domenica 1 marzo 2020

L'INVENZIONE DELLA DEMOCRAZIA SECONDO CACOPARDO



“Dialoghi mediterranei”
1.3.2020

L’INVENZIONE DELLA DEMOCRAZIA SECONDO ALBERTO CACOPARDO


   Può un libro di scienze umane essere rigoroso nella documentazione e nelle argomentazioni, ma anche gradevole (quasi sempre) alla lettura da parte di non addetti ai lavori? Il volume  Chi ha inventato la democrazia? Modello paterno e modello fraterno del potere (Moltemi, Milano 2019, pp. 275, euro 22,00), a firma dell’antropologo palermitano (trapiantato da decenni a Firenze) Alberto Cacopardo, costituisce una prova eloquente a favore dell’affermativa. 
 L’autore parte da quella che B. Isakhan chiama “la storia canonica della democrazia”: “questa narrazione, radicata nella dottrina politica, insegnata nelle aule di tutto il mondo, continuamente echeggiata nei media e fatta propria da poteri grandi e piccoli, vede nella democrazia una originalissima invenzione tutta occidentale, miracolosamente sorta in Grecia duemilacinquecento anni fa, forse provvisoriamente coltivata a Roma, forse riemersa a tratti in qualche risvolto della storia d’Europa, per poi tornare a manifestarsi con sempre più forza e decisione nelle rivoluzioni liberali moderne, fino a dilagare inarrestabile per tutto il pianeta dopo la seconda guerra mondiale prima e la fine della guerra fredda poi” (pp. 4 – 5). 
  Per fortuna, però, “in questi ultimi tempi si sta progressivamente costruendo una narrazione alternativa a quella canonica, che va ricercando e scoprendo al di fuori dell’Occidente una varietà di forme politiche fondate sul potere popolare, nate e cresciute al di fuori di ogni influenza popolare”: e “una delle principali risorse su cui una simile impresa può contare” è costituita dalla “massa di dati accumulata nell’ultimo secolo dall’antropologia politica” (p.6). 


Due metafore lungo la storia umana
Sulla scia di queste narrazioni alternative – e anche in base a decenni di studio, insieme al fratello Augusto, nel Peristan (“vasta e remota regione montuosa dello Hindukush/Karakorum”, p. 7) – Alberto Cacopardo propone di allargare lo sguardo ben oltre l’Occidente (dal punto di vista geografico) e ben oltre il periodo storico di cui abbiamo tracce scritte (dal punto di vista cronologico). Si scopre, allora, che “non è stato l’Occidente a inventare la democrazia” (p. 23) nel V secolo a. C., ma che tutta la storia dell’umanità conosce una dialettica fra due modelli “politici”: il modello “paterno” o “del padre” (nel quale le relazioni fra i simili vengono concepite “secondo un asse verticale, in cui il rapporto fra corpo sociale e autorità politica monocratica è definito come rapporto di subordinazione, spesso ideologizzato nei termini di una metafora di filiazione”) e il modello “fraterno” o “dei fratelli” (nel quale si “concepiscono le relazioni politiche secondo un asse orizzontale, in cui il rapporto fra i membri di una comunità è visto come un rapporto paritario, spesso ideologizzato nei termini di una metafora di fratellanza”, p. 24).
   Rileggere la storia con queste due categorie significa rivedere molti pregiudizi eurocentrici: “se le nostre democrazie contemporanee hanno qualcosa in comune con l’Atene di Pericle, forse questo non è nulla di più di quanto abbiano in comune con tutti i sistemi a modello fraterno. Si aprono novelle prospettive sulla storia politica del mondo” (p. 25). A patto di evitare alcuni fraintendimenti. Primo fra tutti: che questa “dicotomia” voglia “sostituire” o “escludere” altre legittime, ma diverse, “opposizioni politicamente significative” come la distinzione “fra stato e società senza stato, o fra sistemi acefali e sistemi centralizzati” (pp. 28 – 29). Infatti “l’opposizione fra <<padre>> e <<fratelli>> è particolarmente significativa proprio perché taglia attraverso tante altre dicotomie decisive: se contrapponiamo monoteismo a paganesimo, o società alfabetizzate a società senza scrittura, o l’Occidente al Rimanente (the West and the Rest) o perfino la <<storia>> alla <<preistoria>>, troviamo sempre su entrambi i versanti modello paterno e modello fraterno” (p. 29).
Un secondo equivoco consisterebbe nel “pretendere di collocare nitidamente qualunque sistema politico nell’una o nell’altra categoria. Non abbiamo una dicotomia esaustiva. I due modelli allo stato puro si posizionano piuttosto ai due estremi di un continuum che va da un massimo di accentramento” – ad esempio l’Egitto faraonico o la Germania di Hitler -  “ad un massimo di egualitarismo politico al capo opposto” – ad esempio il popolo dei Nuer studiati da Evans-Pritchard o, più in generale, “l’anarchia nel suo senso etimologico” (ivi). A riprova di questa non-esaustività della dicotomia, Cacopardo ricorda che anche nei sistemi prevalentemente paterni è rintracciabile, storicamente, “una tensione in direzione del modello fraterno che non ha forse mai cessato di covare” e che “ha portato infine all’affermazione delle democrazie contemporanee” (p. 31); così come “i sistemi a modello fraterno, peraltro, possono ben essere segnati da profonde tensioni in senso opposto, ed è proprio per questo che i sistemi acefali si armano dei loro meccanismi per scongiurare la minaccia del potere”, di un “accentramento di autorità” (p. 32), di quel “vizio intrinseco ed inevitabile che fin dalla nascita del corpo politico tende senza tregua a distruggerlo”  (secondo le parole di J-J. Rousseau citate a p. 23).

Storia e antropologia del Peristan
   Alla corposa Introduzione teorica segue la trattazione specifica del volume, interamente dedicato ad alcune popolazioni del Peristan, “vasta regione montuosa a cui diamo questo nome, che si estende dai monti a nord-est di Kabul fino alle porte del Kashmir”, priva attualmente di “un toponimo che la designi”, “divisa fra Afghanistan e Pakistan” e “abitata da genti che non appartengono ad alcuna delle principali etnie dei sue paesi: vi si parlano una ventina di lingue diverse, quasi tutte indoeuropee del ramo orientale” (p. 33). Il “nome di fantasia”, o “una sorta di soprannome”, Peristan (o “paese delle fate”) è stato inventato proprio da Alberto e Augusto Cacopardo – in mancanza di denominazioni attuali condivise – in omaggio alla “antica credenza preislamica negli spiriti dei monti detti pari o periche è sopravvissuta all’islamizzazione, mantenendosi viva, in ambito rurale, fino ai nostri giorni” (p. 34). La regione - pur confinando con civiltà antiche quali l’indiana, l’iranica e la cinese – si è mantenuta nei millenni come “una landa inesplorata” e, sino “alla metà del secondo millennio d. C.”, vi si sono praticate religioni “kafire” (“il termine kafir vuol dire pressappoco <<pagano>> in arabo e in persiano”) (p. 35), in consapevole opposizione a usi musulmani: “non segregavano le loro donne e facevano uso del vino” (p. 36). Quando il territorio fu diviso nel 1895,  fra il regno dell’emiro di Kabul (Pakistan) e l’impero britannico (Afghanistan), gli abitanti del primo furono ribattezzati Nuristani  (da Nuristan: “terra della luce”) e islamizzati “nel giro di una generazione” mentre i Kalasha “conservavano sotto la tutela britannica l’antica religione”: “era, come è ancora oggi, l’ultimo popolo di lingua indoeuropea rimasto al mondo che non avesse abbracciato una delle grandi religioni dell’Eurasia. Sono questi gli <<ultimi pagani>> di Fosco Maraini” (p. 37). Per riprendere la categorizzazione teorica iniziale, “la struttura sociale è caratterizzata da lignaggi segmentari, patrilineari ed esogami, mentre quella politica si distingue per l’assenza di qualsiasi apparato di potere centralizzato. Esiste spesso un sistema di rango, che prevede due titoli, due posizioni di status socio-rituale, conseguibili attraverso l’uccisione di nemici o l’elargizione di grandi feste redistributive” (pp. 37 – 38). 
  La storia della millenaria, progressiva, islamizzazione del Peristan è raccontata nel capitolo di fruizione meno agevole dell’intero libro. Per fortuna l’autore ne sintetizza, verso la fine, le complicate (e mai del tutto accertate) vicende: “nel primo millennio della nostra era il buddhismo, dopo aver circondato la regione, riesce a penetrarla in profondità fino a creare una avventurosa via di comunicazione che la traversa da nord a sud, ma solo per decadere nel giro di qualche secolo, lasciando scomparire ogni traccia di civiltà. A questo segue mezzo millennio di silenzio pressoché totale delle fonti, durante il quale dobbiamo supporre che le culture peristane abbiano preso il sopravvento, tornando a erigere un baluardo insormontabile fra l’Asia centrale e l’India. A partire dalla metà del secondo millennio, l’islam, dopo avere a sua volta circondato il Peristan, comincia a eroderlo da un po’ tutte le direzioni, finché, sul finire del Settecento, la spinta islamizzatrice proveniente dal nord si salda con quella da sud attraverso il Lowri Pass e la valle dell’Indo. Da lì a poco i Kafiri orientali risultano sostanzialmente islamizzati, mentre quelli del Nuristan conservano la loro religione per tutto l’Ottocento e una (piccola) parte dei Kalasha fino ad oggi” (p. 63). Importante, al di là dei dettagli, sottolineare come “il rapporto fra civiltà e culture peristane” con le civiltà circostanti (soprattutto islamica) abbia assunto “una forma di resistenza, il rifiuto attivo di un modello, o di un insieme di modelli, alternativo al proprio” (pp. 67 – 68). Sarebbe dunque riduttivo, anzi depistante, supporre che popolazioni montanare come i Kalasha siano, come vuole la “vecchia interpretazione”, “rimanenze storiche di uno stadio precedente della storia umana” (J. Scott citato a p. 69): sono piuttosto protagonisti consapevoli e determinati di una “contro-civiltà” (p. 69). 
  Nella loro memoria collettiva si citano alcuni “re”, ma per l’autore “l’ipotesi che il modello fraterno sia qualcosa di intrinsecamente connaturato alle culture peristane non viene necessariamente smentita da queste emergenze del modello paterno, che potrebbero nascere proprio dal confronto conflittuale con la pressione del modello paterno musulmano proveniente in quel momento sia dal fronte settentrionale sia [...] dal versante meridionale” (pp. 83 – 84). 
  Non è facile – o, per lo meno, non è stato facile per me - seguire la ricostruzione delle vicende secolari dell’area asiatica che Cacopardo studia come “metonimia […] della storia del mondo” (p. 122). Ciò che mi ha intrigato maggiormente è stato raccogliere alcuni  elementi per capire il legame tra le “culture peristane” e “l’ethos del modello fraterno” (p. 128). L’ipotesi dell’autore è che il dastur (la “cultura”) dei Kalasha (popolazione numericamente esigua, ma il cui modello “deve essere stato comune a tutto il mondo acefalo del Peristan preislamico”, p. 129) costituisca un “sistema” comprendente, a un tempo, “una cosmologia che dà ordine e senso al mondo e un’etica che ispira i comportamenti umani, dunque anche i comportamenti politici” (p.134). “Il dastur Kalasha colloca al centro delle preoccupazioni rituali il valore della purezza, espressa nel termine onjeshta, che si contrappone al suo opposto pragata” (pp. 134 – 135): nella categoria della purezza rientrano i santuari delle divinità maschili, i pascoli di alta montagna vietati alle donne, la pastorizia, i ragazzi vergini; nella categoria dell’impurità rientrano la casa delle mestruazioni e del parto collocata nel fondovalle e vietata agli uomini, l’agricoltura, l’allevamento dei polli, l’incesto. Secondo Peter Parkes (citato a p. 137), “il mondo pastorale” – che vive nelle zone montane più alte – è “tenuto in così alta considerazione, in quanto perfetta realizzazione di una solidarietà comunitaria” che “infonde all’intera sfera della produzione pastorale la sua speciale valenza di modello ideologico dell’ordine sociale in generale”. La “valorizzazione della generosità e della condivisione” è il cuore del “ <<comunionismo>>  della cultura Kalasha” (p. 142).
  Sarebbe strano se questa visione del mondo e dell’etica non avesse i suoi riflessi politici. E, infatti, “il sistema di valori che abbiamo delineato risulta scarsamente compatibile con un apparato politico a modello paterno, che fonda la sua costruzione dell’universo sociale sull’appropriazione più che sulla condivisione, sull’assoggettamento della natura all’uomo piuttosto che dell’uomo alla natura, sulla gerarchia e sulla sottomissione, piuttosto che sull’omogeneità sociale e l’uguaglianza. La cosmologia Kalasha, al contrario, trasuda da tutti i pori la sua compenetrazione col modello dei fratelli” (p. 145). 
  Non è possibile qua ripercorrere i capitoli successivi in cui l’autore riferisce – come scrive Antonino Colajanni nella Prefazione (intitolata significativamente Un caso asiatico di “società contro lo Stato”) – “i rituali continui e gli scambi alimentari ed economici tra i membri dei diversi gruppi, dai più vicini ai più lontani (secondo il principio :<<Tratta il meno prossimo a te come fosse il più prossimo>>), i lavori in comune (raccolta di legna e attivazione di fuochi, trasporto di quantità di grani e farine, macellazione di animali sacrificali, continua cottura di alimenti e loro distribuzione)”: dati che attestano eloquentemente “la intensa comunione sociale della gente del villaggio e dei villaggi vicini” (p. XII). Comunque ritengo di aver riferito abbastanza passaggi di quest’opera da legittimare il parere su di essa espresso da Luciano Canfora a chiusura della sua Presentazione: “Trovo perciò che questa ricerca porti una importante documentazione utile  a sprovincializzare la visione tradizionale sull’origine della democrazia” (p. VIII).
Qualche nota in calce
   L’ammirazione per lo stile e per i contenuti di un libro come questo – scritto per giunta da un autore cui mi lega un’amicizia risalente al secolo precedente – non mi esime dal segnalare qualche perplessità, sia pur su punti che mi sembrerebbero marginali rispetto al filo rosso del discorso. 
  A proposito del binomio “modello paterno” – “modello fraterno”, l’autore include ovviamente nella seconda categoria la “democrazia europea”. Senza misconoscerne i limiti teorici né i difetti storici, individua “tre radici ultime concepibili: la polis greca, la Roma repubblicana, il barbaricum anglo-germanico” (p. 21). Mi chiedo se sia giustificato il silenzio sul messaggio evangelico e sull’esperienza comunitaria originaria delle chiese cristiane (in cui le decisioni venivano assunte in assemblea: cfr. Atti degli apostoli, 15, 1-33). Indubbiamente, con l’era costantiniana, i credenti in Cristo si sono organizzati secondo un modello gerarchico-piramidale “paterno”; ma lo scisma orientale delle chiese “acefale” greco-ortodosse prima (XI secolo)  e, soprattutto, la Riforma protestante dopo (XVI secolo) mi pare dimostrino che il germe iniziale gettato da un Rabbino nomade che invita a non chiamare nessuno “padre” (cfr. Matteo 23,9 : “Nessuno chiamerete sulla terra vostro padre, poiché uno solo è il vostro padre, quello celeste”) abbia avuto un ruolo non secondario nell’autocoscienza occidentale (come dimostrano i riferimenti teistici, o per lo meno deistici, presenti dalla Dichiarazione d’indipendenza americana in poi).
   Sempre a proposito della dicotomia fra modello “paterno” e modello “fraterno”, Cacopardo avverte: “E’ chiaro che fra i due estremi si distende una vasta gamma di situazioni intermedie. Più che ad un contrasto tagliente come quello fra maschile e femminile, la nostra dicotomia somiglia dunque ad altre opposizioni più nebulose, come quella tra persone alte e persone basse: fra i due estremi dei nani e dei giganti c’è spazio per parecchie vie di mezzo” (pp. 29 – 30). Mi chiedo se l’esempio “maschile/femminile” sia appropriato anche oggi, in una temperie scientifica e più ampiamente intellettuale, in cui le persone evolute (dunque le minoranze istruite) sanno che “maschile” e “femminile” sono, sia dal punto di vista bio-fisiologico sia soprattutto socio-culturale, esattamente “due estremi” fra i quali intercorre uno “spazio per parecchie vie di mezzo”.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

sabato 29 febbraio 2020

CALENDARIO EVENTI CASA DELL'EQUITA' DI PALERMO

CASA DELL'EQUITA' E DELLA BELLEZZA
Via Nicolò Garzilli 43/a – Palermo

Care amiche e cari amici della Casa,
·      come molt* di voi sanno il 24 febbraio se ne è andato – riservatamente come viveva – il nostro amico Sergio Di Vita, fondatore e animatore di una delle associazioni (“Gruppo di formazione al Teatro dell’oppresso e alla nonviolenza attiva”) che rendono la nostra Casa ricca di energie positive[1]. Amiche e amici del suo Gruppo si propongono di mantenerne viva l’eredità culturale e politica: ci auguriamo di cuore che il proposito venga mantenuto, nonostante le indubbie difficoltà per l’assenza di Sergio. Intanto, il nostro “Centro di ricerca sperimentale di teologia laica” gli dedicherà il solito incontro mensile di spiritualità previsto per domenica 1 marzo (vedi calendario riassuntivo alla fine di questo messaggio).
·      A meno di novità ‘oggettive’ sconvolgenti, continueremo le nostre riunioni nonostante il can can mediatico sul coronavirus. Curare un po’ più del solito i contatti fisici e l’igiene personale ci sembra una misura sufficientemente ragionevole in un’epoca in cui, anche in Sicilia, si accettano passivamente e silenziosamente i decessi di migliaia di persone per malattie contratte a causa dell’inquinamento dell’aria, dell’acqua e dei terreni (per non parlare delle morti atroci sotto le bombe in Siria o nelle acque del Mediterraneo o nelle miniere di cobalto africane). Quindi, imperterriti, prevediamo le solite meditazioni condivise del mercoledì (iniziando, come al solito, dando voce a Dante Alighieri grazie alla mediazione di Maurizio Muraglia e di Laura Mollica): vedi calendario dettagliato più sotto.
·      Perdurano, inoltre, gli appuntamenti quindicinali (lunedì 9 e lunedì 23) del “Gruppo Noi uomini a Palermo contro la violenza sulle donne”. Molto lentamente il gruppo si va allargando, ma in misura insufficiente rispetto alle richieste che riceve un po’ da tutta la Sicilia. Come mi è capitato qualche altra volta, vorrei precisare a chi è destinato questo gruppo affinché qualcuno dei lettori uomini possa decidersi, almeno, di fare una capatina esplorativa e “vedere l’effetto che fa”. Il gruppo è costituito da uomini che vogliono interrogarsi sul sistema culturale-sociale, dominante anche in Occidente, di impronta “patriarcale-maschilista”, nella convinzione che tale sistema imprigiona e mortifica tanto le donne quanto i maschi (senza contare gli epifenomeni di violenza quotidiana che esso produce). Ai due appuntamenti quindicinali partecipano sia uomini sensibili alle problematiche etico-politiche sia uomini che avvertono il bisogno di essere sostenuti da altri uomini  per contrastare cattive abitudini, stili di vita, nel rapportarsi con le donne che li circondano dalla culla alla tomba. Per i dettagli cfr. il calendario più sotto.
·      Circa due mesi fa ho pubblicato sul mio blog la recensione del libro di un mio collega di Pisa sulle radici filosofiche di tanti disastri sociali attuali (cfr.https://www.augustocavadi.com/2020/01/come-abbiamo-fatto-ridurci-cosi.html ). Poiché avrò il piacere di ospitarlo a Palermo, con la moglie, per alcuni giorni, gli ho chiesto di dedicarci un’oretta e mezza per una conversazione sul tema: “La folle corsa dell’umanità verso il suicidio: avvertenze da Hegel”. Per chi desideri partecipare, l’appuntamento è giovedì 19 marzo: più sotto i dettagli.
·      Alcuni mesi fa abbiamo trascorso una serata speciale, di apprendimento e di divertimento, grazie a Cinzia Carraro e Ignazio Romeo che ci hanno recitato una serie di testi letterari ironici, caratterizzati dal “non senso”. La riuscita della serata ci ha indotti a una replica per la sera di domenica 22 marzo: sotto i dettagli.
·      Rosalba Leone avrebbe il desiderio di avviare un ciclo di letture formative (per insegnanti e non) sulle tematiche care alla Scuola di formazione etico-politica “G. Falcone”: in particolare vorrebbe iniziare con Capire la mafia (Di Girolamo, 2019) di Amelia Crisantino. Affinché anche questo appuntamento ‘fisso’ decolli (sarebbe ogni due giovedì dalle 18 alle 20) è però necessario che aderiscano al suo invito almeno 3 persone. Chi è interessato può dunque comunicarglielo all’indirizzo di posta elettronica roleone63@yahoo.it

                                                  ***

Eccovi dunque in sintesi il calendario per marzo del 2020:

·      Domenica 1  marzo dalle ore 11,00 alle ore 13,00: Incontro di spiritualità laica. Dopo la prima mezz’ora di accoglienza reciproca, dalle 11,30 alle 13,00 una meditazione condivisa sul tema della vita e della morte a partire dalla dipartita del nostro caro amico Sergio Di Vita. Alle 13,00 pranzo con ciò che ciascuno desidera offrire in tavola. (Chi non è già sostenitore mensile della Casa è invitato a versare, se può,  un contributo di 5,00 euro per le spese di gestione della stessa). 
·      Mercoledì 4 marzo  dalle ore 18,00 alle ore 19,20Meditazione filosofica dialogata con Maurizio Muraglia e Laura Mollica sul tema : “Quando l’etica pubblica si sfalda: il discorso di Marco Lombardo (Purgatorio, canto XVI). La Casa aprirà mezz’ora prima (alle ore 17,30) per accogliere i partecipanti: alle 18,00 in punto si spegneranno i citofoni. (Chi non è sostenitore mensile della Casa è cortesemente invitato a lasciare, se può, un contributo di euro 5,00).
·      Giovedì 5 marzo dalle ore 18,00 alle ore 20,00: Gruppo di lettura su Capire la mafia (Di Girolamo) di Amelia Crisantino. Verificare se si raggiunge il numero minimo di partecipanti scrivendo a Rosalba Leone: roleone63@yahoo.it
·      Lunedì 9 marzo  dalle 19,30 alle 22,30, incontro quindicinale del “Gruppo noi uomini a Palermo contro la violenza sulle donne”. Nel corso della serata  è previsto un momento conviviale autogestito.
·      Mercoledì 11 marzo dalle ore 18,00 alle ore 19,15Meditazione filosofica dialogata con Augusto Cavadi. La Casa aprirà mezz’ora prima (alle ore 17,30) per accogliere i partecipanti: alle 18,00 in punto si spegneranno i citofoni. (Chi non è sostenitore mensile della Casa è cortesemente invitato, se può, a lasciare un contributo di euro 5,00).
·      Mercoledì 18 marzo  dalle ore 18,00 alle ore 19,15Meditazione filosofica dialogata con Adriana Saieva . (Chi non è sostenitore mensile della Casa è cortesemente invitato a lasciare un contributo di euro 5,00). La Casa aprirà mezz’ora prima (alle ore 17,30) per accogliere i partecipanti: alle 18,00 in punto si spegneranno i citofoni.
·      Giovedì 19 marzo dalle ore 18,30 alle ore 20,00: Conversazione-seminario con Fabio Bentivoglio (Pisa) sul tema: “La folle corsa dell’umanità verso il suicidio: avvertenze da Hegel”. Organizza la Scuola di formazione etico-politica “G. Falcone”. Ingresso gratuito.
·      Domenica 22 marzo dalle ore 21:

BCsiciliaPer la salvaguardia e la valorizzazione
dei beni culturali e ambientali 
Letture: 
Cinzia Carraro Ignazio Romeo A cura di: Ignazio Romeo 
Presentazione: 
Fabrizio Giuffrè 
Presidente BCsicilia Sede di Palermo 
Caterina Giordano 
Segretaria regionale BCsicilia 
Per informazioni: Tel. 346.8241076 Email: segreteria@bcsicilia.it 
VI CANTO UNA CANZONE ALLA ROVESCIA 
Il Lonfo, Burchiello, il Giabbervocco e altri gioielli del nonsense 
Ingresso libero: se la serata sarà stata di vostro gradimento, potrete lasciare all’uscita un piccolo contributo per l’autofinanziamento della Casa dell’equità e della bellezza.
·      Lunedì 23  marzo  dalle 19,30 alle 22,30, incontro quindicinale del “Gruppo noi uomini a Palermo contro la violenza sulle donne”. Nel corso della serata  è previsto un momento conviviale autogestito. 
·      Mercoledì 25 marzo dalle ore 18,00 alle ore 19,15Meditazione filosofica dialogata con Augusto Cavadi. (Chi non è sostenitore mensile della Casa è cortesemente invitato, se non ha difficoltà economiche,  a lasciare un contributo di euro 5,00). La Casa aprirà mezz’ora prima (alle ore 17,30) per accogliere i partecipanti: alle 18,00 in punto si spegneranno i citofoni.
·      Giovedì 26 marzo dalle ore 18,00 alle ore 20,00: Gruppo di lettura su Capire la mafia (Di Girolamo) di Amelia Crisantino. Verificare se si raggiunge il numero minimo di partecipanti scrivendo a Rosalba Leone: roleone63@yahoo.it

  Augusto Cavadi 
                                                                               (a.cavadi@libero.it)

·      Abbiamo un blog della Casa: se desiderate ricevere solo informazioni sulle attività della Casa (non attraverso il generoso servizio di Salvo Menna che informa su molte altre attività a Palermo), o se comunque volete essere aggiornati sulle novità nel corso del mese in tempo reale,iscrivetevi con poche mosse:
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    compilate il brevissimo modulo
    e infine date la conferma quando vi arriverà l’avviso nella casella elettronica.







[1] Con qualche piccolo taglio redazionale, “Repubblica – Palermo” del 27. 2. 20 ha ospitato questo mio breve necrologio (un suo profilo più ampio è uscito il giorno dopo e lo abbiamo ospitato sul sito della Casa: https://casadellaequitaebellezza.blogspot.com/).
Sergio Di Vita
Una figura storica della società civile palermitana 
Già dagli anni Ottanta è stato presente in molte organizzazioni orientate a una cittadinanza responsabile, a cominciare dal Co.c.i.pa (Coordinamento cittadino informazione e partecipazione) e dal movimento per i “senza-casa”.   Altrettanto attivo  a favore degli immigrati: ha fondato “Congosol” (un’agenzia d’informazione di prima mano sul Congo) e sostenuto il gruppo delle donne di  Benin City . Tanto impegno sociale si basava su una formazione solida e continua: cultore di antroposofia (conduceva un gruppo settimanale), esperto di shiatsu, ha fondato e diretto, sino alle ultime ore di vita, presso la “Casa dell’equità e della bellezza”, il “Gruppo di formazione al Teatro degli oppressi (secondo l’insegnamento di Augusto Boal) e alla nonviolenza attiva”. Amava documentarsi incessantemente, leggendo e facendo conoscere - anche con i suoi scritti - autori di ogni parte del mondo.  Il suo tratto -  autorevole ma mite – e la sua rara capacità di ascolto  gli hanno attirato la stima e l’affetto di tantissime persone che hanno affollato la chiesa di san Saverio all’Albergheria per l’estremo saluto e che lo hanno considerato in vita un saggio fratello maggiore cui rivolgersi nelle svolte importanti dell’esistenza.  Si è spento il 24 febbraio a 71 anni. 



venerdì 28 febbraio 2020

ADDIO A SERGIO DI VITA,MILITE IGNOTO DEL CIVISMO

“Repubblica- Palermo”
28.2.2020

ADDIO A SERGIO DI VITA MILITE IGNOTO DEL CIVISMO

Quando si sfogliano i quotidiani si resta impressionati dalla marea di cattiverie, di crudeltà, di ingiustizie, di imbrogli, di tradimenti, di falsità, di corruzione, di stupidità, di violenza, di volgarità che ci assedia da ogni lato. Non so a voi, ma a me ogni tanto ritorna una domanda: com’è che ancora reggiamo? Com’è che Palermo, la Sicilia, l’Italia…non sono state ancora sommerse da questo fango tracimante, dilagante, asfissiante? A forza di parassiti che ne succhiano la linfa, l’albero non dovrebbe essere ormai essiccato e abbattuto?
Poi un giorno, così, all’improvviso, ti muore un amico. Per esempio Sergio Di Vita. E allora hai come un’intuizione: come racconta il mito di Colapesce, qualcuno – sommerso sotto la superficie delle onde schiumose – regge una delle colonne su cui galleggia l’isola. In silenzio, quasi nell’anonimato, del tutto ignorato dai riflettori dei media, questo qualcuno c’è. Al risveglio, la mattina, dedica qualche ora alla lettura di Gandhi o di Martin Luther King. Oppure all’ascolto di Bach o di Mozart. Ma non è un orso solitario. Un giorno accoglie un’amica che cerca ascolto attento, paziente. Un altro giorno un amico che soffre di dolori reumatici e vuole provare un po’ di shiatsu praticato con competenza. Una volta a settimana guida un gruppo di amici che vogliono approfondire insieme a lui l’antroposofia di Rudolf Steiner
E, quando necessario, esce anche da casa. Perché – siamo negli anni Ottanta – ogni giovedì sera ci si riunisce al Palazzo del Comune come Co.c.i.pa (Coordinamento cittadino informazione e partecipazione) per studiare i bilanci preventivi e discuterli con gli assessori dei vari settori. Perché – siamo negli anni Novanta – c’è da affiancare i diseredati concittadini del movimento dei “senza-casa” che chiedono l’assegnazione degli appartamenti sequestrati ai mafiosi.   Perché – siamo all’alba del Terzo millennio – c’è da sostenere il gruppo delle donne di  Benin City, desiderose di riscatto sociale e di inserimento lavorativo nella nuova patria. Già: gli africani. Prima gli italiani o prima gli stranieri? Prima chi soffre di più. Come far udire, da Palermo a Bruxelles, la voce di chi non ha voce? Sergio fonda e gestisce, gratuitamente e quasi da solo,  “Congosol”, un’agenzia d’informazione di prima mano sul Congo.
      Tanto impegno sociale non era frutto tanto di emotività, di coinvolgimento sentimentale, ma si basava ancor più su una formazione solida e continua: amava documentarsi incessantemente, leggendo e facendo conoscere - con i suoi seminari, i suoi laboratori e i suoi scritti - autori di ogni parte del mondo. Accademico di nessuna accademia, riteneva che nessuna tematica gli dovesse restare del tutto estranea. Ha attivato e diretto, sino alle ultime ore di vita, presso la “Casa dell’equità e della bellezza”, il “Gruppo di formazione al Teatro degli oppressi (secondo l’insegnamento di Augusto Boal) e alla nonviolenza attiva”, a cui hanno preso parte – in tempi e modi differenti – centinaia di persone. Soprattutto negli ultimi anni evitava di lasciarsi coinvolgere in altre organizzazioni e in altri progetti: “Preferisco fare poche cose, ma con la maggiore serietà di cui sono capace”.  
      Con lui se ne va uno dei tanti “militi ignoti” della militanza civica di cui non parleranno i libri di storia, a cui forse verrà intestata una stradina di periferia, ma senza i quali sarebbe inspiegabile come mai una città regga al logorio continuo dei furbi, degli approfittatori, degli egoisti perbene. Se ne va uno dei cittadini che, per rievocare la celebre frase di Kennedy, non si chiedono soltanto cosa la società possa fare per loro, ma anche cosa essi possano fare per la società. 

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

mercoledì 26 febbraio 2020

CHIESE E MAFIE: "ADISTA" INTERVISTA AUGUSTO

Chiesa e mafia: 40 anni di fatti e documenti in un libro curato da Augusto Cavadi 

Tratto da: Adista Notizie n° 4 del 01/02/2020

40113 ROMA-ADISTA (Luca Kocci). Il Vangelo e la lupara: il primo, la «buona notizia» di liberazione annunciata da Gesù di Nazareth; la seconda, strumento di morte e simbolo di Cosa nostra. Antitetici per natura, talvolta però, nel corso della secolare storia dei rapporti fra Chiesa cattolica e mafie, anche posti uno accanto all’altra sui tavoli degli «uomini d’onore» che si professano cattolici mentre ordinano o commettono omicidi e sulle scrivanie dei parroci che preferiscono il silenzio alla denuncia.



Il Vangelo e la lupara. Documenti e studi su Chiese e mafie è il titolo del libro curato da Augusto Cavadi (teologo critico e filosofo «di strada», cofondatore della scuola di formazione eticopolitica “Giovanni Falcone”, autore di numerosi saggi:www.augustocavadi.com) che, dopo la prima edizione del 1994 in due volumi andati esauriti e mai più ristampati dalle Edizione Dehoniane, viene ora ripubblicato in una versione più agile e completamente aggiornata dall’editore trapanese Di Girolamo (pp. 236, euro 20; il libro può essere acquistato anche presso Adista: tel. 066868692; email: abbonamenti@ adista.it; sito web: www.adista.it)



«La finalità – si legge nella prefazione – resta la medesima di 25 anni fa: sollecitare tutti i cittadini, in particolare coloro che si dichiarano seguaci del Vangelo di Gesù di Nazareth, a uscire dall’ingenua e pericolosa illusione di poter mantenersi equidistanti tra il sistema di dominio mafioso e la lotta per una legalità democratica effettiva».



Il volume analizza e documenta la complessa storia delle relazioni fra Chiese e mafie, con saggi storici di p. Francesco Michele Stabile (La Chiesa cattolica e la mafia: uno sguardo d’insiemeDa papa Giovanni XXIII all’inizio del Concilio Vaticano II: 1958-1963Dal dopo-Concilio alla fine degli anni Ottanta: 1966-1989) e mons. Cataldo Naro (Dal ventennio fascista al secondo dopoguerra: 1924-1956); documenti ecclesiali (La camorra oggi è una forma di terrorismo: 1991, dei preti della Foranìa di Casal di Principe di don Peppe DianaCredere e resistere a Palermo: 1992, della Chiesa valdese di Palermo; Per una corretta prassi ecclesiale: 1994, del Consiglio pastorale della diocesi di Palermo); interventi pontifici (La mafia è una strada di morte: 2010di papa Benedetto XVILa ‘ndrangheta è adorazione del male e disprezzo del bene comune: 2014 Non si può credere in Dio ed essere mafiosi: 2018, di papa Francesco); contributi vari di Cavadi (Dalla prima alla seconda visita di Giovanni Paolo II in Sicilia: 1981-1993), Delia Parrinello (l’ultima intervista a don Pino Puglisi), mons. Raffaele Nogaro (Don Peppino Diana martire per la giustizia); e un ampio saggio introduttivo di Cavadi che del fenomeno Chiese e mafie offre «una chiave di lettura complessiva», senza grossolane generalizzazioni (“la Chiesa e la mafia sono identificabili”, oppure, si segno opposto, “la Chiesa e la mafia sono due realtà irriducibilmente opposte, come l’acqua santa e il diavolo”), ma con lo sguardo attento, critico e profondo di chi legge e interpreta fatti e documenti da almeno quattro decenni.

-       Il Vangelo e la lupara dovrebbero essere incompatibili, l’uno la negazione dell’altro. Eppure scrivi che «la stragrande maggioranza dei mafiosi si professa cattolica, tiene molto a sposarsi secondo il rito cattolico, a battezzare e cresimare i figli, a lasciare il mondo con un solenne funerale in chiesa…».Quali sono le ragioni di questo volersi dire, e soprattutto volere apparire, cattolici?
·      Se adottiamo come sinonimi il messaggio evangelico e la professione cattolica non sciogliamo la contraddizione. Il mio punto di vista è che l’appartenenza a Cosa nostra (come a qualsiasi altra organizzazione criminale in Occidente) è incompatibile con il vangelo, ma non con quella versione edulcorata, burocratizzata, del vangelo che è diventata nei secoli la pratica cattolica. Con il linguaggio di Karl Barth, ma anche di teologi cattolici dei nostri giorni come Alberto Maggi, si potrebbe dire che la mafia è incompatibile con la fede ma compatibilissima con la religione. Quando un mafioso dice di essere cattolico, spesso non mente: nessuno, al catechismo o nelle omelie domenicali, gli ha spiegato che il guscio delle tradizioni, dei riti, delle norme non è il gheriglio della sequela di Gesù, predicatore povero e compassionevole verso i disgraziati. Come la maggior parte dei cattolici (almeno in Italia) è sinceramente convinto che accettare dei dogmi, per quanto astrusi, e frequentare abitualmente le liturgie, per quanto noiose, sia l’essenziale; mentre cercare nel silenzio la comunione col Mistero e servire gli impoveriti della storia sia un optional per chi avverte vocazioni straordinarie.
-       Forse all’aspetto propriamente teologico si accompagna un problema ecclesiologico: il cattolico medio, dunque anche il mafioso, vede che l’atteggiamento più diffuso tra vescovi e preti non è stato, e non è, di rifiuto netto e clamoroso delle organizzazioni mafiose… 
·      Come la maggior parte degli italiani, anche meridionali, i cattolici non sono né con la mafia né contro la mafia. Sono – o per meglio dire: si illudono di essere – neutrali. C’è un valenza militare, terroristica, della mafia che suscita facilmente ripugnanza e condanna. Ma sappiamo che la mafia è anche, e soprattutto, un soggetto politico e economico: da questo punto di vista il mondo cattolico è molto meno allergico. Secondo i periodi storici ritiene che essa non sia il male assoluto e che anzi possa servire da argine a mali peggiori: per esempio da diga contro il comunismo, durante la guerra fredda del XX secolo, o contro le nuove etiche ritenute permissive e eversive dei costumi tradizionali, oggi. Se un partito, o un intero schieramento politico, promette di difendere “Dio, Patria, Famiglia”, pur di fargli vincere le elezioni gli si perdonano tante pecche: a cominciare dai rapporti ambigui con la criminalità organizzata. Lo si è visto per un cinquantennio con la Democrazia Cristiana, poi per un ventennio con il berlusconismo e già i segnali ci sono tutti perché si rinunzi ad esigere dalla Lega di Salvini  un atteggiamento di netto rifiuto delle connivenze mafiose.  
-        E’ vero, ma non ti sembra che dal cardinal Ruffini a papa Bergoglio sia comunque cambiato qualcosa a livello strutturale?
·      In un certo senso è cambiato tutto, in un altro senso non è cambiato nulla. Certo, che i papi (da Giovanni Paolo II a Francesco, passando per lo stesso Benedetto XV) urlino la propria condanna della logica mafiosa e delle sue organizzazioni è una vera e propria rivoluzione. Ma affinché queste dichiarazioni solenni si traducano in atteggiamenti pratici, scelte pastorali, gesti concreti nei quartieri difficili delle città e nei piccoli comuni di provincia sarebbe necessario un grande movimento di rinnovamento culturale e etico di cui, onestamente, non vedo tracce. Già la curia romana, anche in esponenti di primo piano, prova a bloccare ogni minimo tentativo del papa di andare alla sostanza spirituale delle questioni: come si può sperare che questi tentativi si moltiplichino con successo nelle “periferie del mondo” dove il contrasto non è fra Chiesa e mafia in astratto, ma fra preti e laici impegnati nel territorio, da un lato, e mafiosi e para-mafiosi radicati nello stesso territorio, dall’altra?
-       Sei dunque piuttosto pessimista sul futuro immediato in questo ambito
·      Direi che, dal punto di vista puramente umano, non prevedo svolte significative nei prossimi decenni. Ma la storia insegna che talvolta l’improbabile accade. A proposito del nostro tema, l’improbabile sarebbe lo zampillare dal basso della piramide ecclesiale – direi meglio: dalla sua base – di una primavera mistica talmente autentica da abbracciare anche l’impegno politico. Solo questa rinascita spirituale profonda potrebbe dare a tanti battezzati, laici e preti, il coraggio di rischiare il martirio. Polo Borsellino, Rosario Livatino, Giuseppe Puglisi, Giuseppe Diana – mi limito ai nomi di alcuni cattolici notoriamente praticanti – hanno dato l’esempio: ma senza una vita di studio, di riflessione, di serietà professionale e pastorale, di rigore etico…non avrebbero certo resistito sino alla morte, e alla morte in croce. Qui a Palermo, invece di sperimentare modalità di imitazione creativa dell’esistenza di presbiteri come don Puglisi, si sono portate in giro per le parrocchie le sue reliquie: non c’è da essere tentati dallo scoraggiamento?
-       Perché, secondo te, la connivenza fra pezzi di clero e laicato cattolico, da un lato, e frange consistenti di cosche mafiose, dall’altro, ha funzionato e continua a funzionare?

·      .Semplificando direi perché la mafia chiede favori alla Chiesa e la Chiesa favori alla mafia. La mafia ha bisogno della Chiesa per darsi un apparato simbolico-ideologico di cui è priva e per darsi un prestigio sociale che potrebbe scemare. Ciò non mi scandalizza: è il mestiere del mafioso rubare ciò che gli serve, strumentalizzare parassitariamente le ricchezze non solo economiche ma anche culturali che gli servono. A scandalizzarmi è la tiepidezza con cui la Chiesa – diciamo adesso, per fortuna, alcuni pezzi di Chiesa – non reagisce e non si ribella. Ho già notato, prima,  come la Chiesa chieda alla mafia e agli amici dei mafiosi schierati nelle istituzioni un sostegno per difendere il “gregge” dai nemici ideologici, veri o presunti. Se poi, oltre a difendere i “valori non negoziabili” cari al cardinal Ruini, il sistema politico-mafioso garantisce privilegi fiscali, sovvenzioni, canali clientelari di assunzione nelle strutture statali, meglio ancora ! A livello più quotidiano, mi risulta che ancor oggi ci sono preti che ricorrono ai boss per farsi restituire la cassetta delle elemosine o i gioielli della Madonna trafugati. Insomma, forse più per ignoranza che per malafede, ancora troppi cattolici vedono nelle cosche mafiose una garanzia di “ordine” che lo Stato in alcuni casi non vuole offrire perché democratico e in altri casi non sa offrire perché disorganizzato.