Il blog di Augusto Cavadi, filosofo-in-pratica di Palermo, con i suoi appuntamenti pubblici in Italia e i suoi articoli.
mercoledì 15 aprile 2020
UNA LETTERA SPIAZZANTE DELL'ATTUALE VESCOVO DI ROMA
Ai fratelli e alle sorelle dei movimenti e delle organizzazioni popolari
Cari amici,
Ricordo spesso i nostri incontri: due in Vaticano e uno a Santa Cruz de la Sierra, e confesso che questa "memoria" mi fa bene, mi avvicina a voi, mi fa ripensare ai tanti dialoghi avvenuti durante quegli incontri, ai tanti sogni che lì sono nati e cresciuti, molti dei quali sono poi diventati realtà. Ora, in mezzo a questa pandemia, vi ricordo nuovamente in modo speciale e desidero starvi vicino.
In questi giorni, pieni di difficoltà e di angoscia profonda, molti hanno fatto riferimento alla pandemia da cui siamo colpiti ricorrendo a metafore belliche. Se la lotta contro la COVID-19 è una guerra, allora voi siete un vero esercito invisibile che combatte nelle trincee più pericolose. Un esercito che non ha altre armi se non la solidarietà, la speranza e il senso di comunità che rifioriscono in questi giorni in cui nessuno si salva da solo. Come vi ho detto nei nostri incontri, voi siete per me dei veri “poeti sociali”, che dalle periferie dimenticate creano soluzioni dignitose per i problemi più scottanti degli esclusi.
So che molte volte non ricevete il riconoscimento che meritate perché per il sistema vigente siete veramente invisibili. Le soluzioni propugnate dal mercato non raggiungono le periferie, dove è scarsa anche l’azione di protezione dello Stato. E voi non avete le risorse per svolgere la sua funzione. Siete guardati con diffidenza perché andate al di là della mera filantropia mediante l'organizzazione comunitaria o perché rivendicate i vostri diritti invece di rassegnarvi ad aspettare di raccogliere qualche briciola caduta dalla tavola di chi detiene il potere economico. Spesso provate rabbia e impotenza di fronte al persistere delle disuguaglianze persino quando vengono meno tutte le scuse per mantenere i privilegi. Tuttavia, non vi autocommiserate, ma vi rimboccate le maniche e continuate a lavorare per le vostre famiglie, per i vostri quartieri, per il bene comune. Questo vostro atteggiamento mi aiuta, mi mette in questione ed è di grande insegnamento per me.
Penso alle persone, soprattutto alle donne, che moltiplicano il cibo nelle mense popolari cucinando con due cipolle e un pacchetto di riso un delizioso stufato per centinaia di bambini, penso ai malati e agli anziani. Non compaiono mai nei mass media, al pari dei contadini e dei piccoli agricoltori che continuano a coltivare la terra per produrre cibo senza distruggere la natura, senza accaparrarsene i frutti o speculare sui bisogni vitali della gente. Vorrei che sapeste che il nostro Padre celeste vi guarda, vi apprezza, vi riconosce e vi sostiene nella vostra scelta.
Quanto è difficile rimanere a casa per chi vive in una piccola abitazione precaria o per chi addirittura un tetto non ce l’ha. Quanto è difficile per i migranti, per le persone private della libertà o per coloro che si stanno liberando di una dipendenza. Voi siete lì, presenti fisicamente accanto a loro, per rendere le cose meno difficili e meno dolorose. Me ne congratulo e vi ringrazio di cuore. Spero che i governi comprendano che i paradigmi tecnocratici (che mettano al centro lo Stato o il mercato) non sono sufficienti per affrontare questa crisi o gli altri grandi problemi dell'umanità. Ora più che mai, sono le persone, le comunità e i popoli che devono essere al centro, uniti per guarire, per curare e per condividere.
So che siete stati esclusi dai benefici della globalizzazione. Non godete di quei piaceri superficiali che anestetizzano tante coscienze, eppure siete costretti a subirne i danni. I mali che affliggono tutti vi colpiscono doppiamente. Molti di voi vivono giorno per giorno senza alcuna garanzia legale che li protegga: venditori ambulanti, raccoglitori, giostrai, piccoli contadini, muratori, sarti, quanti svolgono diversi compiti assistenziali. Voi, lavoratori precari, indipendenti, del settore informale o dell’economia popolare, non avete uno stipendio stabile per resistere a questo momento... e la quarantena vi risulta insopportabile. Forse è giunto il momento di pensare a una forma di retribuzione universale di base che riconosca e dia dignità ai nobili e insostituibili compiti che svolgete; un salario che sia in grado di garantire e realizzare quello slogan così umano e cristiano: nessun lavoratore senza diritti.
Vorrei inoltre invitarvi a pensare al "dopo", perché questa tempesta finirà e le sue gravi conseguenze si stanno già facendo sentire. Voi non siete dilettanti allo sbaraglio, avete una cultura, una metodologia, ma soprattutto quella saggezza che cresce grazie a un lievito particolare, la capacità di sentire come proprio il dolore dell'altro. Voglio che pensiamo al progetto di sviluppo umano integrale a cui aneliamo, che si fonda sul protagonismo dei popoli in tutta la loro diversità, e sull'accesso universale a quelle tre T per cui lottate: “tierra, techo y trabajo” (terra – compresi i suoi frutti, cioè il cibo –, casa e lavoro). Spero che questo momento di pericolo ci faccia riprendere il controllo della nostra vita, scuota le nostre coscienze addormentate e produca una conversione umana ed ecologica che ponga fine all'idolatria del denaro e metta al centro la dignità e la vita. La nostra civiltà, così competitiva e individualista, con i suoi frenetici ritmi di produzione e di consumo, i suoi lussi eccessivi e gli smisurati profitti per pochi, ha bisogno di un cambiamento, di un ripensamento, di una rigenerazione. Voi siete i costruttori indispensabili di questo cambiamento ormai improrogabile; ma soprattutto voi disponete di una voce autorevole per testimoniare che questo è possibile. Conoscete infatti le crisi e le privazioni... che con pudore, dignità, impegno, sforzo e solidarietà riuscite a trasformare in promessa di vita per le vostre famiglie e comunità.
Continuate a lottare e a prendervi cura l’uno dell’altro come fratelli. Prego per voi, prego con voi e chiedo a Dio nostro Padre di benedirvi, di colmarvi del suo amore, e di proteggervi lungo il cammino, dandovi quella forza che ci permette di non cadere e che non delude: la speranza. Per favore, anche a voi pregate per me, che ne ho bisogno.
Fraternamente,
Francesco
Città del Vaticano, 12 aprile 2020, Domenica di Pasqua
domenica 12 aprile 2020
"LA GOCCIA CHE FA TRABOCCARE IL VASO": UN INSTANT BOOK A CURA DI PAOLO SCQUIZZATO
Si va dalla strumentalizzazione blasfema del politico istrione, che blatera preghiere in TV, all’icona del papa barcollante sotto la pioggia nel deserto di piazza san Pietro (che ha suscitato le reazioni più opposte).
In questo contesto un prete ‘differente’ , don Paolo Scquizzato, ha avuto l’idea di assemblare un istant-book in cui riportare le voci di alcuni spiriti inquieti del panorama teologico italiano.
Così ha chiesto a Claudia Fanti, Paolo Farinella, Paola Lazzarini, Antonella Lumini, Alberto Maggi, Gianni Marmorini, Carlo Molari, Gianluigi Nicola, Silvano Nicoletto, Antonietta Potente, Gilberto Squizzato, Ferdinando Sudati, Antonio Thellung, Paolo Zambaldi e – bontà sua – anche a me, come intendessimo la preghiera in epoca di Covid-19: cosa possa voler dire pregare un Dio in un momento buio come questo. Si è formato un mosaico, fatto di piccole tessere, ciascuna con il suo tratto personale, accomunate da una qualità trasversale: la sincerità. Il dire solo quello che veramente si pensa, senza preoccupazioni di ortodossia né di altro genere.
Il libro, intitolato La goccia che fa traboccare il vaso, è edito dalle edizioni Gabrielli: può essere immediatamente acquistato via internet in formato elettronico e sarà, tra qualche settimana, anche in libreria in formato cartaceo.
Per ulteriori informazioni cliccare qui:
https://www.gabriellieditori.it/shop/spiritualita/paolo-scquizzato-la-goccia-che-fa-traboccare-il-vaso-la-preghiera/
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venerdì 10 aprile 2020
UN PRO-MEMORIA PER IL DOPO VIRUS DA PAOLO RUMIZ
Paolo Rumiz, "la Repubblica", 27 marzo 2020
MI RICORDERO' DI VOI QUANDO SARA' TUTTO FINITO
Stamattina ho appeso fuori dalla porta un foglio con su scritto:
«Mi ricorderò di voi quando tutto sarà finito.
Di voi che avete smantellato la sanità pubblica per finanziare centri di estetica e ora tuonate contro lo Stato perché mancano respiratori.
Di voi farisei che, mentre pontificavate sulla vita, mettevate il profitto davanti alla vita stessa, e la difesa dei beni davanti a quella delle persone.
Di voi, che ci avete coperto di veleni e lasciato desertificare l’Italia dei borghi;
e di voi, volonterosi partigiani dell’economia del saccheggio, dello scarto e dello spreco, che avete de-localizzato in Asia e tolto lavoro alla nostra gente.
E di voi, che avete coperto tutto questo, facendoci credere che il problema fossero gli immigrati, quando siete stati i primi a chiamarli per ingrassarvi il culo.
E soprattutto di voi, ultra-liberisti da talk show, che avete smantellato cultura e senso del dovere, obbligandoci a gestire questa emergenza più con la polizia che con l’educazione civica.
E infine di voi, che anche ora, nel momento estremo, seminate zizzania e bugie per coprire di fango chi senza clamore si spende per soccorrere gli ultimi».
Scritto d’impeto, dopo avere letto un report agghiacciante sulle responsabilità dell’ecatombe a Bergamo, epicentro dell’infezione, con centinaia di morti al giorno.
PAOLO RUMIZ
martedì 7 aprile 2020
ANTONINO CANGEMI SU SICILIANI UN PO'...ORIGINALI
“IL GATTOPARDO”
Marzo 2020
ARISTOCRATIICI ECCENTRICI E POVERI TALENTUOSI
Per conoscere i siciliani di oggi riesce certamente istruttivo conoscerne alcuni di ieri. Chi ama i testi di storia ha solo l’imbarazzo della scelta fra tante monografie dedicate a personaggi illustri, da Archimede a Camilleri. Chi preferisce pagine più agili, al confine fra la saggistica e la letteratura, troverà gradevole la lettura di un libro recentissimo di Antonino Cangemi, Miseria e nobiltà in Sicilia, edito da Navarra, in cui si raccontano – come avverte il sottotitolo – Vite di aristocratici eccentrici e poveri talentuosi.
Tra i nobili troviamo poeti come Domenico Tempio, Antonio Veneziano e Lucio Piccolo; filantropi illuminati come Pietro Pisani, fondatore e primo direttore della Real Casa dei Matti di Palermo; donne fatali come l’immancabile Franca Florio, la cui fama sembra crescere – anziché sfumare – con lo scorrere dei decenni. Tra i “poveri”, ma “talentuosi”, sono evocate figure abbastanza note (come Tommaso Bordonaro, autore de La spartenza, e Filippo Bentivegna, lo scultore delle inquietanti pietre del suo “Castello incantato” nei pressi di Sciacca) e altre pressoché sconosciute (come Pietro Vento, detto Pietro Sasizza, che anch’io ebbi modo di incontrare più volte a Mezzojuso quando preparava per le feste aquiloni colorati e piccole mongolfiere, il cui volo incantava noi bambini con gli occhi sgranati).
Che cosa accomuna personaggi tanto diversi per ceto sociale, formazione culturale, scelte di vita? Nulla. Ma è proprio quest’assenza di affinità a risultare eloquente. Ancora una volta, infatti, conferma – come scrive Cangemi nell’Introduzione - che “i poli opposti si attraggono. Anche in Sicilia. O, forse, soprattutto in Sicilia. Quella Sicilia abbagliata dalla luce e oscurata dal lutto (per dirla con Bufalino), accecata dalle luminarie della festa e afflitta da ataviche amarezze, allegra e malinconica, ciarliera e silenziosa, vivace e apatica, dai colori accesi e dalle più tenebrose oscurità. Quella Sicilia assetata di giustizia e devastata da troppe iniquità, ribelle e rassegnata, clemente e inclemente, docile e aspra, in cui tutti vogliono vivere e da cui tutti vogliono scappare, dove il bello che incanta e sublima sino a estraniare confina con l’indecenza”. I siciliani, come i cittadini di ogni parte del mondo, abbiamo questo in comune: che ognuno di noi è unico.
Augusto Cavadi
www.augustoavadi.com
venerdì 3 aprile 2020
ANDREA PICONE CI AIUTA A RIFLETTERE SULLA CRISI ATTUALE
Dal profilo FB di Andrea Picone:
Nei dibattiti parlamentari (europei e italiani), nelle innumerevoli trasmissioni televisive, negli editoriali dei giornali si evoca il bisogno di "tornare al più presto alla normalità". Si citano, al proposito, vari episodi di assalti ai supermercati e si diffondono reportage di gente che giustamente denuncia di non avere neanche i soldi per fare la spesa.
Trovo pochi interventi, tuttavia, che evidenzino che la "normalità" portava in sé esattamente i geni dell'autodistruzione che stiamo vedendo adesso, sia dal punto di vista epidemiologico e sanitario, sia sociale.
NORMALITÁ non è consentire, e anzi foraggiare, come ha fatto per decenni il governo cinese e non solo, il diffondersi dei cosiddetti ‘wet markets’, i mercati di animali selvatici, rinchiusi in gabbie microscopiche in condizioni indegne, torturati e poi uccisi. Il ‘salto di specie’, già documentato in altri casi, è praticamente garantito, come puntualmente avvenuto. Lo stesso può dirsi per gli allevamenti intensivi in Europa finanziati con soldi comunitari, ovviamente.
NORMALITÁ non è perseguire ricette economiche tanto stupide quanto autolesioniste (vediamo alcuni governi UE persistere ‘diabolicamente’), facendo finta che il divario tra le classi meno abbienti e i benestanti non si allargasse sempre di più, in Europa come nel resto del mondo. Per poi stupirsi che “toh, c’è il lavoro in nero” e, se per tre settimane ci si ferma, è ovvio che chi è costretto a lavori saltuari pagati alla giornata non ha niente da mettere in tavola.
NORMALITÁ non è fare in modo che la ricerca, la serietà, la professionalità siano costantemente sottofinanziate o svilite, non è normale tagliare in modo criminale la sanità e il servizio pubblico, per poi stupirsi che non ci sono abbastanza posti letto in terapia intensiva.
Ho sentito più volte ribadire, in questi giorni, l’ottimistica frase: “crisi è opportunità”. Lo è solo e se i paradigmi cambiano. Perché come scriveva dieci giorni fa Diego Garcia-Sayan su El Paìs, non è vero che il virus è democratico. Si, l’infezione può colpire il Principe Carlo o l’operaio dell’ILVA, ma sappiamo benissimo che non è la stessa cosa. Per adesso, la crisi da coronavirus ha semplicemente acuito le enormi disuguaglianze già in essere.
Non sono affatto ottimista sul cambio di questi paradigmi. Non appena finita l’emergenza, sentiremo i vari Salvini, Meloni, Renzi & co. (abbiamo già avuto qualche succoso ‘antipasto’ come il Cazzaro Verde virologo, Giorgiona nazionale matematica e il ‘riformista’ toscano che vuole aprire tutto tranne il suo cervello) premere subito sulla necessità di produrre, di crescere ma anche di mettere da parte il Green deal perché "la gente non ce la fa".
Sarà questa la vera sfida, lo pseudo-ricatto al quale, in UE come in Italia, le forze progressiste e ambientaliste non dovranno cedere e dovranno anzi essere capaci di essere credibili e propositive. Soprattutto verso chi oggi, al netto delle infiltrazioni criminali, è tentato di assaltarlo davvero il supermercato, e non per divertimento.
Sentiremo, come abbiamo sempre sentito, la destra dire: “LAVORO O AMBIENTE”, “GRETA RADICALCHIC” “NO ALLA TRANSIZIONE” e altre amenità varie.
E allora, o si è appunto credibili, inclusivi, sia individualmente, sia come collettivo, o è la fine. Perché significherà che non avremo imparato nulla, e il nostro pianeta sarà ad un passo dalla distruzione. Non sono tra quelli che dice “il virus è un avvertimento/punizione per l’uomo”.
Per me la crisi da coronavirus è solo una logica conseguenza dei nostri errori. Siamo stati già avvertiti troppe volte, senza successo.
Siamo ancora in tempo? Forse. Ma non dovremmo indugiare più di quanto abbia fatto Mamma Papera con la sua famigliola a Firenze in rapida escursione verso una parafarmacia. Venti secondi e poi #acasa.
Andrea Picone
Marzo 2020
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