venerdì 28 settembre 2012

Ci vediamo oggi a Palermo per riflettere sul NOSTRO razzismo?


Venerdi 28 settembre 2012 alle ore 18.30 nel Giardino di Ballarò, B&B in via Porta di Castro 75-77, Palermo, presentazione del libro di Clelia Bartoli “Razzisti per legge. L’Italia che discrimina” Laterza 2012.

Intervengono, oltre all’autrice,

Augusto Cavadi, filosofo consulente e opinionista “Repubblica”,

Mario Affronti presidente nazionale della SIMM, Società Italiana di Medicina delle Migrazioni

Bijou F. Nzirirane, dottoressa in ricerca agraria e presidente dell’associazione Universitari africani.

domenica 23 settembre 2012

Inutilità del comunismo ?


Frank Ferlisi

L’INUTILITA’ DEL COMUNISMO
Gruppo Istituto Poligrafico Europeo
Pagine 167
euro 12

In una fase, ormai più che decennale, in cui fare politica (in Sicilia, ma non solo) significa esercitarsi nella tecnica del consenso a qualsiasi prezzo e delle negoziazioni pre-elettorali a prescindere dai principi etici, provoca quasi solidale tenerezza leggere il testamento politico di uno dei militanti storici della sinistra palermitana che invita a riflettere, criticamente, su ciò che è vivo e ciò che è morto del comunismo marxista. E non per fare opera di mera erudizione, bensì in vista di un’azione politica concreta, urgente e capillare. Il titolo del libro di Frank Ferlisi (L’ inutilità del comunismo) non è esente da un filo di autoironia, come d’altronde il sottotitolo (Qualche idea per evitare che la rivoluzione ci trovi impreparati); ma il pathos che lo anima è ancora più marcato. Su questa o quell’altra tesi il lettore potrà dissentire, ma sarà difficile non convincersi che – prima di oltrepassare certe ideologie – bisognerebbe essere in grado di raggiungerle. Altrettanto difficile non condividere l’esortazione finale alla sinistra di “volare alto e non all’altezza delle galline” (secondo l’espressione di Lenin); di “gettare nella pattumiera divisioni, personalismi, correntismi e tentare di costruire una risposta forte alla crisi italiana” per evitare di finire, tutti insieme, “nella pattumiera della storia”.

Augusto Cavadi

venerdì 21 settembre 2012

KANT VIA MMS


“Centonove”, 21.9.2012

KANT VIA MMS

Kant ? Chi era costui? Certamente un filosofo che si cita tra i primi quando si vuole fare un esempio di pensatore astruso, astratto, incomprensibile. Basti dire che è stato lui a ripescare, dalla notte del Medioevo, l’aggettivo “trascendentale” e a rimetterlo in giro! Spiegare Kant ai ragazzi dell’era dei telefonini, delle web cam e degli sms è un’impresa quasi impossibile anche per il professor Emilio Negroni, tanto più che incarna le peggiori qualità del docente-medio: libresco, ripetitivo, nozionistico, severo, incapace di autocritica e del tutto privo di fantasia e di senso dell’humor.
Per fortuna la vita, ogni tanto, si diverte a scompaginare i ritmi monotoni della “medioecrità ordinaria” e riesce a svegliare, dal sonno didattico, anche gli insegnanti più assopiti. E’ quanto accade al protagonista di questo racconto (un interessante e originale “racconto didattico” di Matteo Petenzi, Ragion pura via mms, Edizioni Progetto cultura, pp. 80, euro 12,00) che riesce a capire, al di là della letteralità del testo, ciò che veramente voleva dire Kant, grazie all’incontro con un regista (Paolo Cieli) e con un tenente dei paracadutisti (Angelo Renzi). Più precisamente. Grazie al primo, egli entra nella dottrina della conoscenza umana secondo Kant: per il quale la mente umana è come la videocamera di un regista in quanto capta immagini disperse, suoni isolati, discorsi spezzati e, elaborando questi materiali ‘esterni’, li ricompone in un film. Nessun film sarà la riproduzione esatta della realtà in sé, ma ne costituirà una delle possibili interpretazioni. L’umanità – intesa come genere umano – dovrà dunque rinunziare irrimediabilmente a conoscere il mondo come è in sé: ma poiché tutte le nostre menti lavorano come se fossero una stessa telecamera, abbiamo almeno la possibilità di intenderci fra noi esseri umani. La varietà dei dati sperimentali, colti attraverso i sensi, viene unificata da un intelletto comune all’intero genere umano: “questo elaboratore è presente in ciascuno di noi in modo identico”.
Dunque il mondo dei fenomeni non è solo il campo della nostra conoscenza, ma anche il suo limite: con il mero intelletto non possiamo andare al di là del finito, del misurabile matematicamente e fisicamente. Ma siamo solo intelletto o anche sentimento? Questa ulteriore dimensione dell’uomo, su cui Kant ha riflettuto molto nell’ultima parte della sua luga esistenza terrena, è ciò su cui l’ex alunno Angelo attrae l’attenzione del maturo, incartapecorito, insegnante. E l’attrae - trattandosi di uno stato d’animo – non con le parole soltanto: gli fa sperimentare, molto concretamente, che cosa significa il ‘sublime’, quel mix ineffabile di stupore e di paura, di ammirazione e di terrore. Così gli fa avvertire esistenzialmente, praticamente, “quella facoltà dell’uomo in grado di supearre i limiti della natura sensibile e di andare oltre con la ragione”.
Sarebbe un peccato non limitarsi a questi pochi cenni sulla trama perché, entrando nei dettagli, si priverebbe il futuro lettore dal piacere di scoprirli da sé. L’essenziale, comunque, traspare già da queste poche righe di recensione: c’è un modo di raccontare la filosofia che non è nceessariamente schematico e noioso. Ma la può raccontare in questo modo solo colui per il quale essa non è rimasta una mera disciplina accademica: è diventata esperienza e memoria viva, carne e sangue.

Augusto Cavadi

venerdì 14 settembre 2012

La sovranità dello Stato


“Madrugada”
Settembre 2012, 87, pp. 14 – 15

La politica è antica quanto le prime aggregazioni umane: già la vita di coppia esige un metodo (più o meno esplicito, più o meno condiviso) per decidere sulle questioni in comune. Il quadro si amplia, e si complica, nell’ambito della famiglia, della tribù, della polis…Solo in tempi relativamente recenti è nato lo Stato (almeno nell’accezione in cui lo intendiamo nelle lingue moderne) e, poiché esso ha concentrato le più rilevanti decisioni politiche, si tende a supporre che esso ne abbia il monopolio. In realtà non è così. E non lo è per ragioni di cui rallegrarsi e per ragioni di cui preoccuparsi.
Che ogni singolo Stato sia, per così dire, costretto a limitare la propria sovranità – sia ad intra perché il potere politico deve fare i conti con il potere culturale di giornali televisioni movimenti d’opinione, con il potere sociale di sindacati e altre organizzazioni civiche, con il potere economico degli imprenditori e delle banche; sia ad extra perché ogni governo deve coordinarsi con altri governi nazionali se vuole affrontare delle problematiche planetarie – è un dato che ci preserva da forme esplicite o implicite di dittatura. Lo statalismo è una brutta bestia che rivela, macroscopicamente, le ambiguità dell’istituzione statuale (ambiguità a proposito delle quali più volte tornano ad avvertirci le voci della tradizione cattolica, del pensiero liberale e soprattutto dei movimenti anarchici).
Tuttavia non c’è solo di che rallegrarsi, ma anche - e forse ancor di più – di che allarmarsi. Se parlamento e governo sono luoghi decisionali che, invece di rispondere soltanto ai cittadini elettori, agiscono condizionati in misura crescente dalle lobby più influenti operanti nel tessuto sociale, è la democrazia stessa ad essere minacciata. Formalmente ogni parlamentare - e ogni ministro che resta in carica solo sino a quando gode della fiducia della maggioranza parlamentare – deve elaborare, proporre e approvare le leggi (nel caso di deputati e senatori) o metterle effettivamente in opera (nel caso dei membri del governo) ascoltando la propria coscienza (nutrita di competenze professionali, radici etiche, sensibilità civica: in una parola di saggezza): ma cosa avviene davvero? Sostanzialmente è difficile che un politico segua davvero il criterio della verità (per quanto circoscritta all’ambito dell’opinabile) e della giustizia. Sempre più egli è condizionato dalle direttive del partito politico, dai risultati ballerini dei sondaggi d’opinione, dai diktat della sua chiesa di riferimento (in Italia sinora la chiesa cattolica, ma non è lontano il momento in cui islamici di fede sincera si riterranno altrettanto vincolati dalle prescrizioni della sharìa) e, soprattutto, dai grandi centri di potere economico e finanziario. Il ventennio berlusconiano è stato - e per molti versi continua ad essere – un’istruttiva esemplificazione di come chi possiede denaro può trasformare un parlamento, apparentemente legale, in una protesi funzionale alla difesa dei propri interessi privati e all’ampliamento dei propri profitti. Di come la politica statuale possa essere mortificata e asservita all’economia privatistica.
Questo quadro, sintetico e a tinte contrapposte, conferma – a vent’anni di distanza – una tesi di Norberto Bobbio: “Oggi chi voglia avere un indice dello sviluppo democratico di un paese, deve considerare non più il numero delle persone che hanno diritto di votare, ma il numero delle sedi diverse da quelle tradizionalmente politiche in cui si esercita il diritto di voto. Detto altrimenti: chi voglia oggi dare un giudizio sullo sviluppo della democrazia in un dato paese deve porsi non già la domanda: Chi vota?, ma Dove si vota?”.
Se la diagnosi è facile, non altrettanto si configura la terapia. In termini generali, si potrebbe sostenere che le diffidenze di stampo liberale (e anarchico) nei confronti dello Stato in quanto tale vanno bilanciate dalle istanze della migliore tradizione socialista, soprattutto da una: l’economia deve crescere sotto il controllo della politica. E poiché un’economia globalizzata non può essere governata da uno Stato nazionale, la trasformazione dell’Unione europea prima - e dell’Onu dopo – in organismi politici davvero democratici e davvero efficienti non può più essere differita. Nessuno Stato, per quanto potente, potrà difendersi dai condizionamenti dei ‘cartelli’ imprenditoriali e finanziari multinazionali (che, in realtà, sono sovranazionali). Per raggiungere questa meta di una Federazione mondiale (che già nel Settecento veniva indicata, profeticamente, dal grande Kant come antidoto a ogni forma di assolutismo e di nazionalismo) occorre che non solo i politici di professione, ma i cittadini tutti, abbiano la lucidità per coglierne la necessità e il coraggio di impegnarsi attivamente in tale direzione. Lucidità e coraggio che, a essere sinceri, non sembra che oggi si sprechino. Una riforma intellettuale e morale (per citare Gramsci) è ancora davanti a noi. Per dirlo con una formula (approssimativa come tutti gli slogan), la politica potrà imbrigliare l’economia solo se, a sua volta, sarà improntata dall’etica. E la storia ci insegna che i grandi mutamenti etici possono essere avviati da singole personalità eccezionali, ma non si realizzano se non arrivano a contagiare un po’ tutte le fasce sociali. Se non diventano energia vivificante di interi popoli.

Augusto Cavadi

giovedì 13 settembre 2012

Sulle prossime elezioni regionali (28 ottobre 2012)


“Repubblica – Palermo”
13.9.2012

SI PUO’ VOTARE SENZA TURARSI IL NASO

Le cronache pre-elettorali siciliane di questi giorni ci offrono una notizia cattiva e una buona. La cattiva è che un politico passa le giornate a confessare pubblicamente i propri errori (sostenere Berlusconi e i suoi governi anti-meridionalisti; sostenere Cammarata e le sue giunte impalpabili; sostenere Lombardo e il suo clientesimo proverbiale che è riuscito persino a oscurare la fama di Cuffaro…) e a dichiarsene pentito, in vista non di un decennale ritiro in convento ma della candidatura a presidente della regione. Un po’ come se l’altoatesino Alex Schwazer organizzasse un ciclo di conferenze stampa per chiedere, contestualemnte, perdono per il doping e il ruolo di direttore sanitario della squadra azzurra alle prossime olimpiadi. Se Miccicché dovesse davvero vincere le regionali, si dovrebbe attivare una colletta per elevare una statua al filosofo greco Plotino e, nel piedistallo, incidere la sua sentenza più attuale: “Se sono al potere gli individui meno idonei è per la viltà dei loro soggetti”.
E la notizia buona? Che, per la prima volta dopo molti anni, i cittadini non sono costretti a votare turandosi il naso. A destra (Nello Musumeci), a centro (Gaspare Sturzo) e a sinistra (Rosario Crocetta e Claudio Fava) hanno la possibilità di scegliere persone per bene che – in ogni ipotesi – dovrebbero essere in grado di far dimenticare, ai siciliani e al resto del mondo, la tragica comicità dell’ultimo decennio. Persino chi si orienta per un voto di protesta contro i partiti tradizionali (a meno che non voglia proprio gettarla sul ridere e scatenare i De Luca che, con Sgarbi accanto, dichiarano di sottoporsi al giudizio del popolo perché la magistratura li ha rinviati “a…giudizio”) ha la possibilità di votare per un candidato (Giancarlo Cancellieri) del Movimento “Cinque stelle” che si presenta con una storia, personale e politica, degna di rispetto.
In base a questo quadro, non si capisce bene la posizione di chi sta anticipando il proprio astensionismo. Davvero si ritiene che si sia toccato il fondo e che peggio di così non possa andare? Indubbiamente i partiti hanno bisogno di una trasformazione radicale che, almeno con gli attuali dirigenti in buona posizione per superare la longevità politica delle cariatidi sovietiche, non è neppure agli orizzonti. Ma è una trasformazione che potrà avvenire, se avverrà, solo come effetto e sintomo di una trasformazione della mentalità diffusa fra gli elettori: non più concentrati sul proprio privato, ignari delle problematiche nazionali e internazionali, disposti a vincere la pigrizia pantofolaia solo se c’è da arrotondare stipendi sempre più contenuti. Il rinnovamento della politica passa attraverso varie forme elementari di partecipazione (dalla lettura del quotidiano alla presenza nella sezione di quartiere): e la partecipazione costa in termini di tempi, di energie e – in qualche caso – di denaro. Basta provare a osservare una delle molte riunioni che vengono indette quasi ogni giorno nelle nostre città da movimenti, associazioni, coordinamenti: la non molto consistente fetta di aderenti telematici (che cliccano il fatidico “Parteciperò” su Facebook) si assottiglia ulteriormente quando si passa dal virtuale al reale, al fisico. Per poi dissolversi quasi totalmente se si tratta, una volta ritornati a casa, di leggere documenti, meditare analisi, stilare proposte. Una partecipazione virtuale può produrre frutti altrettanto virtuali: non inesistenti, ma neppure sufficienti. Università, scuole, sindacati, associazionismo laico e cattolico dovrebbero affrettarsi a riscoprire la responsabilità per la valenza politica (e non solo culturale o sociale o economica o etica) della propria identità istituzionale. Se resteranno ciò che sono sempre stati o sono diventati a seconda dei casi – cioè delle macchine di qualunquismo che pretendono dai rappresenanti politici quell’impegno quotidiano, informato e costruttivo, da cui si tengono esse stesse lontano – non vedrei nessun futuro augurabile. Il meglio che ci potrà capitare sarà ascoltare, tra dieci anni, le confessioni di un altro siciliano in preda a commoventi sensi di colpa.

Nota:
a) Per i quattro lettori non-siciliani, preciso che Cateno De Luca diffonde manifesti propagandistici con lo slogan “Scateno De Luca”. Come precisa Vittorio Sgarbi in un intervento sul web, ha prestato per questa campagna elettorale la sua S iniziale a Cateno e accettato, provvisoriamene, di restare… Garbi.
b) In neretto i passaggi che, forse saggiamente, la redazione palermitana di “Repubblica” ha tagliato per evitare contenziosi giudiziari.