sentire la nostra voce, cercato di sensibilizzare le persone intorno a noi, scosso la città: qualcosa si è mosso, tutta Italia è in fermento, siamo riusciti ad attirare i media. A questo punto, mentre il Parlamento discute sull’approvazione della legge finanziaria, ha il nostro parere. Teniamo a ricordare il principio su cui si dovrebbe basare un governo democratico: i parlamentari sono i NOSTRI rappresentanti, i portavoce del popolo ed è la voce del popolo la prima a contare! La sovranità non appartiene agli uomini eletti nelle istituzioni, ma al POPOLO! Lo stesso Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano rivolge questo invito:”La politica ascolti la voce degli atenei”.
A differenza di quanto molti pensano, la nostra non è soltanto una critica, abbiamo in mente delle proposte che attendono solamente di essere ascoltate. NOI SAPPIAMO COSA VOGLIAMO PER IL NOSTRO FUTURO!
Ormai in procinto di entrare nel mondo degli adulti, osservandoci intorno, leggendo i giornali, guardando la tv, ci rendiamo conto, giorno dopo giorno, di come il nostro Paese stia andando incontro a una crisi economica, politica e culturale. Il governo non fa altro che preoccuparsi di mantenere la maggioranza e quindi tenersi stretto il “trono”…ma chi si interessa veramente alle sorti dell’Italia?
Quello che vogliamo è un cambiamento che parta dal sistemo politico, siamo convinti di poter far fronte alla crisi attraverso una politica di risparmio. Un risparmio, però, che non colpisca la cultura, punto di partenza per un futuro rilancio del Paese. La cultura è il mezzo mediante il quale i giovani possono sviluppare una coscienza critica e quindi non sottomettersi al volere altrui e di un governo che li danneggia. Per questo diciamo a gran voce per le strade: “Non ci avrete mai come volete voi!”.
Uno dei nostri striscioni esposti durante le manifestazioni reca la scritta: “I soldi per l’istruzione esplodono in Afghanistan”. Ecco, a nostro parere sarebbe opportuno ritirare l’esercito italiano dall’Afghanistan,dunque impiegare il denaro per ciò che è veramente utile alla società, per migliorare e non mortificare la cultura! Noi paghiamo le tasse per usufruire di un servizio che funzioni, non perché siano “mangiate”, rubate dai politici per i loro tornaconti personali. Bisognerebbe valorizzare il patrimonio culturale che l’Italia (dalla Sicilia in su) vanta in tutto il mondo da secoli, non lasciare alla deriva e al degrado siti storici come quello di Pompei, il centro storico di Palermo e di tante altre città. Il turismo è fonte di ricchezza, di denaro da impiegare nel miglioramento della società a partire dall’istituzione scolastica. Ognuno deve pagare le tasse regolarmente, c’è bisogno di più controllo contro l’evasione fiscale. Oppure perché non far pagare l’ICI anche alla Chiesa cattolica? Perché non eliminare questo privilegio e tutti gli altri riservati ai politici, che non sono persone migliori degli altri, ma semplici cittadini al servizio della società?
Infine riteniamo opportuno un risparmio che cominci dal singolo cittadino, nel suo piccolo, perché è dalle piccole cose che nascono le grandi cose.
AIUTATECI AFFINCHE’ TUTTO CIO’ NON SIA SOLO UN’UTOPIA, MA DIVENTI UN SOGNO REALIZZABILE!!!!!!
Agnese Aluia e Roberta Fazio

Care Agnese e Roberta, sono compiaciuto della vostra lettera ‘aperta’: esprime una maturità insolita per ragazze di diciassette anni e un’onestà intellettuale ancor più rara fra giovani e adulti. Meriterebbe una risposta ben più articolata, ma non possiamo appesantire i lettori. Dico subito, perciò, che sui fini della protesta sono quasi del tutto d’accordo: su questo stesso blog ho avuto modo di precisare alcuni dissensi (per esempio sul tabù della riduzione delle ore di lezione che, complessivamente, mi sembrano attualmente eccessive e rischiano di sovraccaricarvi al punto da farvi odiare ciò che dovrebbero farvi amare), ma sorvoliamo.
Andiamo direttamente ai metodi scelti che possono essere valutati dal punto di vista della legalità oppure dell’etica oppure ancora dell’efficacia politica. Che sia palesemente illegale non solo astenervi dalla fruizione di un servizio che avete pagato con le tasse (tale astensione rientra fra i vostri diritti) ma tentare di impedire ad altri compagni l’esercizio del loro diritto allo studio (mediante l’occupazione dei locali) , non ritengo che sia necessario dimostrarlo. Un vostro compagno (Federco Davì) mi ha obiettato che io stesso ho più volte spiegato, a proposito di varie dottrine politiche incontrare nella storia occidentale, che ci sono casi in cui “l’obbedienza non è più una virtù” e infrangere la legalità può essere non solo lecito, ma addirittura doveroso. Verissimo. Ma quando un parlamento eletto democraticamente vara una riforma del sistema universitario e scolastico a maggioranza, siamo di fronte a una legalità solo formale e non sostanziale? In nome di quale etica superiore alla legalità studenti e professori (ammesso, per un momento, che siano tutti compatti e d’accordo) potrebbero sospendere le regole costituzionali? Il popolo ‘sovrano’ a cui fate riferimento sono i 40 milioni di italiani che hanno diritto di voto (e che con il loro voto, o con il loro astensionismo, hanno permesso questa maggioranza e questo governo) o sono i 10 milioni di studenti e docenti in rivolta? Quando sono gli spazzini o i controllori di volo o i neurochirurghi a ribellarsi a una normativa li tacciamo, giustamente, di ‘corporativismo’:perché il metodo democratico (basato sul principio che la maggioranza vince) dovremmo invocarlo quando facciamo parte di una maggioranza e contestarlo quando siamo in minoranza?
Ma ammettiamo che ci siano, a differenza di ciò che appare a me, delle ragioni etiche talmente evidenti da legittimare l’illegalità dei metodi. Rimane la terza questione, per me davvero decisiva: occupare le scuole, interrompere il proprio processo formativo, bloccare stazioni ferroviarie e marittime è funzionale allo scopo? Voi sostenete di sì e alcuni intoppi parlamentari delle proposte governative vi danno l’illusione ottica che sia così.Ma a me sembra che ciò sia due volte sbagliato. Sia nell’immediato perché se “Futuro e libertà” non avesse da regolare conti interni alla maggioranza con il PDL di Berlusconi e con la Lega, la maggioranza avrebbe retto senza ostacoli. Ma anche se davvero la cosiddetta “riforma Gelmini” fosse temporaneamente bloccata in parlamento non (come sono convinto) per beghe partitiche ma (come siete convinti molti di voi) come effetto della vostra contestazione, che cosa ci aspetterebbe in futuro? Per rendere più chiara la mia domanda, vi concedo il massimo che un contestatore può sognare: che riusciate a fare cadere questo governo, a fare sciogliere questo parlamento, a fare indire nuove elezioni. Bene: che cosa insegnano gli ultimi quarantadue anni di storia italiana, dal 1968 a oggi? Che la verità verrà, tragicamente, a galla. Il 20% degli studenti preparati e motivati alla contestazione, voterà e farà votare per uno schieramento (anche minoritario) che abbia delle idee più chiare in fatto di scuola (e, soprattutto, contribuirà con analisi e proposte, a renderle più chiare); il 20% degli studenti, consapevolmente, rivoterà esattamente per quei partiti che oggi contesta perché riterrà che ci siano ‘valori’ più importanti dell’istruzione da salvaguardare (dalle barriere contro gli immigrati alle battaglie in difesa della vita biologica, delle istituzioni tradizionali, della morale sessuale cattolica); il restante 60% continuerà a fare esattamente quello che sta facendo in queste settimane (o evitare di prendere posizione in sovrana indifferenza godendosi il calduccio delle coperte o scomodandosi, ogni tanto, dal divano per recarsi a votare secondo ciò che in quel momento gli sembra più utile a sé o emotivamente più coinvolgente). Cara Agnese, cara Roberta, non ho nulla contro il 20% degli alunni onesti (anche se un po’ abbagliati) come voi due che combattete per una causa che ritenete giusta; non ho neppure nulla contro il 20% dei vostri colleghi che, altrettanto onestamente (e ancor più abbagliati di voi), saranno sempre pronti a innescare freni e marce indietro; ma mi fa orrore quel 60% di ignavi, di incerti, di qualunquisti, di opportunisti. Non saranno né migliori né peggiori del 60% di noi adulti attuali, genitori o insegnanti, eletti o elettori. O vi preparate, come tutte le brave dittature del popolo, a tagliare milioni di teste (il 60% dei cittadini italiani sono circa 36 milioni) o vi preparate (anche mediante la partecipazione a partiti, sindacati, movimenti, associazioni) a lavorare con loro e per loro a riformare le coscienze e a creare nuove maggioranze (non solo quantitative, ovviamente) nel Paese e di conseguenza in Parlamento. In questa seconda direzione continuerete ad avermi accanto nei tempi e nei modi che vorrete; nel primo caso sarò esattamente dove mi trovo dal ’68 in poi: dalla parte opposta.

Augusto Cavadi

giovedì 25 novembre 2010

L’osceno normalizzato di Barbara Spinelli


Riporto un editoriale dall’edizione nazionale di ieri di “Repubblica” perché, oltre al valore intrinseco del pezzo, sono stato sorpreso e grato per la citazione en passant da parte dell’autrice (che non ho il piacere di conoscere personalmente).
***

L’osceno normalizzato

di Barbara Spinelli

“Repubblica”, 24 novembre 2010

Ci fu un tempo, non lontano, in cui era vero scandalo, per un politico, dare a un uomo di mafia il bacio della complicità. Il solo sospetto frenò l’ascesa al Quirinale di Andreotti, riabilitato poi dal ceto politico ma non necessariamente dagli italiani né dalla magistratura, che estinse per prescrizione il reato di concorso in associazione mafiosa ma ne certificò la sussistenza fino al 1980. Quel sospetto brucia, dopo anni, e anche se non è provato ha aperto uno spiraglio sulla verità di un lungo sodalizio con la Cupola. Chi legga oggi le motivazioni della condanna in secondo grado di Dell’Utri avrà una strana impressione: lo scandalo è divenuto normalità, il tremendo s’è fatto banale e scuote poco gli animi.

Nella villa di Arcore e negli uffici di Edilnord che Berlusconi - futuro Premier - aveva a Milano, entravano e uscivano con massima disinvoltura Stefano Bontate, Gaetano Cinà, Mimmo Teresi, Vittorio Mangano, mafiosi di primo piano: per quasi vent’anni, almeno fino al ‘92. Dell’Utri, suo braccio destro, era non solo il garante di tutti costoro ma il luogotenente-ambasciatore. Fu nell’incontro a Milano della primavera ‘74 che venne deciso di mandare ad Arcore Mangano: che dovremmo smettere di chiamare stalliere perché fu il custode mafioso e il ricattatore del Cavaliere. Quest’ultimo lo sapeva, se è vero che fu Bontate in persona, nel vertice milanese, a promettergli il distaccamento a Arcore d’un “uomo di garanzia”.

La sentenza attesta che Berlusconi era legato a quel mondo parallelo, oscuro: ogni anno versava 50 milioni di lire, fatti pervenire a Bontate (nell’87 Riina chiederà il doppio). A questo pizzo s’aggiunga il “regalo” a Riina (5 milioni) per “aggiustare la situazione delle antenne televisive” in Sicilia. Fu Dell’Utri, ancor oggi senatore di cui nessuno chiede l’allontanamento, a consigliare nel 1993 la discesa in politica. Fedele Confalonieri, presidente Mediaset, dirà che altrimenti il Cavaliere sarebbe “finito sotto i ponti o in galera per mafia” (la Repubblica, 25-6-2000). Il 10 febbraio 2010 Dell’Utri, in un’intervista a Beatrice Borromeo sul Fatto, spiega: “A me della politica non frega niente, io mi sono candidato per non finire in galera”.

C’è dell’osceno in questo mondo parallelo, che non è nuovo ma oggi non è più relegato fuori scena, per prudenza o gusto. Oggi, il bacio lo si dà in Parlamento, come Alessandra Mussolini che bacia Cosentino indagato per camorra. Dacci oggi il nostro osceno quotidiano. Questo il paternoster che regna - nella Mafia le preghiere contano, spiega il teologo Augusto Cavadi - presso il Premier: vittima di ricatti, uomo non libero, incapace di liberarsi di personaggi loschi come Dell’Utri o il coordinatore Pdl in Campania Cosentino. Ai tempi di Andreotti non ci sarebbe stato un autorevole commentatore che afferma, come Giuliano Ferrara nel 2002 su Micromega: “Il punto fondamentale non è che tu devi essere capace di ricattare, è che tu devi essere ricattabile (…) Per fare politica devi stare dentro un sistema che ti accetta perché sei disponibile a fare fronte, a essere compartecipe di un meccanismo comunitario e associativo attraverso cui si selezionano le classi dirigenti. (…) Il giudice che decide il livello e la soglia di tollerabilità di questi comportamenti è il corpo elettorale”.

Il corpo elettorale non ha autonoma dignità, ma è sprezzato nel momento stesso in cui lo si esalta: è usato, umiliato, tramutato in palo di politici infettati dalla mafia. Gli stranieri che si stupiscono degli italiani più che di Berlusconi trascurano spesso l’influenza che tutto ciò ha avuto sui cervelli: quanto pensiero prigioniero, ma anche quanta insicurezza e vergogna di fondo possa nascere da questo sprezzo metodico, esibito.

Ai tempi di Andreotti non conoscemmo la perversione odierna: vali se ti pagano. La mazzetta ti dà valore, potere, prestigio. Non sei nessuno se non ti ricattano. L’1 agosto 1998, Montanelli scrisse sul Corriere una lettera a Franco Modigliani, premio Nobel dell’economia: “Dopo tanti secoli che la pratichiamo, sotto il magistero di nostra Santa Madre Chiesa, ineguagliabile maestra d’indulgenze, perdoni e condoni, noi italiani siamo riusciti a corrompere anche la corruzione e a stabilire con essa il rapporto di pacifica convivenza che alcuni popoli africani hanno stabilito con la sifilide, ormai diventata nel loro sangue un’afflizioncella di ordine genetico senza più gravi controindicazioni”.

In realtà le controindicazioni ci sono: gli italiani intuiscono i danni non solo etici dell’illegalità. Da settimane Berlusconi agita lo spettro di una guerra civile se lo spodestano: guerra che nella crisi attuale - fa capire - potrebbe degenerare in collasso greco. È l’atomica che il Cavaliere brandisce contro Napolitano, Fini, Casini, il Pd, i media. I mercati diventano arma: “Se non vi adeguate ve li scateno contro”. Sono lo spauracchio che ieri fu il terrorismo: un dispositivo della politica della paura. Poco importa se l’ordigno infine non funzionerà: l’atomica dissuade intimidendo, non agendo. Il mistero è la condiscendenza degli italiani, i consensi ancora dati a Berlusconi. Ma è anche un mistero la loro ansia di cambiare, di esser diversi. Il loro giudizio è netto: affondano il Pdl come il Pd. Premiano i piccoli ribelli: Italia dei Valori, Futuro e Libertà. Se interrogati, applaudirebbero probabilmente le due donne - Veronica Lario, Mara Carfagna - che hanno denunciato il “ciarpame senza pudore” del Cavaliere, e le “guerre per bande” orchestrate da Cosentino. Se interrogati, immagino approverebbero Saviano, indifferenti all’astio che suscita per il solo fatto che impersona un’Italia che ama molto le persone oneste, l’antimafia di Don Ciotti, il parlar vero.

Questa normalizzazione dell’osceno è la vita che viviamo, nella quale politica e occulto sono separati in casa e non è chiaro, quale sia il mondo reale e quale l’apparente. Chi ha visto Essi Vivono, il film di John Carpenter, può immaginare tale condizione anfibia. La doppia vita italiana non nasce con Berlusconi, e uscirne vuol dire ammettere che destra e sinistra hanno più volte accettato patti mafiosi. C’è molto da chiarire, a distanza di anni, su quel che avvenne dopo l’assassinio di Falcone e Borsellino. In particolare, sulla decisione che il ministro della giustizia Conso prese nel novembre ‘92 - condividendo le opinioni del ministro dell’Interno Mancino e del capo della polizia Parisi - di abolire il carcere duro (41bis) a 140 mafiosi, con la scusa che esisteva nella Mafia una corrente anti-stragi favorevole a trattative. Congetturare è azzardato, ma si può supporre che da allora viviamo all’ombra di un patto.

Il patto non è obbligatoriamente formale. L’universo parallelo ha le sue opache prudenze, ma esiste e contamina la sinistra. In Sicilia, anch’essa sembra costretta a muoversi nel perimetro dell’osceno. Osceno è l’accordo con la giunta Lombardo, presidente della Regione, indagato per “concorso esterno in associazione mafiosa”. Osceno e tragico, perché avviene nella ricerca di un voto di sfiducia a Berlusconi.

Non si può non avere un linguaggio inequivocabile, sulla legalità. Non ci si può comportare impunemente come quando gli americani s’intesero con la Mafia per liberare l’Italia. L’accordo, scrive il magistrato Ingroia, fu liberatore ma ebbe l’effetto di rendere “antifascisti i mafiosi, assicurando loro un duraturo potere d’influenza”. Non è chiaro quel che occorra fare, ma qualcosa bisogna dire, promettere. Non qualcosa “di sinistra”, ma di ben più essenziale: l’era in cui la Mafia infiltrava la politica finirà, la legalità sarà la nuova cultura italiana.

Fino a che non dirà questo il Pd è votato a fallire. Proclamerà di essere riformista, con “vocazione maggioritaria”, ma l’essenza la mancherà. Non sarà il parlare onesto che i cittadini in fondo amano. Si tratta di salvare non l’anima, ma l’Italia da un lungo torbido. Sarebbe la sua seconda liberazione, dopo il ‘45 e la Costituzione. Sennò avrà avuto ragione Herbert Matthew, il giornalista Usa che nel novembre ‘44, sul mensile Mercurio, scrisse parole indimenticabili sul fascismo: “È un mostro col capo d’idra. Non crediate d’averlo ucciso”.

(24 novembre 2010)

martedì 23 novembre 2010

Un invito per lunedì
29 novembre alle 18,30 a Palermo
(e uno scambio... fraterno con un padre domenicano)


Lunedi 29 novembre 2010

Sala della Chiesa Evangelica Valdese di Via dello Spezio 43
(dietro il Teatro Politeama)
ore 18.30

PRESENTAZIONE DEL LIBRO
DI
AUGUSTO CAVADI

NON LASCIATE CHE I BAMBINI VADANO A LORO
CHIESA CATTOLICA E ABUSI SU MINORI
(Falzea editore, Reggio Calabria 2010)

NE DISCUTERANNO CON L’AUTORE

COSIMO SCORDATO (teologo)
GIOVANNI SALONIA (psicoterapeuta Gestalt)
GIORGIO CAVADI (dirigente scolastico)

MODERA IL DIBATTITO
MAURIZIO MURAGLIA (presidente CIDI Palermo)

L’INGRESSO E’ LIBERO SINO A ESAURIMENTO POSTI

PER INFORMAZIONI TELEFONARE A:
347.1863420 vodafone 339.1956128 tim 3895548292 wind

Scambio di messaggi telematici
con il padre domenicano Marcello Di Tora o.p.
del Convento San Domenico di Palermo

Quanto delicati siano i ‘nervi’ che tocca questa problematica, in sé circoscritta, lo testimonia, fra l’altro, lo scambio di messaggi intercorsi fra me e un teologo domenicano.

All’invito di cui sopra, egli ha così risposto a mia sorella Rosalba (che mi ha girato l’e-mail):

“….sono indignato per il fatto che si dia risalto a libri di questo genere, tesi solo a gettare discredito; e che l’operazione abbia trovato il consenso dei Valdesi che hanno offerto i loro spazi per quella che può essere definita propaganda anticattolica. Alla faccia dell’ecumenismo….Che poi il cosiddetto teologo cattolico Mancuso faccia la prefazione non mi stupisce affatto.
Cordialmente,
Marcello Di Tora o.p.”

Questa la mia risposta:

“Reverendo padre,
“libri di questo genere”, come questo che ho scritto io, Lei l’ha già letto?
Se non lo ha fatto, la sua “indignazione” non è giustificabile né evangelicamente né secondo la lezione del grande Dottore Angelico.
Se lo ha fatto, perché non viene “in partes infidelium” per portare le Sue ragioni?
Per una condanna ‘a priori’, senza processo e senza possibilità di difesa dell’imputato, ha scelto l’Ordine religioso più adatto, ma ha sbagliato secolo: è dal XVIII che a Palazzo Steri hanno chiuso l’Inquisizione e da allora non si celebrano più ‘auto da fé’.
Forse don Cosimo Scordato (uno dei teologi più stimati in Italia) e frate Giovanni Salonia (padre cappuccino e psicoterapeuta stimatissimo in tutto il Paese), come la coraggiosa e ospitale Chiesa dei fratelli Valdesi, accettando di leggere e di discutere pubblicamente le mie povere paginette tese a capire l’incomprensibile, stanno offrendo alla comunità cristiana e alla società civile una testimonianza molto più efficace del suo sfogo un po’ troppo …preventivo (e, temo, prevenuto).
Con i migliori auguri per il Suo lavoro a favore dell’ecumenismo, invoco su di noi la luce dello Spirito illuminatore.
Augusto Cavadi”

Risposta che, evidentemente, non è piaciuta al Reverendo padre:

“Gentile Sig. Cavadi,
la sua risposta non fa altro che confermare quanto avevo già segnalato. Anziché offrire rassicurazioni sul fatto che il libro non è anticattolico (e non ci si poteva aspettare diversamente, se il titolo del libro esprime anche le convinzioni dell’Autore), lei di fatto le riconferma, dandomi, irridendo la mia persona. E questa è una delle tante differenze: io mi soffermo su un testo, lei attacca le persone…
Che poi vi siano presenti dei cattolici come Scordato e Salonia non cambia nulla. Non aggiunge e non toglie nulla.
Sappiamo che alle presentazioni dei libri si va solo con l’intento di compiacere l’Autore e il pubblico. Anche quando è stato presentato il libro di Mancuso (guarda caso sempre dai Valdesi…) i teologi presenti non hanno mosso un solo rilievo critico….
Infine, che i Valdesi offrano i loro locali per presentare un libro anticattolico, ma ammantando tutto con lo spirito (laico) della discussione del dibattito e del confronto, non può che fare il loro gioco. Ma hanno perso l’occasione per mostrare un pio’ di dignità. Infatti, se al posto loro, mi avessero chiesto i locali del mio convento per presentare un libro dal titolo “Lutero l’eretico e il giustiziere”, ebbene, per una questione di dignità li avrei negati. Proprio secondo quello spirito di distensione e di rispetto a cui lei fa riferimento, ironicamente, nella conclusione della sua email. Ma ovviamente, non tutti sono animati da nobili ideali…
Cordialmente
Marcello Di Tora o.p.”

Poiché abbiamo organizzato, allora, la presentazione del libro di Mancuso perché nessuna struttura cattolica ci ha voluto ospitare (e la diocesi di Cefalù, che tempo dopo ha dato l’assenso, se lo è rimangiato in 48 ore) e poiché nel salone del centro culturale valdese, allora, Vito ricevette critiche molto aspre da cattolici intransigenti (Marcello Briguglia, Giuseppe Savagnone), da valdesi infastiditi dal suo riduzionismo biblico (Elisabetta Ribet) e persino da ‘laici’ non cristiani (Gianni Rigamonti), ho capito che il buon frate o parla di cose che non sa o, peggio, mente sapendo di mentire. Perciò ho ritenuto evitare di sprecare altro tempo: la vita è breve e le iniziative più belle, e più utili all’umanità, sono tante.

Lettera di un reduce del ‘68 ai nipotini del 2010


Dal quotidiano online I love Sicilia (oggi 23 novembre 2010).
Qui di seguito il mio testo: se andate al link:
(http://www.livesicilia.it/2010/11/23/lettera-dal-68-alla-peggio-gioventu) trovate una cosa poco piacevole (il titolo del redazionale del ‘pezzo’ che pare fatto apposta per imbufalire i miei interlocutori diretti…) e dei commenti interessanti (sia di chi mi approva sia di chi, specie nascosto dall’anonimato, mi attacca con una certa durezza).
E’ lecito, a un reduce del ’68, dire due paroline ai nipotini del 2010? Ne ho già udite e lette alcune da miei coetanei. Da coetanei che aderiscono entusiasti a queste ennesime okkupazioni (“Meno male che siete voi a difendere la democrazia!”) o che, malinconicamente, esprimono comprensione (“Sarebbe da malati non essere estremisti alla vostra età, come lo sarebbe esserlo alla nostra”). Vorrei dirne qualcuna di dissenso, se possibile.
Comincio dall’aspetto meno importante: l’opportunità di manifestare contro un governo moribondo. Che volete che se ne freghi di voi una maggioranza allo sbando e in procinto di dissolversi alla prima verifica parlamentare?
Ma lasciamo questo aspetto secondario e opinabile. Ammesso che sia il momento più propizio, pensate davvero che l’arma dell’occupazione (o l’equivalente funzionale: dall’astensione parziale all’autogestione permanente) sia efficace allo scopo che tutti - anche gli anziani ‘non pentiti’ come me – ci proponiamo? Sono più di quaranta anni (dal ‘68, in cui ero attivamente studente al “Garibaldi”) che si ripetono proteste e occupazioni e il risultato oggettivo, visibile, tangibile è una scuola peggiore (Berlinguer, De Mauro, Moratti, Gelmini) in una società peggiore (istituzioni e mentalità comune colonizzate dal berlusconismo). Vorrà dire qualcosa? La rivoluzione - più o meno graduale, più o meno silenziosa, più o meno violenta - la voglio non MENO, ma PIU’ di voi: per questo ritengo assurdo giocare con caricature, scimmiottamenti, che non fanno a nessun governo (tanto meno a un governo sull’orlo dello scioglimento) neppure il solletico! Volete la rivoluzione? Iscrivetevi a un partito politico, a un sindacato, a un’associazione antimafia, a un movimento ambientalista, a un centro studi pacifista. Volete la rivoluzione? Convincete il 75% degli italiani (cioè dei vostri coetanei, dei vostri genitori, dei vostri docenti) a uscire dalla palude (del voto al centro-destra per il 45% e dell’astensionismo per il 30%) in cui si sono immersi. Volete la rivoluzione? Rispettate la legalità democratica: pagate il biglietto sull’autobus, mettete il casco, non comprate droghe dalle mafie, invitate i genitori a pagare le tasse e a mettere in regola i collaboratori domestici immigrati. Volete la rivoluzione? Seguite ogni tanto una trasmissione televisiva seria, leggete qualche libro di sociologia o di politica, andate al cinema a vedere qualche film impegnato civilmente. Volete la rivoluzione? Non chiedete raccomandazioni per niente e a nessuno, diventate talmente prestigiosi nel vostro lavoro da poter raggiungere posti di leader per scombussolare le regole attuali del clientelismo, del favoritismo, dell’opportunismo, del carrierismo a spese dei più deboli.
Voi mi direte che fare questo - e tanto altro che si potrebbe aggiungere e che alcuni come me abbiamo cercato di fare da quando abbiamo memoria - sia troppo faticoso, troppo controcorrente: e avreste ragione. “Tutti vogliono fare la rivoluzione, pochissimi vogliono preparasi a esserne degni”. Ma chi di voi non se la sente, eviti di fare il rivoluzionario a prezzi bassi. Eviterà di deludere chi come me spera in voi e, soprattutto, di deludere voi stessi: perché questo difficilmente, passata la furia della protesta, ve lo perdonerete.
Augusto Cavadi

lunedì 22 novembre 2010

Programmazione e criteri di verifica


PROGRAMMAZIONE IV sez. i
FILOSOFIA, STORIA ED EDUCAZIONE CIVICA
PROF. AUGUSTO CAVADI
ANNO SCOLASTICO 2010 – 2011

• Situazione di partenza
La classe si presenta motivata all’apprendimento, disponibile all’ascolto e al confronto. Facilmente si riesce ad accendere un dibattito. Le verifiche orali non sono vissute con apprensione e non pochi alunni mostrano un interesse personale per gli argomenti affrontati. Frequenti, però, le assenze.

• Finalità
Questa programmazione pedagogico – didattica mira a favorire negli alunni un processo di autoformazione alla consapevolezza critica in campo filosofico e storico - politico. In campo filosofico perché ogni persona ha diritto di conoscere le principali risposte alle domande esistenziali (che senso ha la vita? Qual è il posto dell’uomo nell’universo? La morte segna il confine definitivo dell’esperienza o sono pensabili degli orizzonti ulteriori? Esistono criteri oggettivi per distinguere azioni giuste ed ingiuste?); in campo storico - politico perché ogni cittadino ha diritto di conoscere la genesi dei problemi attuali della società e le ipotesi di soluzione avanzate dai principali progetti ideologici.

• Obiettivi
Al termine dell’anno scolastico, ogni alunno dovrebbe essere in grado di:
a) livello di sufficienza
- conoscere (a livello manualistico) le linee essenziali del pensiero dei filosofi, delle vicende storiche e delle problematiche socio-politiche;
- rispettare le regole elementari necessarie ad una serena, se non anche allegra, convivenza in classe (abituale puntualità, capacità di ascoltare gli interlocutori, capacità di argomentare logicamente le proprie posizioni, disponibilità tendenziale ai momenti di verifica sia orali che scritti);
b) livello superiore alla sufficienza
- saper istituire confronti critici fra pensatori, periodi storici, progetti politici diversi;
- saper riferire verbalmente, in maniera chiara e sintetica, sul proprio lavoro a contatto con testi classici, documenti storici, pagine critiche (dimostrando si saper attingere alle ‘fonti’ della produzione manualistica);
- saper redigere una relazione scritta (tipo ‘recensione’) su testi letti e interpretati personalmente;
- studiare con costanza in modo da essere abitualmente disponibile alle verifiche ed al dialogo in classe;

c) livello di eccellenza
- saper elaborare e formulare (sia in forma orale che scritta) un giudizio personale su dottrine filosofiche, avvenimenti storici, progetti politici che costituisca l’abbozzo di una propria interpretazione del mondo;
- mostrare un atteggiamento collaborativo con i compagni ed il docente (esercitando costruttivamente il diritto di critica, proponendo iniziative utili all’autoformazione del gruppo – classe, dedicando tempo ed energie a compagni meno inclini allo studio di queste materie ma desiderosi di apprendere, partecipando ad iniziative para- ed extra-scolastiche ed illustrandone in aula le acqusizioni più interessanti etc.).

• Metodi
Con degli opportuni adattamenti allo specifico di ciascuna delle tre discipline, si attiveranno:
a) metodi di apprendimento a scuola:
- spiegazione in classe dei passaggi essenziali del manuale;
- lettura e commento di brani filosofici, di fonti storiche e di pagine monografiche;
- domande e risposte (possibilmente da parte di tutta la classe e dell’insegnante) tese alla chiarificazione del manuale, dei brani originali e delle spiegazioni del docente;
- discussione collettiva per incoraggiare la valutazione critica personale delle dottrine analizzate e comprese;
- uso episodico di film ed altri strumenti audiovisivi, anche informatici.
b) Carichi di lavoro a casa:
- nel corso della lezione si cercherà di esaudire la maggior parte dei dubbi e delle curiosità, anche nell’ambito dei colloqui orali per la valutazione, in modo che a casa resti il compito di riorganizzare mentalmente i contenuti (ed eventualmente di approfondirli con letture facoltative) con un impegno forfettario di tre ore settimanali (su circa 18 ore in media di lavoro pomeridiano presumibile).
c) Metodi di valutazione:
- colloqui orali quanto più frequenti possibile;
- questionari scritti;
- interventi occasionali alle discussioni collettive in aula;
- composizioni facoltative (da esporre in aula o da consegnare al docente) su singoli problemi, da cui si possa ricavare la lettura di testi diversi da quelli usati abitualmente in aula e la capacità di esprimere giudizi personali.

• Contenuti
a) Filosofia: Si prevede uno svolgimento quasi regolare del programma ministeriale: anche se la classe, all’inizio d’anno, è ancora ferma ad Aristotele. Si cercherà di colmare i ritardi entro il primo quadrimestre.
b) Storia: Anche in questa disciplina si prevede uno svolgimento regolare del programma ministeriale: occorrerà dedicare, però, il primo quadrimestre a completare gli argomenti essenziali previsti per il I anno.
c) Educazione civica: Si dedicherà un’ora la settimana ad una alfabetizzazione essenziale sulle principali ideologie del Novecento (anche con l’ausilio di un sussidio didattico messo a disposizione gratuitamente sul blog del docente).

Augusto Cavadi