Il blog di Augusto Cavadi, filosofo-in-pratica di Palermo, con i suoi appuntamenti pubblici in Italia e i suoi articoli.
mercoledì 27 novembre 2019
lunedì 25 novembre 2019
VERSO UN CONCILIO ECUMENICO VATICANO III ?
VERSO UN TERZO CONCILIO ECUMENICO VATICANO III ?
Gli anni Sessanta del XX secolo hanno costituito una cesura netta tra “prima” e “dopo” per almeno due eventi: il Concilio ecumenico Vaticano II (1962 – 1965) e la contestazione giovanile (1968 – 1969). Il primo avvenimento riguardava l’ambito teologico-religioso della Chiesa cattolica, il secondo l’ambito più ampio della società occidentale: probabilmente i due eventi non si sono svolti su piani paralleli perché il Concilio – come è stato notato da più voci – ha avviato movimenti tellurici che si sono ripercossi, a onde centrifughe, su vari strati sociali.
Eppure quel Concilio ecumenico, per quanto storicamente rilevante, ha segnato una tappa ambigua: tutti i suoi documenti sono stati soggetti a interpretazioni opposte, da prospettive progressiste ma anche da prospettive conservatrici. Probabilmente una delle cause di questa ambiguità è da ricercarsi nelle dichiarazioni di papa Giovanni XXIII che convocò l’unico concilio ecumenico del suo secolo sostenendo che si sarebbe preoccupato solo di aggiornamenti “pastorali” e non avrebbe modificato di una virgola la dottrina “teologica” (da lui ritenuta valida e assodata). Tradotta nel linguaggio ‘laico’, la convinzione espressa da papa Roncalli era che la Chiesa cattolica fosse dotata di un’ottima teoria e che avrebbe dovuto soltanto adeguare ad essa la prassi etico-politica e pedagogica.
Le discussioni aperte a Roma fra vescovi ed esperti di tutto il mondo dimostrarono subito che la valutazione del papa fosse stata errata: la Chiesa cattolica, per riformare la sua predicazione e la sua liturgia, doveva prima rivedere profondamente la sua visione di Dio, dell’uomo, del cosmo, della storia…Non era, prioritariamente, una questione di modi di esprimersi bensì, più radicalmente, di contenuti da esprimere. E’ comprensibile che, di fronte a questa prospettiva, molti settori della gerarchia episcopale si siano angosciati: come facciamo a cambiare dogmi che per secoli abbiamo dichiarato immutabili? Questo travaglio si è manifestato in maniera clamorosa in campo sessuale. Paolo VI, successore di Giovanni XXIII, convocò una commissione di esperti (vescovi, preti, teologi, filosofi, medici…) per un parere sul controllo farmaceutico della fertilità femminile.
La maggioranza dei membri si espresse a favore della “pillola” anti-concezionale. Il papa si ritirò per meditare e pregare, poi dopo giorni emanò l’enciclica Humanae vitae dove il ricorso al metodo chimico fu tassativamente vietato. La ragione decisiva? Non poteva un papa assumersi la responsabilità di smentire i papi precedenti senza mettere in gioco il principio generale dell’infallibilità pontificia in questioni di fede e (come in questo caso) di morale.
L’enciclica provocò un terremoto inedito nella storia bimillenaria della Chiesa cattolica: molti episcopati nazionali pubblicarono documenti ufficiali in cui, in maniera più o meno diplomatica, si diceva il contrario di ciò che aveva scritto il vescovo di Roma. Molti preti, nelle prediche e in confessione, incoraggiarono le coppie a decidere in base alla propria coscienza. Un prestigioso filosofo cattolico, Pietro Prini, parlò – in un celebre volume – di un vero e proprio “scisma sommerso”: ufficialmente tutti d’accordo con l’insegnamento del papa, di fatto ognuno si comporta come ritiene più logico.
Giovanni Poalo I, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno cercato - ognuno a suo modo e per il tempo a disposizione –di gestire l’ambivalenza dei documenti conciliari, con la tendenza a sottolineare soprattutto la continuità fra il Concilio ecumenico Vaticano I (1869 – 1870, anche se ufficialmente chiuso solo nel 1960) e il Concilio ecumenico Vaticano II. Ma questa prospettiva ha lasciato scontenti, in questo mezzo secolo, vescovi e teologi, preti e suore, laici e laiche credenti: per tutti questi, infatti, il Vaticano II andava interpretato solo come una tappa evolutiva verso più ampie e più profonde riforme. Da qui le pressioni dal basso per chiedere la convocazione di un Concilio ecumenico Vaticano III che, sciogliendo le riserve e le timidezze del Vaticano II, portasse a compimento il processo avviato.
Queste minoranze critiche sono state emarginate, quando non silenziate del tutto con condanne e licenziamenti, da papa Wojtyla e da papa Ratzinger. Ma oggi ? Il loro successore, papa Bergoglio, sembra più figlio della Chiesa aperta al futuro che della Chiesa nostalgica del passato. O, forse meglio, più figlio del cristianesimo delle origini (fraternità evangelica, libertà nel pluralismo, primato dell’ortoprassi…) che del cristianesimo “tridentino” (forgiato, cioè, dal Concilio di Trento del XVI secolo) imperante nella Chiesa cattolica negli ultimi cinque secoli (organizzazione gerarchica, infallibilità del papa, gelosa custodia dell’ortodossia…). Francesco, pur non avendone l’intenzione, si è configurato come “segno di contraddizione”. La Chiesa cattolica è manifestamente spaccata fra i suoi sostenitori (numerosi soprattutto fra la base dei preti e dei laici) e i suoi avversari (numerosi soprattutto fra i quadri dirigenti e i vertici istituzionali). Come finirà questo conflitto?
In questo nostro spazio editoriale (cfr. https://www.zerozeronews.it/papa-scoop-nuovo-concilio/) si è riportata già nel 2015 la voce della convocazione da parte di papa Francesco di un nuovo concilio ecumenico, un possibile Vaticano III (e sottolineo ‘possibile’ perché potrebbe essere un Berlino I o un Lione II o un Nairobi I…); ma, quasi cinque anni dopo, non è ancora successo nulla. Ciò non significa, ovviamente, che non possa succedere qualcosa di nuovo nei prossimi anni, forse anche nei prossimi mesi. Se è vero, come recitava un vecchio adagio, che l’onniscienza divina non è in grado di penetrare tre enigmi soltanto: quante sono davvero le congregazioni di suore nel mondo; da dove prendano tutti i soldi per le loro opere i salesiani; che cosa ha in mente davvero un gesuita.
Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com
sabato 23 novembre 2019
LE SARDINE: E' VERA GLORIA ?
LE SARDINE: E’ VERA GLORIA ?
La mia generazione ha vissuto – sia pur con diverso grado di adesione - il Sessantotto, poi il Settantasette, poi l’esplosione della Rete di Leoluca Orlando, poi i Girotondi, poi… E’ strano, dunque, che non ci si appassioni particolarmente alle Sardine (nonostante siano una boccata d’ossigeno a un paziente in coma)? L’indignazione ci porta in piazza, accanto ai giovani, per non lasciarli soli; ma, inesorabile, la ragione ci proietta già davanti agli occhi i titoli di giornali che tra qualche anno ne parleranno come un episodio di cronaca quasi dimenticato.
C’è qualche probabilità che, questa volta, la ragione non contraddica la passione? Non so se per motivi razionali, o per impulso passionale, direi di sì. A confortarmi è stata la lettura del Manifesto dei promotori del movimento. Infatti, in “Benvenuti in mare aperto”, si esordisce con l’ammissione dei propri errori o, per lo meno, dei propri limiti: “Cari populisti, lo avete capito. La festa è finita.
[…] Per troppo tempo vi abbiamo lasciato fare.
Per troppo tempo avete ridicolizzato argomenti serissimi per proteggervi buttando tutto in caciara.
Per troppo tempo avete spinto i vostri più fedeli seguaci a insultare e distruggere la vita delle persone sulla rete.
Per troppo tempo vi abbiamo lasciato campo libero, perché eravamo stupiti, storditi, inorriditi da quanto in basso poteste arrivare.”
[…] Per troppo tempo vi abbiamo lasciato fare.
Per troppo tempo avete ridicolizzato argomenti serissimi per proteggervi buttando tutto in caciara.
Per troppo tempo avete spinto i vostri più fedeli seguaci a insultare e distruggere la vita delle persone sulla rete.
Per troppo tempo vi abbiamo lasciato campo libero, perché eravamo stupiti, storditi, inorriditi da quanto in basso poteste arrivare.”
Si aggiunge un biglietto di auto-presentazione che, nella sua sobrietà, mi ha commosso: “Siamo un popolo di persone normali, di tutte le età: amiamo le nostre case e le nostre famiglie, cerchiamo di impegnarci nel nostro lavoro, nel volontariato, nello sport, nel tempo libero. Mettiamo passione nell’aiutare gli altri, quando e come possiamo. Amiamo le cose divertenti, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto”. Ma ciò che più mi incoraggia è la scelta di evitare i toni anti-partitici e anti-parlamentari che, oggettivamente (dunque indipendentemente dalle intenzioni soggettive) sono fascisti. Una cosa, infatti, è criticare in particolare questo o quell’esponente politico, questa o quella formazione partitica; e tutta un’altra cosa affastellare tutti nello stesso mucchio e dargli fuoco: “
Crediamo ancora nella politica e nei politici con la P maiuscola. In quelli che pur sbagliando ci provano, che pensano al proprio interesse personale solo dopo aver pensato a quello di tutti gli altri. Sono rimasti in pochi, ma ci sono. E torneremo a dargli coraggio, dicendogli grazie”.
Non meno rilevante mi pare la dichiarazione d’intenti a diventare volontari della politica buona o, come si diceva anni fa, militanti a tempo pieno:
“Siamo già centinaia di migliaia, e siamo pronti a dirvi basta. Lo faremo nelle nostre case, nelle nostre piazze, e sui social network. Condivideremo questo messaggio fino a farvi venire il mal di mare. Perché siamo le persone che si sacrificheranno per convincere i nostri vicini, i parenti, gli amici, i conoscenti che per troppo tempo gli avete mentito. E state certi che li convinceremo”.
Crediamo ancora nella politica e nei politici con la P maiuscola. In quelli che pur sbagliando ci provano, che pensano al proprio interesse personale solo dopo aver pensato a quello di tutti gli altri. Sono rimasti in pochi, ma ci sono. E torneremo a dargli coraggio, dicendogli grazie”.
Non meno rilevante mi pare la dichiarazione d’intenti a diventare volontari della politica buona o, come si diceva anni fa, militanti a tempo pieno:
“Siamo già centinaia di migliaia, e siamo pronti a dirvi basta. Lo faremo nelle nostre case, nelle nostre piazze, e sui social network. Condivideremo questo messaggio fino a farvi venire il mal di mare. Perché siamo le persone che si sacrificheranno per convincere i nostri vicini, i parenti, gli amici, i conoscenti che per troppo tempo gli avete mentito. E state certi che li convinceremo”.
Il Manifesto si chiude con l’ultima strofa della canzone di Lucio Dalla “Com’è profondo il mare”: E' chiaro, che il pensiero dà fastidio
anche se chi pensa è muto come un pesce.
Anzi è un pesce.
E come pesce è difficile da bloccare
Perché lo protegge il mare”. E’ un passaggio decisivo. “Pensare” è essenziale, ma non sufficiente: dobbiamo imparare a pensare bene. Al di là delle vicende elettorali, siamo di fronte a sfide epocali per le quali, palesemente, ci troviamo tutti impreparati. La spocchiosità con cui si finge di avere le risposte in tasca è più arrogante a Destra, ma non è certo assente né al Centro né a Sinistra. Ognuno secondo le sue possibilità, i suoi compiti istituzionali, la sua collocazione sociale – dunque ognuno in maniera differente, ma nessuno esonerato – deve iniziare, o riprendere, a leggere, documentarsi, riflettere, confrontarsi con gli esperti, proporre ipotesi di lavoro. Il vero nemico non ha il volto di un ragazzotto assetato di potere, di denaro e di mojto, ma è l’ignoranza che ci assedia all’esterno e ci tarla all’interno. Per battere questo nemico non basta rinunziare a qualche ora di riposo serale per partecipare a un corteo: occorre impegnarsi con costanza, con determinazione, con dedizione per dare un’anima di consapevolezza alla prassi politica. Solo così potremo sperare di uscire dalla logica dello slogan contro lo slogan, del post contro il tweet e proporre difficili vie d’uscita a tragedie storiche che toccano la vita quotidiana di quegli strati sociali – dal bottegaio di città al pastore di provincia – che hanno il diritto di votare esattamente come i docenti liceali o i bancari in pensione. Solo così potremo spezzare l’incantesimo di un’Italia in cui tutti parlano male di alcuni leader e di alcuni partiti, ma molti li votano e li rivotano fedelmente.
anche se chi pensa è muto come un pesce.
Anzi è un pesce.
E come pesce è difficile da bloccare
Perché lo protegge il mare”. E’ un passaggio decisivo. “Pensare” è essenziale, ma non sufficiente: dobbiamo imparare a pensare bene. Al di là delle vicende elettorali, siamo di fronte a sfide epocali per le quali, palesemente, ci troviamo tutti impreparati. La spocchiosità con cui si finge di avere le risposte in tasca è più arrogante a Destra, ma non è certo assente né al Centro né a Sinistra. Ognuno secondo le sue possibilità, i suoi compiti istituzionali, la sua collocazione sociale – dunque ognuno in maniera differente, ma nessuno esonerato – deve iniziare, o riprendere, a leggere, documentarsi, riflettere, confrontarsi con gli esperti, proporre ipotesi di lavoro. Il vero nemico non ha il volto di un ragazzotto assetato di potere, di denaro e di mojto, ma è l’ignoranza che ci assedia all’esterno e ci tarla all’interno. Per battere questo nemico non basta rinunziare a qualche ora di riposo serale per partecipare a un corteo: occorre impegnarsi con costanza, con determinazione, con dedizione per dare un’anima di consapevolezza alla prassi politica. Solo così potremo sperare di uscire dalla logica dello slogan contro lo slogan, del post contro il tweet e proporre difficili vie d’uscita a tragedie storiche che toccano la vita quotidiana di quegli strati sociali – dal bottegaio di città al pastore di provincia – che hanno il diritto di votare esattamente come i docenti liceali o i bancari in pensione. Solo così potremo spezzare l’incantesimo di un’Italia in cui tutti parlano male di alcuni leader e di alcuni partiti, ma molti li votano e li rivotano fedelmente.
Le Sardine non si sono mobilitate per questa o quella bandiera di partito: e ciò, evidentemente, è una lezione che dovrebbe essere meditata. Ma in democrazia ci sono i cortei e ci sono le elezioni: sarebbe un’ennesima disdetta avere, ancora una volta, piazze piene e urne vuote.
Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com
giovedì 21 novembre 2019
FILOSOFIA E POLITICA: UN NESSO INEVITABILE, MA PROBLEMATICO
AGNES HELLER
www.augustocavadi.com
APPUNTI PER UNA CONVERSAZIONE SU FILOSOFIA E POLITICA
Come è noto, ogni anno il 21 novembre è la “Giornata Mondiale della Filosofia”. L’UNESCO ha istituito questo anniversario nel 2002 perché “la filosofia è una disciplina che incoraggia il pensiero critico e indipendente e in grado di favorire una migliore comprensione del mondo, promuovendo la pace e la tolleranza” e ha invitato i governi, le istituzioni che svolgono funzioni educative e le organizzazioni che operano sul territorio a realizzare iniziative che coinvolgano la popolazione in attività di carattere filosofico.
In sintonia con questo invito dell’Unesco la “Casa dell’equità e della bellezza” di Palermo, che dirigo, ha deciso di dedicare un incontro odierno a un tema di particolare attualità, almeno in Italia: il nesso fra filosofia e politica. Ogni filosofia, infatti, ha conseguenze politiche (volute o preterintenzionali): pensiamo, solo per fare un esempio classico, a Platone che immagina la sua Res pubblica (= Stato) in un poderoso “dialogo” e per ben tre volte, a rischio dell’incolumità personale, si reca a Siracusa per tentare di realizzarla, almeno parzialmente. Non solo ogni filosofia comporta effetti politici, ma ogni politica implica presupposti filosofici (consapevoli o irriflessi): mi sono quasi divertito, nel mio Il Dio dei mafiosi (San Paolo, 2012), a estrarre dai documenti della Lega e da varie dichiarazioni di suoi esponenti la visione-del-mondo (concezione dell’uomo, della società, dello Stato, del divino, della morale, del partito, della famiglia, dell’impegno politico, del lavoro, dello straniero, della donna, degli omosessuali, del popolo, dell’istruzione, della religione…) di questa formazione partitica apparentemente così poco filosoficamente attrezzata.
Se questo nesso fra filosofia e politica è davvero così inscindibile, ogni filosofo che si dichiari “a-politico” o è un ingenuo o è un disonesto.
Tuttavia la filosofia può interagire con la sfera politica in almeno due maniere radicalmente differenti (che, l’opinione comune, tende a identificare).
In un primo senso – il più diffuso – la filosofia è “usata” per dare alla politica una fondazione culturale e per renderla più efficace operativamente. Per intenderci, in questo caso la filosofia si adatta al ruolo di “ideologia”, non solo nel senso svalutativo di mascheramento di interessi inconfessabili (in cui Marx bollava come “ideologie” le teorie politiche diverse dalla propria), ma anche nel senso propositivo in cui anche il marxismo ha costituito la base teorica, dottrinaria, del socialismo ‘reale’ e dei tentativi (sinora abortiti) di comunismo moderno. Per evitare fraintendimenti, dico subito che la funzione dell’ideologia (in senso positivo, esplicito, costruttivo) non ha nulla di disprezzabile: secondo una formula cara a un mio docente universitario di filosofia, “nelle cose pratiche di somma importanza la cosa più pratica di tutte è una buona teoria”. Solo che – dev’essere chiaro – se è ideologia, non è filosofia (in senso proprio).
Invece la filosofia può interagire con la sfera politica anche in una seconda maniera che ne preserva l’ originarietà autentica. E’ quando la filosofia rinunzia a voler essere “utile” per concentrarsi esclusivamente sulla ricerca del “vero” (qualsiasi cosa significhi per un filosofo la “verità”). In questa angolazione, la filosofia esercita il ruolo di riserva critica (delle ideologie e dei sistemi politico-sociali ad esse legati) e di produzione utopica (di nuovi, possibili, ipotetici scenari). Quando si configura così, la filosofia risulta inutile (l’utopia non è realizzabile da nessun partito organizzato, da nessun movimento storico: indica una direzione verso cui procedere), anzi fastidiosa (perché individua e addita le contraddizioni interne e le lacune nei vari sistemi ideologico-politici su cui riflette). Il filosofo in quanto tale sguscia come un’anguilla dalle mani di chi prova a impossessarsene con la seduzione del potere: per questo non di rado dev’essere soppresso con la violenza. Egli vive ai margini, sulla linea di confine del mondo della polis: abbastanza ‘dentro’ per osservare, soffrire, partecipare, abbastanza ‘fuori’ per avere la libertà di contestare l’esistente e di immaginare l’improbabile. Ma è proprio se è dentro/fuori la polis che egli può servire davvero i concittadini e, come Socrate, riconoscere nella sua attività di indagatore molesto l’apporto più urgentemente politico di cui essi hanno bisogno. Insomma, la filosofia può porsi a servizio dei cittadini, specie nei tempi oscuri della politica, quando riesce a percorrere lo stretto sentiero fra i due abissi dell’indifferenza rispetto alle cose del mondo, da una parte, e della prostituzione ai progetti di questo o di quell’atro schieramento partitico, dall’altra parte. Fuor di metafora: quando resta fedele al suo compito costitutivo di andare oltre i “veli” dell’apparenza evitando tanto di mostrarsi sdegnosamente estranea alla storia quanto ideologicamente asservita ai poteri dominanti in un determinato periodo storico.
Augusto Cavadi
domenica 17 novembre 2019
GIOVEDI' 21 NOVEMBRE GIORNATA MONDIALE DELLA FILOSOFIA
ANCHE A PALERMO SI CELEBRA
LA GIORNATA MONDIALE DELLA FILOSOFIA
Come è noto ad alcuni di voi, ogni anno il 21 novembre è la “Giornata Mondiale della Filosofia”. L’UNESCO ha istituito questo anniversario nel 2002 perché “la filosofia è una disciplina che incoraggia il pensiero critico e indipendente e in grado di favorire una migliore comprensione del mondo, promuovendo la pace e la tolleranza” e ha invitato i governi, le istituzioni che svolgono funzioni educative e le organizzazioni che operano sul territorio a realizzare iniziative che coinvolgano la popolazione in attività di carattere filosofico.
In questa occasione lo Studio di consulenza filosofica di Augusto Cavadi, ospitato nella “Casa dell’equità e della bellezza” di via N. Garzilli 43/a (Palermo),
invita amiche e amici della filosofia a un momento di riflessione e di festeggiamento.
Lo Studio aprirà le porte alle ore 16,00 di giovedì 21 novembre 2019 e ci si scambierà quattro chiacchiere a vicenda.
Dalle ore 16,30 alle ore 17,30 Adriana Saieva terrà una sessione di “Filosofare con i bambini” (dagli otto ai dieci anni) : saranno ammessi i primi 10 iscritti a adriana.saieva@alice.it che riceveranno conferma mediante lo stesso mezzo. Durante il laboratorio Augusto Cavadi intratterrà i genitori, in un’altra stanza, illustrando gli scopi statutari della Casa ospitante.
Dalle 18,00 alle 19,00 Giorgio Gagliano terrà con i presenti una conversazione sul tema
“La filosofia nei Tarocchi”
Dalle 19,30 alle 20,00 Augusto Cavadi proporrà una riflessione sul tema :
“La filosofia a servizio dei cittadini
nei tempi oscuri della politica:
né sdegnosamente estranea
né ideologicamente asservita”
Ovviamente alle brevi riflessioni di Augusto seguiranno gli interventi critici di quanti vorranno interloquire dialetticamente.
Alle 20,30 un sobrio brindisi alla salute della filosofia e, soprattutto, di questa stordita e disorientata umanità con cui ci è toccato in sorte di attraversare la breve avventura terrena.
La partecipazione è libera e gratuita.
(Per chi comunque volesse lasciare un piccolo contributo, per la gestione della Casa dell’equità e della bellezza, è disponibile una bottiglia di vetro all’ingresso).
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