mercoledì 6 marzo 2019

NINO CANGEMI SUL "DIO SIMPATICO" DI COSIMO SCORDATO

Lo scorso 30 settembre don Cosimo Scordato, fine teologo e da anni rettore della chiesa san Francesco Saverio nel popolare quartiere palermitano dell’Albergheria, ha compiuto settant’anni. Per il compleanno, un gruppo di amici e di membri della Comunità di san Francesco Saverio, da lui fondata, gli ha voluto offrire un singolare e inaspettato dono: un libro che riunisce alcuni suoi scritti (oggi introvabili) e alcune sue omelie. Il libro, edito da Il pozzo di Giacobbe, s’intitola Un Dio simpatico(sottotitolo Sguardo teologico sul contemporaneo), l’autore naturalmente è Cosimo Scordato (a sua insaputa,come evidenziato nella copertina).
Il libro è una “miscellanea” di note sparse di Cosimo Scordato secondo un ordine esplicitato nelle premesse di chi ne ha curato e promosso la pubblicazione: la prima sezione è dedicata a temi dal taglio più teologico, quali il mistero di Dio e la figura di Gesù Cristo; la seconda a momenti propri del cammino di chi si professa cristiano, quali quelli del canto, dell’eucarestia, del matrimonio, del dolore nella malattia in relazione alla fede; la terza alle esperienze della Comunità di san Francesco Saverio.
Ad aprire il libro è una sorta di prefazione (‹‹Quasi una prefazione››) del suo (probabilmente) maggiore artefice e curatore, Augusto Cavadi, che traccia un profilo umano di Cosimo Scordato in cui risaltano alcuni tratti del suo carattere: discrezione, laicità, senso dell’umorismo, tra gli altri; a chiuderlo è una nota di un’altra promotrice e curatrice del volume, Maria D’Asaro, che coglie un ulteriore segno dell’umanità del prete dell’Albergheria: quella saggezza che gli fa scorgere in fondo a ciascun uomo un lato comunque positivo.
In realtà tutte e tre le sezioni sono tra di loro strettamente connesse perché il dotto teologo, che più risalta nella prima e in parte della seconda, ben si coniuga al sacerdote mai chiuso in posizioni dogmatiche e consapevole della necessità di esercitare al meglio il suo ministero “sporcandosi le mani”, che emerge soprattutto nella terza sezione. In ciò si rivela la vicinanza di Cosimo Scordato alla teologia sudamericana della liberazione: la chiesa si fa interprete del messaggio evangelico vivendo e affrontando i problemi della realtà quotidiana, immergendosi in essi, fornendo risposte concrete alle tante emergenti questioni, anche sociali.
Vi sono alcuni passi, nei frammenti raccolti, che colpiscono il lettore,  anche non avvezzo a temi teologici: quello, ad esempio, in cui si sottolinea come la potenza di Dio trova compiutezza in Gesù ( ‹‹Gesù di Nazareth è, appunto, il capolavoro di Dio, la sua grande opera compiuta del settimo giorno››); oppure quello tratto da una sua omelia in cui si osserva come la pienezza cristiana della parola ‹‹pace›› trova rispondenza non tanto nella pax latina (che etimologicamente deriva da un patto stretto dopo un conflitto), ma nello shalom ebraico, generato dall’armonia tra gli uomini; né può passare inosservato il brano che esalta il canto come momento corale della gioia cristiana.
Il testo fa i conti anche con argomenti di spinosa attualità: il sacerdozio delle donne e l’eutanasia, tra gli altri. Dinanzi a temi così scottanti per una istituzione tenacemente conservatrice come la chiesa, il sacerdote don Cosimo Scordato non si trincera dietro ai dogmi, né fa sfoggio della sua sapienza dottrinale per occultarli: li aggredisce invece, partendo dalla prospettiva che le parole delle sacre scritture sono soggette a un’interpretazione che tiene conto del contesto storico.
L’ultima parte del libro si sofferma sulla vita della Comunità san Francesco Saverio. Una comunità che fa delle differenze il suo punto di forza: accoglie credenti, atei, scettici, persone di diverso credo politico, di diversa etnia e razza. Ciò che conta è il rispetto dei valori, dare priorità al bisogno, credere nella forza del confronto. Un altro punto di forza della Comunità –che in questo momento politico assume ancora più rilievo – è quello di favorire, tramite varie iniziative, l’integrazione degli stranieri. Per tacere del suo impegno continuo verso i poveri o nel contrastare la mentalità mafiosa che può manifestarsi nei modi più disparati. E, a proposito, nelle ultime pagine del libro è riportato un canto di speranza e di forte impatto emotivo contro la mafia: Don Calò con te non ci sto.
Con questo libro, chi lo ha  promosso e curato ha voluto fare un regalo a don Cosimo Scordato, ma in realtà è un regalo che si estende a tutti i lettori. Siano essi esperti o ignoranti di questioni teologiche, credenti e non credenti, i lettori sono arricchiti dalle pagine di Un Dio simpatico, titolo accattivante che fa sentire la vicinanza di chi ci ha creato. 

                                            Antonino Cangemi

domenica 3 marzo 2019

ESCO ADESSO DAL GAZEBO DELLE PRIMARIE PD...

PERCHE’ HO PARTECIPATO ALLE PRIMARIE DEL PD

Prima premessa: come spesso ha ribadito Norberto Bobbio, uno dei criteri per capire se un sistema politico è democratico consiste nella possibilità che la maggioranza diventi minoranza e, alle elezioni successive, la minoranza diventi maggioranza.
Seconda premessa: come spesso ho ribadito, il cittadino-elettore deve “servirsi” dei partiti e non “mettersi a servizio” di un partito. Lo deve “usare” tatticamente o strategicamente, secondo i casi, per perseguire ciò che egli ritiene essere il Bene comune (o, almeno, il male minore).
E’ alla luce di queste due premesse che, da cinquant’anni esattamente, scelgo di volta in volta in partito a cui dare il suffragio.
Quando si è costituito il Partito Democratico mi sono inscritto con entusiasmo: quel mix di socialdemocrazia progressista e di cattolicesimo democratico, aperto ai temi dell’ambientalismo e della laicità dello Stato, mi sembrava finalmente un treno su cui salire senza “turarsi il naso” (come, per ragioni in parte diverse, in parte uguali, ero stato costretto a fare con formazioni politiche precedenti, dalla Democrazia cristiana a Rifondazione comunista e Sinistra e Libertà, passando per i Verdi).
Purtroppo il PD ha svolto una politica fondamentalmente disastrosa: da D’Alema a Veltroni sino a Renzi è stata una sequenza impressionante di tradimenti (dai rapporti con la magistratura alla complicità con gli evasori, dalle riforme costituzionali realizzate con un risicato consenso aritmetico sino a sistemi elettorali palesemente “porcellosi”). Quando il PD ha avuto degli esponenti opinabili ma dignitosi, come Romano Prodi, gli hanno sbarrato l’accesso alla Presidenza della Repubblica con 100 pallottole di “fuoco amico”; quando il Movimento 5 Stelle, ancora plasmabile e orientabile, ha proposto alla Presidenza della Repubblica Stefano Rodotà – Presidente dell’Assemblea del Partito Democratico ! -  il PD ha rifiutato la proposta. 
Sappiamo – senza capirne bene il perché – come il PD scarica, per pochi centinaia di euro in pizzeria (per i quali verrà comunque assolto), il sindaco Marino, regalando la capitale al Movimento della Raggi.
Per decenza non riprendo la politica regionale in Sicilia del PD. Propone alla Presidenza della Regione una signora discutibile e discussa come Anna Finocchiaro; la votiamo per evitare che salga Raffaele Lombardo con la compagine di centro-destra; Lombardo vince le elezioni ma dopo poco tempo litiga con gli alleati ed è sul punto di tornarsene a casa. E che fa il PD siciliano? Corre in aiuto dell’avversario, si presta come stampella e lo sostiene per andare avanti nonostante tutto. E’ a questo punto che straccio la tessera del PD e rendo nota la decisione ai miei amici.
Alle elezioni successive il PD sembra recuperare presentando un volto nuovo, Rosario Crocetta, per il quale voto con convinzione: ma si rivela una frana dal punto di vista amministrativo e non proprio immacolato dal punto di vista etico.  Il PD lo rinnega e, ovviamente,  prepara la strada alla rivincita del centro-destra di Nello Musumeci, meno centro e più destra di Lombardo.  
In questo scenario – ci tengo a precisarlo – Renzi (con la sua “rottamazione” di vecchie mummie del suo partito, ma per sostituirle con amichetti e amichette il cui merito maggiore è di applaudirlo quando deride i sindacati, deride i professori di diritto costituzionale, deride i colleghi al governo prendendoli tracotantemente in giro, come l’ormai proverbiale “stai-sereno-Enrico” a Letta) non è che il simbolo conclusivo di una parabola fallimentare. Non è peggiore di tanti altri (forse, però, peggiore di Paolo Gentiloni sì, che almeno non ha mai promesso di ritirarsi dalla politica in caso di sconfitte alle urne), ma il solo fatto di raccogliere la maggioranza dei consensi all’interno del PD dice tutto sul livello critico ed etico degli iscritti e dei militanti. 
Così arriviamo alle elezioni del 4 marzo 2018. 
Da elettore-medio (medio anche quanto a conoscenza delle dinamiche presenti e memoria dei disfatti passati) ritengo indilazionabile un triplice obiettivo: estromettere finalmente Berlusconi dalla stanza dei bottoni; ridimensionare, se proprio impossibile da rottamare, il potere di Renzi; dare voce a qualcosa che somigli, almeno lontanamente, a una “sinistra”. 
Per raggiungere i primi due obiettivi ho votato al Senato i Cinque Stelle (che tra l’altro presentavano nella mia circoscrizione un candidato preparato e onesto); per raggiungere il terzo ho votato alla Camera Liberi e uguali (che tra l’altro presentavano nella mia circoscrizione un candidato preparato e onesto). 
Dei tre obiettivi ne ho raggiunto con certezza solo uno: i Cinque Stelle hanno rotto il fronte della Destra mettendo definitivamente all’angolo Berlusconi. Gli altri due? Se Leu avesse avuto più consensi, un governo 5 Stelle – Leu (con l’appoggio esterno, sia pure condizionato e condizionante, del PD caso per caso) li avrebbe perseguiti. Sappiamo come è andata: Leu numericamente irrilevante in Parlamento, Renzi impone al PD la chiusura totale verso 5 Stelle (anticipando da Fazio il suo embargo prima che se ne potesse discutere all’interno del PD), i 5 Stelle che firmano con Salvini un contratto capestro (in forza del quale calpestano quattro o cinque principi fondamentali del loro Movimento, tra cui la condanna dei corrotti – vedi 49 milioni rubati dalla Lega -, la fine dei condoni, la rinunzia all’immunità parlamentare per consentire alla magistratura di esercitare il diritto/dovere di sindacare gli altri due poteri dello Stato repubblicano).
In questa situazione disastrosa (non parlo della politica xenofoba e razzista, che esaspera in maniera plateale la tendenza del governo Gentiloni e del ministro Minniti a vendere i corpi dei migranti alla Libia e alla Turchia, perché esigerebbe un volume a parte) le primarie del PD costituiscono un esile sentiero di fuga. Ho votato Zingaretti (e spero che vinca) perché con la sua elezione a Segretario del PD sarebbero meno lontani i due obiettivi che intendevo raggiungere con il voto “disgiunto” del 4 marzo 2018: costringere Renzi ad abbassare la cresta o ad abbassare la maschera (uscendo dal PD e fondando il suo partito “peronista” mass-mediale) e, grazie al dialogo fra PD, Leu e l’ala sinistra del Movimento 5 Stelle (eventualmente scisso dal resto del Movimento clamorosamnete sbilanciatosi a destra), recuperare la pallida speranza di qualche balbettio di “sinistra” in Parlamento. Ma, ammesso che venga eletto o con le primarie di oggi o nella prossima assemblea del partito, Zingaretti apprenderà la lezione di questi mesi o si illuderà che la folla accorsa ai gazebo è disposta a firmare nuove cambiali in bianco? Pare che nel Lazio abbia privatizzato il sistema sanitario pubblico, secondo il modello lombardo Formigoni-Maroni, invece di risanarlo e rinforzarlo. In Campania ha già stretto alleanza, con doverose promesse di ricandidatura, con l’ineffabile De Luca. “Micromega” per bocca del direttore Paolo Flores D’Arcais non è disposto a scommettere neppure i due euro che questa sera un milione e mezzo di italiani ha versato per esprimere il proprio disperato urlo contro uno dei peggiori governi della storia repubblicana italiana.

Augusto Cavadi

PS: Sarò sinceramente grato a quanti mi aiuteranno sia a correggere questi appunti nel caso di inesattezze (date, nomi, circostanze, eventi) sia a completare questi appunti con passaggi della storia recente che mi sfuggono.

sabato 2 marzo 2019

LA MINISTRA BONGIORNO E I TESTI PSICOLOGICI AI MAGISTRATI

"REPUBBLICA - PALERMO"
2.3.2019

“Repubblica – Palermo”
2.3.2019

TEST PSICOLOGICI AI MAGISTRATI: A QUALI CONDIZIONI ?

Per diventare magistrato non bastino più gli esami sulle nozioni di diritto, ma si superi anche un test psicologico. Non sappiamo se la proposta della ministra palermitana Giulia Bongiorno, lanciata da alcune settimane nel corso di un intervento presso la Scuola di formazione politica della Lega, a Milano, resterà un’opinione affidata ai vortici delle agenzie di stampa o diventerà una proposta di legge vera e propria. I precedenti non mancano, ma la riforma in questa direzione voluta, all’inizio del nostro millennio, dal ministro Castelli non è stata mai attuata. Certo, il contesto in cui viene formulata – proprio quando il governo in carica delegittima l’azione giudiziaria ricorrendo strumentalmente all’immunità parlamentare proprio per difendere il leader politico della Lega – difficilmente sarebbe potuto essere più infelice. Ma, al di là delle contingenze storiche, che pensare della proposta?
Direi che – come riconosciuto anche da alcuni magistrati – non è per nulla irragionevole: chi ha in mano un potere così forte sulla vita dei concittadini non può essere solo un tecnico del diritto, senza maturità umana ed equilibrio piscologico. Essa, però, può essere elaborata in maniera affidabile solo se tiene lucidamente e concretamente conto di un limite e di un pericolo.
Il limite è che non può riguardare solo i magistrati, ma deve contemporaneamente coinvolgere tutti i funzionari statali con responsabilità analoghe: mi riferisco ai dirigenti e ai medici del sistema sanitario nazionale; ai vertici delle burocrazie ministeriali, regionali e comunali; ai dirigenti scolastici e ai docenti di ogni ordine e grado…Tutti noi abbiamo incontrato nella vita personaggi fortemente disturbati, incapaci di relazioni umane appena decenti, che – abusando della propria fetta di potere – sono stati in grado di rovinare la serenità delle squadre che avrebbero dovuto coordinare e pregiudicare i diritti elementari degli utenti. Non c’è nessuna ragione plausibile per sostenere che un pretore narcisista e capriccioso provochi più danni di un chirurgo superficiale e demotivato o di  una maestra che maltratti e picchi generazioni di bambini affidatele. 
Il pericolo, poi, da cui ogni proposta di filtro psico-attitudinale dovrebbe rigorosamente proteggere i candidati a funzioni socialmente delicate è l’arbitrarietà (per incompetenza o per corruzione) con cui gli psicologi potrebbero svolgere il compito di selezionatori. Anche questo è un aspetto di cui si parla poco o nulla, nonostante l’esperienza scandalosamente frequente nei settori in cui il filtro è già in opera. Quanti sono i ragazzi e le ragazze che, dopo aver brillantemente superato le prove sia culturali sia fisiche, per accedere ai ranghi delle Forze dell’ordine, sono bloccati ai colloqui psico-attitudinali? Ho conosciuto decine di questi casi. Ammetto che, in qualcuno di essi, mi sono potuto sbagliare: ma escludo che la mia valutazione psico-pedagogica sia stata sempre errata e che la valutazione, di segno opposto, delle commissioni esaminatrici sia stata sempre corretta. Purtroppo è un campo in cui le possibilità di successo di un ricorso legale sono assai vicine allo zero. Tuttavia che proprio l’arruolamento in settori delicatissimi della struttura statale si presti a comportamenti che sono, o possono sembrare, condizionati da “segnalazioni” e “pressioni” improprie è davvero scoraggiante. Chi valuta i valutatori? In tanti decenni di storia repubblicana si è mai verificata una punizione esemplare per uno psicologo che abbia truccato le carte nell’esercizio di una funzione delicatissima e, praticamente, incontestabile? 
Se non si sciolgono questi nodi, già dolorosamente effettivi, qualsiasi proposta di vaglio psico-attitudinale in altri ambiti professionali non può non suonare come ingiuriosa o minacciosa. 

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

giovedì 28 febbraio 2019

CASA DELL'EQUITA' E DELLA BELLEZZA. MARZO 2019

CASA DELL'EQUITA' E DELLA BELLEZZA
Via Nicolò Garzilli 43/a – Palermo
Care amiche e cari amici della “Casa dell’equità e della bellezza” di Palermo, eccovi l’aggiornamento per marzo del 2019:

·  Domenica 3 marzo dalle 11,00 alle 13,00: Incontro di spiritualità laica (“La domenica di chi non ha chiesa”). L’invito è rivolto a chi, pur non riconoscendosi in una appartenenza confessionale specifica, desidera coltivare in un contesto comunitario la dimensione etica e esistenziale basilare (silenzio, contemplazione del bello, sensibilità alle sofferenze dei viventi…). Dopo la prima mezz’ora di accoglienza reciproca, dalle 11,30 alle 13,00 una meditazione condivisa (introduce Armando Caccamo). Alle 13,00 pranzo con ciò che ciascuno desidera offrire in tavola. Chi non è già sostenitore mensile della Casa è invitato a versare 5,00 euro per le spese di gestione della stessa. 
·      Lunedì 4 marzo dalle 19,15 alle 21,45: Sergio Di Vita conduce un corso annuale di “Teatro dell’Oppresso” che si svolge nella Casa (all’interno delle attività promosse dalla Scuola di formazione etico-politica "Giovanni Falcone") con cadenza settimanale. Per ulteriori informazioni: vitadisergio@gmail.com.
·      Lunedì 11 marzo dalle 19,15 alle 21,45: Sergio Di Vita conduce un corso annuale di “Teatro dell’Oppresso” che si svolgerà nella Casa (all’interno delle attività promosse dalla Scuola di formazione etico-politica "Giovanni Falcone"), con cadenza settimanale. Per ulteriori informazioni: vitadisergio@gmail.com.
·      Nello stesso giorno, ma dalle 19,30 alle 22,30, incontro quindicinale del “Gruppo noi uomini a Palermo contro la violenza sulle donne”. Nel corso delle due ore è previsto un momento conviviale autogestito. Poiché molte scuole e associazioni chiedono interventi e testimonianze sul tema, i maschi disposti a momenti di autocoscienza, di riflessione su testi specifici e a tenere incontri di formazione sono vivamente pregati di aderire al gruppo ormai troppo sparuto rispetto alle richieste che provengono dall’esterno.
·      Giovedì 14 marzo dalle 19.30 alle 21.30: Armando Caccamo e Vincenzo Lima terranno (soprattutto, ma non esclusivamente, per i giovani) il primo di due Laboratori su "La comunicazione consapevole" per individuare il proprio stile comunicativo e affinarne l'efficacia. Organizza la Scuola di formazione etico-politica “G. Falcone”. Offerta libera a partire da euro 5,00 (esenti i soci della Scuola e i sostenitori mensili della Casa).
·      Lunedì 18 marzo dalle 19,15 alle 21,45: Sergio Di Vita conduce un corso annuale di “Teatro dell’Oppresso”che si svolgerà nella Casa (all’interno delle attività promosse dalla Scuola di formazione etico-politica Giovanni Falcone), con cadenza settimanale. Per ulteriori informazioni: vitadisergio@gmail.com.
·      Lunedì 25 marzo dalle 19,15 alle 21,45: Sergio Di Vita conduce un corso annuale di “Teatro dell’Oppresso”che si svolgerà nella Casa (all’interno delle attività promosse dalla Scuola di formazione etico-politica Giovanni Falcone), con cadenza settimanale. Per ulteriori informazioni: vitadisergio@gmail.com.
·      Nello stesso giorno, ma dalle 19,30 alle 22,30, incontro quindicinale del “Gruppo noi uomini a Palermo contro la violenza sulle donne”. Nel corso delle due ore è previsto un momento conviviale autogestito. 
·      Giovedì 28 marzo dalle 19.30 alle 21.30: Armando Caccamo e Vincenzo Lima terranno (soprattutto, ma non esclusivamente, per i giovani) il secondo di due Laboratori su "La comunicazione consapevole" per individuare il proprio stile comunicativo e affinarne l'efficacia. Organizza la Scuola di formazione etico-politica “G. Falcone”. Offerta libera a partire da euro 5,00 (esenti i soci della Scuola e i sostenitori mensili della Casa).


                                                 Intanto un affettuoso arrivederci,
                                                            Augusto Cavadi
                                                         a.cavadi@libero.it



martedì 26 febbraio 2019

ENRICO CILLARI: IMMIGRAZIONE, CHE FARE ?

Ricevo da un caro amico e, secondo il suo desiderio, rilancio volentieri dal mio blog questo testo  che fa il punto 'oggettivo' sulla questione "immigrazione" e suggerisce alcuni percorsi in positivo. Poiché affronta tematiche complesse e delicate, chiunque abbia elementi di critica, ma altrettanto seri, è invitato a spedirli.

L’IMMIGRAZIONE IN ITALIA: EMERGENZA, O PROBLEMA SOCIALE E GENERAZIONALE ?
    L’immigrazione in Italia non costituisce certamente più una emergenza perché  (anche se spesso per via di decisioni politiche inaccettabili) si sono arrestati i grandi flussi: una flessione del 65% nel 2017 (117.000) rispetto al 2016 (181.000) e dell' 80% nel 2018 (23.000) rispetto al 2017 : dati UNHCR, Ministero dell’Interno. E’, comunque, privo di realismo non considerare la rilevanza sociale del fenomeno in atto, che, proprio perché non ha più i caratteri drammatici di qualche anno fa, andrebbe affrontato  seriamente per migliorare  la gestione della integrazione e della convivenza con la popolazione di origine italiana.
     Infatti  c’è una rilevante  presenza di irregolari  (oltre 650.000)  cui si aggiungono  oltre 437.000 immigrati disoccupati e  187.000 stranieri presenti nei centri di accoglienza. Questi fratelli extracomunitari e non (oltre un milione), che si muovono nelle nostre città senza lavoro o residenza, non possono essere considerati “invisibili” insieme ai 5 milioni di poveri italiani. Gli immigrati vivono nelle nostre città in case fatiscenti e maleodoranti, in condizioni di sovraffollamento, considerata la cronica carenza abitativa italiana. Nel numero di “Millennium” di febbraio 2019 (n.20, anno 3) c’è un report sulla citta "clandestina" all’interno di quel che fu nel 2006 il villaggio olimpico a Torino nel quale, dal 2013, vivono nel degrado totale 1300 africani provenienti da nazioni subsahariane. Questo è uno dei tanti esempi di vita da “topi” cui sono destinati i nostri fratelli africani; altro che accoglienza!
    Inoltre non è accettabile sequestrare  gli  immigrati  per  anni nei Cara (Centri di accoglienza dei  richiedenti asilo), dato  che  dai   Centri  di accoglienza  esce  non più  del  5% di immigrati  per  anno. Certo per  molti  immigrati è  meglio stare in Italia in queste condizioni anziché vivere nei loro paesi d’origine, ma l’Italia ha   la  pretesa di  non   considerarsi  Terzo  mondo e, quindi, non si  può accettare questo degrado. Contemporaneamente  si registra  una vera emergenza sociale ben più grave dell’immigrazione dall’Africa e, cioè, la fuga dall’Italia di oltre  120.000 italiani  ogni anno,  già  formati e  per la  maggior  parte con  titoli  di studio, che  si  recano  in altri  paesi  della europei  alla ricerca di un futuro migliore.
E’questo il futuro che vogliamo lasciare ai nostri figli e nipoti italiani e  stranieri?  
E’ chiaro che il problema principale, per dare una svolta al Paese, è creare posti di lavoro e battere la corruzione. Dando risposte serie a questi due temi si risolverebbero i problemi sia degli italiani  sia degli immigrati.
  La sinistra ha prima accettato e favorito flussi incontrollati e incontrollabili, poi ha dovuto porvi rimedio perché il sistema di accoglienza si rivelava inadeguato. Non si è trattato di “buonismo” ma di assenza di realismo politico e di onestà intellettuale. Noi siamo uno Stato con tanti limiti strutturali e organizzativi e il non avere gestito bene i flussi di popoli ha creato squilibri sociali, che hanno poi permesso alla destra di Salvini di soffiare sul fuoco del razzismo.
  
   Il contenimento della immigrazione si è ottenuto prima con il modello di Minniti (che ha dovuto patteggiare a lungo con i libici e forse pagare alcune figure di discutibile caratura morale, complici dei libici), e adesso  con il blocco dei porti e delle ONG da parte di Salvini. Entrambe gli interventi, discutibili e disumani, hanno calmierato i flussi. Ma sono stati interventi che hanno agito sugli effetti delle  immigrazioni e non sulle cause. 
Certo l’Italia non può reggere altri flussi delle proporzioni di quelli verificatasi nel periodo 2014-2017 (623.000 africani),  ma limitarsi a contrarre i flussi con interventi più o meno polizieschi non può essere la risposta ad un fenomeno che certamente continuerà in futuro.
   Occorre,quindi, intervenire su più fronti come schematicamente indicato:

1-Sviluppare, in accordo con tutti i paesi della Comunità europea, una politica d’accoglienza condivisa, che è l’unica che può offrire una gestione più umana del fenomeno, fermo restando che vanno garantiti  i salvataggi in mare, prima di tutto per motivi umanitari e poi perché lo impone il diritto internazionale.
2- Programmare i flussi e concordare con i 29 paesi dell’Unione la divisione degli immigrati in maniera proporzionale alle capacità  e al numero di abitanti  di ogni singolo  Stato. 
L’Europa potrebbe anche farsi carico essa stessa di recarsi nei centri libici e nei paesi dell’area sub-sahariana per il trasferimento protetto  dei migranti , tentando di porre fine alla vergogna dei campi di detenzione presenti in Libia. D’altra parte se la Libia vuole i soldi dell’Europa deve anche accettare le richieste europee. 
3- Rivedere la missione Sophia. Ci si dovrebbe chiedere come mai le navi dell’operazione Sophia (sei navi di nazioni europee sotto la guida dell’Italia) nel 2017 hanno soccorso in mare solo 10.500 immigrati e gli altri (oltre 100.000)  li hanno soccorsi le ONG. Non sarebbe più giusto stabilire un accordo con le ONG per pattugliare insieme il mare ed evitare anche tutti gli attacchi alle stesse ONG per i presunti collegamenti con i trafficanti, dal momento che la missione Sophia è stata pensata proprio per fermare i trafficanti?
4- Riscrivere la legge europea che impone l’esame delle richieste d’asilo dei migranti al primo paese di sbarco (regolamento di Dublino) definendo, invece, un percorso concordato che  consideri i porti del Mediterraneo  europei e non delle singole nazioni.
5- Lavorare con tutti i paesi europei  per restituire “l’Africa agli africani”, cioè ridare le ricchezze prese con una politica di rapina (pozzi di petrolio, sfruttamento del territorio e delle sue ricchezze minerarie ecc.) e smettere di usarla anche come pattumiera di smaltimento dei rifiuti tecnologici dell’Occidente. Questo impone un  intervento del mondo occidentale che favorisca negli anni un passaggio agli africani delle attività lavorative create dagli europei, americani e ora dai cinesi. Altrimenti parlare di aiutarli a casa loro è solo un esercizio verbale e una grande ipocrisia. 
6- Investire nel recupero degli oltre 5.000.000 appartamenti abbandonati o mai ultimati, presenti su tutto il territorio nazionale (ma ancor più nel Sud d’Italia)  che avrebbe due importanti benefici : rilanciare l’edilizia, creando posti di lavoro, e dare case dignitose a  italiani e immigrati.
7- Potenziare la rete Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) che ha permesso l’integrazione e scoraggiato il “business dell’immigrazione”. Negli Sparar si dovrebbe lavorare per responsabilizzare gli immigrati creando cooperative di servizio, utilizzando anche le leggi  già esistenti in Italia per questo settore. Purtroppo il decreto sicurezza di Salvini sembra proporre un progressivo  smantellamento degli Sprar. 
8- Verificare l’attività di tutti i Cara, alcuni dei quali sono venuti agli onori della cronaca per episodi di violenza, sfruttamento e spaccio di droga (Cara di Bari Palese, di Foggia Borgo Mezzanone e di Mineo a Catania). Alcuni  vanno ridimensionati e alcuni chiusi, ma attraverso una programmazione seria. Certamente non “buttando” in strada tanti immigrati e togliendo posti di lavoro agli italiani impegnati negli stessi Cara, come sembra fare, in questi primi interventi, il nostro ministro degli interni Salvini.

9- Intervenire per ridare all’agricoltura italiana dignità lavorativa. Non si possono continuare ad usare gli immigrati come riserva di manodopera a basso costo (chi lavora nei campi é pagato anche solo 2 euro l’ora per dieci ore al giorno) per il profitto  dei piccoli  imprenditori italiani. Coltivare la terra non è possibile a prezzi sempre più bassi, perché questo determina solo sfruttamento e lavoro in nero. 
                          
                                                                         ***

Infine due parole sul valore economico degli immigrati. Essi contribuiscono a un punto del PIL italiano l’anno (circa 12 miliardi) compensando le spese che lo Stato italiano sostiene nella manovra finanziaria, da alcuni anni, per la gestione dei flussi e degli arrivi (circa 5 miliardi di euro per anno con un contributo di appena  100 milioni di euro da parte  della CE). Inoltre gli immigrati contribuiscono a creare il fondo pensioni dell’INPS, perché quelli di loro che lavorano in regola versano gli oneri al fondo INPS e nessuno di essi ha maturato ancora una pensione. Quindi sono una risorsa per l’Italia che ha una bassa percentuale di giovani che lavorano e molti di loro lasciano l’ Italia alla ricerca di un futuro migliore. Proprio per questo i governanti hanno il dovere di lavorare per dare un futuro civile agli immigrati e  agli italiani, tendendo presente che le scelte nel medio termine avranno importanti ripercussioni sulle future generazioni e sui tanti uomini  invisibili che popolano le nostre città. 

Enrico Cillari