Cosa avvertiamo in questa fase della storia del mondo noi tutti e tutte? La risposta spontanea è thaumazein: lo stupore di chi viene sorpreso da un contesto spiazzante, spesso angosciante. Bisogna essere davvero abbrutiti per non chiedersi, sfogliando un giornale o guardando un servizio televisivo, perché tanto bene e perché tanto male oggi nel mondo.
Come
racconta Victor Frankl, nell’illuminante libretto autobiografico Uno
psicologo nei lager. E altri scritti inediti (Franco Angeli Editore, Milano
2023) egli notò, durante la detenzione, che a resistere maggiormente erano le
persone non tanto più robuste fisicamente quanto convinte che le tremende prove
cui erano sottoposte avessero comunque un senso (nella prospettiva di una fede
religiosa o di una ideologia politica). Ciò gli suggerì un approccio
psicoterapeutico poi sperimentato negli anni successivi alla guerra: che in
alcune situazioni a essere mortificata non è la nostra libido (Freud) né la
nostra volontà di affermazione (Adler) quanto il nostro bisogno di
“significato” (in greco logos). Alla luce di una celebre affermazione di
Nietzsche (“Datemi un perché e sarò in grado di sopportare quasi ogni come”)
Frankl ha elaborato la sua “logo-terapia”: «Sono in notevole aumento coloro che
si rivolgono a noi accusando un senso di vuoto interiore, da me descritto e
indicato come “vuoto esistenziale”, un senso cioè di abissale assurdità della
propria esistenza» scrive egli nel 1980. E aggiunge qualche pagina dopo: «Accanto
alle nevrosi psicogene, cioè le nevrosi intese in senso stretto, ci sono anche
quelle che ho definito nevrosi noogene: in tal caso non si tratta propriamente
di una malattia psichica, quanto piuttosto di un bisogno spirituale e non
raramente sono conseguenze di un profondo sentimento di assurdità».
Assimilare,
fare proprio, metabolizzare un senso dell’esistenza: ma da “scoprire” o da
“creare”? Da “trovare” o da “inventare”? Da “incontrare”, restandone affetti
come s’incontra un dato oggettivo, o da “produrre”, ad uso strettamente
soggettivo?
Suppongo
che il bivio sia chiaro, anzi evidente. Spero solo che non siano numerose le
persone che risolvano il dilemma con argomentazioni di convenienza psicologica
del genere: “Non ho ragioni per ritenere vero uno dei due corni
dell’alternativa, ma decido che il significato della vita sia oggettivo,
universale, perché starei troppo male al pensiero che invece sia solo una mia
costruzione per tirare avanti”. No, questa non sarebbe una manovra
filosoficamente legittima: l’onestà intellettuale impone di preferire la più
amara delle verità alla più carezzevole delle illusioni.
Due
gli scenari principali possibili, dunque.
In
un primo scenario, la Totalità è intrinsecamente “logica” nell’accezione
letterale: è abitata, penetrata, permeata, da un Logos, da una Ratio
assoluta, da un Senso originario. Il grande francobollo che è l’universo
è tale perché impregnato da una filigrana.
In
uno scenario alternativo, la Totalità è intrinsecamente il-logica, priva
di qualsiasi ragion d’essere: in una parola amata da Nietzsche e da Sartre, assurda.
Confidenti
nel Logos o convinti del Nihil:
ecco dunque il dilemma.
In
questa costellazione di criteri – in linea di principio, se non di fatto,
condivisibili da credenti, agnostici e atei – rientrano, fra molti altri,
l’esercizio del senso critico, il gusto del silenzio meditativo,
la com-passione verso tutti gli esseri senzienti, l’impegno attivo e
fattivo per condizioni sociali meno ingiuste…
Ma ognuno/ognuna ha da assumersi la responsabilità di tradurre questi criteri nel concreto dello spazio e dell’ora che ci è toccato di abitare, se non si vuole ricadere nella stessa distanza fra proclami programmatici e stili di vita quotidiani che rimproveriamo agli ambienti ecclesiastici, partitici e sindacali di cui siamo disgustati.
Augusto Cavadi
"Viottoli", Anno XXIX, n. 1/2026
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