Oggi ho ricevuto in dono da un'amica una pagina di suoi ricordi della notte di san Giovanni nel cuore delle Madonie dove è nata e vissuta da bambina. Mi è sembrata troppo bella per tenerla solo per me.
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Ci sono notti che non finiscono all’alba.
La notte di San Giovanni era una di quelle.
Arrivava insieme ai giorni più lunghi dell’anno, quando il sole indugiava sulla terra e la sera faticava a scendere. L’aria aveva un odore caldo d’erba secca e d’estate, e la luce restava sospesa all’orizzonte come se non volesse spegnersi.
Noi bambini lo sentivamo.
Nessuno ci spiegava nulla, eppure sapevamo che quella non era una notte come le altre.
Per giorni cercavamo i fiori viola del carciofo. Camminavamo nei prati con gli occhi bassi, sfiorando le erbe alte, finché quel colore intenso appariva tra il verde e il giallo come un piccolo tesoro nascosto.
Al tramonto ci sedevamo in cerchio.
Ricordo le candele accese, le ombre che danzavano sui volti e quel silenzio insolito che scendeva tra noi. Persino i più vivaci abbassavano la voce. Era come se la notte stesse ascoltando.
Davanti a ciascuno c’erano i fiori raccolti durante il giorno.
I desideri erano già lì.
Li custodivamo nel cuore senza ancora trovare le parole per dirli.
Avvicinavamo il fiore alla fiamma. I petali viola si arricciavano sotto il calore, diventavano neri e fragili, mentre un filo di fumo saliva nell’aria. Lo seguivo con gli occhi finché spariva nel buio, certa che portasse con sé il mio desiderio.
A ogni fiore affidavamo un sogno.
Non c’erano limiti.
A quell’età nulla sembra impossibile.
Poi nascondevamo i fiori.
Ognuno sceglieva il proprio luogo segreto: una pietra, una fessura nel muro, un angolo del giardino. Qualche volta lasciavamo accanto un biglietto, come si lascia un messaggio a qualcuno che si spera possa leggerlo.
Da quel momento iniziava l’attesa.
La notte di San Giovanni non terminava quando le candele si spegnevano. Continuava dentro di noi.
La mattina seguente mi svegliavo presto. Uscivo quasi correndo e raggiungevo il mio nascondiglio.
Se il fiore era tornato viola, vivo, rifiorito dopo essere stato bruciato, il desiderio si sarebbe avverato.
Non avevo dubbi.
Credevo con tutta me stessa.
Quando accadeva, la gioia mi attraversava come una corrente luminosa.
Se invece il fiore restava nero e rinsecchito, provavo una delusione silenziosa, come se stessi imparando qualcosa che allora non sapevo ancora nominare.
Il rito dei fiori apparteneva alla mia infanzia.
Quello dello stagno, invece, lo conoscevo attraverso i racconti dei miei genitori.
Anche loro, da bambini, nella notte di San Giovanni si riunivano attorno a una candela. Posavano un pezzetto di stagno in un cucchiaio e aspettavano che il calore lo trasformasse in una piccola pozza d’argento liquido. Poi lo versavano nell’acqua.
Un attimo prima era fluido e luminoso.
Un attimo dopo era diventato forma.
Ogni volta diversa.
C’era chi vi riconosceva una casa, chi una nave, chi una montagna o un animale. Nessuno sapeva davvero cosa significassero quelle figure nate dal caso, eppure tutti cercavano una storia da raccontare.
Forse la magia non abitava nello stagno.
Forse abitava nello sguardo di chi lo osservava.
Molti anni dopo mi trovavo dall’altra parte del mondo, ai piedi di una montagna del Perù considerata sacra.
Migliaia di pellegrini salivano lungo il sentiero verso una grande statua della Madonna. Alcuni la chiamavano Madonna, altri la sentivano come la Pachamama, la Madre Terra.
Cambiava il nome.
Non cambiava il bisogno.
Mi fermai a guardarli.
Ai margini del cammino c’erano uomini che scioglievano lo stagno e ne interpretavano le forme.
Il metallo cadeva nell’acqua con un piccolo sfrigolio e subito diventava un disegno. Il raccontastorie lo prendeva tra le mani e iniziava a parlare.
Raccontava il futuro.
Le speranze.
Gli ostacoli.
Gli incontri.
Io non comprendevo una parola della sua lingua.
Eppure rimasi lì.
Guardavo i volti delle persone che lo ascoltavano.
Alcune sorridevano.
Altre si commuovevano.
Altre ancora annuivano in silenzio.
In quei volti riconoscevo qualcosa di familiare.
La stessa luce della notte di San Giovanni.
La stessa dei racconti dei miei genitori.
La stessa che nasce quando si cerca un segno.
Fu allora che lo sentii con chiarezza.
Cambiano lingue, paesaggi, dèi, nomi delle cose.
Ma resta intatto il bisogno di dare senso al mistero della vita.
Ricordo ancora quella salita.
La montagna era un fiume di persone.
Canti, preghiere, voci, famiglie in cammino, venditori lungo il sentiero.
A un certo punto anch’io stringevo tra le mani il mio piccolo oggetto di stagno, da offrire in cima come facevano tutti.
Quando finalmente raggiunsi la statua, la folla era così fitta da sembrare un unico corpo in movimento.
Fu allora che sentii qualcuno chiamarmi.
Mi voltai.
Un uomo mi stava porgendo qualcosa.
Era il mio passaporto.
Lo avevo perso senza accorgermene.
Per un istante sentii il vuoto sotto i piedi.
Poi arrivò il sollievo.
Ero salita fin lassù per cercare un segno.
Forse il segno era già arrivato.
Uno sconosciuto che mi restituiva ciò che avevo perduto.
A volte la vita è più semplice delle storie che costruiamo.
E più gentile.
Ripensandoci oggi, credo che la mia infanzia sia stata abitata da questi gesti.
Piccoli gesti che tenevano insieme la terra e il cielo, le persone e le stagioni, il visibile e l’invisibile.
Anche mia nonna viveva il solstizio come un tempo speciale.
Nei giorni che precedevano San Giovanni usciva all’alba con un cesto tra le mani.
La vedevo allontanarsi lungo i sentieri ancora umidi di rugiada e tornare qualche ora dopo con il profumo dei campi addosso.
Raccoglieva erbe.
Allora non mi chiedevo perché.
Mi sembrava naturale quanto il canto degli uccelli al mattino.
Solo più tardi compresi che in quei gesti viveva un sapere antico.
Mia nonna diceva che in quei giorni le piante erano colme di forza. Il sole, arrivato al culmine del suo viaggio nel cielo, lasciava sulla terra qualcosa di sé.
Così raccoglieva ruta, verbena, vischio, lavanda, timo, finocchio selvatico, piantaggine, artemisia e soprattutto iperico, l’erba di San Giovanni.
La osservavo mentre le disponeva con cura.
Ogni pianta aveva una storia.
Ogni pianta custodiva una memoria.
Non so quanto ci fosse di medicina e quanto di fiducia.
Forse, per lei, non esisteva alcuna differenza.
Ricordo però il senso di protezione che quei gesti lasciavano dietro di sé.
Un ramo d’iperico dietro una porta.
La lavanda tra la biancheria.
Un mazzetto di erbe conservato in un cassetto.
Era il suo modo di prendersi cura del mondo.
Il mio bisnonno Rosario, nato alla fine dell’Ottocento, lo sapeva bene.
Aveva imparato a leggere il cielo.
Conosceva il cammino del sole, il ritmo delle stagioni, il linguaggio della luce.
Quando costruì la sua casa seguì il percorso del sole.
Il sole attraversava le stanze dall’alba al tramonto.
Per lui il cielo non era uno sfondo.
Era presenza.
Ogni anno, quando arriva la notte di San Giovanni e la luce sembra trattenersi un poco più a lungo sulla terra, torno a quella bambina seduta in cerchio davanti a un fiore di carciofo.
Tra le mani stringe un desiderio.
Davanti a lei tremola una piccola fiamma.
E aspetta il mattino.
Maria Salmeri

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