domenica 19 agosto 2018

CI VEDIAMO A LOVERE (LAGO D'ISEO) DAL 21 AL 27 AGOSTO 2018 ?

Care e cari,

   come molti di voi sanno, dal 21 al 27 agosto 2018 avrà luogo la XXI settimana filosofica per...non filosofi (di professione). 

   Quest'anno abbiamo scelto come sede il delizioso comune di Lovere sul Lago d'Iseo (anche per fruire del sostegno in loco degli splendidi Agnese e Gigi Francesconi): più precisamente, l'Hotel Continental (Viale Dante 3).  

    Il tema, su cui verteranno i due seminari quotidiani (il primo dalle 9 alle 10,30 e il secondo dalle  18,15   alle 19,45  ) è LO SPAZIO DELLA SPERANZA NELL’EPOCA DELLA DISPERAZIONE.

    Se qualcuno di voi in zona ha piacere di condividere un caffè mi contatti pure: sarà un piacere anche da parte mia.

    E' anche possibile iscriversi a tutti i 12  seminari (180 euro) o solo a qualcuno (15 euro): introdurremo, a turno, Francesco Dipalo, Orlando Franceschelli, Salvatore Fricano, Elio Rindone ed io. 

         Augusto Cavadi
   www.augustocavadi.com

* Per ulteriori dettagli consultare il sito http://vacanze.domandefilosofiche.it

sabato 18 agosto 2018

RITA BORSELLINO: UNA PERSONA SERIA CHE NON MERITA LACRIME DI COCCODRILLO

16.8.2018

RITA BORSELLINO: NON SOLO “LA SORELLA DI PAOLO”

Subire l’assassinio per mano mafiosa di un familiare è un’esperienza doppiamente dolorosa: per la perdita del congiunto e per l’assurdità della motivazione. Un’esperienza che la vita ha risparmiato a me, ma non a una miriade di amici, conoscenti, colleghi di scuola, alunni…Il familiare di vittima di mafia è ormai una vera e propria tipologia sociale su cui moltissimi – più o meno attrezzati culturalmente – hanno avuto da criticare, da consigliare, da commentare. 
La morte di Rita Borsellino costituisce un’occasione inevitabile per riflettere su ciò che è successo, che succede e che (si spera) non debba più succedere: ma a patto di limitarsi a considerazioni oggettive che prescindano, rigorosamente, dal giudizio sulle coscienze individuali nel cui sacrario è sconcio voler penetrare.
Schematizzando molto, la fenomenologia del parente di mafia registra tre sottogruppi principali. Al primo appartengono quanti sono stati ammutoliti dal dolore, paralizzati dallo sgomento e dalla rabbia: soggetti sensibili, temperamenti particolarmente delicati, che si sono chiusi in un riserbo senza fessure e senza eccezioni. Ad altri – che si collocano in un sottogruppo per così dire opposto – questo ripiegamento nel privato è sembrato quasi una resa alla prepotenza mafiosa: hanno ritenuto opportuno proseguire e rilanciare la battaglia dei congiunti caduti, assumendo ruoli pubblici sempre più vistosi e impegnativi. Non di rado hanno acconsentito all’invito degli schieramenti partitici di candidarsi ai consigli regionali o direttamente al Parlamento, organi istituzionali nei quali per la verità non si sono mai segnalati per particolari doti di propositività. 
Tra i silenziosi appartati e gli impegnati esposti si è andata distribuendo una serie – per così dire intermedia – di persone che hanno, faticosamente, cercato un proprio equilibrio. Rita Borsellino è stata, a mio avviso, tra quelle persone che lo hanno anche trovato. Da una parte, infatti, non ha accettato di continuare a svolgere il ruolo di madre e la professione di farmacista come se nella sua cerchia familiare non fosse successo niente di anormale. Ma – vorrei sottolineare questo aspetto che mi consta personalmente -  sin dai primi mesi successivi alla strage di via D’Amelio del 1992 ha capito che onorare la memoria e l’impegno del fratello Paolo non significava accontentarsi di sbandierare il cognome Borsellino come un brand autosufficiente. Questo l’avrebbe esposta a essere strumentalizzata da gruppi politici di vario colore e, in ogni caso, al rischio di dire sulla mafia e sull’antimafia delle sciocchezze trite e ritrite. Perciò ha iniziato un percorso, radicato in un atteggiamento di sincera consapevolezza dei propri limiti, di studio e di azione nel sociale. 
  Ciascuno di questi tre aspetti merita una breve sottolineatura. La consapevolezza dei propri limiti o, nel linguaggio di una cattolica democratica sincera come lei, l’umiltà: una caratteristica davvero rara in tanti parenti di vittime di mafia che si sono, spesso sinceramente, illusi che la propria vicenda esistenziale costituisse di per sé un titolo di competenza e di autorevolezza. “Mio padre diceva sempre…mio fratello pensava che…mio marito riteneva che…”: e giù luoghi comuni, talora vere e proprie castronerie, che gli illustri congiunti defunti avrebbero avuto difficoltà a sottoscrivere. Rita non era così banale. Ricordo la sorpresa di una sua telefonata non molto tempo dopo il 1992 quando ricevette l’invito del Parlamento europeo a fare un intervento sulle donne e il sistema mafioso: “Non vorrei dire cose scontate, retoriche. Se hai delle idee, mi passi qualche appunto?”. Glieli passai volentieri e soprattutto, per non cadere nell’errore che lei voleva evitare per sé, le suggerii dei testi scritti da altre donne che da molti anni riflettevano sull’argomento. Dunque l’impegno serio, quotidiano, a informarsi sulla storia della mafia e sulle analisi scientifiche che si andavano producendo: ai convegni partecipava, prima che come testimonial, come attenta ascoltatrice e direi quasi discepola. 
 Questa stessa serietà la indusse a scegliere, come campo d’azione, non l’adesione a un partito (che le avrebbe fornito senza problemi uno scranno in Parlamento) bensì a un’associazione, anzi a un’associazione di associazioni antimafia come “Libera”. Molti ricordano la sua candidatura alla Presidenza della Regione e alla Sindacatura di Palermo, ma dimenticano due caratteristiche fondamentali: non furono candidature di un partito, bensì richiestele per superare conflitti e particolarismi di varie sigle “progressiste”; soprattutto, furono candidature che vennero dopo molti anni di volontariato antimafia che la videro pellegrina su e giù per l’Italia. La sua libertà interiore da cariche onorifiche, più o meno remunerate, fu totale: e quando si andò profilando un compromesso con i suoi principi etici non ebbe esitazione a dimettersi persino dalla vice-presidenza di “Libera”. 
 Insomma, Rita Borsellino ha segnato una strada che – senza diventare canonica per nessuno – può costituire un’ipotesi per quanti, più o meno prossimi a vittime di mafia, intendono evitare sia una clausura che potrebbe sembrare rinunciataria sia un iperattivismo che potrebbe sembrare carrieristico. 

Augusto Cavadi

ALLEGATO da un mio commento su FB:
Allora si disse che non era il caso di votarla perché era una donna, era sorella di un magistrato ucciso (dunque sospetta di carrierismo sulla pelle di un familiare illustre) , non aveva un'esperienza politico-partitica alle spalle e non garantiva ai cattolici la "difesa dei valori non negoziabili". In qualsiasi Paese di buon senso i quattro demeriti sarebbero state delle ragioni decisive per votarla. La maggioranza dei siciliani preferirono Cuffaro: un maschio, un sospettato di collusioni mafiose (poi confermate in due gradi di giudizio), un praticone che aveva scalato piano piano tutte le gerarchie politico-partitiche e un cattolico doc che, appena eletto, ha consacrato la Sicilia alla Madonna delle lacrime di Siracusa (il dettaglio delle lacrime era l'unica opzione davvero indovinata). Adesso quella maggioranza di siciliani maschilisti, paramafiosi, clientelisti e bigotti avranno il buongusto di tacere? Spero di sì ma temo di no./var/folders/b_/6kl24rn12k18bq8j0mb35bj40000gn/T/com.microsoft.Word/WebArchiveCopyPasteTempFiles/1f625.png😥

giovedì 16 agosto 2018

CI VEDIAMO VENERDI' 17 AGOSTO A PETRALIA SOTTANA (PALERMO) ?

Il libretto "Tutti in campo", 
su Peppino Impastato 
raccontato ai ragazzini (10 - 14 anni), 
scritto da Adriana e Melania 
e illustrato da Letizia,
continua il suo viaggio...
Prossima sosta: 
fra le splendide montagne delle Madonie.
Chi può, non si perda l'appuntamento.
Chi non può, non si perda il libretto 
(acquistabile in tutte le librerie fisiche e on line).

mercoledì 15 agosto 2018

LA LEGALITA' NELLE SPIAGGE SICILIANE: DUE PESI E DUE MISURE

“Repubblica – Palermo”
15.8.2018

LA LEGGE A DUE VELOCITA’ NELLE SPIAGGE SICILIANE

Prima di entrare a casa di un estraneo sconosciuto, di piantargli una tenda in giardino per alcuni giorni e alcune notti (senza avere nessun servizio igienico a disposizione), di allestire magari una cucina all’aperto con bombola a gas e relativi rischi per sé e i vicini, chiunque avrebbe qualche minuto di esitazione. Ma se il terreno non è di un privato, se per esempio è una spiaggia pubblica come a Romagnolo o a Vergine Maria, qualsiasi esitazione sembra sparire: chiunque decida, vi si insedia e la privatizza selvaggiamente. Dal momento che lede i diritti di tutti, suppone di non stare ledendo i diritti di nessuno: neppure sospetta di stare compiendo un gesto mille volte più odioso che se invadesse la proprietà di un singolo cittadino.
   Aggiungerei che ad essere danneggiati sono i cittadini in generale, ma non tutti alla stessa maniera: la media e alta borghesia ha i suoi “villini” in zona (da Cefalù a San Vito Lo Capo) o usufruisce di spiagge riservate agli hotel in Italia e nel mondo o – nella ipotesi meno ottimistica – ha mezzi e soldi per cercare di volta in volta zone balneabili libere da vandali. Non così la piccola borghesia e il proletariato che, non potendosi permettere vere e proprie vacanze, si concedono solo brevi spostamenti nelle immediate adiacenze della città: in quelle spiagge, insomma, dove regna la legge del più furbo e del più sfacciato. Dove (non lo scriverei se non l’avessi visto con i miei occhi) si delimita il proprio spazio familiare con un confine di cannucciato o almeno di pietre.  E dove l’immondizia si accumula di sera in sera (non di rado trasbordando dalla riva al mare).
    Interverranno tempestivamente le Forze dell’ordine (auspicabilmente sollecitate e coordinate dalla Prefettura)? O si aspetterà che l’ondata trasgressiva passi da sola, lasciando inevase le segnalazioni di molti cittadini indignati, per poi magari dare una bella lezione di civiltà agli ambulanti africani che vendono collanine e cuscinetti di plastica faticando sotto il sole cocente di agosto dalla mattina alla sera?
    Ma questa è una conferma, e direi una rappresentazione plastica, di ciò che avviene ancora in troppe aree del Meridione italiano. Tolleranza con i violenti: qualcuno occupa una casa assegnata per legge ad altri e nessuno osa contestarlo. Se – come è avvenuto in questi giorni a Palermo – il sindaco decide di applicare la normativa europea e italiana, che prevede fondi specifici per l’integrazione dei Sinti e  Rom (cosiddetti Nomadi o Zingari), e assegna a poche decine di famiglie degli appartamenti sequestrati ai mafiosi, scoppia il finimondo. La Destra – con qualche eccezione – accorre in aiuto dei ribelli, nella convinzione davvero illuminante che la legalità è sacra quando l’autorità è reazionaria e diventa contestabile quando l’autorità è progressista. Ma non c’è nulla di più illusorio: quando l’illegalità qualunquista avanza (strumentalizzata da certa Destra adesso, come in altri casi da certa Sinistra), a perderci siamo tutti perché ci ritroviamo più poveri di diritti e di speranze civiche. 

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

venerdì 10 agosto 2018

LE QUATTRO DONNE DI CARLA GAROFALO

8.7.2018


                   LE QUATTRO DONNE DI CARLA GAROFALO

  In una stanza d’ospedale si ritrovano quattro donne: due ricoverate in seguito a incidenti stradali gravi, due perché legate (una sorella, l’altra amica) alla meno grave delle degenti. Di tre il lettore apprende via via  le storie, intrise – come ogni esistenza - di momenti gioiosi e di vicende drammatiche; la quarta, fasciata e immobilizzata come una mummia, tace e, almeno apparentemente, neppure ascolta. Eppure sarà proprio lei la chiave di volta dell’intero romanzo quando riprenderà a interagire attivamente con l’ambiente: il suo racconto costituirà una sorta di password per entrare nel segreto delle vite altrui e per illuminarne alcuni passaggi decisivi. Così Giulia capisce che l’ex-marito non merita neppure di essere odiato; Milena che la realizzazione professionale, per quanto rilevante, non è sufficiente a dare senso a una vita e che è altrettanto necessaria  l’attitudine all’ascolto empatico (e compassionevole); Charlotte, infine, capisce che fa parte della tragicità della condizione umana ricevere grandi ferite anche da persone che pure ci stimano e ci vogliono bene.
    L’autrice di Quattro donne(Qanat, Palermo 2018, pp. 238, euro 15,00) è Carla Garofalo - una donna, dunque -  e, come si allude in una sorta di esergo in calce, probabilmente ha proiettato prismaticamente nelle quattro protagoniste altrettanti aspetti della sua personalità. Il registro linguistico è volutamente piano, discorsivo, quotidiano: dunque apprezzato da un lettore desideroso di farsi coinvolgere  nello sviluppo narrativo più che da un critico letterario in cerca di raffinatezze espressive e di innovazioni stilistiche.  
   Il messaggio cruciale dell’intero romanzo è probabilmente affidato a Milena, “avvocata avvocatessa avvocata”, non più convinta di aver fatto bene a rinunziare all’amore coniugale stabile e alla creazione di una famiglia con figli per dare “spazio ad altre priorità: l’ambizione, la carriera, il successo, la bellezza, i corteggiamenti, le relazioni sociali”. E’ lei, infatti, che, in una svolta decisiva della narrazione, osserva. “Mi accorgo ora che forse la vita deve essere complicata, per essere degna di chiamarsi vita, e che in fondo i dolori non sono poi così male…  rilasciano crescita, maturità, profondità. Sono un privilegio i dolori”.
 Un messaggio “davvero prezioso”, soprattutto in fasi storiche come la nostra in cui i progetti individuali di molti cittadini, fondendosi con le proposte ideologiche di molti politici, sembrano esaltare esattamente l’opposto: la difesa miope del proprio orticello, l’idiosincrasia verso ogni novità che minacci il tran tran abituale, la rinunzia a ogni sofferenza affrontata non per masochismo quanto per passione verso ciò che si ritiene giusto e bello.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com