venerdì 29 luglio 2011

IN SICILIA NESSUNA DIFFERENZA ANTROPOLOGICA FRA DESTRA E SINISTRA?


“Repubblica – Palermo”
2 luglio 2011

LA DIFFERENZA ANTROPOLOGICA CHE (NON) CI SEPARA DALLA DESTRA CLIENETELARE

E’ stato importante che i rappresentanti dei partiti siciliani di sinistra e di centro-sinistra abbiano accettato l’invito di Rita Borsellino e Alfio Foti a parlarsi intorno a un tavolo. E proprio il clima estremamente sereno, civilissimo, è servito - paradossalmente – a mettere in risalto i contrasti reali, molto più che se fossero volati insulti e accuse reciproche. Il nodo della questione si è manifestato con tutta la chiarezza desiderabile: per Giuseppe Lupo non si vince senza l’alleanza elettorale con il centro “moderato”, per tutti gli altri tale eventuale vittoria elettorale sarebbe una vittoria di Pirro. Implicherebbe, infatti, l’omologazione con un modo di fare politica che taglierebbe i ponti con i siciliani onesti: la cancellazione di un riferimento dentro le istituzioni rappresentative per i cittadini che non accettano né cuffarismi né lombardismi.
E’ solo una diversità strategica o, alla base, agisce qualcosa di più radicale? La netta impressione che si è avuta dalla discussione di giovedì sera è che il PD siciliano e altre formazioni politiche d’opposizione siano separati da una differenza antropologica. Tutti infatti, saggiamente, hanno messo fra parentesi le vicende giudiziarie dell’attuale presidente della regione e si sono concentrati sul suo stile di governo, sulla sua rete di relazioni, sui suoi metodi clientelari. Ma è proprio il giudizio etico e politico sulla filosofia pratica di Lombardo che si evidenzia la differenza fra chi rappresenta una lunga tradizione di consociativismo e chi rappresenta (o pretende di rappresentare) una rottura e una novità (evocando, non certo a caso, i nomi dei sindaci di Milano, Napoli e Cagliari). Da una parte, insomma, il segretario regionale formatosi nella Cisl di D’Antoni e di Bonanni (vere scuole di equilibrismo tattico e di lobbing più o meno nominalmente proletaria); dall’altra l’eurodeputata prestata alla politica dopo due decenni di impegno gratuito e volontario nell’associazionismo. Da una parte il portavoce di un Pd siciliano che - con i suoi Crisafulli, Capodicasa, Mattarella e via cantando – non ha nulla da imparare dalla furbizia tattica e dall’elasticità morale di un Lombardo; dall’altra i portavoce, giovani e meno giovani, di organizzazioni politiche che hanno fatto e fanno della legalità democratica, della partecipazione dal basso, della rivendicazione dei diritti costituzionali, i principi irrinunciabili dei propri programmi. Da una parte chi fa politica per vincere, sperando di non perdere la dignità; dall’altra chi fa politica per non perdere la dignità, sperando di vincere.
Nessuno è così ingenuo da pensare che qui siano in lizza del forze del “bene” contro le forze del “male” (e la Borsellino, nel suo intervento conclusivo, l’ha saputo dire con eleganza e precisione): è facile essere duri e puri quando non si hanno le occasioni e i mezzi per peccare. E’ altrettanto comprensibile che, in politica, si accettino dei compromessi marginali e provvisori in nome del male minore. Ma una cosa è diventare maggioranza su un progetto chiaro, forte, nettamente riconoscibile e, da una posizione di autonomia, stabilire accordi sperimentali, settoriali o locali, con aggregazioni politiche di dubbia tempra; e tutta un’altra cosa è rinunciare a entrare per la porta principale, con i voti di chi vuole una Sicilia diversa rispetto ai sessant’anni precedenti, rassegnandosi per principio a fare capolino dalle entrate di servizio e dalle finestre lasciate aperte da quegli stessi padroni di casa contro cui si erano combattute intere campagne elettorali.

Augusto Cavadi

Piantala di essere te stesso!


“Repubblica-Palermo”
Domenica 24 luglio 2011

Gianfranco D’Amico

PIANTALA DI ESSERE TE STESSO !
Urra
Pagine 272
euro 15

Dalla Sicilia, in giro per l’Italia, Gianfranco Damico sta sperimentando una nuova professione (affascinante e ambivalente come le vie pionieristiche): il Life-Coach che, tradotto, sarebbe grosso modo l’allenatore personale che ti supporta nell’arte di vivere (ammesso che abbia i soldi per permettertelo). Nel volume Piantala di essere te stesso! Liberarsi dai propri limiti ed essere felici prova a scandire in dieci tappe un percorso di autonomizzazione non solo dagli altri (che non è facile), ma persino dai propri stessi pregiudizi (che è ancora più difficile). Il filo rosso delle dieci “stanze” è l’idea che i nostri comportamenti sembrano spontanei ma, in realtà, sono condizionati dalle nostre “credenze su cos’è il mondo, chi sono gli altri e noi stessi, i valori che ci dicono ciò che è importante e ciò che non lo è”; da cui l’opportunità, anzi la necessità, di esaminare criticamente tali “credenze” in modo da mantenere le più ragionevoli e liberarsi dalle altre. Qualche volta il tono del libro è un po’ troppo ‘statunitense’, quasi da imbonitore, ma nel complesso il messaggio è salutare: “prima ancora di ciò che riusciamo a fare, viene ciò che scegliamo di diventare. Si tratta, prima che morte ci colga, di finire di nascere del tutto e di essere definitivamente e splendidamente uomini e donne. Non burattini di legno con dei fili attaccati”.

lunedì 11 luglio 2011

Una recensione acuta delle “101 storie di mafia”


Con l’occasione, potrete scoprire una bella rivista siciliana che si può ricevere gratis, in pdf, nel proprio computer.
Buona lettura!

Per scaricare il Pdf di questo numero clicca sul seguente link:
http://www.piolatorre.it/rivista/download-rivista.asp?id=186

domenica 10 luglio 2011

PERCHE’ NON TRASFERIRE IL MINISTERO DELLA GELMINI A PALERMO?


“Repubblica – Palermo”
9.7.2011

SE TRASFERISSERO LA GELMINI A PALERMO
I leghisti vorrebbero la delocalizzazione di quattro ministeri , per ora almeno neppure Berlusconi li può accontentare. Ma domani, o dopodomani, chi sa? Nell’attesa Giuseppe Valenti – medico e imprenditore della sanità, promotore del movimento civico “Per Palermo” – ha lanciato la raccolta delle firme: “A Palermo il Ministero della Pubblica Istruzione”. La proposta, chiaramente provocatoria, presenta delle ragioni non più bislacche delle motivazioni addotte per il trasferimento a Nord di altri dicasteri.
Prima di tutto: non è il Sud il maggiore produttore di insegnanti precari? Non è dal Sud che partono i professori persecutori dei figli dei leghisti per bloccarli due volte agli esami di maturità? Non è al Sud che si riescono a organizzare i concorsi abilitanti didatticamente più avanzati per consentire anche ai soggetti deboli di diventare procuratori legali, prima di essere nominati ministri della Pubblica Istruzione e dell’Università?
Si potrebbe obiettare che è anche vero, però, che il Sud registra le maggiori deficienze didattiche negli alunni (specie per le discipline scientifiche) e strutturali negli edifici scolastici (quasi mai in regola con le norme di sicurezza e di vivibilità). Ma i ministeri servono prima di tutto a promuovere, sollecitare (l’ho imparato tre decenni fa. Un amico svizzero mi aveva informato dell’esistenza di un Ministero della marina della Confederazione elvetica, io risposi ironizzando sulle poche navi ancorate al porto di Genova, ma lui mi gettò al tappeto con una sola, sarcastica, domanda: “E voi, in Italia, non avete forse un Ministero del tesoro?”). Ministro – etimologicamente - non significa forse servitore, cameriere? Dunque se in un’area del Paese c’è bisogno di incrementare il versamento delle imposte e di contrastare l’evasione fiscale, è bene che ci si trasferisca il Ministero delle Finanze (per esempio in Padania); se in un’altra c’è bisogno di migliorare le attrezzature didattiche e di contrastare l’evasione scolastica, è bene che ci si trasferisca il Ministero della P.I. (per esempio, appunto, in Sicilia). E’ la logica stringente con cui qualcuno ha, opportunamente, suggerito di mandare La Russa (Difesa) a Lampedusa e Maroni (Interni) a Corleone. O con la quale si potrebbe suggerire di trasferire la Brambilla (Turismo) da Roma a Niscemi, la cittadina fra Mazzarino e Gela dove mia madre è nata ma, più che ottantenne, non può ritornare in visita perché non esistono né alberghetti né b & b.
Quante probabilità di successo avrebbe la raccolta delle firme del movimento “Per Palermo”, se non fosse soprattutto un’iniziativa dimostrativa? Con il governo attuale - il cui superministro dell’economia ha lapidariamente assicurato che “con la cultura non si mangia” - suppongo alte. I soldi al Settentrione, le chiacchiere al Meridione: non è una buona divisione dei compiti? E poi sarebbe anche un modo concreto di combattere la disoccupazione al Sud: potremmo sfornare traduttori e traduttrici per accompagnare i politici leghisti e facilitarne la comunicazione verbale con il pubblico e con la stampa. In giro per il Bel Paese.
Augusto Cavadi

venerdì 1 luglio 2011

Perché si può scegliere di non fare il commissario d’esame?


“Repubblica – Palermo”
29.6.2011

LA COMMEDIA DEGLI ESAMI E I CERTIFICATI DEI PROFESSORI

Anche per la Sicilia la cronaca ci restituisce, con puntualità annuale, il dato statistico di circa un decimo di commissari ‘esterni’ che – nominati dal Ministero – rinunziano a svolgere gli esami di maturità. A leggere la notizia, la reazione spontanea (più o meno seriosa) è pensare che il ministro Brunetta, quando parla di dipendenti pubblici “fannulloni”, non abbia tutti i torti. E’ davvero così? Escludiamo subito, dai circa 130 docenti su 1.300 che hanno chiesto l’esonero in provincia di Palermo, una trentina che - plausibilmente – abbiano davvero motivi di salute o familiari per rinunziare. Tra questi ci sono diversi casi, di cui sono personalmente a conoscenza, d’insegnanti affetti da patologie croniche che, per senso del dovere e rispetto del percorso formativo degli alunni, stringono i denti per nove mesi e non ricorrono (come pure la normativa consentirebbe) a congedi straordinari; e che riservano a fine giugno, quando una loro assenza è facilmente rimpiazzabile, gli accertamenti clinici e le terapie particolari. Già, perché è bene che l’opinione pubblica sappia che ogni commissario d’esame rinunciatario viene sostituito o da un collega di ruolo (che sta meglio in salute e che solo per una opzione casuale del computer romano non è stato nominato) o da un docente precario. Nel primo caso, non c’è nessuna ragione di escludere che l’insegnante ‘ripescato’ si dispiaccia della nomina (che comporta una integrazione dello stipendio intorno ai quattrocento euro per venti giorni di lavoro); nel secondo caso, poi, è certo che il docente precario è felice di fare un’esperienza professionale rilevante, di guadagnare qualche punto per la graduatoria e di percepire un emolumento che da tempo non percepisce.
Chiarito tutto questo, l’onestà intellettuale impone una considerazione finale per nulla marginale. In diversi docenti, che avrebbero motivi ‘oggettivi’ per rinunciare alla nomina ma che potrebbero comunque accettarla con qualche sforzo supplementare, la bilancia finisce per pendere dalla parte del ‘no’ come effetto di pregresse esperienze frustranti. Infatti la normativa attuale prevede una formula “all’italiana” che è il peggio che si potesse immaginare: comporta dispendio di soldi pubblici, di energie dei docenti, di stress per gli studenti e le famiglie, ma del tutto vanamente. Se un consiglio di classe dovesse decidere, definitivamente, la promozione o la bocciatura di un alunno, probabilmente si assumerebbe ogni responsabilità: attualmente, invece, si finisce troppo spesso col dire - o con il sottointendere – “noi lo mandiamo agli esami di maturità e, se proprio non ce la fa, sarà la commissione a respingerlo”. D’altro canto, però, questa benedetta commissione è costituita - come non è a tutti noto - da tre membri ‘interni’ e da quattro membri ‘esterni’ (uno dei quali è il presidente-notaio). In teoria sette esaminatori con eguali diritti e doveri: ma in pratica? Volete che i tre membri del consiglio di classe votino per il respingimento di un candidato che dieci giorni prima hanno contribuito a dichiarare (più o meno sinceramente) pronto per l’università? Basta dunque che uno solo dei quattro membri ‘esterni’ (per buonismo, per clientelismo o più spesso per non avere il fastidio di difendersi da eventuali ricorsi al Tar) voti con i tre colleghi ‘interni’ e il gioco è fatto. In scuole statali e ancor più in scuole private (anche tra quelle che un tempo in città si distinguevano dai più vergognosi diplomifici) vengono così dichiarati ‘maturi’ non solo giovani meritevoli, ma anche teste di rapa che non hanno fatto neppure finta di studiare. Quando anno dopo anno si assiste a questo scempio della legalità democratica e dell’equità etica (persino il ricorso all’ispezione straordinaria si rivela, nove volte su dieci, un’arma spuntata), pensate che si abbia voglia di chiudere un occhio sui propri piccoli o meno piccoli malanni per armarsi e fare la guerra ai mulini al vento? Siete sicuri che sia deontologicamente preferibile partecipare stancamente a una vuota liturgia a cui non crede più nessun docente piuttosto che dedicarsi a qualche lettura di aggiornamento professionale e di approfondimento culturale? Ma qui il discorso si eleva un po’ troppo rispetto alle possibilità di comprensione di molti politici al timone del Titanic.

Augusto Cavadi