LA LINEA MOBILE DELL’ILLEGALITA’ SISTEMICA
Al
primo colpo di revolver che in una città italiana raggiunge alla testa una
passante ignara gli amministratori in carica hanno pronta la prima
dichiarazione: “Fatto gravissimo, ma non è solo la nostra città a questo
livello di degrado”.
Al
secondo colpo di revolver – che da Napoli in giù di solito è di kalashnikov – parte la dichiarazione di riserva: “Lo Stato
ci deve mandare rinforzi, da soli non possiamo farcela”.
Non
so altrove, ma nella mia Palermo questa ipocrisia istituzionale è stucchevole.
Assistiamo tutti, immobili, alla crescita della tela del ragno, ma se qualche
mosca vi resta vittima gridiamo allo scandalo.
Se
il sindaco Roberto Lagalla, stimato docente universitario di Medicina, avesse
dovuto insegnare anche solo per qualche giorno in una qualsiasi scuola media
(di primo o di secondo grado, anche in licei prestigiosi frequentati
dall’ottima borghesia) capirebbe al volo la metafora.
In
mezzo secolo di insegnamento ho sperimentato che se, mentre ti rivolgi alla
classe, due alunni si scambiano
sottovoce un commento o si raccontano la serata precedente hai due possibilità:
fermarti, guardarli direttamente negli occhi, dire gentilmente che non ti
sembra educato sovrapporti ai loro discorsi e che, in silenzio, ne stai attendendo con pazienza (insieme alla
classe incredula) la conclusione. Oppure fare finta di nulla e continuare
imperterrito la lezione, magari alzando un po’ il tono della voce; dopo due
minuti altri due alunni si sentiranno autorizzati a confabulare e in meno di un
quarto d’ora è tutta la classe che, a toni di voce ormai altissimi, si
scambiano informazioni e commenti, anche da un capo all’altro dell’aula.
Nel
primo caso c’è sempre qualcuno (alunno, collega, genitore, dirigente
scolastico) che troverà esagerato il tuo metodo e, se ne possiede minimamente gli strumenti culturali, la
butterà sul politichese: “Guarda, guarda, che doveva capitarci: pure il
professore fascista”. Ma altri, all’inizio pochi e alla fine del triennio quasi
tutti, ti diranno grazie per aver consentito a chi voleva dialogare con te e i
compagni di farlo, chiedendo ai disinteressati di distrarsi con i cruciverba o
i fumetti, ma in silenzio.
E
nel secondo caso? Nel secondo caso l’insegnate “tollerante”, “democratico”,
“filo-anarchico” si troverà a urlare per ore chiedendo attenzione o, per lo
meno, di tacere. Scoprirà che il mancato intervento garbato, ma fermo, dei
primi momenti ha aperto una diga e scatenato una fiumana di battibecchi e di
offese reciproche che neppure i più odiosi provvedimenti disciplinari – ormai
tardivi – riusciranno a bloccare. Sino a che punto? Potrei raccontare episodi
incredibili (dal collega costretto a essere sbeffeggiato con la confezione
vuota del panettone in testa al collega sfiorato da pallottole di gomma micidiali sparate da
pistole-giocattolo; dalla collega che rinunzia alle prove scritte di latino
perché minacciata di trovare i bulloni delle ruote dell’automobile allentate al
collega intorno alla cui cattedra, in cui è inchiodato dal disagio, un po’ di
alunni danzano in cerchio come indiani d’America mentre il fuoco divampa sotto
la sua sedia); potrei raccontarli (come ho fatto già in libri, saggi,
articoli), ma saprei di non essere creduto. Oggi “per fortuna” ci sono i
cellulari ed i social e le immagini del
professore aggredito con un coltello all’ingresso della scuola, o
minacciato con una pistola alla tempia se non cede il pacchetto di sigarette,
girano in rete, anche per moltiplicare pedagogicamente gli effetti imitativi.
Forse,
a questo punto, il sindaco ( o il prefetto o il questore: ogni tanto scrivo a
tutti e tre, con risultati facilmente immaginabili) potrebbe entrare nella comprensione
metafora: non c’è un limite fisso al di qua del quale si fa finta di
nulla e al di là del quale scatta l’allarme. No, non funziona così. La
soglia è elastica e tende ad innalzarsi sino al punto di non ritorno. Se tu
posteggi in seconda fila perché io non dovrei posteggiare in curva? Se tu vendi
alcolici abusivamente a piazza Rivoluzione perché io non dovrei venderli ai
Quattro Canti? Se tu occupi con i tuoi vasi di fiori, per intero, i marciapiedi
intorno ai cimiteri costringendo la gente a fare lo slalom fra le auto in sosta
e in movimento, perché io non dovrei piazzare i tavolinetti della mia gelateria
proprio sotto il palo che minaccia rimozione forzata? E se nessuno controlla da
quanti decenni il mio vicino di casa (non) paga il passo carrabile davanti al
suo cancello perché dovrei togliere dalla mia auto il cartellino blu guadagnato
anni fa dal povero nonnino ormai serenamente trapassato a miglior vita? E se il camion della nettezza urbana, durante
gli spostamenti da un cassonetto all’altro, lascia cadere con nonchalance
rifiuti e percolati, perché dovrei preoccuparmi di trasportare il vecchio
divano sino all’isola ecologica?
La
lista sarebbe lunga forse infinita. Alcune immagini si sono incise come icone
geniali alla mia memoria: come il rivenditore ambulante che, stanco di
deambulare, fissa per mesi espositori e cassette all’angolo fra via dei
Cantieri Navali e una traversa, ostacolando la vista agli automobilisti che
escono dalla via laterale per immettersi nella principale. Ma è agosto, ha
diritto anche lui al riposo, no? E allora sopra gli scheletri metallici
campeggia un cartello ben leggibile: “Siamo chiusi per ferie” (che tra l’altro
significa: “Non facciamo che a qualcuno venga in mente di fregarci il posto!”).
In altre strade (non necessariamente periferiche, anzi tanto più se vicine al
centro come la via Archimede), in chi non ha un passo “carrabile” (in vigore o
scaduto che sia), si scatena la fantasia: il posteggio sotto casa lo riservo
con cassette di frutta vuote o con sedie scalcinate o con i motorini dei
ragazzi. E chi ha fegato, si permetta di avanzare obiezioni!
Naturalmente mi sto occupando di un segmento del fenomeno che presupporrebbe una diversa politica socio-educativa preventiva e una ben più incisiva politica repressivo-giudiziaria nei riguardi dei crimini sistemici dei colletti bianchi. Le poche persone che conoscono la mia storia ormai più che settantennale sanno da quanti anni spendo tempo ed energie a monte della illegalità spiccia quotidiana: ma perché nascondersi dietro l’alibi dell’aut-aut (o si interviene là o si interviene qua) e non abbracciare la strategia dell’et-et (mentre lavoriamo ai fondamenti non permettiamo che si abbattano le pareti)? L’accenno autobiografico non è narcisistico, ma tattico: vorrei evitare l’ennesimo ritornello della corresponsabilità civica della popolazione. Non siamo poche le persone che lo sappiamo e proviamo a fare la nostra parte, ma come non possiamo essere sostituite così non possiamo sostituire le istituzioni: e se ogni notte, quando chiami il 112 perché la musica del pub sotto casa è troppo alta, ti senti quasi deridere dalla voce femminile all’altro capo del telefono (“Con tanti problemi che abbiamo, vuole che mandi una gazzella della polizia per farla dormire?”), che ti resta da fare? Un’idea (atroce, vergognosa, ti passa per l’anticamera del cervello), in cronaca leggi pure che qualcuno l’ha messa in pratica, ma tu preferisci rinunziare al riposo sino alle 3 o 4 del mattino piuttosto che rivolgerti al mafioso un po’ più prepotente del boss che protegge i tuoi vicini rumorosi. Ne va della tua libertà futura oltre che della tua dignità attuale.
Augusto
Cavadi
17.6.2026
Qui il link all'edizione originaria:
1 commento:
"Non c’è un limite fisso al di qua del quale si fa finta di nulla e al di là del quale scatta l’allarme. No, non funziona così. La soglia è elastica e tende ad innalzarsi sino al punto di non ritorno". Proprio così... Grazie.
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