mercoledì 30 dicembre 2020

2021: COME POSSIAMO TENERCI IN CONTATTO NEI MESI DI RITIRO FORZATO CHE ANCORA RESTANO



Care e cari,

   la sospensione degli incontri  in presenza (sia periodici a Palermo sia occasionali nel resto d'Italia) sembrava limitata nel tempo, ma così non si sta rivelando. La pandemia ci terrà isolati nelle nostre case ancora per mesi (se tutto va per il meglio...). 

L'emergenza ci ha indotto - direi costretto - a valorizzare alcuni strumenti telematici di collegamento a distanza che hanno confermato i limiti che temevamo, ma hanno rivelato anche aspetti positivi insospettati: così molte assemblee, conferenze, serie di lezioni, presentazioni di libri etc., altrimenti destinate a poche persone, hanno visto la partecipazione via web di interlocutori molto più numerosi rispetto a prima perché residenti in varie città del Paese

Da qui il senso di questo 'post' che vuole essere un invito a "fare di necessità virtù": a non scoraggiarsi più del ragionevole, a reagire creativamente a questa prova epocale (per altro non più grave  rispetto alle sofferenze che l'umanità ha provato - e continua a provare - a causa del sistema ingiusto che contribuiamo a mantenere in piedi, se non altro con la nostra indifferenza e la nostra inerzia). 

Per una strana dialettica, se ogni crisi ha i suoi aspetti positivi, a loro volta - però - anche gli aspetti positivi sono inseparabili da nuovi rischi. Nel nostro caso: il moltiplicarsi di appuntamenti in rete è certo un rimedio alla solitudine intellettuale e affettiva, ma - a sua volta - comporta il pericolo della dispersione: davanti a mille proposte di collegamenti più o meno interattivi è facile scivolare nello zapping e privarsi di concentrarsi su alcune tematiche oggettivamente (o  - in relazione alle nostre capacità e ai nostri interessi - soggettivamente) interessanti. Diventa ancora più urgente ciò che qualcuno ha chiamato "il diritto all'ignorare" e che forse (dal momento che quel diritto è stato esercitato nei secoli in abbondanza...) sarebbe meglio definire "l'arte di ignorare". E se lo affermo io che sono stato sempre tentato dal cedere al richiamo di troppe sirene...

Tutto ciò premesso, può darsi che - nella scala delle priorità - alcuni/e di voi inseriscano anche quelle occasioni di crescita umana di cui negli anni ho dato notizia in questo blog: e mi dispiacerebbe se il dialogo con queste persone dovesse interrompersi solo per disattenzione o insufficienza di indicazioni tecniche.

Perciò mi permetto di suggerire alcune modalità per essere sicuri di apprendere le iniziative possibili, sì da decidere consapevolmente se parteciparvi o meno da qualsiasi parte del mondo in cui vi troviate : sarebbe davvero triste se l'unica ragione di non farlo fosse un difetto di comunicazione.  

* Intanto,  chi di voi NON ricevesse l'avviso via e-mail di ogni nuovo post in questo blog, potrebbe iscriversi cliccando sul tasto "SEGUI VIA E-MAIL" nella Home page (e, quando trova nella sua posta una e-mail da "Feedburner", confermare con un semplice click la volontà di iscriversi);

* chi fosse interessato alle attività che si svolgono nella "Casa dell'equità e della bellezza" potrebbe iscriversi al servizio analogo di avviso di nuovi post dal blog https://casadellaequitaebellezza.blogspot.com  (utilizzando il tasto "Iscriviti" che si trova in neretto, sulla Home page, proprio sotto la dicitura del blog)

* chi fosse interessato alle iniziative dell'associazione di volontariato culturale "Scuola di formazione etico-politica Giovanni Falcone" potrebbe chiedere l'avviso di nuovi post dal sito http://www.scuoladiformazionegiovannifalcone.it/

* chi fosse interessato alle "cenette filosofiche per non...filosofi" ('ridotte' alla sola discussione di gruppo, senza...cenetta) può chiedere di essere informato sui testi che si scelgono e sulle modalità di partecipazione 'a distanza' scrivendo a Pietro Spalla: spalla.pietro@gmail.com

                                                    Insomma, se ci perderemo di vista, la responsabilità sarà solo vostra 😊😊😊: noi abbiamo attivato molti canali per tenerci in contatto ✋

                                                    Augusto & Adriana

                                                              😘

sabato 26 dicembre 2020

SALVATORE CUSIMANO INTERVISTA AUGUSTO CAVADI SU "DIO VISTO DA SUD"

 

Sono molto grato a Salvatore Cusimano per la sua intervista radiofonica su Rai Radio Uno a proposito del mio ultimo libro Dio visto da Sud. La Sicilia crocevia di religioni e agnosticismi (Studio cultura, Palermo 2020, pp. 172, euro 10,00).

La registrazione della trasmissione "Mediterraneo" si scarica dal link che riporto qui e si apre usando il programma Quicktime Player (chi vuole ascoltare solo l'intervista può andare direttamente ai minuti 7.02 - 10.13):

https://wetransfer.com/downloads/adf750568f15e322fcc5e0e90108a47e20201226174326/1fbad5e621cdb242851892ccd1b9451d20201226174326/ea791e


PERCHE' DON PAOLO FARINELLA, MIO AMICO PRESBITERO A GENOVA, NON CELEBRA LA LITURGIA NATALIZIA

NON-NATALE A SAN TORPETE

Per il terzo anno consecutivonon celebriamo il Natale a San Torpete in Genova. Non solo teniamo la

chiesa chiusa, ma non ci mancano proprio i riti e le nenie, specialmente dopo avere assistito alle neuropsichiatriche diatribe su «Messa a Mezzanotte – rubare il Natale ai Bambini – Giù le mani dal Natale» e mascalzonate simili di chi non è mai andato a Messa nemmeno la sera Natale, ma ora è buono per fare cagnara, tanto a qualsiasi ora sia la Messa, non gliele importa un fico secco. O da parte di cattolicanti, ignoranti della loro stessa religione.

Di fronte a queste oscenità, figlie primogenite di ignoranza, mi sarei aspettato che i vescovi, a una sola voce, avessero obbligato i preti a chiudere tutte le chiese e chiesuole e avessero messo il bavaglio di ferro a chi avrebbe avuto il coraggio di cantare in gregoriano ninne-nanne e canti rincitrulliti, come se la Chiesa avesse il mandato di fare divertire gli adulti con la scusa che si divertono i bambini. Matilde di sei anni ha detto alla mamma: e non pensare che io venga a messa, non ci vado io perché i preti poi mi obbligano a sposarmi e io non voglio sposarmi. Poiché ero presente, le ho detto che faceva bene e che lei aveva diritto di non andare perché non ci vado pure io.

È ora di finirla con queste favolette da strapazzo che ci ninnanannano, sapendo che è un modo per esorcizzare, vanificandolo il pugno nello stomaco del messaggio del Vangelo, obbligandoci a deciderci dove stare: «o di qua o di là». Presepiare il Cristianesimo con statuine di bambini Gesù acqua e sapone, riccioli d’oro e occhi celesti, alla svedese, è un insulto verso quel bambino «nato da donna, nato sotto la Toràh» (Gal 4,4), olivastro di pelle, bassotto di statura, occhi scurissimi e capelli castani crespati, tipico palestinese di un tipico anno comune, il 4 o 6 a.C. Sappiamo che è nato, ma non sappiamo quando, dove e come.

Betlèmme è «luogo teologico», non storico, come anche la fuga in Egitto e la strage degli innocenti. Quando i vangeli sono messi per iscritto (fine secolo I d.C. dal 70 in poi), circolavano già da decenni gli «apocrifi», forme di agiografie inventate, storielle piene di miracoli allo scopo di suscitare la fantasia, come oggi le nostre fiabe per bambini. Questa sovrabbondanza di «soprannaturale miracolistico» fu il solo motivo della loro esclusione dal canone dei Libri Sacri, nei quali rimasero solamente quattro narrazioni, semplici, austere e senza eccessi divini.

I cristiani «una tantum» non sanno nulla, ma si basano su ricordi infantili da catechismo fatto da pie donne, buone mamme o donne di buona volontà, ma senza alcuna formazione. Qui sta il dramma: esse hanno timbrato a fuoco secoli di ignoranza abissale. I vescovi non vogliono capire e non si rendono conto che lo svuotamento delle chiese, il cui risultato finale sarà la chiusura ermetica delle chiese, è un potente «segno dei tempi» che deve costringere a buttare tutto all’aria per salvare l’anelito di spiritualità, che la Chiesa non è più in grado di capire e d’intercettare. Siamo fermi al rito, ai luoghi, agli orari. Siamo morti. Siamo per di più morti inutili.

Questo Natale doveva essere una sontuosa celebrazione in silenzio, un silenzio mostrato «urbi et orbi», buttando tra gli orpelli idolatrici ogni rituale insensato, le vesti dei vescovi, anacronistici satrapi persiani del sec. VI a.C., ridicoli attaccapanni col berretto a punta, come un missile che romba per schizzare in orbita. Per dire al mondo: Silenzio, passa Gesù il perturbatore dellordine costituito. Il messaggio del Vangelo urlato nel più assoluto silenzio con simili parole:

Tutto quello che facciamo a Natale è invenzione della religione per accarezzare il consenso delle plebi ignoranti che non vogliono pensare né crescere. Gesù non è nato a mezzanotte e nemmeno in altre ore; non lo sappiamo. Se fosse nato a dicembre, non ci sarebbe stata neve, perché in Palestina, la temperatura sfiora i 25 gradi. Abbiamo costruito la nostra favoletta, utile alla religiosità di comodo. I vangeli che parlano di Gesù bambino sono un anticipo di quello che quel bambino sarà: un rivoluzionario, un disobbediente, un disturbatore dell’ordine sociale, un contestatore della religione, la sua religione, un raccatta fallimenti, amico di prostitute, donne, derelitti, lebbrosi, briganti, malati mentali e bambini, lo scarto ignominioso della società dell’epoca che lui dichiarò «Beati e prediletti da Dio». Per essere visto e ascoltato da tutti, dice Matteo, «salì sul monte», esattamente come Mosè «salì sul monte di Dio» per ricevere le tavole della Toràh.

È la «teo-drammatica» (Urs von Balthasar). I vangeli non sono scritti di Gesù, ma scritti di innamorati di Gesù che invitano altri ad innamorarsi di lui e per questo, pescando nel ricordo della vita vissuta di Gesù stesso, raccolgono il suo messaggio e lo divulgano, racchiuso in una espressione semitica concentrata, cioè «il regno di Dio», che non è l’aldilà o la vita eterna o il paradiso, altre favole che ci siamo regalati per aggiustare il mondo secondo la nostra giustizia di vendetta. In bocca a Gesù «Regno di Dio» significa: «nuovo modo di relazionarsi tra le persone e tra i popoli». Perché tutto è centrato sulla relazione? Perché se lasciamo fare la natura e l’istinto noi saremmo violenti, sopraffattori, rapinatori, uccisori seriali, egoisti satanici. Solo la relazione «umana» ci salva perché essa ha bisogno della mediazione del pensiero che, a sua volta, si forgia nella consapevolezza della responsabilità della coscienza. Non a caso «conversione» nei vangeli è detta «metà-noia», cioè andare oltre fino al pensiero (gr. noûs) per modificare i criteri di pensare, le valutazioni delle scelte, in una parola discernimento.

Tu, preso in te stesso, sei il mio limite (Jean Paul Sarte, Essere e il Nulla) e io «devo» distruggerti per affermare la mia libertà. «Il regno di Dio» (Vangelo), mi spiega che il tuo limite demarca la mia conoscenza e la mia identità perché non saprei di esserci se non ci fossi tu a dirmi che sono altro da te. Dunque, noi esistiamo «reciprocamente». Non è tolleranza, parola obbrobriosa per il Vangelo, ma accettazione, accoglienza dell’altro come parte migliore di me perché rivelatore della mia piena e profonda identità.

Questo è il Natale, questo è il Vangelo: andare per le strade e riconoscere in ognuno un pezzo di sé, offrendo se stessi come specchio di identità: «Fratelli tutti», ovvero «Fraternité Égalité Liberté». Vangelo puro.

 PAOLO FARINELLA PRETE

 paolo@paolofarinella.eu


venerdì 25 dicembre 2020

L'ALTRO NATALE, FUORI DALLE SDOLCINATURE


 Gianfranco D'Anna, direttore del sito www.zerzeronews.it, mi ha chiesto una riflessione natalizia per i suoi lettori. La estendo volentieri alle amiche e agli amici di questo blog (con la gratitudine per i 750.000 accessi registrati dalla sua apertura ad oggi):

Gesù di Nazareth è nato certamente circa duemila anni fa, ma non sappiamo né il luogo né la data né tanto meno l’ora. Questo velo di ignoranza non costituiva problema per le prime generazioni cristiane alle quali i simboli interessavano molto più dei fatti di cronaca: da qui la decisione di scegliere il 25 dicembre, Natalis Solis Invicti (giorno natale del Sole invitto) come data convenzionale di nascita del loro Maestro. Una data, per altro, con illustri precedenti in tante culture: dall’egiziana (che vi festeggiava la nascita di Osiride e di suo figlio Oro) alla babilonese (che celebrava la nascita del dio Tammuz dalla dea Istar, rappresentata con il bimbo in braccio e un’aureola a 12 stelle). Queste elementari informazioni di storia delle religioni – oggi note a tutti, tranne che ad alcuni politici ferocemente attaccati a tradizioni di cui non sanno nulla -  comportano, fra tante altre conseguenze, l’invito a respirare a pieni polmoni: ad ampliare gli orizzonti mentali dalla nostra cerchia tribale sino ai confini del pianeta. Non perché Cristo sia il centro della storia universale (questo qualcuno lo può credere per fede, non constatare nei fatti né tanto meno augurarsi di imporlo forzatamente a chi crede diversamente), ma perché egli volle essere monopolio di nessuna cultura e  profeta di un annunzio universale. Infatti, come documentano gli studi biblici più attenti e più onesti degli ultimi cento anni, il Predicatore errante palestinese non intese rivelare segreti sovrannaturali per spiriti eletti, ma ricordare – con l’efficacia eloquente della testimonianza sino alla morte – il progetto di Dio sull’intera umanità: un sistema sociale intessuto di relazioni libere, giuste, anzi solidali, fraterne, compassionevoli. Nel linguaggio dell’epoca e del contesto culturale in cui egli visse, tale progetto – per moltissimi versi il capovolgimento della tavola dei valori su cui si basavano e si basano i regni umani – veniva denominato anche “regno di Dio”. 


PER CONCLUDERE LA LETTURA DEL POST, BASTA UN CLICK QUI:

https://www.zerozeronews.it/il-natale-di-tutti-fra-storia-fede-e-teologia/

mercoledì 23 dicembre 2020

GIUDICE LIVATINO 'BEATO': TRE CONSIDERAZIONI ISTRUTTIVE E UN RISCHIO

 

"Adista" 23.12.2020

La notizia che il giudice Rosario Livatino - assassinato ad Agrigento il 21 settembre 1990, all'età di 37 anni, dai mafiosi della "'Stidda", sarà proclamato “beato” dalla Chiesa cattolica -  comporta numerose implicazioni che possono sfuggire al lettore-medio. Ne esplicito alcune più rilevanti.

Una prima considerazione riguarda il motivo fondamentale della decisione papale: Livatino è stato assassinato “in odium fidei”. In questa motivazione non c’è nulla di scontato perché, sino all’analoga proclamazione di don Pino Puglisi, prevaleva nella  teologia ufficiale l’opinione che chi cade nella lotta per la legalità democratica non vada considerato un ‘martire’ cristiano. Sarebbe, se mai, un martire ‘civile’ e , come tale, non meritevole degli altari. Indubbiamente se la fede è accettazione di una serie di dogmi e di riti, non si può dire che i mafiosi (ufficialmente credenti e praticanti) lo abbiano assassinato “per odio della fede”. Ma se la fede, invece, è accettazione del progetto evangelico del “regno di Dio”  - cioè dell’instaurazione di un nuovo modo di vivere in questo  mondo : in giustizia e libertà, in fraternità e compassione, in solidarietà con tutti i viventi – allora chi cade nella battaglia a favore di questi ‘valori’, lo sappia o non lo sappia, è un martire della (vera) fede. 

Una seconda considerazione: il “beato” Livatino non era un integralista cattolico, ma un tenace e rigoroso difensore dell’autonomia della sfera civile e politica rispetto alla sfera ecclesiale. Come è messo bene in luce anche in una delle più recenti e approfondite monografie del suo pensiero (“Rosario Livatino. Identità, martirio e magistero” di don Pio Sirna, edito da Il pozzo di Giacobbe), in più di un’occasione egli “smentisce l’opportunistica opposizione tra Fede e Diritto/Ragione e ne dimostra la proficua connessione/collaborazione”, convinto che “alla fine della vita non ci sarà chiesto se siamo stati credentima credibili”. 

Una terza considerazione è suggerita dalla lettura dei suoi diari intimi. Questo giovane magistrato, trucidato a neppure quarant’anni, non ha avuto una relazione con Dio ‘esemplare’ nel senso di lineare e progressiva, pacifica e consolatoria. Quando le minacce mafiose si fanno sempre più pressanti e l’ambiente borghese che lo circonda sempre più ostile, egli non reagisce da superuomo né da supersanto. “Vedo nero nel mio futuro. Che Dio mi perdoni” scrive nel giugno del 1984. E per due anni si astiene dalla comunione eucaristica in preda allo sconforto, anzi all’angoscia. Ha paura per sé e, ancor di più, del dolore che la sua morte possa arrecare ai due anziani genitori che non hanno altri figli. 

Come in altre simili occasioni, è inevitabile l’interrogativo: elevare un personaggio agli onori degli altari è opportuno? Tutto dipende dalla lettura che ciascuna comunità cattolica, anzi ciascun cattolico, fa dell’evento. Per alcuni sarà l’occasione di un alibi provvidenziale: Livatino era un santo, dunque io – che sono un poveruomo come tanti – non sono obbligato a esercitare il mestiere di magistrato o di avvocato, di politico o di prete, in maniera eroica. Sarà abbastanza che mi barcameno tra il bianco e il nero, senza esagerare nei compromessi quotidiani con i princìpi della mia coscienza. Ma per altri potrebbe essere un monito illuminante: impegnarsi nella professione con trasparenza e dedizione per il cristiano non è un optional lecito, ma addirittura un imperativo morale. La sequela spirituale di Gesù di Nazareth non esime dalla correttezza deontologica cui è obbligato ogni altro cittadino; anzi costituisce una ragione in più per coltivarla. Il bigottismo, da sempre ridicolo agli occhi dei ‘laici’, si rivela adesso anche come ‘peccato’ agli occhi della Chiesa.

 Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com