sabato 18 giugno 2022

I QUATTRO MAESTRI IN UMANITA' SECONDO VITO MANCUSO



Dalla rivista (on line, scaricabile gratis) "Phronesis",

n. 5, seconda serie, maggio 2022

REPERTORIO:

Vito Mancuso
I quattro maestri
(Garzanti, Milano 2020, pp. 528)

di Augusto Cavadi

I quattro maestri di Vito Mancuso possono interessare il mondo della consulenza filosofica, e più ampiamente delle pratiche filosofiche, per diversi aspetti.

Il primo, più rilevante, è un filo rosso che lega la lettura di Socrate, Buddha, Confucio e Gesù: si tratta di personaggi considerabili come “maestri” (e non solo come “istruttori” o “dottori”) in cui il pensiero e la vita sono stati inseparabilmente intrecciati (un po’ come è avvenuto ai nostri tempi – nota l’autore – con «quattro donne ebree: Hannah Arendt, Etty Hillesum, Edith Stein, Simone Weil», p. 19). Di loro si può dire che abbiano realizzato l’invito di Kant: «Non si tratta di speculare sempre, ma bisogna una buona volta pensare di passare alla pratica» (pp. 19 - 20). Con un’importante precisazione di Mancuso: quando si dice “pratica” non si intende qualcosa che “vale meno”; al contrario, «vale di più rispetto a una domanda solo teoretica: vale di più perché suppone l’impianto teorico ma lo verifica a contatto con l’esistenza reale giungendo a toccare la vita nella sua concretezza» (p. 20). Esemplare, ma non esclusivo, il caso di Socrate che «non era per nulla interessato a fondare la filosofia morale, nel senso di istituire una nuova disciplina accademica; egli piuttosto intendeva praticare la filosofia come morale e la morale come filosofia»: infatti, da una parte, egli trasformò la filosofia «in un esercizio della propria interiorità, paragonabile agli esercizi ginnici», in un «esercizio spirituale»; dall’altra parte, la morale divenne in lui filosofia perché cessò di «essere conformazione a regole tradizionali» per farsi capacità di «capire cosa è giusto in ogni specifica situazione concreta, evitando prescrizioni dogmatiche che piovono dall’alto senza rispettare la singolarità della situazione e di chi la vive», in nome del primato dell’ “autocoscienza” (p. 84). Significativa, in proposito, è una notazione sul criterio con cui Socrate sceglieva i temi della sua indagine: trascorreva le giornate discutendo con “pittori, scultori, calzolai, fabbri, muratori, cuochi, medici, fabbricanti di corazze, una volta anche con un’etera (oggi si direbbe una escort) di nome Teodote. Da queste conversazioni ricavava immagini per tradurre in linguaggio quotidiano i problemi della filosofia e ancor prima individuava gli stessi problemi della filosofia” (pp. 51 – 52), che dunque venivano da lui – più che ‘dedotti’ secondo un ordine sistematico- ‘indotti’ dagli imprevedibili incontri con i non-filosofi (di professione). 

Vediamo un secondo aspetto per cui questo voluminoso, ma fruibilissimo, testo di Mancuso può incuriosire il mondo della consulenza filosofica. Sulla valenza “pratica” del filosofare sono possibili – e rilevabili di fatto – molti equivoci. Tra questi la possibilità di intendere la pratica come il fine cui subordinare la teoria così ridotta a mezzo. Personalmente non vedo nulla di male a che si utilizzi il “filosofato” a scopi estrinseci rispetto al “filosofare”: è quanto hanno sempre fatto gli ideologi (utilizzando le idee in funzione della prassi politica) e, più di recente, fanno alcuni psicoterapeuti (utilizzando categorie, intuizioni, scenari filosofici in funzione della salute complessiva del paziente). Veramente importante è chiarire in maniera netta che questa (legittima) strumentalizzazione della filosofia non è ciò che va inteso come “pratica filosofica”. Il libro di Mancuso offre vari esempi. Il filosofare di Socrate ha – consapevolmente e intenzionalmente – degli effetti “politici”, ma non si tratta di effetti estrinseci: egli fa politica non solo da filosofo, ma in quanto filosofo. «Egli rifiutò sempre di appartenere a un partito prendendo attivamente parte alla vita politica. Affermava di esserne impedito da una voce divina», ma «il suo rifiuto di assumere una posizione determinata nella competizione politica non equivale in nessun modo a un disinteresse per la vita politica: come sarebbe stato possibile per uno come lui che viveva nella polis e per la polis?». Egli si dedica infatti, più che ai frutti e ai rami, alle radici della vita politica: a stimolare la ricerca di «ciò che oggi chiamiamo competenza, preparazione, merito» (p. 58) e, soprattutto, della “statura morale” (tipica del governante che ragiona «in base a ciò che è giusto in sé» e non «a ciò che piace ai più» (p. 59). Coltivare questa ricerca che Gramsci avrebbe chiamato “intellettuale e morale” è un’attività filosofica e, inscindibilmente, politica.

Qualcosa del genere la si può rinvenire in Buddha a proposito del rapporto fra teoria e pratica terapeutica: sarebbe impreciso e riduttivo sostenere che, per lui, la conoscenza è funzionale alla guarigione. Questa affermazione sarebbe solo la metà di una circonferenza: se, infatti, la conoscenza «non è mai fine a se stessa ma sempre finalizzata alla guarigione» (p. 126), è anche vero che «si guarisce solo conoscendo, cioè risanando la mente dall’ignoranza» (p. 127). Insomma: non basta dire che «conoscenza e guarigione» costituiscono «una specie di circolo» perché, più precisamente, la conoscenza è la guarigione.

Questi “maestri” – ecco una terza valenza che interseca la professione del filosofo pratico – non hanno lasciato nulla di scritto. Hanno preferito nettamente l’oralità. «Vi sono individui» – nota l’autore – «il cui esercizio del pensiero richiede compagnia e che danno il meglio di sé nelle conversazioni improvvisate nelle case e nelle strade; e ve ne sono altri che invece necessitano di solitudine e raccoglimento e che quando sono chiamati a conversare risultano spenti, a volte persino bloccati»: non solo Socrate, ma anche Buddha, Confucio e Gesù sembra «appartenessero alla prima categoria». Ciò ovviamente senza né escludere che gli stessi “maestri” in questione «avessero momenti di solitudine volontaria» né che il fatto di non avvertire «mai l’esigenza di scrivere» li abbia posti, per ciò stesso, su un livello superiore rispetto ai «pensatori della seconda categoria», per i quali scrivere è «tipico, direi essenziale» (p. 52).

Più propensi a decostruire che a fornire sistemi belli-e-fatti: ecco una quarta caratteristica di questi “maestri” che, per riecheggiare Nietzsche, più che idee offrono «metodi» (p. 97). Nel caso di Socrate - maestro di ironia e di maieutica - sarebbe sin troppo facile mostrarlo. Ma vale anche per Confucio. Commentando uno dei detti a lui attribuiti – «Possiedo io forse la conoscenza? Non la possiedo. Allorché una persona, per quanto semplice, mi pone un problema, lo esamino sotto tutte le angolazioni, abbandonando ogni idea preconcetta» – Mancuso osserva: «per Confucio era soprattutto decisivo il metodo» (p. 257). E aggiunge: «Egli procedeva empiricamente, per lo più privo di presupposti dogmatici che gli anticipassero a priori cosa fosse bene e cosa male» (pp. 257 - 258).

Anche in Gesù ritroviamo la tendenza a smontare le convinzioni dominanti: «Avete in- teso che fu detto... ma io vi dico» (p. 352). Al posto della precettistica rabbinica, articolata e dettagliata, egli propone un criterio di fondo (l’amore di Dio attraverso l’amore del prossimo) che – in ciò dissentendo da Vito Mancuso – a me pare simile a un “metodo” filosofico: infatti costituisce sì «un ben preciso contenuto da comunicare» (p. 353), ma di tipo “formale” (come l’imperativo categorico kantiano) e non “materiale” (come una casistica gesuitica).

Una quinta, conclusiva, caratteristica trasversale ai quattro maestri prescelti da Man- cuso è la consapevolezza di essere insufficienti, limitati, più che uomini perfetti – come ha detto Ortensio da Spinetoli di Gesù – perfettamente uomini. Come ogni filosofo- consulente di orientamento achenbachiano, essi sanno di poter pronunziare solo la penultima parola perché l’ultima è riservata alla responsabilità del soggetto interlocutore. Infatti «il lavoro effettivo lo deve compiere ognuno nella propria interiorità facendo scaturire dentro di sé il maestro più importante di tutti: il maestro interiore, il quinto maestro, o magari la quinta maestra, facendo del femminile la nuova sorgente della vita etica e spirituale» (p. 440). 

1 commento:

Anonimo ha detto...

Bellissima riflessione che condivido,: il momento teoretico non va mai separato dalla vita pratica. Per me, in particolare Socrate e Gesù - i due che conosco meglio - sono punti di riferimento costanti, sul piano etico.