martedì 10 settembre 2019

IL MARE TRA FASCINO E TIMORE

“Il Gattopardo”
Agosto 2019
RUBRICA : "I siciliani spiegati ai turisti"

IL MARE TRA FASCINO E TIMORI 

Nei confronti del mare noi siciliani abbiamo provato, da sempre, sentimenti ambivalenti. Da una parte, infatti, esso ci assicura l’essenziale per alimentarci e sopravvivere: dalla pesca di piccolo cabotaggio alle sanguinarie mattanze dei tonni. Dall’altra, però, il mare è la strada perennemente aperta a predatori, conquistatori, dominatori che provengono da regioni sconosciute come le lingue che parlano. Insomma, è un orizzonte che si staglia come lama a due tagli: invito a partire per cercare futuri migliori, ma anche minaccia di assalti ignoti contro cui non è dato erigere bastioni abbastanza alti. 
Questa ambivalenza sentimentale non è avvertita in egual misura da tutti gli abitanti: per quanto strano possa risultare alle orecchie di un visitatore, non molti isolani hanno rapporto col mare. Sino alla generazione dei miei nonni, ad esempio, non era infrequente il caso di siciliani dell’entroterra che o non avevano visto mai il mare o l’avevano visto una sola volta nella vita. Ancor oggi conosco persone anziane che vivono sui Nebrodi o sulle Madonie e sui Sicani che fruiscono poco, o per nulla, delle spiagge marine.
Comunque, anche tra gli abitanti delle zone rivierasche, l’immaginario tradizionale è in via di rapida trasformazione. Gli esodi, le emigrazioni, permangono: ma avvengono per via aerea più che marittima (e non solo per gli emigranti intellettuali di estrazione borghese, dal momento che i voli sono diventati più economici dei trasporti per terra o per mare). Neanche gli sbarchi di gente straniera - dal colore della pelle diverso dal nostro, come diverse sono le loro convinzioni culturali - sono cessati: non si tratta più, però, di “Turchi” aggressivi, feroci, bensì di uomini donne ragazzi e bambini stremati dalla sete e dall’angoscia di finire annegati. 
Sarà così ancora per molto tempo? O arriveranno tempi più sereni in cui i siciliani non saranno costretti a cercare altrove condizioni di lavoro dignitose e in cui, viceversa, a sbarcare saranno soltanto turisti in cerca di bellezza o immigrati ospitati mediante “corridoi umanitari”? Tutto dipenderà da un intreccio di decisioni politiche e di opzioni etiche. Da una parte i siciliani dovranno liberarsi dal groviglio di inefficienza operativa e di efficienza corruttiva che impedisce all’isola, ricchissima di potenzialità, di raggiungere l’autosufficienza socio-economica, anche mediante gli aiuti previsti dall’Unione Europea; dall’altra parte, poi, l’Unione Europea dovrà liberarsi dalla gabbia dell’autoreferenzialità egoistica e predisporre delle strategie di regolazione dei flussi migratori, smettendo di delegare ipocritamente questo dramma epocale ai governi di alcuni Paesi mediterranei, come l’Italia o la Grecia. 

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

domenica 8 settembre 2019

CAPIRE LA MAFIA (CON L'AIUTO DI AMELIA CRISANTINO)



 7.9.2019

CAPIRE LA MAFIA. DAL FEUDO ALLA FINANZA

Gli storici più letti sono anche abili scrittori: d’altronde, viceversa, i bravi letterati non sono narratori di storie interessanti? Ancora una volta Amelia Crisantino dà prova del suo duplice carisma nel recentissimo Capire la mafia. Dal feudo alla finanza (Di Girolamo, Trapani 2019, pp. 236, euro 18,00). Dico subito che raffinatezza stilistica e precisione chirurgica nei riferimenti documentali costituiscono il pregio e il limite del volume: lo rendono attraente agli occhi del lettore mediamente istruito in cerca di una sintesi panoramica di quanto appreso in anni di studi pluri-disciplinari, ma inficiano il desiderio dell’autrice di vederlo girare “fra i banchi di scuola” dal momento che presuppone conoscenze impossibili da chiedere a uno studente medio (il quale – per limitarmi a un esempio – avrebbe difficoltà a decifrare passi come: “l’intraprendenza della politica siciliana si esaurisce nel sollecitare afflussi di denaro pubblico e rivendicare autonomia nella gestione dei capitali. Sgradevole ma logica conseguenza è la crescita di un ceto terziario parassitario, che sostituisce il blocco agrario nell’ostacolare qualsiasi politica di rinnovamento”). 
E’ significativo del notevole livello di questa monografia il fatto che essa non offra in nessuna pagina una definizione pronta-da-portar-via: alla fine, il lettore sa tutto sulla mafia (o per lo meno molto), tranne che una configurazione definitoria. E’ come se l’autrice – preoccupata di evitare toni didattici e registri divulgativi – lasciasse a chi legge il compito di raccogliere qua e là i pezzi di un puzzleper costruirla : “la mafia” è “un’organizzazione segreta” (p. 37) che “accumula enormi capitali” (p. 171), ma anche e ancor più “un sistema di potere, un metodo che ha garantito stabilità politica” (ivi); essa persegue “il fine di lucro” “attraverso forme di intermediazione e di inserimento parassitario, l’uso sistematico della violenza e soprattutto il collegamento con i pubblici poteri” (p. 150, dalla relazione finale del 1972 della prima Commissione parlamentare antimafia); è adusa, inoltre,  a “vampirizzare il patrimonio della cultura popolare per ottenere consenso, veicolando un’immagine ancorata al passato e fondata sui saldi principi dell’onore, della fedeltà, dell’amicizia” (p. 207). Dunque i “gruppi mafiosi”, lungi dal costituire un corpo separato “da una società che si pretende sana”, “fanno parte a pieno titolo dell’economia e della vita politica” (p. 37). 
     Dagli anni Cinquanta del secolo scorso “si organizza in una struttura gerarchica; alla base della piramide ci sono i soldati o picciotti, salendo si trova il capo-decina che controlla dieci uomini, più in alto c’è il capofamiglia: due o tre capifamiglia eleggono un capo-mandamento, la città di Palermo è suddivisa in otto mandamenti. La Commissione provinciale, chiamata anche Cupola, è formata dai più potenti capifamiglia e prende le decisioni più importanti” (p. 202).
    Un soggetto pluridimensionale (politico, economico, militare, culturale), dunque, che  costituisce “un insieme micidiale di modernizzazione ed elementi arcaici, ma, come metodo di prevaricazione, è rimasta sostanzialmente fedele alle sue origini” (p. 173). 
     Sbirciando con attenzione, la fotografia sincronica della struttura e della fisiologia mafiosa viene integrata da uno sguardo diacronico sulla sua storia (dall’Ottocento ai nostri giorni): “i reati legati alle attività della masseria, le estorsioni e il ricavato delle mediazioni in genere” (per esempio abigeati, pizzo sul commercio dei prodotti agricoli e dello zolfo, controllo delle risorse idriche ) “hanno permesso l’accumulo di capitali necessari ad entrare nel mercato edilizio” (prevalentemente, se non esclusivamente, metropolitano). “In seguito, i soldi degli appalti gonfiati hanno consentito l’ingresso nel traffico della droga; in ultimo, i guadagni derivanti dall’eroina e dal commercio delle armi ne fanno crescere l’aspetto di impresa finanziaria” (p. 188).
   Per capire la mafia è istruttivo sapere anche cosa non è, quali delle sue immagini correnti siano “stereotipi” depistanti: 
·      essa non è presente solo quando spara: “quando gli omicidi diminuiscono non significa che non c’è più la mafia, ma solo che il dominio di una delle sue parti si è consolidato” (p. 170); 
·      non c’è e non c’è mai stata la differenza fra “vecchia mafia” (buona) e “nuova mafia” (cattiva) perché, “prima di diventare interessati custodi della tradizione, i gruppi mafiosi percorrono tutti la stessa carriera; quelli che si presentano come garanti dell’ordine sono stati anche loro ‘nuova mafia’ ” (pp. 172 – 173); 
·      non è vero che “la mafia non uccideva gli innocenti” sia perché sono stati assassinati in ogni epoca scomodi testimoni occasionali di delitti mafiosi sia, soprattutto, perché “di racket sono morti in tanti” che non hanno smesso “d’essere innocenti” per il solo fatto che si sono rifiutati “di subire un’estorsione” (p. 174);
·      non è vero che la mafia sia “un risultato del sottosviluppo, della mancanza di prospettive dovuta alla carenza di risorse”; in realtà, “il problema del sottosviluppo meridionale non è legato alla quantità delle risorse ma al loro controllo: anzi, la spesa pubblica gestita in maniera clientelare è diventata una formidabile occasione per mantenere il controllo mafioso sul territorio” (p. 174);
·      non è vero che “mafia, camorra e ‘ndrangheta siano specialità regionali e i meridionali sono fatti così, asociali e amorali”: “vengono ignorate le lotte” (dei meridionali contro i mafiosi), “viene taciuta la storia e lo Stato viene visto come un corpo sano attaccato dall’esterno” (p. 175).
Dall’insieme del volume emerge un’idea di mafia non come meteorite piombata, per caso, da chi sa quale cielo (o come mostro sbucato improvvisamente da chi sa quale inferno), ma come fenomeno storico che matura quale frutto coerente di un coacervo di fattori economici, sociali, politici e culturali e che ha trovato in alcuni esponenti particolarmente determinati della classe “media” il nucleo promotore. Personalmente aggiungo che lo storico, una volta individuate le condizioni di possibilità di un evento o di una organizzazione sociale, non può andare oltre: che le cose siano andate in una direzione, piuttosto che in un’altra, dipende anche dall’insondabile enigma della libertà individuale. Era necessario che molti borghesi meridionali preferissero trasformarsi in “capitalisti della mediazione” (P. e J. Schneider) anziché diventare protagonisti di quella rivoluzione complessiva che ha meritato l’ammirazione dello stesso Marx ? Che alcuni di essi dedicassero alla “industria della violenza” (Franchetti) quelle “doti di ordine, previdenza e circospezione”( p. 57) che altrove contraddistinguevano la pacifica operosità borghese? Ed era necessario che segmenti notevoli della “classe media” ottocentesca investissero intelligenza, progettualità, perseveranza nel ritagliarsi un “partito” autoreferenziale per salvaguardare i propri miopi interessi davanti e contro lo Stato unitario, senza nessuna prospettiva strategica di sviluppo globale, lasciando a pochi esponenti (decisamente minoritari) della stessa borghesia il compito di  sensibilizzare i ceti deboli, di organizzarli sindacalmente e/o politicamente, di rappresentarli nei palazzi romani nella consapevolezza che contadini, operai, tecnici, intellettuali del Meridione costituivano una risorsa potenziale irrinunciabile per la costruzione di un Paese inedito? E’ ovvio che il terrore di dividere i feudi strappati a nobili e chierici, i privilegi sociali, il monopolio delle amministrazioni pubbliche…ha indotto la maggioranza della borghesia parassitaria meridionale a farsi la prima responsabile (la borghesia imprenditrice settentrionale è solo la seconda) della condizione di semi-schiavitù del resto della popolazione. E del martirio di quei numerosi sindacalisti, dirigenti politici, amministratori locali, giudici, imprenditori, giornalisti…che – pur appartenendo alla stessa classe sociale dei mafiosi - hanno tentato di spostare i piatti della bilancia. Oggi come ieri è illusorio attendersi che siano fasce sociali poco istruite, attanagliate da problemi di sussistenza economica quotidiana, inebetiti da una pluralità di fonti d’informazione la cui attendibilità è inversamente proporzionale alla moltiplicazione quantitativa, ad avere consapevolezza dei loro diritti e delle possibili forme organizzative da assumere per difenderli. E’ chi ha il privilegio di poter fare cultura e politica  che deve decidersi in nome, e a vantaggio di chi, farle. Ovviamente, prima di tutto, provando a coinvolgere l’intera popolazione in un processo di coscientizzazione soggettiva  e di emancipazione collettiva.

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

http://www.nientedipersonale.com/2019/09/07/capire-la-mafia-il-nuovo-libro-di-amelia-crisantino/

sabato 7 settembre 2019

UN WEEK-END A LOIANO (BOLOGNA) SULLA TENEREZZA

Ne ho dato notizia mesi fa, adesso - e per la seconda e ultima volta - la rilancio in tempo affinché, se qualcuno lo desidera, possa organizzarsi per partecipare a questo appuntamento (ormai per il terzo anno consecutivo) in un ameno borgo dell'Appennino tosco-emiliano:
Seminario sulla tenerezza
Loiano  21 - 22 settembre 2019
Saletta Maria Dalle Donne
  
Programma 

Sabato 21 settembre

9,00     Yoga per iniziare  con Elena Querzola dell'Associazione Shanti Om
10,30   Presentazione dell’edizione 2019 del Seminario sulla tenerezza
11,00   Incontro con clown in corsia di Bologna    http://clownduepuntozero.it
12,30   Comunicazioni e informazioni
13,00   Pranzo (per chi vuole su prenotazione al ristorante Anconella)
15,30   "Fra benessere psicologico e libertà spirituale"   con Giovanni A. Fava
17,00   Pausa
17,30  "Gentilezza come tratto distintivo del filosofo di strada" con Augusto Cavadi
19,30    Comunicazioni e informazioni


Domenica 22 settembre

 9,30      Esercizi per risvegliare il Qi    con Marco Fregni
11,00    “Energia vitale: l’esperienza di Manos sin fronteras”  
              con  Maria Rita Toschi e Gabriel Montaldo
12,30     Comunicazioni e informazioni
13,00     Pranzo libero
15, 30    “Pedagogia e Teatro della Tenerezza”con Antonio Graziano
17,30    Comunicazioni e informazioni       
18,00     Saluti e abbracci  (bibite e dolcetti)


  



Il senso di un  Seminario sulla Tenerezza

L’umanità ha sempre vissuto “tempi difficili” e ha anche saputo esprimere in ogni situazione attenzione, rispetto, cura degli altri e tenerezza. Non c’è un momento buono per provare e praticare la tenerezza: ogni momento è buono. Anche la nostra società così fortemente competitiva ed escludente, affannata e spesso sull’orlo della disperazione ha bisogno di una forte dose di tenerezza, per se stessi e per gli altri.
Chi esercita la tenerezza crea immediatamente un ambiente migliore e tempi meno difficili.

Un seminario sulla tenerezza deve provare ad essere “amichevole” e plurale. Per questa ragione avremo occasione di sentire voci ed esperienze diverse, e avremo anche tempi ragionevoli per poter ascoltare ed esprimerci senza fretta, fuori dal clima sempre più diffuso delle contrapposizioni e delle polemiche.
La misura e il rispetto degli altri saranno il primo dono che ogni partecipante dovrà portare.
Lo spirito della tenerezza è quello di creare ponti e relazioni positive, con uno slancio di simpatia preventiva, che non nega le differenze, ma sa  farne un'occasione di conoscenza e di bellezza.


Il seminario è aperto a tutti e senza costi di iscrizione. Si può prendere parte a tutto il programma o anche solo a  singoli momenti, rispettando gli orari. Per motivi organizzativi sarebbe opportuno che chi intende partecipare segnalasse la sua presenza scrivendo un sms al numero 388 4859765 o una e-mail a fabiobonafe@hotmail.comindicando nome e cognome e a quale momento del seminario intende essere presente. Per gli incontri di apertura delle mattine di sabato e domenica (yoga e tai chi) è bene vestirsi comodi. Chi è interessato può anche prenotarsi per il pranzo di sabato 15 alla Trattoria Anconella (tel. 051 928373, menù 10 euro, a carico dei partecipanti) o anche presso altri ristoranti della zona. Chi desidera  pernottare a Loiano può rivolgersi alla Proloco di Loiano:  www.prolocoloiano.com  tel. 334 9977035.
 L’ingresso alla Sala Maria Dalle Donne si trova sul retro dell’edificio del Comune di Loiano sul Viale Marconi; sullo stesso viale, ma dalla parte opposta, si trova anche un parcheggio libero.




giovedì 5 settembre 2019

SOLO LA STORIA SALVA DAGLI INTEGRALISMI

 

10.8.2019

SOLO LA DIMENSIONE STORICA PUO’ SALVARCI DAGLI INTEGRALISMI

Tradizionalmente il rapporto delle persone colte – credenti o meno – con il cristianesimo è stato di tipo concettuale, teoretico. Ci si è accostati ad esso, per accettarlo o per respingerlo, come a un complesso dottrinario di verità eterne accidentalmente rivelatesi nella storia del Medio-oriente venti secoli fa: dunque esso sarebbe stato sostanzialmente identico se fosse stato “donato dall’Alto” in un’altra epoca, precedente o successiva, e in un'altra regione della Terra (la Cina o l’America). Questa ottica ha sedotto soprattutto i filosofi di professione (dunque, in piccolo, anche me), tanto più che è stata adottata da giganti del pensiero come san Tommaso d’Aquino (XIII secolo) e da papi di notevole cultura teologica (un po’ meno biblica) come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.
Ma la rivoluzione degli studi storici nell’Ottocento ha indotto anche gli studiosi di orientamento cristiano a rileggere con più realismo le fonti della fede e ciò è sfociato a metà del Novecento (1962 – 1965) nei documenti del Concilio ecumenico Vaticano II che, pur con tutte le cautele possibili, hanno evidenziato che il cristianesimo non è un sistema di idee (più o meno profonde dal punto di vista metafisico) quanto la storia di un Profeta (Gesù di Nazareth), della sua compagnia di seguaci (apostoli e discepoli, sia uomini che donne) e delle comunità costituitesi come ‘eretiche’ rispetto all’ebraismo nei primi tre secoli dell’era volgare. 
Questa nuova prospettiva è stata sconvolgente e tuttora ci sono cardinali, vescovi, preti e teologi che tentano di opporvisi con tutti i mezzi disponibili: la chiesa cattolica, infatti, cessa di essere “madre e maestra” di una umanità immatura e peccatrice, ma compagna di strada di quanti ricercano la conoscenza, la giustizia, la solidarietà, la libertà, la pace, il rispetto della natura, la bellezza artistica e così via. 
Papa Francesco – anche grazie a quello che è stato (un pastore in territori sperduti alla “fine del mondo”) e a quello che non è stato (un insegnante universitario dalle cento pubblicazioni accademiche) – è il primo “vescovo di Roma” che ha preso sul serio la storia come terreno di origine del cristianesimo e come banco di prova, soprattutto nel presente, della sua validità agli occhi degli esseri umani di ogni area del pianeta. Un prezioso e agile libro a cura di Anna Carfora e Antonio Ianniello (Papa Francesco e la storia della Chiesa, Il pozzo di Giacobbe, trapani 2019, pp. 186, euro 13,00) illustra, con uno stile fruibile anche dai non addetti ai lavori, in che senso – e con quali conseguenze rivoluzionarie – la “ricerca della verità storica”, al di là di “ogni tentazione integralista”, costituisca “una delle cifre più forti di questo pontificato”.
Il libro, promosso dall’Istituto di storia del cristianesimo “Cataldo Naro” della sezione S. Luigi della Pontificia Facoltà teologica dell’Italia Meridionale (Napoli), gestita dai Padri Gesuiti,   raccoglie contributi specificamente redatti da alcuni degli storici più prestigiosi del panorama cattolico attuale. Come è facile prevedere alla luce di tante vicende recenti e recentissime, ancora una volta ci saranno nostalgici delle granitiche “certezze” del passato che accuseranno di “relativismo” sia il papa che questi suoi interpreti: ma, di fronte a un fiume che davvero scorra, è più vicino alla “verità assoluta” chi afferma che scorre sempre la stessa acqua o chi afferma che, nonostante le nostre convenzioni linguistiche (“questo è il Nilo”, “quello è il Po”…) , l’acqua che scorre è diversa momento per momento (e dunque non ci possiamo bloccare a un giudizio ‘eterno’ che valga per l’acqua di ieri di oggi e di domani) ? Fuor di metafora, noi usiamo un’unica parola - “Chiesa” – per indicare una realtà fluida, in continua trasformazione: per sfortuna, o secondo i casi per fortuna, la chiesa di san Francesco e di santa Chiara non è la stessa che solo pochi secoli dopo erige i roghi per eretici e streghe  né quest’ultima è la stessa dell’impegno dei preti sociali alla don Luigi Sturzo  per l’attivazione di cooperative e casse di risparmio a difesa dei contadini sulla scia dell’enciclica “Rerum Novarum” di Leone XIII. 

Augusto Cavadi
WWW.AUGUSTOCAVADI.COM


mercoledì 4 settembre 2019

UZBEKISTAN: IMPRESSIONI DI VIAGGIO

Di solito riporto prima il testo dei miei pezzi e poi, in coda, aggiungo per chi voglia il link al sito dove quel pezzo è stato originariamente pubblicato.
Questa volta faccio un'eccezione perché il mio testo, come le impressioni sul recente viaggio in Uzbekistan insieme a Adriana , è stato ospitato sul sito di Gianfranco D'Anna (noto giornalista della RAI) che lo ha splendidamente corredato di foto che lo integrano come meglio non si potrebbe. 
Ecco dunque il link e...buona lettura/visione: