domenica 9 maggio 2004

PIETRO BARCELLONA


“Repubblica – Palermo”, 9.5.04
Augusto Cavadi


Il professore comunista che indaga sull’attualità. 

Da quarant’anni partecipa al dibattito culturale e politico europeo, insistendo soprattutto sul paradosso dello Stato che si proclama difensore del cittadino ma, in realtà, lo impoverisce dei legami sociali e lo trita nei propri meccanismi. I titoli di alcuni libri – come L’individualismo proprietario del 1987 – sono diventati formule di uso comune. Conosciutolo in qualche convegno, avevo ricavato l’impressione di una persona autorevole (“più che parlare, pensa a voce alta” aveva commentato una studentessa alla fine di una sua conferenza qualche anno fa), ma un po’ scostante. Adesso, per la prima volta, lo incontro senza l’apparato ufficiale di tavoli e pedane che lo innalzano - e un po’ lo isolano: e mi sembra più piccolo, più accessibile. Direi – con quel sorriso da bambino furbo ma mite - un po’ indifeso.

Gli chiedo se la sua vocazione originaria siano stati i libri o le battaglie politiche. “Tutto è cominciato con una lite. Mio padre mi aveva iscritto dai Salesiani e, in effetti, ho trovato un bravo religioso che insegnava filosofia. Ma, quando gli ho detto che il peccato originale era solo un’invenzione per mantenere la gente in stato di soggezione, abbiamo rotto. Diventai ateo, ma anche autodidatta. Un conoscente mi concesse di spulciare fra gli scaffali dove i libri dell’Einaudi aspettavano di essere distribuiti per la Sicilia orientale: e fu per me la scoperta del mondo. Procedevo nel disordine più totale: folgorato da Kierkegaard, saltavo da Freud alla teologia protestante del XX secolo, senza conoscere Hegel. Avvertii la vera passione della mia vita: indagare con curiosità il mio tempo, fare – per dirla con Foucault - la diagnosi dell’attualità. Mi confrontavo anche con il padre di un mio amico, il professor Giacobbe, indimenticabile figura di ebreo comunista. Dopo la laurea mio padre impose un ultimatum: o diventi insegnante entro pochi anni o vieni a lavorare nel mio studio di avvocato. Mi gettai allora a capofitto nel diritto, vinsi la cattedra universitaria e mi resi autonomo: potevo spaziare intellettualmente, senza rendere conto a nessuno, inseguendo i miei interrogativi più disparati. Da allora sono rimasto un dilettante di professione: mi interesso di tante cose, ma sempre a mezzo servizio. Con serietà, ma solo per diletto”. Uno dei suoi primi scritti tocca l’economia e il grande Federico Caffè lo chiama per dirgli: “Il saggio d’interesse, che è l’argomento del tuo saggio, non l’hai capito bene: ma per il resto hai intuizioni davvero interessanti”. La filosofia, la psicanalisi (soprattutto mediata da Castoriadis, l’esule greco che fonda a Parigi – con Lefort e Morin – la celebre rivista “Socialismo o barbarie”), la politica: questi tre amori ne fanno un meticcio della ricerca.
Ma nel 1973 la svolta della sua vita: l’intreccio intellettuale si complica, e si arricchisce, diventando anche impasto con la pratica. Barcellona organizza a Catania un convegno europeo sull’uso alternativo del diritto. Secondo il suo stile - guardare i saperi andando oltre i saperi – vuole soppesare il diritto per svelarne presupposti impliciti e conseguenze sociali. La risonanza dell’avvenimento (Laterza pubblica gli interventi più significativi) gli attira le ire dei fascisti: dunque anche minacce, anche aggressioni. Il PCI, vedendolo isolato all’interno di una facoltà “che è stata sempre conformista e tradizionalista”, gli propone la tessera: un modo per proteggerlo, ma anche per fruirne la vivacità propositiva. Accetta ed è subito cooptato nel comitato regionale. “Conobbi Ingrao, ne divenni amico, seguii le sue richieste: segretario cittadino del partito, poi membro laico al Csm, poi parlamentare. L’esperienza della prassi mi ha arricchito come uomo e come pensatore. Venivo da una famiglia borghese, non parlavamo neppure il dialetto, avevo una visione astratta della società. Come militante fui costretto ad immergermi nella concretezza del ‘popolo’ effettivo. Ingrao mi aveva raccomandato che, da segretario cittadino, avrei dovuto almeno incendiare il municipio: mi limitai ad occuparlo con i senza-casa delle periferie. In giro per le sezioni, mi facevano mangiare il ‘sangele’, una sorta di budello pieno di sangue bovino: poi, a casa, stavo davvero male. Però questa contaminazione vitale mi liberava dal radicalismo dei teorici. Gradualmente, ma irreversibilmente, capivo che la politica è mediazione nel senso alto della parola: meglio amministrare decentemente una città che morire da eroi all’opposizione. Tutto ciò ha modificato anche il mio modo di vedere il mondo: non da una sola angolazione, ma da molte e differenti”. 
Gli chiedo come visse la svolta del Partito Comunista alla Bolognina. “E’ stata una scelta devastante” risponde. Che il marxismo dovesse essere ripensato non c’era dubbio. Ma Occhetto ha inanellato un errore dopo l’altro. Intanto, all’interno, ha travisato la posizione di quanti da anni lavoravamo con Ingrao, al Centro per la riforma dello Stato, per una revisione delle dottrine classiche in chiave critica: ha accusato di ‘conservatorismo’ proprio noi che avevano ideato e realizzato le aperture più coraggiose, coinvolgendo ad esempio gli indipendenti di sinistra come Rodotà.  Poi, all’esterno, ha cominciato a chiedere perdono per crimini che il partito comunista italiano non ha mai perpetrato. Si è vergognato di una tradizione gloriosa. Ero e sono convinto, al contrario, che il PCI – come del resto la DC – non sono stati bande di delinquenti, ma i pilastri della democrazia italiana. Il PCI non è stato mai leninista: se mai, ma senza dogmatismi, gramsciani”.
Eppure, “più ingraiano di Ingrao”, Barcellona resta nel partito per altri cinque anni. Non va con Rifondazione (“Credevo nella necessità di non frantumare l’unità. E poi non mi ha mai convinto l’estremismo di Bertinotti: la politica non si fa sperando di non arrivare mai al potere, se no è testimonianza”). Accetta, uscito Ingrao, di presiedere il Centro per la riforma dello Stato: ma – “a riprova del fatto di essere uno sciamano, non un capo” – “combino un po’ di guai e mi sfiduciano”. “Tra l’altro, in quegli anni, sono stato molto critico verso l’inedito matrimonio fra sinistra e giustizialismo. Il PDS ha dimenticato la differenza fra diritto e politica, affidando ai magistrati il compito di abbattere gli avversari. Ha dimenticato che il giudice deve reprimere i reati individuali, non riformare i sistemi. Cancellare il confine fra la giustizia e la politica significa aprire la strada al berlusconismo: farsi le leggi a propria misura, in nome del consenso elettorale, è la perversione opposta, ma simmetrica, di chi ha delegato al protagonismo dei giudici la lotta politica. Urge ristabilire la differenza fra la regola e la forza: altrimenti ci condanniamo definitivamente all’imbarbarimento della vita civile consumato da Bush a livello mondiale e dai suoi mediocri imitatori a livello nazionale”.
Dal 1997 non prende più nessuna tessera: “Capisco rivedere il marxismo, io stesso adesso mi definirei comunista solo in quanto ho una visione umanistica del cosmo. In quanto penso che l’uomo in carne ed ossa debba avere la priorità rispetto alle leggi dell’economia capitalistica. Ma non si può abbandonare anche questa priorità per inseguire le mode americane. Su questo punto aveva ragione Augusto De Noce quando avvertiva, da cattolico molto tradizionalista, che se il comunismo storico avesse perduto ogni fondazione etica si sarebbe ridotto all’alienazione del consumismo. Che hanno fatto i DS ? Stanno troncando ogni rapporto con la giustizia sociale…” . Senza più tessere in tasca, da “comunista privato”, si dedica a due progetti che gli stanno molto  a cuore.
Il primo lo riguarda come docente dell’università di Catania dove, con altri colleghi, si attiva per la fondazione del Centro Braudel perché “il Mediterraneo è un meraviglioso laboratorio di coesistenza degli opposti. E’ il luogo dove il conflitto non è negato, ma  - come nella tragedia – rappresentato. E, per ciò stesso, in qualche misura, controllato”. Mi consegna un dossier con la programmazione del Centro: gruppi di ricerca in varie università europee, colloqui internazionali, corsi di dottorato, masters…Vedo che ricorre insistentemente la questione del rapporto fra globalizzazione e processi locali. “In effetti – aggiunge – il mondo si cambia a partire dalla propria relazione col vicino di casa: troppe persone sono generose con gli abitanti del Chiapas e fetenti col venditore ambulante dell’angolo”.
 Del secondo ambito di attività , che lo riguarda nella sfera più privata, parla con un pizzico di pudore ma con la malcelata soddisfazione di chi si appresta a stupire ancora una volta. “Sì, lo confesso con piacere: sono anche un pittore. Ho esposto in varie città, di recente anche a Roma e a Firenze. Sarei contento di far conoscere i miei quadri pure a Palermo. Ma, secondo i luoghi, bisognerebbe operare una selezione. Forse certi nudi risulterebbero troppo audaci…”.
L’accenno alla pittura non è una nota, per così dire, di colore. Forse è l’esplicazione migliore di quello che, nel corso  della conversazione, Barcellona mi aveva sottolineato come il filo rosso della sua caleidoscopica riflessione: “La minaccia epocale è oggi lo scientismo che comprime tutto alle sole dimensioni della scienza e della tecnica. Il mito americano ha successo presso i superficiali perché esalta lo strapotere dell’uomo sulla natura. Ma questo è gravemente riduttivo dell’uomo stesso. Non siamo riducibili solo al razionale e al funzionale: siamo anche magma immaginativo, macchina di simboli, eredità mitica”.

venerdì 7 maggio 2004

LA SICILIA TRA I SANTI E LUTERO


“Repubblica – Palermo” 7 – 5 - 04

Augusto Cavadi 


Lutero, Gibson e i nostri Santi 

Secondo alcune testimonianze storiche, nella Costantinopoli del IV secolo dopo Cristo era normale che al mercato il pescivendolo discutesse di teologia col fruttivendolo e, per una divergenza d’opinioni sulla Bibbia,  la massaia si accalorasse sin quasi al litigio con il panettiere. Epoche ormai passate per sempre, probabilmente. Ma qualcosa del genere, tra The Passion di Gibson e Luther di Till, si sta riproducendo sotto i nostri occhi. La moda, o il ritorno di fiamma, fa uno strano effetto in Italia: ancor più strano dalle nostre parti.
La religiosità del cattolicesimo mediterraneo non è – come si dice in termini tecnici – ‘cristocentrica’. Invece la rivisitazione – discutibile da tanti punti di vista – della passione di Gesù di Nazareth riporta prepotentemente al centro dell’attenzione, e del dibattito, quella Figura che era stata offuscata da una folla sempre più numerosa di madonne lacrimanti, di santi miracolosi e di stigmatizzati onnipresenti. Per la signora di Ballarò (che con disarmante candore afferma: “Capisco non credere in Dio: ma come si può non credere a Padre Pio”?) è abbastanza spiazzante doversi confrontare con quella croce che già per Paolo apostolo era “scandalo per i Giudei e follia per i Greci”.Ancor più spiazzante, poi, a giudicare dai commenti del pubblico cinematografico, l’impatto con Lutero. Per motivi su cui ci sarebbe da riflettere a fondo (il nemico ‘simile’ è molto più temibile del nemico del tutto diverso), la società siciliana ha mostrato maggiore tolleranza nei confronti di Ebrei e Musulmani che verso i Protestanti. Nel recente opuscolo La chiesa valdese a Palermo. Profilo di una comunità evangelica del Sud (1861 – 2001), Renato Salvaggio – nonostante le sue benemerite intenzioni ecumeniche – non può fare a meno di ricordare che, sin dalla fondazione di quella chiesa protestante (subito dopo l’unificazione italiana del 1861), “la reazione del clero cattolico non si fece attendere e si manifestò, dapprima con una serie di attacchi polemici su bollettini parrocchiali e su fogli locali conservatori, poi con azioni intimidatorie e violente che le autorità di pubblica sicurezza non seppero o non vollero impedire” (p. 16). Né minori persecuzioni dovettero subire, in altre zone della Sicilia e in epoche più recenti, attivisti protestanti come il metodista Lucio Schirò D’Agati (fra l’altro, sindaco di Scicli nel periodo immediatamente precedente l’avvento del Fascismo) di cui in questi mesi la figlia Miriam ha curato una sintetica biografia con le Edizioni Zephyro di Milano: un attentato la sera del 18 giugno 1921 provoca nove feriti e un morto (reo soltanto di essere “simpatizzante della chiesa metodista” e di trovarsi accanto al suo pastore, bersaglio principale da colpire). Sino agli anni della mia adolescenza, d’altronde, la diocesi di Palermo era forse l’unica in Italia in cui – per decreto del cardinale Ernesto Ruffini – si era ‘automaticamente’ scomunicati se solo si metteva piede in un tempio non cattolico, fosse pure in momenti diversi dal culto liturgico e dal relativo ‘pericolo’ della predicazione.  Il Concilio Vaticano II  degli anni Sessanta non è passato invano e più di un effetto positivo si è potuto registrare anche da noi. Particolarmente attiva – anche se poco conosciuta, e ancor meno frequentata, in ambienti cattolici – una sezione locale del Segretariato per le Attività Ecumeniche, associazione diffusa nel territorio nazionale che da decenni si adopera – meritoriamente – per costruire occasioni di incontro, di riflessione e di preghiera fra  membri delle diverse confessioni religiose. Eppure, se si esclude qualche teologo più aperto e qualche parroco più illuminato, nell’opinione del cattolico ‘medio’ siciliano il variegato mondo protestante viene considerato come una sorta di nebulosa di cui è sempre preferibile diffidare.Non è certo fra le conseguenze meno interessanti della diffusione nelle nostre sale del film su Lutero la ‘scoperta’ – che trapela dai commenti all’uscita – da parte del pubblico di essere molto più d’accordo con le posizioni della Riforma che con la dottrina cattolica tradizionale. Né si tratta solo di un pubblico ‘laico’ o, addirittura, anticlericale. Nell’intervallo fra il primo e il secondo tempo della proiezione a cui mi è capitato d’assistere, un simpatico quarantenne si è alzato in piedi e – rivolgendosi ai presenti – ha chiesto, “a titolo di sondaggio estemporaneo, extracanonico”, se ci fossero preti in sala. Contate le mani alzate, ha ringraziato concludendo: “Dunque, me compreso, siamo in cinque”. Devono dunque le gerarchie della Chiesa cattolica temere un esodo in massa di fedeli? Se la storia ci insegna qualcosa, dovrebbero restare tranquilli. Nessun movimento di conversione da una chiesa all’altra mi sembra prevedibile. Forse Sciascia esagerava nel definire noi conterranei sostanzialmente ‘atei’; certamente non siamo credenti al punto da preoccuparci di far corrispondere teoria enunciata e pratica quotidiana. Questi rigorismi moralistici li lasciamo ai popoli, schematici e senza fantasia, dell’Europa centro-settentrionale. Noi mediterranei, soprattutto noi italiani possiamo anche dubitare dell’infallibilità del papa o della verginità perpetua della Madre del Signore, ma non per questo riteniamo di dover fare eccessiva pubblicità. Possiamo certo consumare (in materia di fede e di costumi) degli scismi rispetto alle norme dell’autorità, ma – per riprendere un pamphlet fortunato, di pochi anni fa,  del filosofo Pietro Prini – ‘sommersi’. Taciti. Invisibili. Ribaltabili in qualsiasi momento dovesse tornare utile rivestire la divisa e presentarsi impeccabilmente ortodossi. 

martedì 27 aprile 2004

UN SECOLO DI GUERRE


Repubblica – Palermo 27.4.04

Augusto Cavadi


Ci sono libri destinati a non diventare inattuali. Purtroppo. La guerra nel Novecento, pubblicato dalla Palumbo per le scuole ma altamente raccomandabile a chiunque voglia leggere la cronaca con una lente critica, è di questi. Tre le sezioni in cui sono suddivisi testi e commenti: Pensare la guerra (pp. 5 – 82), Fare la guerra (pp. 83 – 148), Raccontare la guerra (pp. 149 – 184). In ciascuna sezione, suggestivo intreccio di testimonianze, poesie, analisi storiche, interpretazioni psicoanalitiche, canzoni: né mancano le riproduzioni di quadri celebri come Guernica di Picasso e Il volto della guerra di Dalì. Lo sguardo al XX secolo, il secolo della “guerra totale” (J. Hobsbawm), non è certo rassicurante né il XXI sembra aver migliorato il panorama. Ma resta, nell’intimo di ciascuno, una speranza. Che – anche grazie a governanti meno rozzi - diventi opinione comune la convinzione espressa da Cesare Pavese nella pagina conclusiva del suo romanzo La casa in collina del 1948: “Ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto assomiglia a chi resta, e gliene chiede ragione”.


Marianna Marrucci

La guerra nel Novecento
Palumbo
Pagine 184
Euro 8,50

martedì 20 aprile 2004

IL GIRO DEL MONDO IN CINQUE PAROLE


Repubblica – Palermo 20.4.04

Augusto Cavadi 


Tra le novità positive della pratica scolastica contemporanea va senz’altro registrata la tendenza ad abbattere la barriera fra libri per gli studenti e libri per i lettori ‘normali’. Un testo, se bello e istruttivo, lo è per tutti. O per nessuno. Esempio significativo questo volume della rinomata casa editrice palermitana Palumbo dedicato al Multicultarismo che, pensato per gli studenti in procinto di affrontare gli esami di Stato, non sfigurerebbe nella biblioteca di una persona di media cultura. Esso, infatti, raccoglie e commenta materiali di vario genere letterario (saggistica, poesia, romanzo…) intorno a cinque parole-chiave di bruciante attualità: il multicultarismo, la globalizzazione, le migrazioni, il razzismo, l’educazione interculturale. In maniera gradevole – e politicamente corretta – si spazia dalla memoria del passato (cfr. l’articolo di Chiara Valentini, alle pp. 59 – 61, Quando eravamo noi i maghrebini) all’analisi del presente (cfr. l’intervento della scrittrice nigeriana Buchi Emecheta, alle pp. 98 – 99, Il razzismo è un problema dei bianchi).


Donatello Santarone

Multiculturalismo
Palumbo
Pagine 129
Euro 8,26

venerdì 9 aprile 2004

IL MERCATO MONDIALE


CENTONOVE    9.4.04

Augusto Cavadi 


GLOBALIZZAZIONE: IERI, OGGI E DOMANI 

Considerata astrattamente, la globalizzazione non sarebbe certo un male. Che individui e Stati - ospiti provvisori di un granello sperduto nello spazio - entrino in rapporti reciproci di comunicazione e di scambi, invece di chiudersi nei confini angusti dei propri ambiti originari, non può che risultare inevitabile quanto auspicabile. Che cosa, allora, non funziona nella globalizzazione effettiva? Per saperlo, non c’è via migliore che risalire – all’incontrario – il corso del tempo e ricostruire la sorgente remota del problematico presente. E’ quanto tenta, non senza apprezzabili risultati, Alberto Sciortino in un ponderoso volume la cui tesi centrale – sostenuta senza se e senza forse - è già intera nel titolo e nel sottotitolo: Prima della globalizzazione. La genesi del mercato mondiale e le origini del sottosviluppo  ( Edizioni Associate, Roma 2003).

La lezione della storia

E che ci dice, in sostanza, la ricostruzione genealogica? Che la globalizzazione è stata, ab ovo, un movimento unidirezionale: dall’Europa (e, successivamente, dal blocco occidentale europeo-statunitense) verso il resto del mondo. Non è stato uno scambio nella reciprocità, ma sempre più un’imposizione del più forte (economicamente, militarmente, politicamente) a spese del più debole. Insomma: che la globalizzazione è stata non un intreccio di civiltà, ma un’occidentalizzazione del pianeta; non un’esperienza di meticciato, ma una fagocitazione del diverso. E’ stata la globalizzazione dei diritti e dei vantaggi di alcuni e dei doveri e degli svantaggi di altri: dunque, la globalizzazione degli interessi privilegiati di pochi e del frutto del lavoro coatto di molti.  L’ambiguità del liberismoSe questi sono i dati – e nessuna persona di buon senso e di media onestà intellettuale può contestarli -  , quali le interpretazioni possibili? L’angolazione privilegiata da Sciortino è economico-sociale. Se accettiamo tale angolazione, penso che s’imponga una prima considerazione critica: dal XV al XX secolo la teoria economica dominante è stata il liberismo. Con variazioni anche notevoli (qui possiamo solo procedere per semplificazioni), è in essa che ha trovato attuazione il modello antropologico individualistico-liberale: in una parola, nel liberismo la Modernità ha riconosciuto la regolazione nel campo dell’agire. Ora, il liberismo è una dottrina che si presenta come molto concreta ma, in realtà, è molto astratta. Si presenta come concreta perché si appella agli impulsi primordiali, agli interessi materiali, alle strategie spontanee degli individui; è, in effetti, astratta perché la storia occidentale l’ha smentita sin dai primi passi. Il racconto di questo libro ce lo conferma: il liberismo è stato, sin dall’inizio e senza interruzione sino ai nostri giorni, poco liberale. Contro le teorie mercantilistiche e protezionistiche, ha sostenuto in linea di principio la libertà d’impresa e la neutralità dello Stato in ambito economico: nei fatti, però, tollerato – anzi, ricercato – l’intervento della politica all’interno come all’esterno degli Stati. Ha affermato la concorrenza e praticato il monopolio; ha affermato la libertà di produrre ciò che si vuole e praticato l’imposizione delle colture più vantaggiose per i colonizzatori; ha affermato la libertà di acquistare ciò che piace e conviene e ha praticato la costrizione a comprare ciò che la madrepatria esportava. Più radicalmente: ha reso merce la soggettività umana e, per evitare scherzi nel mercato del lavoro, ha fatto ricorso alla polizia in patria e agli eserciti all’estero.Questa ambiguità del liberismo liberale, immodificata sino ai nostri giorni, esige dunque d’essere sciolta: questa la scommessa del movimento new global. Ma ci sono tanti, troppi modi per smascherare gli equivoci e fare chiarezza: e non è per nulla ovvio che siano modi, direzioni di marcia, compatibili.  Prudentemente, Sciortino avverte di non voler entrare – almeno in questo libro – nel campo della prognosi: ma la sua rievocazione del passato è troppo ricca e suggestiva per mettere il silenziatore sugli interrogativi riguardo al futuro.Se possiamo permetterci una schematizzazione brutale, potremmo dire che ci sono due modi principali per contestare il liberismo: uno è criticarlo dall’esterno, l’altro dall’interno. Per critica dall’esterno intendo quei progetti socio-politici che ritengono il liberismo fondato su un errore radicale: dunque, come un sistema viziato sin dall’impianto e – perciò – incorreggibile e irreformabile. Con presupposti diversissimi, e con intenti ancor più distanti, il nazi-fascismo e il comunismo leninista sono stati i due più grandiosi tentativi del XX secolo di sradicare il liberismo dei liberali dalla faccia della terra. Che siano stati sconfitti storicamente è probabile: ma questo non significa, automaticamente, che fossero erronei e che non siano riproponibili in un futuro prossimo o lontano. Per critica dall’interno intendo quei progetti socio-politici che ritengono il liberismo dei liberali una promessa tradita, un embrione abortito: dunque un seme da coltivare in modo che giunga a maturazione, andando oltre sé stesso senza rinnegarsi. Con ingenuità talora patetiche, nel XX secolo socialdemocrazia, cristianesimo sociale ed anarchismo hanno costituito – salve tutte le ovvie differenze reciproche -  dei modelli di questo genere. Non è qui il caso di stabilire se sia preferibile  - intellettualmente e politicamente - la critica rivoluzionaria o la critica riformista alla globalizzazione liberista: ma è necessario avvertire che l’alternativa si pone realmente e pone l’urgenza di un’opzione. La dimensione culturale della globalizzazioneNella ricostruzione storica di Sciortino gli aspetti culturali, simbolico – valoriali, dell’espansionismo europeo sono trattati marginalmente. Non si tratta di disattenzione, ma di una scelta consapevole e intenzionale. Lo si legge sin dalle pagine della Premessa:  “la dominazione mondiale dei modelli culturali e di civiltà originati in Europa (persino delle lingue europee) è derivata da questi processi economici (e ha contribuito a rafforzarne gli esiti)” (p. 17). Certo, Sciortino non è uno sprovveduto e sa che intelligenze non spregevoli come Max Weber sono state più sfumate nella valutazione della base strutturale (economica) dei processi storici. Ma, per diradare i dubbi, egli precisa alla nota 3 di p. 146: “Weber ipotizza un rapporto tra i due fenomeni, quello economico e quello religios-culturale, del tutto opposto a quello che qui si sostiene”.Non vedo bene come si coincili questa convinzione di Sciortino con la citazione che – sembrerebbe con assenso – egli riporta in esergo al volume, traendola da Culture and Iimperialism di Edward W. Said: “Proprio come nessuno di noi è estraneo o esterno alla geografia, nessuno di noi è del tutto libero dalla lotta sulla geografia. La lotta è complessa e interessante perché non riguarda soltanto soldati e cannoni ma anche idee, forme, immagini e immaginazioni”.Lungi da me,comunque, la presunzione di voler dirimere – e per giunta a colpi di citazioni - la questione che vede Sciortino opporsi a Weber, ma – per chi come me non ha rinnegato del tutto la formazione cristiana – il racconto di Sciortino pone domande inquietanti. Inquietanti se la religione è stata solo un paravento ideologico per coprire motivazioni essenzialmente economiche, ma direi ancor più inquietanti se la religione è entrata in questo processo come fattore costitutivo e determinante. Mi limito ad un esempio fra i molti possibili. A p. 113 si legge: “Se nel XVI secolo la presenza europea in Africa aveva ricevuto una spinta notevole dal moltiplicarsi della richiesta di schiavi da adibire alle piantagioni del continente americano (…), nel XVII secolo (…) questa spinta si intensificò. Lo sfruttamento della tratta degli schiavi rimase a lungo un monopolio portoghese, anche per la quota diretta verso le colonie spagnole d’America, grazie alla concessione (l’asiento) accordata ai sovrani di Spagna. Ma gli alti profitti attiravano altre nazioni. Fiamminghi e genovesi furono tra i primi a ricevere l’asiento in alternativa ai portoghesi. Seguirono, nel secolo XVII, inglesi e francesi. I porti di nantes, Bordeaux, Saint-Malo, Liverpool, Bristol e Plymouth si specializzarono nel traffico negriero. Quando nel XVII secolo la domanda asssunse dimensioni più massicce, nei diversi paesi europei i commercianti fecero a gara per accaparrarsene il monopolio”. Davanti a notizie del genere, l’idea che stiamo parlando di sovrani e di mercanti cattolici, luterani, calvinisti, anglicani – comunque cristiani – non può non spiazzare: ma è questo il cristianesimo? O, per lo meno: ma tutto questo come è conciliabile col vangelo di Gesù di Nazareth?Anche qui penso che si possano sottolineare le questioni più che risolverle. Sul piano storico, tornano in mente delle fulminanti intuizioni di Nietzsche: c’è stato un solo cristiano nella storia ed è morto su una croce. O la considerazione di Geza Vermes , professore emerito di studi giudaici all’università di Oxford, a conclusione del suo volume raffinatissimo La religione di Gesù l’ebreo. Una grande sfida al cristianesimo (Cittadella, Assisi 2002): la religione di Cristo e quella che oggi si autodefinisec cristiana, sebbene “non siano del tutto scollegate, esse sono così radicalmente diverse nella forma, nello scopo e nell’orientamento, che sarebbe storicamente rischioso derivare la seconda direttamente dalla prima e attribuirne i cambiamenti a un’evoluzione dottrinale in linea diretta” (p. 265).Sul piano politico, o più semplicemente pratico,  questo significa che tutte le chiese cristiane devono avviare una severa autocritica o – per usare il linguaggio teologico – intraprendere un cammino di penitenza e di conversione. Non solo per il passato (ad un indio sudamericano viene attribuita un’amara constatazione: “Quando siete arrivati voi europei, avevate la fede e noi la terra: ora ci avete regalato  la fede e vi siete presi tutto il resto”), ma anche per il presente: il cristianesimo sta facendo abbastanza contro le nuove schiavitù? O non si stanno saldando – ancora una volta – i vari cristianesimi (dal cattolicesimo di facciata e strumentale di Berlusconi al fondamentalismo protestante, sincero e perciò ancor più pericoloso, di Bush) in una “battaglia di civiltà” che risveglia i lati più oscuri dell’islamismo?Leonardo Boff racconta, in un suo libro recente, un episodio di cui sarebbe bene non perdere la memoria. Nel 1985 il capo indigeno della Bolivia, Ramiro Reynaga, in occasione della visita del papa nel suo paese, gli consegnò una lettera in cui diceva: “Noi, indios delle Ande e dell’America, abbiamo deciso di approfittare di questa sua visita per restituirle la sua Bibbia, perché in questi cinque secoli essa non ci ha dato né amore, né pace, né giustizia. Per favore, Santità, riprenda la sua Bibbia e la restituisca ai nostri oppressori, perché loro hanno bisogno dei suoi precetti morali più di noi. Dall’arrivo di Cristoforo Colombo sono stati imposti all’America, con la forza, una cultura, una lingua, una religione e valori propri dell’Europa. La spada spagnola che di giorno attaccava e uccideva il corpo degli indios, la sera diventava croce per attaccare l’anima india”. Il papa – conclude il racconto del teologo della liberazione - non poté rispondere niente e fece l’unica cosa dignitosa che poteva fare: pianse. Per gli errori del passato non resta che piangere. Ma per gli errori del presente, il papa, i cattolici, i cristiani in genere potrebbero fare molto di più.