venerdì 10 agosto 2018

LE QUATTRO DONNE DI CARLA GAROFALO

8.7.2018


                   LE QUATTRO DONNE DI CARLA GAROFALO

  In una stanza d’ospedale si ritrovano quattro donne: due ricoverate in seguito a incidenti stradali gravi, due perché legate (una sorella, l’altra amica) alla meno grave delle degenti. Di tre il lettore apprende via via  le storie, intrise – come ogni esistenza - di momenti gioiosi e di vicende drammatiche; la quarta, fasciata e immobilizzata come una mummia, tace e, almeno apparentemente, neppure ascolta. Eppure sarà proprio lei la chiave di volta dell’intero romanzo quando riprenderà a interagire attivamente con l’ambiente: il suo racconto costituirà una sorta di password per entrare nel segreto delle vite altrui e per illuminarne alcuni passaggi decisivi. Così Giulia capisce che l’ex-marito non merita neppure di essere odiato; Milena che la realizzazione professionale, per quanto rilevante, non è sufficiente a dare senso a una vita e che è altrettanto necessaria  l’attitudine all’ascolto empatico (e compassionevole); Charlotte, infine, capisce che fa parte della tragicità della condizione umana ricevere grandi ferite anche da persone che pure ci stimano e ci vogliono bene.
    L’autrice di Quattro donne(Qanat, Palermo 2018, pp. 238, euro 15,00) è Carla Garofalo - una donna, dunque -  e, come si allude in una sorta di esergo in calce, probabilmente ha proiettato prismaticamente nelle quattro protagoniste altrettanti aspetti della sua personalità. Il registro linguistico è volutamente piano, discorsivo, quotidiano: dunque apprezzato da un lettore desideroso di farsi coinvolgere  nello sviluppo narrativo più che da un critico letterario in cerca di raffinatezze espressive e di innovazioni stilistiche.  
   Il messaggio cruciale dell’intero romanzo è probabilmente affidato a Milena, “avvocata avvocatessa avvocata”, non più convinta di aver fatto bene a rinunziare all’amore coniugale stabile e alla creazione di una famiglia con figli per dare “spazio ad altre priorità: l’ambizione, la carriera, il successo, la bellezza, i corteggiamenti, le relazioni sociali”. E’ lei, infatti, che, in una svolta decisiva della narrazione, osserva. “Mi accorgo ora che forse la vita deve essere complicata, per essere degna di chiamarsi vita, e che in fondo i dolori non sono poi così male…  rilasciano crescita, maturità, profondità. Sono un privilegio i dolori”.
 Un messaggio “davvero prezioso”, soprattutto in fasi storiche come la nostra in cui i progetti individuali di molti cittadini, fondendosi con le proposte ideologiche di molti politici, sembrano esaltare esattamente l’opposto: la difesa miope del proprio orticello, l’idiosincrasia verso ogni novità che minacci il tran tran abituale, la rinunzia a ogni sofferenza affrontata non per masochismo quanto per passione verso ciò che si ritiene giusto e bello.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

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