Se qualcuno fosse interessato, eccovi il link all'intervista richiestami da una rivista online spagnola, interamente dedicata alla Sicilia:
http://blog.lasicilia.es/2013/02/18/entrevista-a-augusto-cavadi-autor-del-libro-la-mafia-explicada-a-los-turistas.html
Il blog di Augusto Cavadi, filosofo-in-pratica di Palermo, con i suoi appuntamenti pubblici in Italia e i suoi articoli.
lunedì 25 febbraio 2013
domenica 24 febbraio 2013
"Se qualcuno fa qualcosa..." (Don Pino Puglisi)
Care e cari,
qualche settimana fa avrete letto, su questo blog, il mio articolo su "Repubblica- Palermo" circa il lavoro di riscatto operato da anni a Palermo a favore delle ragazze nigeriane costrette a prostituirsi.
In seguito all'articolo è arrivata una proposta concreta di cooperazione: la estendo a voi tutte e tutti con le parole di un appello redatto dalla mia cara Adriana.
Non tutte e tutti potrete aiutarci finanziariamente (sono tempi davvero duri), ma tutte e tutti potrete socializzare via internet - e non solo - questa proposta operativa.
Vi voglio bene,
Augusto
***
Questo è un appello per tutte le amiche e gli amici incontrati in questi anni.
L’associazione “Pellegrini della terra” si occupa di salvare dalla tratta quante più possibile ragazze africane rese schiave da scellerati e inqualificabili individui.
Possiamo tutti insieme aiutare una di loro. Come?
Innanzitutto frequenterà una gelateria (selezionata da "Addio pizzo") per un apprendistato che durerà circa quattro mesi. Alla fine di questo percorso tornerà nella sua terra, la Nigeria. Tutto è finanziato (anche grazie all'8 per mille della Chiesa valdese) e lei, in questo cammino, sarà seguita in tutto e per tutto.
Durante questi 4 mesi dovrà però pagarsi l’affitto e le spese di prima necessità. Qui entriamo in gioco tutti noi: se ci tassiamo mensilmente per 4 mesi possiamo garantirle la serenità per portare a termine questo progetto che la aiuterà a uscire completamente dalla schiavitù. Sembrano paroloni grossi, ma – ahimè – proprio di questo si parla: donne rese schiave.
Con Augusto ci siamo fatti quattro conti
- ci si può tassare con 30 euro al mese (pari a un euro al giorno). Quattro mesi equivalgono quindi a 120 euro.
- ci si può tassare con 15 euro al mese (pari a 50 centesimi al giorno) e in 4 mesi sono quindi 60 euro.
SE dieci PERSONE DONANO 30 EURO E altre dieci NE DONANO 15, IN UN MESE POSSIAMO GARANTIRE A QUESTA RAGAZZA 450 EURO.
E’ però necessario mantenere l’impegno dei 4 mesi, per essere certi che lei completi tranquillamente l’apprendistato senza il pensiero dell’affitto da pagare o della spesa per mangiare.
Ho bisogno di sapere, il più presto possibile, in quanti siete disponibili e in che misura in modo da comunicarlo a chi si occupa di questa ragazza.
Chi è disponibile può scrivere a me adriana.saieva@alice.it oppure ad Augusto acavadi@alice.it
Grazie a voi tutte/i
Adriana
sabato 23 febbraio 2013
Dizionario di bioetica
E' in commercio il "Dizionario di bioetica" sfornato dalla coraggiosa, giovane, casa editrice siciliana Villaggio Maori.
Alcuni siti lo inviano gratis a casa e, per giunta, con uno sconto consistente: vedi, ad esempio,
http://www.ibs.it/code/9788898119011/dizionario-bioetica.html
Sono autore di tre voci: Cultura del divieto, Pietà, Superstizione.
Intanto incollo qui la prima delle tre voci (ma spero che acquistiate e leggiate l'intero dizionario).
1. Divieto (cultura del)
Non si conosce nessuna civiltà priva di tabù. Variano, invece, e di molto, gli oggetti che non si possono toccare, guardare né - in molti casi – neppure nominare: i cadaveri, certi cibi, il nome dell’Altissimo etc. Nella tradizione occidentale il divieto riguarda spesso la sfera sessuale e riproduttiva. Interessante in proposito l’etimologia di ‘profano’: ciò che non è ‘sacro’ (dunque la quasi totalità dello spazio e del tempo) è definito, più che in positivo, in negativo. Esso è il pro-fanum: ciò che sta davanti, ma per ciò stesso anche fuori, il tempio. Ciò che lega i due ambiti è identicamente ciò che li separa: il gioco del divieto reciproco. Per chi è dentro il recinto è vietato calpestare il suolo profano, proprio come a chi è fuori dal tempio è vietato violarlo (se non a precise condizioni, con precisi limiti, in occasioni determinate).
A cavallo fra il XIX e il XX secolo, Max Weber osservava per il mondo capitalistico ciò che oggi, nel XXI secolo, vale per il mondo tout court (essendo, dopo l’implosione dell’URSS e la strana conversione a metà della Cina popolare, a impronta essenzialmente capitalistica): esso è ormai ‘disincantato’, ‘secolarizzato’. E’ perciò assai logico che un mondo de-sacralizzato sia un mondo in cui si abbassi inesorabilmente il numero e la gravità dei divieti.
La filosofia, incapace di limitarsi a registrare i fatti, non può non interrogarsi sull’eclissi della cultura del divieto. E coglierne aspetti positivi quanto negativi (misurati, gli uni e gli altri, sulla base di ciò che si potrebbe chiamare, con Martha Nussbaum, “il fiorire della soggettività umana”). E’ sin troppo facile segnalare tutti i vantaggi che comporta una società segnata da pochi ‘no’: se non altro perché significa che pochi hanno l’autorità (o il prepotere) per emetterli e dunque è più facile rispettarli (se ragionevoli) o contestarli (se irragionevoli). Dalle ‘grida’ manzoniane in poi, sappiamo bene che il moltiplicarsi delle proibizioni è sintomo della loro arbitrarietà e, soprattutto, della debolezza istituzionale di chi le emana.
Meno evidenti sono, probabilmente, gli svantaggi che accompagnano gli indubbi pregi di una società in cui sia “vietato vietare”. Già a livello psico-pedagogico sappiamo quanto poco maturi un minore a cui nessuno sa, o vuole, imporre dei limiti fra lecito e illecito. Ma anche fra gli adulti il permissivismo ad oltranza può giocare brutti scherzi-boomerang. Non mi riferisco solo alle varianti del contratto sociale in cui ciascuno pone dei limiti alla propria libertà originaria (e potenzialmente illimitata) pur di fruire della autonomia di movimento all’interno della propria sfera d’azione; né soltanto alla saggezza greca, latina e medievale del “non mai troppo”, per evitare che piaceri e godimenti si capovolgano nel proprio contrario, generando nausea e stanchezza. Mi riferisco, anche, alla curiosa dialettica del desiderio per cui tutto diventa meno appetibile se nessuna barriera – nessun costo finanziario o emotivo – lo protegge dall’abuso. Aragoste e piccioni (o, per chi propende al vegetarianesimo, tartufi e fragoline di campo) risultano così apprezzati anche quando vengano serviti gratuitamente e quotidianamente? Il detto che ascoltavo in Gran Bretagna intorno al ’68 (“Questo è davvero gustoso: sarà certamente qualcosa di proibito!”) può essere letto anche in un’ottica completamente opposta rispetto all’intenzione originaria: se non fosse stato mai proibito da nessuno, e in nessun contesto, sarebbe così gustoso?
Difficile tirare le fila teoretiche (o, più modestamente, prudenziali) da queste considerazioni. A ciascuno il compito – impegnativo - di relativizzare i divieti, come gli imperativi, dominanti nel proprio ambiente sociale. Relativizzarli: non assumerli dogmaticamente come postulati assoluti, senza per questo diffidarne a priori. Ci sono tronchi che vietano ai ruscelli di scorrere vitalmente e di raggiungere fiumi e mari; ma sponde, e persino dighe, evitano ad essi di disperdersi nel terreno circostante, di affievolirsi e di scomparire. Ai ruscelli non è dato scegliere fra tronchi, sponde e dighe: devono accettare supinamente i limiti che altri (dal caso all’artificio umano) stabiliscono. Non così gli esseri umani: almeno in potenza, possono interiorizzare i divieti che irrobustiscono l’energia vitale e, proprio così rinforzati, possono affrontare a viso aperto e mani nude i divieti che reprimono le soffocano. Non esiste alcuna formula magica per distinguere gli uni dagli altri: sinora il regime democratico è il meno peggiore dei metodi sperimentati storicamente per evitare che qualcuno si ritenga detentore monopolista di tale (fantasiosa) formula magica. (A.C.)
mercoledì 20 febbraio 2013
La mia Prefazione al libro di Elio Rindone che presentiamo...
...alle 18,45 di giovedì 20 febbraio presso il Salone della Chiesa valdese di via Spezio a Palermo.
Da: E. Rindone, Da Gesù a Ratzinger. Ideale evangelico e cattolicesimo reale, www.ilmiolibro.it, Roma 2013, pp. 7 - 11.
PRESENTAZIONE
“Se essere credente significa apprezzare il messaggio evangelico e cercare, con tante contraddizioni, provare a viverlo, posso dichiararmi credente; ma se significa anche obbedire all’insegnamento del papa e dei vescovi, e seguirne l’esempio, non posso proprio considerarmi tale”. Quante volte ci capita di ascoltare dichiarazioni del genere fra i nostri familiari, amici e colleghi? “Cristo sì, chiesa no” è diventato quasi uno slogan trito.
Questa la situazione di fatto. Molte – e contrastanti – le interpretazioni. Conosciamo quella clericale: la gente è pigra, assetata di piaceri, orgogliosa e non vuole più stare, con l’umiltà necessaria, sotto la paterna vigilanza dei pastori. Tra le altre possibili letture: la gente non ha perduto la nostalgia dell’appartenenza comunitaria e vivrebbe quasi con un senso di sollievo la docilità a un magistero autorevole in un’epoca planetaria di disorientamento etico ed esistenziale. E, in effetti, uomini e donne che non si pongono troppe domande, restano volentieri al calduccio dell’ovile. Ma altri uomini e altre donne non ce la fanno proprio: glielo impediscono il senso critico e la consapevolezza della propria dignità di persone. Vedono nella struttura organizzata della Chiesa cattolica non una casa familiare, ma un palazzo padronale; non un ponte per risalire al vangelo, ma un muro che lo rende inaccessibile; non una comunità di fratelli e sorelle che incoraggiano chi procede nel cammino della vita, ma un tribunale di dottori e di giudici che distribuiscono sentenze (in senso dottrinale e giudiziario).
Tralasciamo altre possibili interpretazioni dello iato fra fiducia nel Maestro di Narareth e sospetto – se non proprio rigetto – nella Chiesa che si presenta come suo segno visibile ed efficace nella storia: di queste due, appena tratteggiate, quale la più convincente perché più aderente alla realtà?
Per rispondere, con qualche cognizione dei termini oggettivi, la lettura del libro di Elio Rindone che avete in mano è estremamente istruttiva. Se non addirittura indispensabile. I testi da lui scritti in varie occasioni, e qui raccolti organicamente, mostrano - con limpidezza di linguaggio, acutezza argomentativa e soprattutto abbondanza di documentazione – quali siano, in concreto, i punti principali in cui le gerarchie cattoliche rivelano la tenace tendenza ad attenuare, quando non a stravolgere del tutto, la portata originariamente rivoluzionaria del messaggio di colui che pur professano come Signore e Salvatore: la libertà di coscienza, il ripudio della guerra, la valutazione del pluralismo culturale, la difesa della democrazia, il conformismo intellettuale, la laicità delle istituzioni pubbliche, la dimensione affettiva e sessuale, il ruolo delle donne…
Qualcuno trarrà dall’esame di questi brevi, intensi, saggi - sconsolato - la conclusione che la Chiesa cattolica sia ormai irredimibile perché, al di là dei limiti soggettivi, essa regge su un impianto teologico e organizzativo inaccettabile (inaccettabile per la ragione umana, ma anche per la fede cristiana). Qualche altro sarà indotto, invece, a rimboccarsi le maniche della camicia e a dedicarsi, con lena raddoppiata, all’ardua impresa di riformare dall’interno la grande comunità di cui fa parte per destino o per scelta. In ogni ipotesi, comunque, sarà difficile restare indifferenti e inerti. Scopo dell’autore - se vedo bene– non è comunque né scoraggiare i riformatori né chiamare alla crociata i delusi, bensì capire e aiutare a capire. Rindone, pur avendo compeltato la sua formazione giovanile con studi teologici, non ha smesso gli abiti del filosofo. E, come tale, non ha smesso di cercare un po’ di luce dovunque il buio si riveli più oscuro e più pericoloso. Prima di tutto, se ci riusciamo, la verità: il resto ci sarà dato in sovrappiù. Non è scritto anche nel vangelo secondo Giovanni chela verità ci farà liberi?
Augusto Cavadi
domenica 17 febbraio 2013
Ci vediamo giovedì 21 febbraio 2013 a Palermo?
Giovedì 21 febbraio 2013
alle ore 18,45
presso la Sala conferenze della Chiesa Valdese di via Spezio
incontro pubblico su
ARRIVEDERCI JOSEPH
a partire dal libro di Elio Rindone
DA GESU’ A RATZINGER
Ideale evangelico e cattolicesimo reale
www.ilmiolibro.it pp. 247, euro 14,00
La discussione, a cui parteciperà l’autore del libro,
sarà introdotta da
Augusto Cavadi e Pietro Spalla
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Per informazioni e contatti rivolgersi a
Rosalba Cavadi 347.1863420 – 389.5548292
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