domenica 3 novembre 2019

LE DISAVVENTURE DELLE VIRTU'

27.10.2019

“Uomini e dei”

LE DISAVVENTURE DELLE VIRTU’

Tra le parole più svilite del vocabolario italiano rientrano certamente il termine “virtù” e i suoi derivati. Di “un padre virtuoso” sospettiamo inconfessabili vizi nascosti; “una ragazza virtuosa” è quanto di più scostante, antipatico, si possa immaginare…Una dose moderata di “virtù” l’ammettiamo volentieri, ma se qualcuno ha troppe “virtù” – o ne ha poche, ma in misura esagerata – ci risulta insopportabile.
Per complicare il quadro, come se non fosse abbastanza confuso, nell’uso comune il sostantivo “virtù” è abbinato a due aggettivi di sapore clericale: “teologali” e “cardinali”. 
Se non si fa piazza pulita di un po’ di “pre-comprensioni” di cui spogliarsi è impossibile affrontare questa tematica con un briciolo di possibilità di chiarezza.
Cominciamo dal “pre-giudizio” più facile da smontare: non è vero che la categoria “virtù” sua originariamente ed essenzialmente religiosa. Vero che per i cristiani – sulla base di un passo dell’epistolario paolino – le tre virtù più elevate siano “teologali”, donate da Dio per grazia soprannaturale: la fede, la speranza e soprattutto la carità (o amore agapico). Ma secoli prima del cristianesimo la filosofia greca aveva individuato delle “virtù” fondamentali, basilari, su cui poggiava l’intera vita morale di un soggetto. Tali virtù – sulle quali ruotavano tutte le altre come sui “cardini” di una porta (da cui l’aggettivo assolutamente laico di “cardinali”)– erano la prudenza, la giustizia, la forza (o coraggio) e la temperanza. 
Un secondo pregiudizio è legato alla mentalità moralistica che, giustamente, contestiamo da quando siamo entrati nell’adolescenza. In quest’ottica, infatti, essere virtuosi significa collezionare medaglie – fisiche o simboliche – obbedendo alle leggi scritte, agli ordini ricevuti, alle norme dettate dalla consuetudine e dalla maggioranza. Dimentichiamo completamente il significato etimologico di virtuscome valore, qualità intrinseca, pienezza di vita. Virtuosi si è nella misura in cui si sono attuate le nostre potenzialità:  tanto quanto la nostra soggettività è esplosa, è fiorita. 
Un terzo pregiudizio è legato al fraintendimento di una massima – in sé verissima – di Aristotele: “In medio stat virtus” (la virtù sta nel mezzo). L’interpretazione borghese, ormai dominante, traduce: la virtù sta a metà fra il troppo e il troppo poco. La persona generosa, ad esempio, dà ogni tanto qualcosina in elemosina, ma non si priva totalmente dei suoi beni materiali come san Francesco. La persona sincera non dice bugie senza ragione, ma solo quando è opportuno…e così via. Insomma, se la virtù è rappresentabile come un’asticella di un metro, il vero virtuoso si attesta a 50 centimetri: se va oltre, diventa “troppo” generoso o “troppo” sincero o …
Questa concezione non è però né di Aristotele né di san Tommaso d’Aquino né di nessuno dei pensatori moderni e contemporanei che ne hanno condiviso l’insegnamento. Una virtù, una qualità positiva, non è mai “troppo”: è potenzialmente sconfinata. Più cresce, più si attesta in medio, a metà: non a metà della sua asticella, ma a metà fra il vizio che si lascia da un lato e il vizio che si lascia da un altro lato. La virtù è un pregio che si sviluppa sul filo fra due errori, un sentiero che si snoda sulla cresta di una montagna fra due vallate: in sé non ha limiti, purché non scivoli né a destra né a sinistra. Il generoso, ad esempio, non è avaro, ma neppure prodigo: il prodigo non è “troppo generoso”, ma la caricatura viziosa del generoso. C’è un abisso fra san Francesco e un prodigo: il primo è molto generoso, il secondo non lo è. Così il sincero non è bugiardo, ma neppure incapace di trattenere la verità quando nessuno gliela richiede: l’ingenuo che si auto-espone a derisione o il sadico che brandisce una verità per umiliare l’altro non sono “troppo sinceri”, sono la negazione per eccesso della sincerità. Un ultimo esempio: la prudenza ossia l’arte di tradurre in azione i propri princìpi etici. Essa è una virtù e in quanto tale non smette mai di perfezionarsi. La tradisce chi non si concede il tempo necessario per riflettere prima di compiere un gesto: se vedo un’ombra al tramonto nel giardino di casa e sparo, pecco certamente di imprudenza e posso scoprire di aver ferito il giardiniere o mio fratello. Ma se io ricevo una proposta di lavoro e ci penso su non uno o due giorni, ma uno o due anni, e alla fine quando decido di accettarla scopro di essere stato scavalcato da un altro candidato, posso dire di essere stato “troppo prudente”? No, sono stato imprudente. La prudenza infatti prescrive di ponderare di volta in volta le decisioni secondo le circostanze: dunque né troppo poco né troppo. Imprudente è tanto il precipitoso quanto l’iper-cauto, l’irresoluto (*).  Con questi chiarimenti, da oggi,  un lettore attento e “spre-giudicato” non dovrebbe più dire che “il troppo storpia”, anche quando è eccesso di bene, di valore, di pregio. Ma questa è solo una mia speranza umana, troppo umana, condannata a restare irrealizzata.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com
(*) Altra voragine di equivoci, data la denigrazione di questa virtù da parte della società consumistica in (sacrosanta) polemica col moralismo ascetico degli ambienti cattolici e protestanti, a proposito della seconda virtù cardinale: la temperanza.
Come per la prudenza, anche per la temperanza si può sbagliare per difetto (e qua siamo tutti linguisticamente d'accordo: "Mio figlio non si è più laureato perché a Bologna è stato poco temperante: studiava poco, non si perdeva un'occasione di svago, trascorreva ore intere nei pub..."), ma anche per eccesso. E qua casca l'asino. Se una persona mangia troppo poco sino a deperire o non sfiora con una carezza una persona che le piace sino a restare senza partner tutta la vita, noi diciamo che è stata "troppo temperante". Ma è falso ! La temperanza, come ogni virtù, è equilibrio e "giusto mezzo": sono intemperante non solo quando beve troppo alcolici, ma anche quando non li bevo per nulla per ragioni puramente etiche, anzi moralistiche; non solo quando non penso che a scopare, ma anche quando mi impongo di escludere per tutta la vita dalla mia mente ogni desiderio di piacere venereo (con l'effetto, diceva Karl Kraus, che a uno gli vengono i brufoli, a un altro i disegni di legge in difesa della morale pubblica...). Insomma: sarebbe bello che imparassimo a dire alla zitella (incolpevole della sua solitudine), o al Tizio ossessionato dal suo fisico al punto da rischiare l'anoressia,  NON:  "Sei troppo temperante!" ma:  "Sei POCO temperante".
Forse ci può aiutare la meditazione di una matita: che è mal temperata sia quando non lo è almeno al punto da disegnare sia quando lo è talmente che perde la punta. La matita temperata scrive bene: se scrive male, per difetto o per eccesso, è in-temperata !

sabato 2 novembre 2019

CI VEDIAMO A NAPOLI E A PORTICI MARTEDI' 5 NOVEMBRE 2019 ?

Su invito del caro Leandro Li Moccia, martedì 5 novembre 2019 terrò due incontri pubblici a Napoli e a Portici sul tema:

                  L'ALTRA ANTIMAFIA: L'ANTIMAFIA SOCIALE

Il primo appuntamento è all' Università di Napoli "Federico II", presso il Dipartimento di Economia, Management, Istituzioni ( Aula B ). Terrò il primo di una serie di seminari del  Laboratorio Antimafia Sociale LAS, dalle ore 14,30 alle ore 16,30.

Un'ora e mezza dopo -  alle ore 18,00 - tratterò altri aspetti del medesimo tema a Porticipresso un bene confiscato alla camorra, Villa Fernandes, in via A. Diaz n.140. Questo secondo incontro partenopeo è promosso dal Presidio “Libera-Portici Teresa BUONOCORE e Claudio TAGLIALATELA” e dal  Collegamento contro le camorre.





giovedì 31 ottobre 2019

CASA DELL'EQUITA' E DELLA BELLEZZA: CALENDARIO NOVEMBRE 2019

CASA DELL'EQUITA' E DELLA BELLEZZA
Via Nicolò Garzilli 43/a – Palermo
Care amiche e cari amici della “Casa dell’equità e della bellezza” di Palermo,
eccovi l’aggiornamento per novembre del 2019:

·      Mercoledì 6 novembre dalle ore 18,30 alle ore 20,00Meditazione filosofica dialogata con Maurizio Muraglia su Quando non si sta da nessuna parte: gli ignavi senza volto e senza nome" (Inferno, canto III). Interventi musicali di Laura Mollica. (Chi non è sostenitore mensile della Casa è cortesemente invitato a lasciare all'ingresso un contributo di euro 5,00). La Casa aprirà mezz’ora prima (alle ore 18) per accogliere i partecipanti: alle 18,30 in punto si spegneranno i citofoni.

·      Venerdì 8 novembre dalle ore 17,00 alle ore 21,00: Laboratorio per imparare a leggere i Tarocchi secondo una chiave  filosofico-psicologica con Giorgio Gagliano. Quota di partecipazione euro 10,00 + offerta libera da parte di chi desideri una lettura personalizzata. 

·      Domenica 10 novembre dalle ore 11,00 alle ore 13,00: Incontro di spiritualità laica (“La domenica di chi non ha chiesa”). Dopo la prima mezz’ora di accoglienza reciproca, dalle 11,30 alle 13,00 una meditazione condivisa. Alle 13,00 pranzo con ciò che ciascuno desidera offrire in tavola. (Chi non è già sostenitore mensile della Casa è invitato a versare 5,00 euro per le spese di gestione della stessa). 

·      Lunedì 11 novembre dalle 19,30 alle 22,30:  incontro quindicinale del “Gruppo noi uomini a Palermo contro la violenza sulle donne”. Nel corso delle due ore è previsto un momento conviviale autogestito.

·      Mercoledì 13  novembre dalle ore 18,30 alle ore 20,00 Meditazione filosofica dialogata. (Chi non è sostenitore mensile della Casa è cortesemente invitato a lasciare un contributo di euro 5,00). La Casa aprirà mezz’ora prima (alle ore 18) per accogliere i partecipanti: alle 18,30 in punto si spegneranno i citofoni.

·      Giovedì 14 novembre dalle ore 19,00 alle ore 20,30: Presentazione e discussione del volume di Edgar Morin, Pensare il Mediterraneo, mediterraneizzare il pensiero (Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2019) a cura di Rosalba Leone. Ingresso libero e gratuito, ma si raccomanda la puntualità: la Casa aprirà mezz’ora prima per consentire l’inizio dell’incontro esattamente alle 19,00.

·      Domenica 17 novembre dalle ore 16,00 alle ore 19,00: Visione meditativa del film di Philip Gröning “Il grande silenzio” (durata 2 ore e mezza). Seguire con attenzione e senza commenti il film è un po’ impegnativo: si prega di partecipare solo se disposti a un’esperienza spirituale intensa. (Chi non è sostenitore mensile della Casa è cortesemente invitato a lasciare un contributo di euro 5,00). La Casa aprirà mezz’ora prima (alle ore 15,30) per accogliere i partecipanti: alle 16,00 in punto si spegneranno i citofoni.

·      Mercoledì 20  novembre dalle ore 18,30 alle ore 20,00 Meditazione filosofica dialogata. (Chi non è sostenitore mensile della Casa è cortesemente invitato a lasciare un contributo di euro 5,00). La Casa aprirà mezz’ora prima (alle ore 18) per accogliere i partecipanti: alle 18,30 in punto si spegneranno i citofoni.

·      Lunedì 25 novembre  dalle 19,30 alle 22,30, incontro quindicinale del “Gruppo noi uomini a Palermo contro la violenza sulle donne”. Nel corso delle due ore è previsto un momento conviviale autogestito.

·      Mercoledì 27  novembre dalle ore 18,30 alle ore 20,00 Meditazione filosofica dialogata. (Chi non è sostenitore mensile della Casa è cortesemente invitato a lasciare un contributo di euro 5,00). La Casa aprirà mezz’ora prima (alle ore 18) per accogliere i partecipanti: alle 18,30 in punto si spegneranno i citofoni.

Con un affettuoso arrivederci, 
         Augusto Cavadi    
       (a.cavadi@libero.it)

PS: La Casa si regge totalmente sull’autofinanziamento dei soci sostenitori e degli utenti occasionali. Decidere di diventare socio sostenitore (versando la quota annuale di euro 120,00 in rate mensili di euro 10,00; nel caso di coppie euro 180,00 in rate mensili di euro 15,00) costituisce un vantaggio oggettivo, per la programmazione delle attività della Casa, sia personale (dal momento che si viene automaticamente esonerati da ogni contributo ulteriore per la partecipazione ai singoli eventi).




lunedì 28 ottobre 2019

ALLE RADICI DEL CONSUMO CRESCENTE DI DROGHE TRA GIOVANI



“Repubblica – Palermo”
26.10.2019

DROGA E GIOVANI: PERCHE’ NON  DOVREBBERO RICORRERVI ?

Quasi secondo una “armonia prestabilita”, nel Paese si alternano, di provincia in provincia, gli allarmi sullo smercio e il consumo di droghe varie. In questi giorni è stato il turno di Palermo. Come da rituale, convocazione in prefettura di esperti tossicologi, insegnanti e dirigenti scolastici e solito invito a intensificare i controlli polizieschi. Tutto giusto, tutto opportuno: anche sufficiente?
 Evidentemente la partita si gioca sul piano della prevenzione. Ma è proprio qui che le tattiche mostrano la loro debolezza. Può servire qualche lezione di chimica sulla pericolosità delle droghe? Dipende. I dati scientifici sono indispensabili, ma altrettanto l’interpretazione. Spesso si enfatizzano certi pericoli (per esempio delle droghe leggere) con l’effetto di renderle ancora più attraenti e si trascurano altre forme di dipendenza non meno rischiose (dalle sigarette, dall’alcool, dalle scommesse clandestine, dalle lotterie o dal gioco d’azzardo), solo perché socialmente accettate (e vantaggiose per l’erario statale) , con l’effetto di perdere autorevolezza negli ammonimenti. 
  Ma, molto più radicalmente, ogni strategia preventiva dovrebbe avere la lucidità e il coraggio di risalire alle cause profonde di cui tutti siamo responsabili (i giovani meno degli adulti, essendo anzi più vittime che colpevoli). Il che equivale a  porsi la domanda abitualmente censurata: perché un giovane oggi non dovrebbe ricorrere alle droghe? Che alternative più seducenti offriamo nel mondo dell’istruzione, del lavoro, della politica? 
   La scuola impegna troppe ore al giorno, spesso per giunta noiosamente, sino ad asfissiare ogni gusto per la ricerca.  I lavori retribuiti decentemente, quasi tutti nel settore pubblico,  sono accessibili ai “raccomandati”, mentre i lavori a cui può accedere chiunque, nel settore privato, sono sistematicamente sottoposti a regime di sfruttamento (paghe in nero, senza contributi previdenziali, senza straordinari, senza ferie, senza liquidazione di fine rapporto…). La politica seleziona i dirigenti o dall’alto (sulla base della fedeltà al leader di turno) o dal basso (sulla base della popolarità che si riesce a registrare fra i frequentatori del web): in entrambi i casi stenta ad appassionare se le alternative non sono la pace o la guerra, la salvezza del pianeta o la sua estinzione, la lotta alle criminalità organizzate o la difesa della legalità costituzionale, l’accoglienza razionale dei flussi migratori o lo scontro fra le civiltà, bensì la percentuale in centesimi dell’aumento del Pil o dell’indebitamento finanziario consentito all’Italia dall’Unione europea. 
   Nell’inadeguatezza complessiva di scuola, mondo del lavoro e organizzazioni politiche (dico complessiva, dunque senza escludere felici eccezioni che non possono da sole modificare lo scenario), le famiglie non sono certo una risorsa credibile: i genitori parlano poco a casa e non sempre, se parlano, è meglio del silenzio. O si discute di carriere (più sognate per i figli che realizzate dai padri e dalle madri) o di acquisti nei grandi magazzini: chi sarebbe oggi autorizzato eticamente, prima che professionalmente, a mettere in guardia i ragazzi dalla dipendenza dallo shopping secondo la dittatura delle mode? 
   L’alternativa allo ‘sballo’ che resiste al logoramento generale  pare l’associazionismo. Ma anche qui non mancano i travagli. L’associazionismo religioso è in crisi perché l’interpretazione del vangelo che viene proposta abitualmente è ferma agli schemi culturali, alle categorie scientifiche e agli ordinamenti istituzionali di quattro o cinque secoli fa: i ragazzi più svegli  e più dinamici latitano da luoghi in cui dovrebbero far finta di credere ai Re Magi come fossero protagonisti di eventi storici o alla “peccaminosità intrinseca” delle relazioni sessuali omoaffettive. 
   L’associazionismo laico – orfano anche esso di grandi “narrazioni ideologiche” (il che, da alcune angolazioni, potrebbe perfino essere un dato positivo) – naviga a vista da un obiettivo all’altro, con i rischi inevitabili del pionierismo e dello sperimentalismo: ma ciò provoca nei benpensanti continui allarmi e molto spesso le istituzioni (come è avvenuto in questi ultimi anni anche a Palermo) intervengono per ristabilire la legalità formale senza preoccuparsi di offrire, ai ragazzi che cercano spazi di aggregazione, delle alternative legali.
    Parafrasando un testo di Erich Fromm di mezzo secolo fa, insomma, ci si potrebbe chiedere: la società si preoccupa di recuperare i devianti, ma chi si preoccupa di liberare la società dalle sue tossicodipendenze strutturali? Nessuno può curare gli altri da malanni di cui è affetto in misura addirittura più grave. 

Augusto Cavadi 
www.augustocavadi.com  

sabato 26 ottobre 2019

E' POSSIBILE UN DONO DAVVERO GRATUITO ?

24.10.2019

ESISTE DAVVERO UN DONO GRATUITO ?

In una società in cui “nessuno fa niente per niente” – mia nonna paterna sosteneva che “senza soldi neppure il prete dice messa” – sperimentare ogni tanto il miracolo del “dono” è come emergere da sotto la superficie del mare per inspirare una boccata d’aria. Ci ricorda che il mercato è un’istituzione che ha segnato un progresso nella storia delle civiltà (sostituendo il baratto o persino la rapina violenta), ma la mentalità mercantile – secondo cui tutto ha un prezzo, nulla di gratuito è ammissibile – costituisce un imbarbarimento. 
 Benedetto il dono gratuito, dunque ! Ma alcuni antropologi ci avvertono: esiste davvero un dono gratuito? Nella stragrande maggioranza dei casi, il regalo non spezza la logica dello scambio: se dono un servizio di piatti a tua figlia in occasione del suo matrimonio, mi aspetto che tu regali un servizio di pentole a mio figlio quando a sua volta  andrà a nozze. 
 Alcuni filosofi francesi si sono dunque chiesti se sia possibile – e a quali condizioni sia possibile – che si pratichi un dono. La risposta di Jacques Derrida è apparentemente paradossale: un dono è gratuito quando il donatore non conosce il destinatario; quando il destinatario beneficiato non conosce il benefattore; quando il dono stesso per così dire evapora, si smaterializza, cessa di essere una ‘cosa’ tangibile che resti come una sorta di ponte fra donatore e donatario (di cui dunque il donatore possa rivendicare la restituzione o che il donatario possa restituire per qualsiasi ragione).
  Se sono in difficoltà economiche serie e mi arriva un bonifico sostanzioso da un amico, si tratta certamente di un dono gradito. Ma il mio amico – sia pur inconsciamente – si attende da me un atteggiamento di gratitudine (e di potenziale ricambio in futuro): dunque il suo è un dono, ma non perfetto. 
   In una Fattoria sociale vicino Segesta una coppia di miei amici ospita gruppi di persone che vogliano, in clima di raccoglimento, trascorrere alcuni giorni in meditazione su tematiche ‘laiche’. Essi offrono vitto e alloggio e chiedono che, anonimamente, chi vuole lasci un’offerta in denaro da destinare a qualche famiglia molto povera della zona: quando questa busta raggiunge una famiglia, né questa sa chi dona il denaro né i donanti sanno a chi arriverà il dono. Siamo quasi alla gratuità perfetta !
  Dico ‘quasi’ perché, tra chi dona e chi riceve il dono, c’è una ‘cosa’ tangibile, oggettiva: la busta di denaro. Se sparisse pure questa, la donazione raggiungerebbe il minimo della visibilità, dunque il massimo della gratuità.
  Quando avviene questo ‘miracolo’?
   Un mio amico, che ha riflettuto a lungo su questi temi, suggerisce che ciò accade quando regalo a un altro non una ‘cosa’ ma una “possibilità”: “Escludendo il dono come scambio economico,” – dunque come dono apparente, come falso dono – “il gratuito è un regalare possibilità per il solo fatto di esistere. Un paesaggio, un fiore, un quadro, un volto, un incontro, una strada  scoperta passeggiando, un brano musicale, sono eventi che si offrono a noi rendendoci possibile l’essere diversi, nel senso dell’irrompere del non-scontato, del nuovo, nella nostra esistenza” (F. Giardina, La gratuità. Piacevole agli altri, ma senza un perché e senza uno scopo, Diogene Multimedia, Bologna, s.d., p. 38).
    Aggiungerei che un grande poeta o un grande musicista, donando all’umanità un’opera d’arte, realizzano anch’essi la gratuità: essi non sapevano chi avrebbero raggiunto (non conoscevano noi destinatari del dono) né possono ricevere il nostro  ringraziamento perché non sono più tra noi. E ciò che hanno regalato – il loro dono – non è una ‘cosa’ che possiamo afferrare con le mani e accaparrarci, ma una “possibilità”: un nuovo modo di esistere, di crescere, di gioire, di fiorire.
  La conclusione a cui arriva Giardina è dunque: “Chi è l’uomo [...che vive la gratuità? E’ colui che dona senza scambiare, senza attendersi un ritorno, un ri-cambio: egli dona e si dona spontaneamente, naturalmente, senza sapere di essere un donatore, senza sapere a chi in particolare giungerà il suo donare e donarsi, senza sapere che cosa doni nel suo donare, e tuttavia questo non sapere non esclude la donazione ma anzi la rende autentica in quanto offerta e creazione di nuove possibilità d’esistenza” (ivi, p. 207).
  L’autore, scrivendo queste righe, non pensava minimamente a un donatore di organi, ma – se proviamo a rileggerle – vediamo che scolpiscono, commoventemente, la figura di chiunque abbia donato i propri organi per dare ad altri (che non conosceva e da cui non era conosciuto) non una 'cosa' ma una nuova “possibilità d’esistenza”.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com