Il blog di Augusto Cavadi, filosofo-in-pratica di Palermo, con i suoi appuntamenti pubblici in Italia e i suoi articoli.
mercoledì 30 settembre 2020
lunedì 28 settembre 2020
IL VATICANO CONDANNA L'EUTANASIA: TEOLOGICAMENTE HA RAGIONE ?
DUE OBIEZIONI RADICALI AL NO VATICANO ALL’EUTANASIA
La ‘lettera’ Samaritanus bonus (Buon Samaritano) , presentata alla stampa il 22 settembre 2020, è un documento “sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita” della Congregazione per la Dottrina della Fede (nel linguaggio laico sarebbe una sorta di Ministero della Cultura in un regime autoritario in cui lo Stato avesse il diritto di stabilire ciò che è vero oltre che ciò che è legale: sino a metà del Novecento si chiamava Sant’Uffizio). In essa la gerarchia cattolica ribadisce la dottrina tradizionale: condanna, in quanto azioni di per sé immorali, di eutanasia, suicidio assistito e aborto.
Il documento vaticano si è prestato a osservazioni da vari punti di vista, ma raramente a considerazioni critiche dal punto di vista teologico: dunque, per così dire, all’interno della stessa prospettiva dell’organo magisteriale che l’ha emanato.
Dico subito che accolgo sempre con molta attenzione gli inviti a non banalizzare le questioni bio-etiche con l’affrontarle in termini puramente storicistici: “prima si vietava, oggi non è più possibile”, come se il passato fosse errato in quanto tale e il presente accettabile in quanto tale. Ogni volta che qualcuno – o come in questo caso qualche Organismo – ha il coraggio di andare contro le tendenze di “moda”, sfidando il dissenso dell’opinione pubblica, attira già per questo la mia simpatia. Tuttavia, proprio per serietà intellettuale, non ci si può fermare al piano psicologico-emotivo: che ne è, razionalmente o almeno ragionevolmente, del merito delle questioni?
Mi limiterei a due o tre osservazioni.
La prima: non mi pare corretto, logicamente, mettere nello stesso mazzo aborto, eutanasia e suicidio assistito. Si tratta di tre fenomeni distinti che non possono essere unificati sotto l’etichetta di oltraggio al “valore inviolabile della vita”.
Sulla base di questa prima osservazione ritengo possibile, anzi consigliabile, concentrarsi su una sola delle tre questioni: l’eutanasia (ovviamente richiesta, esplicitamente o mediante testamento biologico, dal soggetto in questione). La Samaritanus bonus la esclude nettamente considerandola nel novero degli “atti intrinsecamente malvagi in qualsiasi occasione o circostanza”: “Sopprimere un malato che chiede l’eutanasia non significa affatto riconoscere la sua autonomia e valorizzarla, ma al contrario significa disconoscere il valore della sua libertà, fortemente condizionata dalla malattia e dal dolore, e il valore della sua vita, negandogli ogni ulteriore possibilità di relazione umana, di senso dell’esistenza e di crescita nella vita teologale. Di più, si decide al posto di Dio il momento della morte”. Significa considerare la vita biologica “degna solo se ha un livello accettabile di qualità”, dimenticando che essa “ha un valore in se stessa”.
Questa argomentazione non mi convince per almeno due ragioni radicali.
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https://www.zerozeronews.it/la-chiesa-e-la-doppia-tragedia-delleutanasia/
martedì 22 settembre 2020
PAPA FRANCESCO HA SCELTO. I SUOI AVVERSARI , INTERNI ALLA CHIESA CATTOLICA, PURE.
FRANCESCO: UN PAPA CHE GUARDA TROPPO…INDIETRO
Non si può negare che per un osservatore la situazione attuale della Chiesa cattolica sia un enigma di difficile decifrazione. Ancora ai tempi della mia gioventù certe schematizzazioni, per quanto approssimative, funzionavano. In ordine decrescente di importanza era un ‘buon’ cattolico chi frequentava regolarmente le chiese (il culto), conosceva gli elementi fondamentali della dottrina (la catechesi) e si sforzava di fare un po’ di bene attorno a sé o, per lo meno, di non fare troppo male (la prassi). Dopo secoli – si potrebbe dire due millenni – di questo identikit è ovvio che la stragrande maggioranza dei cattolici (vescovi, preti, fedeli-laici) lo abbia interiorizzato e lo viva come scontato, indiscutibile.
Intanto, però, con il Concilio ecumenico Vaticano II (1962 – 1965) si è avviato un processo apparentemente innocuo che, ben oltre probabilmente le intenzioni degli stessi protagonisti, ha provocato un vero e proprio terremoto: si è tolto il divieto di leggere direttamente, personalmente, la Bibbia (sì, si stenta a crederlo: ma vigeva sino agli anni Sessanta del secolo scorso!) ed anzi si sono invitati tutti i battezzati a seguire corsi di formazione biblica, a leggere manuali e commentari, a organizzare piccoli cenacoli di lettura e confronto esistenziale. Perché questo processo è risultato sconvolgente?
Se si leggono teologi italiani (come Carlo Molari, Ortensio da Spinetoli, Alberto Maggi) o stranieri (come Hans Küng, Eugen Drewermann, José Maria Castillo) si ricava, fra altri istruttivi insegnamenti, che il messaggio originario di Gesù di Nazaret (la sua “bella notizia” o “ev-angelo”) è stato quasi esattamente capovolto nell’interpretazione dei cristiani. E ciò in misura sempre più stravolgente man mano che ci si allontanava dal I secolo. Per il Maestro di Galilea, infatti, al primo posto era la fede operosa ; molto meno gli interessavano le speculazioni teologico-filosofiche; ancor meno, infine, le pratiche cultuali-liturgiche. Il cattolico ‘medio’ vive una scala di valori inversa rispetto a Gesù Cristo (di cui pure ogni cristiano si proclama discepolo e tendenzialmente imitatore): si preoccupa molto delle celebrazioni religiose, meno della ricerca teologica e quasi per nulla della fede pro-attiva (intesa nella sua dimensione mistico-politica di unione con l’Assoluto attraverso l’impegno per una società più giusta, fraterna, libera, solidale).
La tragedia del cattolicesimo odierno è che alcuni ‘vedono’ e accettano queste scoperte; altri o non ne vengono mai a conoscenza (non pare che un Berlusconi o un Salvini abbiano dedicato molti anni, e molte notti, all’esegesi neotestamentaria) o, avendole apprese, non sono disposti a lasciarsi scombussolare inveterati equilibri psichici e di ruolo sociale (come si fa a dire a un cardinal Tarcisio Bertone che l’imitatio Christi non si misura con l’accettazione di tutti decreti del sant’Uffizio e non prevede che le offerte dei fedeli per l’ospedale “Bambin Gesù” vengano destinate alla ristrutturazione del suo appartamento principesco nel centro storico di Roma?). Tra le due categorie di credenti il solco è incolmabile.
Da questa “opzione di fondo” discendono innumerevoli conseguenze logiche e pratiche per cui è difficile che la stessa etichetta di ‘cristiano’ possa abbracciare sia il discepolo di un Gesù che ha fatto della com-passione per gli ultimi della società il metro di misura della fede (“Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” - Matteo 25, 40) sia il fedele preoccupato di accettare intellettualmente tutti i dogmi e tutte le prescrizioni liturgiche, riducendo la sua solidarietà agli impoveriti del pianeta a una monetina elargita con autocompiacimento all’uscita dalla messa domenicale.
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domenica 20 settembre 2020
L'ARTE DI ESSERE MASCHI SECONDO ANTONINO CANGEMI
La produzione saggistica di Augusto Cavadi, specie la più recente, presenta almeno due peculiarità.
La prima: muove da esigenze concrete spesso legate a esperienze operative rifuggendo ogni enunciazione meramente teorica.
La seconda: procede alla ricerca di un assunto tramite un continuo dialogo col lettore in un itinerario, costellato di dubbi più che di certezze, che tanto somiglia al metodo induttivo socratico.
Così anche nell’ultimo suo saggio, L’arte di essere maschi libera/mente. La gabbia del patriarcato edito da Di Girolamo (Trapani 2020, pp. 174, euro 13.90).
Il libro prende le mosse dalla violenza sulle donne. Esamina il tragico fenomeno nei suoi diversi aspetti, enumera i dati statistici, e approfondisce le radici biologiche, giuridico-culturali, socio-economiche, simboliche-religiose delle differenze tra i due sessi. Percorso questo tragitto, Cavadi giunge al punto cruciale della sua trattazione: l’analisi del patriarcato.
Se è vero che la violenza sulle donne è frutto di una società patriarcale e che la concezione patriarcale, supportata da più fonti e radicata nel tempo, genera la presunta superiorità del maschio sulla femmina, è giunto il momento di chiedersi non solo quanto essa sia legittima e fondata ma anche altro. E cioè se il patriarcato offra al maschio solo e autentici privilegi o se, al contrario, non ne limiti l’identità, riducendola a una sola e stereotipata dimensione.
Come si diceva, i libri di Cavadi sono spesso frutto di esperienze realizzate sul campo, vissute in prima persona. L’arte di essere maschi libera/mente. La gabbia del patriarcato nasce dal movimento “Noi uomini contro la violenza sulle donne”, costituitosi a Palermo nel 2015 sull’esempio di altre associazioni sorte nella penisola e di cui fa parte lo stesso autore.
In “Noi uomini contro la violenza sulle donne”, di cui vengono riportati in appendice “L’autopresentazione” e lo statuto, diversi maschi si riuniscono periodicamente e s’interrogano sul loro ruolo e sulla propria identità confrontandoli con quelli dell’altro sesso. Dai dibattiti tra di loro e con persone dell’altro sesso – che non vanno escluse dall’interazione con i gruppi “maschilisti” – sono emersi tutti i limiti – per il maschio – di un modello che lo vuole risoluto, duro, privo di dolcezze, controllato sino agli estremi nella sua sfera sentimentale.
venerdì 18 settembre 2020
REFERENDUM: ELIO RINDONE SA DI NON SAPERE
REFERENDUM: SO DI NON SAPERE
Elio Rindone | 17.09.2020
Votare Sì o No al referendum sul taglio dei parlamentari?
Dico subito che sono molto incerto perché … non sono competente in materia.
Fine del discorso? No, perché ho riflettuto sul metodo da seguire quando ci si trova ad affrontare questioni che esulano dalla propria competenza, e sono queste poche riflessioni metodologiche che vorrei condividere.
Dunque: se ho seri problemi di salute, io mi rivolgo ai migliori tra i medici che conosco. Così, se devo decidere come votare su possibili cambiamenti della Costituzione mi rivolgo ai costituzionalisti che stimo di più. È ciò che ho fatto nel caso delle riforme costituzionali proposte da maggioranze di centrodestra prima e di centrosinistra poi. Posso dire che tutti i costituzionalisti da me più apprezzati portavano argomenti che mi hanno convinto a votare No in entrambi i casi.
Questa volta, invece, la situazione è diversa: tra i costituzionalisti che stimo, alcuni sono per il Sì e altri per il No. Nei pochi giorni che rimangono prima del voto continuerò, quindi, a informarmi e a riflettere, sempre con l’atteggiamento socratico di chi sa di non sapere, per prendere una decisione soltanto dopo avere attentamente soppesato le ragioni pro e contro.
Cosa, questa, che non è per nulla facile, perché i grandi giornali, i più seguiti canali d’informazione e i personaggi televisivi che hanno maggiore audience sono compattamente schierati per il No, mentre gli argomenti dei costituzionalisti favorevoli al taglio dei parlamentari mi pare che abbiano difficoltà a trovare uno spazio adeguato sui mezzi di comunicazione. Il rischio che vedo, dunque, è quello di dare per scontato che la ragione stia tutta da una parte. Ma davvero certe affermazioni dei sostenitori del No sono così inoppugnabili che i sostenitori del Sì si possono trovare esclusivamente, o almeno prevalentemente, nelle fasce più incolte della popolazione? Vediamo!
Uno degli argomenti più consistenti per votare No è che dal taglio del numero dei parlamentari conseguirebbero una minore rappresentatività del parlamento e una sua minore efficienza. Tesi sostenibile, che però non si può dare per scontata: mi limito a riportare qualche parere contrario. Lorenza Carlassare, la prima donna in Italia a ricoprire la cattedra di diritto costituzionale, ritiene che quei mali abbiano in realtà ben altre cause: “Il cattivo funzionamento delle istituzioni, del rapporto Parlamento/governo in particolare, dipende solo dai numeri o ha cause più profonde? È alla radice della rappresentanza che dobbiamo guardare, alla legislazione elettorale che da decenni produce ‘un’alterazione profonda della composizione della rappresentanza democratica’ e compromette la ‘funzione rappresentativa dell’Assemblea’; […] non abbiamo norme conformi a un sistema liberale – e dunque pluralistico – del quale le minoranze sono l’essenza. È dunque indispensabile mobilitarsi per una legge elettorale nuova: proporzionale, con soglia di sbarramento non superiore al 3, e senza liste bloccate. Questa è oggi la vera, indispensabile battaglia nella quale il ‘popolo’, per Costituzione sovrano, deve impegnarsi per riprendere l’esercizio della sovranità di cui è stato espropriato. Se, con liste bloccate, la scelta di chi sarà eletto sta unicamente nei vertici dei partiti, gli eletti si sentiranno responsabili soltanto verso i vertici: il loro futuro politico dipende infatti dall’acquiescenza alle direttive imposte, non certo dagli elettori. […] Perché, fra i tanti appelli, non proporne uno sulla riforma elettorale?”.
Anche secondo Andrea Pertici, professore ordinario di diritto costituzionale all’Università di Pisa, il fatto che i cittadini si sentano o meno rappresentati dagli eletti non è questione di numeri: “il voto sulla riduzione dei parlamentari ha posto la questione della rappresentanza. Dopo che questa è da anni umiliata dalla rinuncia dei partiti a svolgere la loro funzione costituzionale per il concorso dei cittadini alla determinazione della politica nazionale, dopo che sono state approvate una sequela di leggi elettorali che impediscono qualunque rapporto tra elettore ed eletto, dopo il noto assenteismo dei parlamentari, dopo gli episodi di conflitto d'interessi degli stessi, […] dopo tutto questo, il problema della rappresentanza può essere davvero ridotto alla diminuzione del numero dei parlamentari?”.
E Andrea Morrone, professore ordinario di diritto costituzionale all’Università di Bologna, sostiene che la riduzione dei seggi non mortifica ma al contrario valorizza il ruolo del parlamento: “Esiste una regola generale: il numero dei parlamentari è inversamente proporzionale alla democrazia di un paese. Le assemblee pletoriche si ritrovano solo in dittature come Cina, Corea del Nord e nella ex Urss. Per questo sostengo il “sì”: un Parlamento con numeri più contenuti è coerente con le altre democrazie parlamentari. Tutte quelle europee hanno un numero di eletti compreso tra 450 e 700”.
In sostanza, secondo i suddetti costituzionalisti, molti cittadini non si sentono adeguatamente rappresentati nonostante l’attuale ampio numero di seggi, e ciò perché i parlamentari che i cittadini eleggono come propri rappresentanti non rispecchiano adeguatamente le diverse posizioni degli elettori a causa delle leggi elettorali che alterano l’espressione della volontà popolare mediante premi di maggioranza, liste bloccate o altri espedienti del genere. La riduzione del numero dei parlamentari non risolverebbe certo i problemi ma potrebbe essere un’occasione per varare leggi elettorali che favoriscano una maggiore corrispondenza tra elettori ed eletti.
Il timore di una possibile deriva oligarchica è quindi, a loro giudizio, infondato come infondato sarebbe il timore che gli interessi locali non siano più sufficientemente tutelati, e ciò sia perché con l’istituzione delle Regioni, nel 1970, e con la successiva modifica del titolo V, nel 2001, gli interessi regionali sono anche troppo tutelati dai consigli regionali, sia perché, in base all’art. 67 della Costituzione, “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione” e non interessi locali.
C’è un’obiezione al taglio, infine, che mi sembra davvero poco convincente: il ridotto numero dei componenti di un’assemblea ne compromette l’autorevolezza e l’autonomia. Ma allora il nostro Senato, che già ora ha la metà dei componenti della Camera, gode di autorevolezza e autonomia dimezzate! Strano che sino a oggi nessuno se ne sia accorto: forse per la semplice ragione che non è vero!
Credo dunque che si possa affermare, concludendo, che le affermazioni dei sostenitori del No non sono, come si vorrebbe far credere, verità evidenti né dogmi indiscutibili: sono opinioni da verificare confrontandole laicamente con opinioni contrarie non meno argomentate e ugualmente degne, nonostante la potenza di fuoco messa in campo da un’informazione spesso asservita ai poteri forti, di essere prese in considerazione.



