mercoledì 6 maggio 2009

Identikit della mafia


AA. VV., R…esistere. Appunti di viaggio dal Campo Scuola a Palermo , Filca Cisl, Roma 2009, pp. 33 - 40.

Augusto Cavadi
L’identikit della mafia

Il mio desiderio sarebbe di offrire una chiave di lettura - una griglia interpretativa - che vi consenta di raccogliere in una visione d’insieme le esperienze, i racconti di vita, le testimonianze che avete ascoltato e che continuerete ad ascoltare in questi giorni. I fatti, le azioni, sono importanti, anzi essenziali: ma abbiamo bisogno anche di qualche schema mentale per ordinarli e, così, capirli più a fondo.

Comincerei come una domanda che sembra facile facile ed è invece assai complicata: cos’è davvero la mafia? Dico subito che mi riferisco alla mafia nel senso preciso, concreto, delimitato: a “Cosa nostra” e alle altre associazioni criminali che ruotano in Sicilia attorno a “Cosa nostra”. Non sto parlando della mafia come etichetta generica, come sinonimo di delinquenza e malaffare: no, se usiamo la parola mafia per indicare ogni forma di malavita, allora tutto il male del mondo, da Adamo ed Eva, è mafia. E se tutto è mafia, nulla lo è veramente. Se tutto è mafia, essa c’è sempre stata e sempre ci sarà: quindi non possiamo che arrenderci e tornarcene ognuno al calduccio di casa nostra. La criminalità c’è sempre stata e, tuttora, la si può registrare sotto tutti i regimi politici: ma non tutto è mafia.

Inizierei a precisare che la mafia di cui oggi parliamo ha avuto una data di nascita, almeno approssimativa: il 1861, l’anno in cui si è costituito il regno d’Italia. Prima che si unificasse il nostro Paese, prima che nascesse lo Stato italiano, avevamo il brigantaggio, avevamo varie forme di banditismo, avevamo certamente cosche che esercitavano soprusi: ma questi fenomeni vengono, giustamente, definiti dagli storici “pre-mafiosi”. La mafia, invece, ha una sua specificità: essa è inconcepibile senza il rapporto “dialettico” con lo Stato. Preciso subito cosa intendo, in questo caso, con l’aggettivo “dialettico”. Potrei cavarmela dicendo che la mafia ha un rapporto di amore-odio con lo Stato, con le istituzioni pubbliche: ma voglio essere più chiaro. Nei mass-media la mafia viene spesso dipinta come l’Anti-Stato: ma questa è una definizione sbagliata o, per lo meno, incompleta. I criminali comuni sono anti-Stato, ‘fuori’ e ‘contro’ le strutture statuali: la mafia, invece, cerca prima di tutto di entrare ‘dentro’ lo Stato, di farsi Stato. Quando le riesce di infiltrarsi nei gangli dello Stato non chiede di meglio! Quando trova una situazione “morbida”, quando s’interfaccia con persone disposte a colludere, la mafia non è l’avversaria dello Stato. Magari fosse sempre così netta la contrapposizione! Magari potessimo vedere con chiarezza due squadre in campo , lo Stato da una parte e l’anti-Stato dall’altra, in modo da poter scegliere senza difficoltà da che parte stare! E’ solo se trova una resistenza “dura” (non solo Falcone e Borsellino, ma tantissime altre figure che nella storia - prima e dopo di loro - hanno resistito) che la mafia diventa “anti-Stato”. Essa si fa nemica di quei pezzi di Stato, di quegli uomini delle istituzioni, che non si lasciano né corrompere né intimidire. perché trova uno Stato che non si fa intimidire, non si fa corrompere.

Ma questa associazione criminale che è la mafia, a quali finalità specifiche mira? Il denaro e il potere. Il denaro, come tutte le bande di delinquenti del mondo; ma anche, più specificamente, il potere. Ciò che la distingue dalla delinquenza generica è proprio la ricerca di rapporti stabili, consolidati, strutturati con il potere politico. Su questo la mafia non fa scelte ideologiche: ai tempi del re era monarchica; durante il fascismo si è infiltrata nel partito fascista, perché quest’ultimo deteneva il potere; poi è diventata repubblicana; poi democristiana; poi berlusconiana…Un proverbio siciliano recita: “Cumannari è meglio che futtiri”, l’esercizio del potere è un piacere più intenso delle scopate.

E come fa la mafia ha perseguire i suoi due obiettivi principali, l’arricchimento illecito e il dominio sul territorio? Direi: con la carota e con il bastone. Con la persuasione e con le minacce. Con una strategia culturale e con l’uso della violenza fisica. Anche questa è una differenza importante rispetto alla criminalità comune: la mafia prima cerca di comprare i suoi complici (avvocati, magistrati, imprenditori, pubblici ufficiali, politici, giornalisti, medici… ) e poi, solo se non ci sono altri mezzi di persuasione, ricorre alla violenza militare. Ecco perché se, in un determinato periodo, non ci sono morti di mafia, non vuol dire necessariamente che le cose vadano meglio: può significare, al contrario, che la mafia governa senza resistenze, gestisce il potere senza insubordinazioni. Può significare che la gente obbedisce senza neppure bisogno di minacce. Può voler dire che la sua politica culturale territoriale ha funzionato: essa è riuscita a far condividere il suo codice culturale, la sua mentalità, l’insieme dei suoi ‘valori’. Questo è davvero terribile: la mafia trionfa indisturbata quando ottiene che l’ambiente circostante partecipi con convinzione dei suoi stessi principi filosofici. La mafia non vuole il Far West. Preferisce di gran lunga che la gente pensi: “Meno male che ci siete voi, altrimenti staremmo peggio…”. La mafia “educa” le nuove generazioni fin dall’infanzia: è possibile parlare di una vera e propria pedagogia mafiosa.

Proviamo, dunque, a tirare le fila di questo identikit (sommario) della mafia: essa non è una cosa enorme e invincibile, la “piovra” descritta in molti film. In realtà è un club di soggetti che si riconoscono in un’identica mission. Gli inscritti a questa società segreta mafiosi sono 5 mila: cinque mila su cinque milioni di siciliani. Non il 10%, non l’1%, ma l’1 per mille dei siciliani. Perché si mettono insieme? Non solo per il potere né solo per il denaro, ma per entrambi questi scopi. E come vogliono raggiungerli? Con la violenza esercitata e minacciata, ma solo quando non riescono ad affascinare l’opinione pubblica con l’insieme di ‘valori’ che propongono. Solo così si può spiegare un fatto su cui troppo spesso si sorvola: ad appoggiare la mafia non sono solo i poveri che non hanno da mangiare. Dobbiamo smettere di dire che la mafia nasce solo perché c’è la povertà: la povertà c’era anche in Veneto, in Irlanda, ma lì non si è creata la mafia. Tra i miei allievi, in trent’anni di insegnamento, mi è capitato anche di avere figli di mafiosi e, in qualche caso, persino giovani che sono diventati mafiosi da adulti: vi assicuro che non erano né tra i meno bravi a scuola né tra i meno ricchi.

Molti di voi vengono dal Settentrione d’Italia: vorrei dunque spendere qualche parola sulla vastità dell’influenza che esercita la mafia nel nostro intero Paese. Spesso l’idea che la mafia sia dappertutto – anche al Nord - viene usata in senso sbagliato: dire che “la mafia è a Roma e a Milano” rischia di essere un modo per togliere responsabilità ai siciliani. La testa della mafia è in Sicilia, ma questa testa ha bisogno di appoggi politici a tutti i livelli (locale, regionale, nazionale). Questo spiega perché la mafia ha diramazioni nel resto dell’Italia e anche fuori dall’ Italia. Perché la mafia mette le bombe in via dei Georgofili a Firenze o alla chiesa del Velabro a Roma? Perché vuol far capire che la sua dimensione non è ‘provinciale’, localistica. Qualche anno fa il presidente dell’ABI (Associazione Banchieri Italiani) ha detto che se le banche dovessero rifiutare i soldi del riciclaggio, l’intero sistema bancario italiano avrebbe un crollo. La più grande industria italiana non è la Fiat, ma la criminalità organizzata: mafia, ‘ndrangheta e camorra.

Ma forse abbiamo detto abbastanza su cos’è la mafia: spendiamo qualche altro minuto per accennare a ciò che potremmo fare, insieme, per contrastarla. Come sconfiggere la mafia? In un libretto che, dal 1992 ad oggi, è stato più volte riedito e ristampato - Liberarsi dal dominio mafioso. Che cosa può fare ciascuno di noi qui e subito, edito dalle Dehoniane di Bologna - ho provato a individuare cinque armi principali per combattere contro la mafia:

1) Le armi intellettuali: la conoscenza, l’aggiornamento e l’approfondimento. Le cosche nel Sud hanno la capacità di convincere le persone che stanno facendo il loro bene: “Noi meridionali siamo tutti vittime del Nord”. Questa argomentazione viene utilizzata come una delle legittimazioni dell’autogoverno mafioso. Bisogna combattere la mafia con l’intelligenza: la nostra prima arma di difesa è l’informazione. La mafia che passa attraverso la televisione è una mafia edulcorata, quasi pericolosa, perché favorisce l’immedesimazione nei protagonisti che vengono rappresentati nei film, nelle fiction. È necessario attingere ad altre fonti: leggere qualche libro serio, documentarsi su qualche rivista seria o su qualche sito web serio.

2) Le armi dell’etica: perché non è facile resistere alla mafia. Prima di sparare la mafia cerca di sedurre, di comprare, di offrire carriere… Scegliere di resistere significa scegliere una vita meno comoda di quella che si può avere con l’appoggio dei mafiosi. È una scelta che in questa terra si deve fare molto presto: verso i 15, 16 anni. Combattere la mafia a volte significa dover pagare, non necessariamente con la vita, ma con la fine di amicizie, con l’isolamento, talora con l’allontanamento dalla propria casa (come quanti decidono di testimoniare contro la mafia). Dire ‘no’ alla mafia comporta la rinunzia ai privilegi e ai vantaggi della collusione: per questo esige una grande libertà interiore!

3) Le armi politiche. Abbiamo il voto. Finché i mafiosi e gli amici dei mafiosi ricevono i voti non si va avanti. Bisogna votare quelli che non sono in odore di mafia: e ce ne sono in quasi tutti gli schieramenti.

4) Le armi dell’economia. Significa sia boicottare l’economia illegale (che deriva ad esempio dal commercio di prodotti contraffatti, di stupefacenti) sia favorire l’economia legale. La legge “Rognoni-La Torre” ha toccato il portafogli dei mafiosi. Con “Addio Pizzo” il boicottaggio alle tasche della mafia si allarga: da azione giudiziaria diventa strategia popolare. Si evitano i negozi in mano ai mafiosi (e non è facile: spesso, poiché riciclano denaro sporco, possono permettersi i prezzi più bassi !) e si favoriscono le ditte ‘pulite’ che si rifiutano, pubblicamente, di pagare il pizzo. . Questo tema andrebbe approfondito a parte. Ai piccoli imprenditori i mafiosi chiedono poco, magari solo 50 euro al mese: il pizzo ha prima di tutto una valenza simbolica, perché pagarlo significa accettare controllo del territorio da parte delle cosche. Ma come convincere i commercianti a ribellarsi? Ad alcuni bastano gli ideali morali per scegliere di essere contro la mafia, ma ad altri no: è necessario far vedere che una società più equa è una società più conveniente per tutti. È importante far riuscire a far coincidere gli ideali con gli interessi. Quando a Tano Grasso – che vendeva scarpe a Capo d’Orlando – vennero a chiedere il pizzo, disse: “Tornate tra una settimana”. Nel frattempo parlò con gli altri commercianti della zona e disse: “Mettiamoci d’accordo: se sono solo io a non pagare, mi ammazzano, come l’anno scorso hanno ammazzato a Palermo Libero Grassi. Se dobbiamo dire no, lo dobbiamo dire tutti insieme”. Infatti Libero Grassi è stato assassinato dagli estortori perché, quando aveva detto in tv che avrebbe continuato a rifiutarsi di pagare il pizzo, l’allora Presidente di Confindustria aveva dichiarato ai giornalisti: “Non capisco di che parli il mio collega. Qui a Palermo nessuno di noi è vittima del racket: magari avrà incontrato qualche criminale locale…”. Il male vince sempre, quando i ‘buoni’ non fanno nulla.

5) Le armi dell’educazione. Bisognerebbe, come dice il mio amico don Cosimo Scordato, riuscire a strappare almeno una generazione alla mafia: da 150 anni essa riesce a passare il testimone alle nuove generazioni. Bisogna costruire una pedagogia alternativa, lavorare sul territorio, con i bambini, con i ragazzi, con i loro genitori, per invertire la disaffezione all’impegno e l’attitudine a girarsi dall’altra parte. Questa non è una battaglia facile: l’educazione è importantissima, ma poi c’è il mistero - o l’enigma - della libertà. L’insegnamento a parole può servire, ma deve tradursi anche in testimonianza di vita. Ed è qua che molti docenti, anche ‘democratici’ e ‘progressisti’, si tradiscono: non si comportano in maniera differente rispetto ai colleghi reazionari, conservatori o qualunquisti.

E’ davvero ora di chiudere. Due o tre considerazioni globali che servono, però, ad introdurre la testimonianza successiva.
Prima considerazione: sconfiggere la mafia è possibile se ci mobilitiamo NOI, QUI, ORA. L’orizzonte dell’antimafia non può continuare ad essere visto come straordinario. Non possiamo permettercelo. Va bene fare la fiaccolata per ricordare Giovanni Falcone il ventitrè maggio, ma solo se è espressione di un lavoro che si distende per ogni singolo giorno dell’anno. Ormai è appurato: in alcuni casi, sono gli stessi mafiosi che promuovono le manifestazioni antimafia! Le intercettazioni ci aiutano a capire queste dinamiche. È logico che la mafia abbia convenienza a far concentrare l’attenzione in un solo momento all’anno , se questo distrae da un impegno costante, continuo, quotidiano…
Seconda considerazione: all’onestà di riconoscere, con vergogna, che la Sicilia è la terra della mafia, dobbiamo coniugare l’orgoglio di ricordare che è anche la terra dell’antimafia. Non serve a nessuno, tranne che ai mafiosi, cancellare la memoria dei martiri che ci hanno preceduto: la storia dell’antimafia scorre antica come la storia della mafia. E, ad essa, strettamente intrecciata.
Terza considerazione: sono convinto che il movimento anti-mafia può raggiungere dei risultati solo se, oltre ad agire, riflette anche sull’azione. Bisogna creare e ricreare incessantemente nuovi equilibri individuali e collettivi: non basta studiare e scrivere libri, ma nemmeno il lavoro eroico di chi opera sul campo, sui vari campi. Bisogna sintonizzare le diverse sensibilità, far confluire in un flusso unitario e sinergico azione e riflessione. Per questo motivo, con altri amici, nel 1992 ho fondato un’associazione di volontariato culturale che si chiama “Scuola di formazione etico- politica Giovanni Falcone”: voleva essere - vorrebbe essere ancora - un’oasi in cui i militanti ogni tanto si rifugino per riposarsi, per meditare, per aggiornarsi. Credo molto all’interscambio fra chi spende la vita nella pratica e chi la spende nello studio, ma come servizio alla pratica e non come fuga dalla storia: penso che vi sia facile immaginare quanto sia contento, oggi, di incontrare un gruppo di operai e sindacalisti animati dal mio stesso desiderio di coniugare azione, informazione e riflessione critica. I formatori che vi accompagnano hanno accettato di acquistare e distribuire a ciascuno di voi una copia del mio libretto La mafia spiegata ai turisti: qualcuno, fermandosi alla copertina volutamente ironica, pensa che si tratti di una pubblicazione umoristica. Invece è serio, frutto di tanti incontri con ospiti da tutto il mondo (per questo l’abbiamo pubblicato in sei lingue) e mi auguro di cuore che vi possa accompagnare come strumento per prolungare un po’ l’eco di queste giornate palermitane.

martedì 5 maggio 2009

L’Africa di Alberto Sciortino


“Repubblica - Palermo”
3.5.09

Alberto Sciortino
L’Africa in guerra
BALDINI CASTOLDI DALAI
Pagine 441
Euro 18,50

Alberto Sciortino è uno di quei rari, e preziosi, intellettuali palermitani che intreccia in circolo virtuoso analisi teoriche e pratica sociale. Come coordinatore per conto dell’organizzazione non governativa siciliana Ciss (Cooperazione internazionale Sud Sud) di vari progetti di sviluppo nel continente nero si è incontrato da decenni con le centinaia di guerre che, nel silenzio abituale dei massmedia italiani, vengono là combattute, non di rado con la regia di grandi potenze occidentali. Da qui l’idea di studiarne le radici storiche, le modalità effettive (saccheggi, schiavismo, abusi sessuali, razzia di aiuti umanitari, reclutamento militare di minori) e le prospettive attuali. Il frutto è un libro, denso ma fruibilissimo, davvero molto bello, non solo tipograficamente (L’Africa in guerra. I conflitti africani e la globalizzazione), di cui un esergo di A. Mbembe fornisce la chiave di lettura: “La guerra in quanto economia generale non oppone più necessariamente tra loro coloro che dispongono di armi. Oppone, di preferenza, chi dispone di armi e coloro che ne sono privi”.
Augusto Cavadi

mercoledì 22 aprile 2009

Avviso per i lettori - commentatori


Il mio blog ospita commenti di ogni genere, anche - e direi soprattutto - se sono critici nei confronti delle idee esposte.
Mi sembra doveroso, però, avvertire che saranno censurati tutti - e soltanto - gli interventi che:
a) non siano pertinenti con il tema del testo che intendono commentare (capita infatti che alcuni si inseriscano facendo finta di entrare nel dibattito, ma in effetti solo per avere una ‘platea’ a cui parlare);
b) anche se pertinenti, usino - “insieme a” o “al posto di” argomentazioni logiche - formule meramente offensive (non solo nei miei confronti - cosa che mi può dispiacere sino a un certo punto - ma anche nei confronti di terzi). In particolare ciò vale per gli attacchi contro Berlusconi e i suoi complici. Incoraggiati dal tenore dei miei scritti, chiaramente opposti alla logica dell’attuale padrone d’Italia, diversi lettori scrivono sul mio blog invettive aspre contro di lui: ma, a parte il buon gusto (ritengo tale stile troppo ‘berlusconiano’), sono convinto che la furia aggressiva verso il suo sistema di dominio sia solo un modo per distrarsi dal compito principale, che è e resta di impegnarsi quotidianamente e dappertutto affinché i nostri concittadini smettano di dargli democraticamente consenso. Berlusconi è il sintomo, prima che la malattia (anche se, come tutti i sintomi, finisce con l’aggravare la patologia originaria).

domenica 19 aprile 2009

“NON C’E’ LAICITA’ SENZA FEDE”. O, FORSE, L’INVERSO?


“Centonove”
3 aprile 2009

IL SENSO DELL’UDC PER LA FEDE

“Non c’è laicità senza fede”: lo slogan ha campeggiato in vari manifesti tappezzanti i muri di Palermo. Indubbiamente un titolo azzeccato per attirare gli sguardi distratti dei passanti su un convegno organizzato dall’UDC e svoltosi venerdì 27 marzo, anche senza la presenza di alcuni big preannunziati, come ad esempio Totò Cuffaro e Rocco Buttiglione (il quale, forse, è stato scoraggiato da un imbarazzante errore di stampa per cui, accanto al suo nome, si leggeva “conlude” anziché “conclude”. Evidentemente, di altre “con-lusioni”, da quelle parti non se ne avvertiva il bisogno…). Lo slogan capovolge, su un registro paradossale, la tesi molto più comune “non c’è laicità se c’è fede”. Infatti la maggior parte di noi, se intervistata per strada e costretta a pronunziarsi su due piedi, sosterrebbe che là dove c’è fede religiosa, c’è rischio di integralismo, di fondamentalismo, di intolleranza. In realtà, a riflettere più a fondo, lo slogan “non c’è laicità senza fede” può custodire messaggi preziosi.

Almeno due. Il primo messaggio si basa sulla “fede” intesa nel senso ampio, generico, radicale di apertura spregiudicata, di fiducia incondizionata. E’ il senso in cui Kant sosteneva che ogni attività intellettuale presuppone una “fede razionale” nelle possibilità della mente umana: quale scienziato deciderebbe di dedicare l’intera esistenza allo studio dei bruchi o delle stelle se non fosse animato dalla “fede” nella capacità della ragione di conoscere davvero bruchi e stelle, di svelarne i meccanismi nascosti e le relazioni stabili? Similmente, sul piano storico-politico, chi si impegnerebbe per la libertà e per la democrazia se non fosse sostenuto dalla “fede” nella capacità dei propri simili di andare oltre le situazioni di ingiustizia, di oppressione, in cui versa la maggior parte degli abitanti del pianeta?
Un secondo messaggio che lo slogan paradossale dei manifesti dell’UDC potrebbe veicolare si baserebbe su un significato più diffuso del vocabolo: ‘fede’ come fiducia, affidamento, nei confronti di Gesù di Nazareth, il profeta di Galilea in cui i discepoli hanno riconosciuto l’incarnazione della Parola di Dio all’umanità. Anche in questa accezione, “non c’è laicità senza fede”: infatti Egli non era né prete né monaco, ha vissuto da predicatore ‘laico’ ed il suo messaggio - fortemente polemico verso le gerarchie ecclesiastiche del suo tempo - lo portò dritto dritto alla condanna a morte per crocifissione. Gesù il Cristo non ha fondato una nuova religione, ma un nuovo modo di vivere la fede senza apparati dogmatici né censure istituzionali: ha mostrato cosa possa significare vivere laicamente in un regime teocratico.
Purtroppo, in linea con la storia dell’UDC in Italia e in Sicilia, l’interpretazione dello slogan “non c’è laicità senza fede” emersa dalla relazione introduttiva e dalla quasi totalità degli interventi successivi si è rivelata ben diversa dalle due possibili che ho appena evocato. Un’interpretazione che si basa sulla differenza (opinabile, anzi francamente capziosa) fra una “vera” laicità (che si coniuga con una prospettiva religiosa confessionale ’superiore’ ) e una “falsa” laicità (che, in quanto ‘atea’ o indifferente al punto di vista religioso, sarebbe ‘laicismo’). Forse per l’assenza di alcuni esponenti di spicco preannunziati sui manifesti, il convegno ha privilegiato il racconto di esperienze sociali portate avanti da alcuni preti e da alcuni volontari cattolici, accontentandosi di un’accezione ristretta di “laico”: il battezzato che appartiene alla chiesa cattolica ma non è sacerdote. Insomma: alla fin fine, si è ripiegato su un modo poco ‘laico’ di riflettere sulla ‘laicità‘. La quale è, prima di tutto, dubbio, ricerca, curiosità, confronto paritetico: non esclude dunque nulla a priori (né la fede confessionale né l’assenza totale di fede), ospita qualsiasi tesi, ma a patto che venga sottoposta al pubblico dibattito a titolo di ipotesi. Senza laicità, insomma, non c’è né fede né miscredenza: c’è il caparbio dogmatismo di chi impugna la sua fede o la sua miscredenza come clava per imporre agli altri le proprie opzioni culturali e, non di rado, i propri interessi più materiali.

Augusto Cavadi

I GAS (Gruppi di acquisto solidale) in Sicilia


“Centonove”
17 aprile 2009

“E’ meglio accendere una candela che maledire l’oscurità” sostiene un proverbio orientale. In tempi di oscurità accendere una candela può significare attivare nella propria cerchia familiare un cambio di rotta culturale e pratica: diminuire gli sprechi, moltiplicare le occasioni di riposo, di gioia, di convivialità . Ridurre i consumi superflui per incrementare la fruizione della bellezza. Spostare l’occupazione da settori inutili o dannosi verso ambiti che migliorano la qualità della vita (anche se non accrescono il Prodotto interno lordo). In Italia un movimento avviato da Maurizio Pallante, originariamente ispiratosi al francese Serge Latouche, ha dato anche un nome a questo orientamento: “la decrescita felice”. Il termine “decrescita” intende essere costruttivamente provocatorio: presuppone, infatti, che la “crescita” della produzione industriale, dei trasporti nella lunga distanza, dell’inquinamento ecologico non sia un valore da perseguire ciecamente. Presuppone che la merce non è sempre un bene: perché ci sono beni che non si lasciano mercificare e merci che non accrescono il benessere di chi le acquista.

Ma cosa può fare il cittadino comune per provare a realizzare, in concreto, una “decrescita felice”? Un centinaio di produttori e di acquirenti, dopo aver ascoltato sabato 4, nel castello della suggestiva cittadina di Giuliana, le tesi principali dalla viva voce del promotore del movimento, hanno dedicato la giornata successiva a fare il punto su un fenomeno che ormai coinvolge migliaia di siciliani: la diffusione progressiva dei GAS (Gruppi di acquisto solidale). L’idea, come tutte le idee davvero rivoluzionarie, è semplice: un gruppo di famiglie si consorzia, senza nessuna formalità, e si mette in rapporto diretto con uno o più produttori locali per assicurarsi la fornitura settimanale di frutta, verdura, uova, formaggi, olive, olio, cannoli di manna persino… Con una pioggia di conseguenze positive: sul piano economico (si riduce la filiera produttiva e commerciale, tagliando l’intermediazione parassitaria di grossisti e venditori al minuto), sanitario (si può controllare la ‘biologicità‘ dei cibi che si acquistano) ed ecologico (si riduce la massa di autorimorchi che trasportano in Sicilia le arance dell’Andalusia o le mozzarelle del Lazio o l’acqua minerale dal Trentino).
A Palermo e provincia sono già decine i “gruppi di acquisto solidale” che si sono attivati, soprattutto grazie alla sensibilità di produttori delle Madonie: un seme piccolo - rispetto a quanto avviene in altre province come Catania, Caltanissetta e Ragusa - ma promettente. E’ l’avvio di un processo etico e politico. ‘Etico’ perché fondato sulla convinzione che - per riprendere il vecchio Epicuro - “i piaceri veri della vita sono a portata di mano; difficili da raggiungere sono i piaceri falsi”. ‘Politico’ perché valorizza il potere di contrattazione del cittadino non solo in quanto elettore, ma anche in quanto acquirente: “consumo critico” significa, infatti, risparmiare un po’ di soldi nell’immediato; più ancora chiedersi quanto di ciò che si paga una merce serve a pagare il lavoro di chi la produce e quanto, invece, la pubblicità e lo spostamento da un punto all’altro del globo. Molti sono i modi per sognare un futuro diverso, ma uno solo per sperimentarlo: iniziare a costruirlo nel qui e nell’ora.

Augusto Cavadi