mercoledì 27 ottobre 2021

ADRIANA ZARRI SECONDO MARIANGELA MARAVIGLIA


 “Viottoli”,

2021, I

 

ADRIANA ZARRI: UNA CORAGGIOSA ESPLORATRICE A META’ DEL GUADO

 

Non era prete, anzi neppure un maschio: eppure volle abbracciare la scrittura teologica come missione. Pubblicava su “Avvenire” e “Famiglia cristiana”, ma anche sul “Manifesto”; alternava lunghi periodi di silenzio in eremitaggio a interventi polemici a “Samarcanda” di Santoro; tra i suoi amici vescovi cattolici (come don Luigi Bettazzi) e donne comuniste (come Rossana Rossanda). Nessuna sorpresa, perciò, se Adriana Zarri sia stata tanto amata, stimata, quanto criticata, talora aspramente. Ma chi è stata costei? La  storia di questa donna, tra le più significative del panorama culturale e politico italiano del Novecento, è restituita in un libro prezioso  - accurato nella documentazione e limpido nell’esposizione – a firma di Mariangela Maraviglia per i tipi del Mulino (Bologna 2020, pp. 220, euro 20,00):  Semplicemente una che vive. Vita e opere di Adriana Zarri

     Il titolo riecheggia un brano autobiografico della protagonista in cui confida che, sin dal periodo giovanile, nella “dialettica tra le opere e la ‘testimonianza’ (…) nelle situazioni ordinarie della vita”, si era riconosciuta nel secondo versante. Poi, però, “la stessa testimonianza mi parve presuntuosa. Ciò che volevo era semplicemente vivere; e, se questa vita a qualcuno diceva qualche cosa, bene”. Se questo è stato l’orientamento di fondo della Zarri, non si può dire che lo abbia rispettato pedissequamente. Ha rinunziato alle forme canoniche dell’apostolato cattolico – nella convinzione, del tutto condivisibile, che “l’apostolato non si fa: si è, essendo la vita in Dio rivissuta tra noi. Ma si vive la vita divina, vivendo con pienezza e nudità, la vita umana” - , ma non si è sottratta, come nota la sua biografa, a “quel ‘dovere’ della polemica avvertito fin dalla giovinezza come forma di testimonianza e di pedagogia evangelica: un ‘dovere’ assolto senza riguardo per i toni offensivi e maschilisti che le venivano riservati, soprattutto sui giornali di destra come ‘Lo Specchio’ e ‘Il Borghese’; senza timore di controbattere con personalità dal riconosciuto valore o di esporsi su questioni di massima delicatezza per la morale e la cultura del tempo”. 

 Chi sceglie il confronto pubblico deve mettere in conto amarezze interiori e danni oggettivi, ma – come è intuibile – non sempre il ‘profeta’ è contestato perché ha  ragione. Nel caso della Zarri, il suo (relativo, parziale) isolamento, emblematicamente rappresentato dal fallimento dei tentativi di mettere su una qualche forma di vita comunitaria, ha avuto certamente origine da inevitabili limiti temperamentali (dei quali ebbi modo di fare esperienza nell’unico, fugace, incontro nel corso di un convegno), ma non solo. Questo libro della Maraviglia – inserendo le opere della Zarri nel contesto del travaglio teologico della stagione postconciliare e riprendendone molti passi significativi – mi ha confermato nell’idea  che la scrittrice si sia trovata sola in una terra-di-nessuno fra la solida ortodossia preconciliare (rifiutata) e il paradigma ‘evangelico’  dei progressisti (non accettato integralmente) .  Ella è andata sì indietro, ma ha ritenuto sufficiente rifarsi all’era patristica greca e latina. La sua generazione si è trovata, infatti, a ereditare  un sistema di dogmi, di celebrazioni liturgiche, di norme morali  - concernenti la condotta individuale come la convivenza sociale -  che possiamo chiamare cattolicesimo medieval-tridentino. Intuito poetico, sensibilità estetica, attitudine mistica, postura femminile non potevano consentire ad Adriana Zarri di accettare tout court quella cattedrale imponente ma soffocante: da qui le sue polemiche aspre contro Giovanni Paolo II, contro molti vescovi e teologi e politici cattolici che, sostanzialmente, difendevano quella cattedrale. Ma, forse perché non aveva compiuto studi organici di teologia o perché prediligeva l’approccio letterario-sentimentale, non ha accettato neppure di passare al fronte opposto di quei ‘contestatori’ in odore di ‘eresia’ (Raimundo Panikkar, Hans Küng, Tullio Goffi,  Enzo Mazzi, Giulio Girardi, Giovanni Franzoni, Paul Knitter, Ernesto Balducci, Eugen Drewermann, Edward Schillebeecks, Giuseppe Barbaglio, Luigi Lombardi Vallauri, Carlo Molari, Alberto Maggi…) che non si limitavano a rifiutare questo o quell’articolo del catechismo, questo o quel divieto etico, ma rimettevano in discussione la cattedrale medieval-cattolica sin dalle fondamenta (dall’unicità della rivelazione biblica alla teoria del peccato originale,  dall’indissolubilità del matrimonio-sacramento alla differenza ‘ontologica’ del prete rispetto ai laici). La sua dura polemica ‘apologetica’ contro Ortensio da Spinetoli o Franco Barbero – rei di  negare che dogmi come la “Trinità” e la “Incarnazione di Dio” fossero davvero contenuti nel Nuovo Testamento - era frutto, a mio parere, di disinformazione e di presunzione: non teneva conto del fatto che stava giudicando, da esegeta dilettante, degli specialisti di alto livello . E, se non estese la polemica ad altri suoi amici, come don Luigi Sartori o don Carlo Molari o p. Alberto Maggi, fu perché – evidentemente - non comprese (a differenza delle occhiute autorità vaticane) che le loro tesi erano, nella sostanza, altrettanto radicali e innovative. Adriana Zarri, come tanti ai suoi e ai nostri giorni, si illuse di poter perseverare nell’adesione ad alcuni postulati e teoremi del cattolicesimo medieval-tridentino e rifiutarne alcuni corollari (come la diffidenza verso la sessualità o la pretesa di condizionare l’autonomia legislativa degli Stati  democratici).  E’ un errore di valutazione: la chiesa cattolica rispetta e corteggia chi si dichiara ‘esterno’, ma è implacabile con chi resta ‘dentro’, ai margini, per esercitare la parresìa. In venti secoli il cattolicesimo si è andato strutturando come una immensa, ordinatissima, perfetta macchina in cui “tutto si tiene”: o la si accetta, estasiati e proni d’ammirazione, o è meglio non metterci mano per riparazioni parziali. Si rischia di restarne con le dita stritolate.  Paolo VI, così facile al pianto, ne seppe qualcosa; qualcos’altra la sta imparando papa Francesco sul suo letto di Procuste.   

 

Augusto Cavadi 

www.augustocavadi.com

2 commenti:

piero di giorgi ha detto...

Caro Augusto, mi dispiace ma non condivido i contenuti polemici e demolitrici verso Adriana Zarri. Mi permetto di dire questo perché ho conosciuto, frequentato e divenuto amico di Adriana, durante il periodo che era a Roma, prima di scegliere di essere eremita, trasferendosi nei suoi territori nativi, nell’eremo di Crotte di Strambino, in provincia di Torino. Con Adriana e mia moglie e un'altra amica abbiamo cercato in giro per il lazio un qualche edificio antico per andare a vivere in comunità. Adriana era per me una santa ds viva. E' stata una teologa postconciliare, da giovane è stata dirigente dell’Azione Cattolica, antifascista, sensibile alle problematiche sociali e ha difeso con forza la libertà di coscienza. Era di una modernità eccezionale, era contro la morale del sacrificio e diceva che il cristianesimo era l'annuncio di gioia, che Dio era così buono che non poteva condannare nessuno e che non c'era nessun inferno. Immaginava che quando sasarebbe morta avrebbe ritrovato il suo gatto, le persone che aveva amata e una etermità gioiosa. Scriveva si sul Manifesto, al tempo in cui ci scrivevo snch'io ma scriveva anche su Settegiorni, sulla Rocca della ProCivitate cristiana, sul Regno , su Adista ecc Per me, Adriana era la semplicità che è difficile a farsi.

Augusto Cavadi ha detto...

Caro Piero, ho riletto la mia recensione ma non vi ho trovato "i contenuti polemici e demolitrici verso Adriana Zarri": qualora ci fossero stati, non li avrei condivisi neppure io...
Se poi avanzare delle critiche, sia pur in un mare di complimenti e riconoscimenti di meriti, vuol dire essere 'polemici', allora vorrei che anche gli altri lo fossero con me.