giovedì 31 luglio 2014

"Il Dio dei mafiosi" ripreso su "Il Foglio"

Come si evince anche da questo articolo del "Foglio" di Giuliano Ferrara, tra me e il quotidiano milanese non corre buon sangue. Ma devo dare atto che, a mia conoscenza, è l'UNICO organo di stampa che (in questi giorni di scomuniche papali e inchini della Madonna) si sia ricordato del mio trattato sulla teologia dei mafiosi. Così va il mondo...e il filosofo, sorridente, registra.
Il link:
www.ilfoglio.it/articoli/v/119565/rubriche/ecco-il-volto-del-dio-dei-mafiosi-in-una-lettura-teologica-di-cosa-nostra.htm

martedì 29 luglio 2014

Gli ultimi saranno i primi ? E perché i primi rischiano di finire ultimi ?

Come alcuni di voi sanno, l'Agenzia di stampa (on line e cartacea) di Roma "Adista" mi chiede ogni tanto dei contributi. Qua sotto riproduco il commento al brano del vangelo che nelle chiese cattoliche sarà letto domenica 3  agosto 2014, commento pubblicato nella rubrica "Omelie fuori dal tempio" dell'ultimo numero di "Adista-notizie".

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Vangelo secondo Matteo 20, 1 - 16 a


Leggere il vangelo, interpretarlo correttamente, è dato a tutti - soprattutto ai 'semplici' - o è riservato a pochi specialisti? Ci sono pagine che attestano quanto ardua sia la risposta. Da una parte, infatti, sarebbe assurdo supporre che il messaggio salvifico del Regno non fosse rivolto anche a chi è capace soltanto di ascolto naif ; ma, dall'altra, come non ammettere che una lettura ingenua, immediata, di parabole come questa induca quasi inevitabilmente a fraintendimenti ? Forse si ci si potrebbe accordare su una conclusione del genere: Gesù parlava il linguaggio multiplo delle parole, dei gesti, delle azioni...che poteva raggiungere, senza filtri, la mente e il cuore degli ascoltatori anche meno istruiti. Sapeva che la trascrizione in fogli del suo linguaggio avrebbe potuto generare equivoci. E infatti né scrisse né dettò nulla. Dopo la redazione dei vangeli, le linee essenziali del messaggio restano accessibili anche a chi è asciutto di esegesi e di ermeneutica, ma solo chi ha l'attrezzatura metodologica adatta può provare a raschiare l'apparenza per cogliere molti dettagli secondari per nulla trascurabili.
      Che significa, ad esempio, che "gli ultimi saranno i primi e i primi ultimi" (v. 16)? Il Dio di Gesù è un capitalista di animo generoso che, avendo fissato un salario minimo per i suoi precari a giornata, non se la sente di decurtare ulteriormente la paga a quanti sono rimasti in piedi, appoggiati sul muretto, sino a quando - quasi alla fine della giornata lavorativa - non è stato necessario ingaggiare anche loro?  Qualsiasi interpretazione giuridica o morale (e ne sono state proposte decine in questi venti secoli) mostra, alla fine, qualche incongruenza o - nei casi migliori - si riduce ad una sorta di celebrazione dell'ovvio che non aggiunge né toglie alcunché ad una immagine antropomorfica di Dio.
      Diverso è il caso in cui ci si ponga da una prospettiva teologica ed antropologica. Qui si annuncia un Dio che non fa calcoli ragionieristici e dona la salvezza non solo a chi è chiamato per primo (l'ebreo veterotestamentario, la bambina precoce che decide di farsi santa a quattordici anni, gli sposi modello che arrivano alle nozze d'oro dopo una vita di rinuncie quotidiane...), ma anche a chi avverte la chiamata in extremis (il pagano contemporaneo di Gesù, il libertino che si converte come Agostino di Tagaste nel mezzo del cammin della sua vita, gli anziani mercanti alla Zaccheo che solo poco prima di morire si accorgono di aver sprecato l'esistenza a far soldi  e per giunta disonestamente...). E qui si annuncia la possibilità inaudita che l'uomo, grazie ad una fede autentica, possa vincere l'invidia e la gelosia causate dalla gratuità dell'unico Padre. Bruno Maggioni lo ha saputo precisare con lucidità: "la parabola non vuole anzitutto insegnarci come Dio si comporta, ma piuttosto come i giusti debbono comportarsi di fronte alla misericordia di Dio". Infatti, come aveva avvertito J. Dupont, "il problema non è quello dei diritti e dei doveri di un padrone, ma quello della solidarietà che dovrebbe unire gli operai fra di loro".
      Allora non è che i 'primi' vengano schiaffati da Dio all'ultimo posto, ma è la loro stessa condizione di 'primi' a metterli a rischio di auto-esclusione: è la loro coscienza 'troppo' pulita, il compiacimento eccessivo per i propri 'meriti', l'arroganza di chi si avverte moralmente privilegiato che li induce a rattristarsi perché Dio è comprensivo e  a nutrire per i salvati dell'ultima ora sentimenti negativi. E' insomma il loro privilegio iniziale a covare, dentro sé stesso,  il rischio di capovolgersi  in rivolta autolesionistica.  Beati gli ultimi perché non conosceranno la tentazione di rivendicare il monopolio della primogenitura!

    Augusto Cavadi
   

lunedì 28 luglio 2014

I PECCATI DEI PRETI E L'IMPEGNO DELL'ASSOCIAZIONISMO SICILIANO


“Repubblica – Palermo”
25. 7. 2014

GLI AIUTI A CHI SOFFRE E I PECCATI DEI PRETI

   Le prestazioni sessuali estorte fanno sempre ribrezzo. Ma se a operare la concussione in natura è un cittadino con responsabilità sociali  - un medico o un insegnante, un politico o un prete – l’abuso risulta particolarmente odioso. Fatta salva la presunzione d’innocenza, è dunque comprensibile che in internet girino in queste ore parodie amaramente sarcastiche: “L’8 per mille alla Chiesa cattolica? Chiedilo a don Librizzi”.

    Che la giustizia faccia il suo corso, efficacemente e rapidamente, è interesse di tutti ma, in modo particolare, di quelle centinaia  - anzi migliaia – di siciliani che da anni si impegnano a supplire le carenze della politica governativa sul fronte degli sbarchi dall’Africa. Un’altra mela marcia (non è la prima, non sarà presumibilmente l’ultima) rischia, infatti, di gettare il discredito su un mondo variegato e ammirevole di cui si tace quando non c’è da lamentarsene.  Penso, innanzitutto, per associazione di idee più immediate, agli operatori della Caritas della stessa diocesi di Trapani che, in queste stesse ore, continua una splendida opera di accoglienza dei migranti. Penso a don Francesco Fiorino, direttore della caritas della limitrofa diocesi di Mazara del Vallo, che da decenni ha costruito – con i suoi collaboratori – una rete efficiente di solidarietà, realizzando un esempio di integrazione degli immigrati. Penso a ciò che l’intesa fra il sindaco e l’arcivesco di Messina sta rendendo possibile per 500 profughi salvati dal naufragio. Ma anche le chiese protestanti sono da anni mobilitate. Il centro diaconale valdese-metodista della Noce, di Palermo, ha in carico diversi minori senza genitori ai quali insegna i rudimenti della lingua italiana e che avvia a forme di lavoro adeguate. Il direttore del centro, il giovane pastore Ciccio Sciotto, è in partenza per Scicli dove si trasferisce per dirigere un altro punto di accoglienza per chi riesce ad attraversare indenne il canale di Sicilia, ma si trova poi senza riferimenti di parenti o amici in Italia. E da poche settimane, nell’ambito del medesimo progetto Mediterranean Hope,    la Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), ha aperto proprio a Lampedusa un “osservatorio” delle migrazioni (dove si sono trasferiti stabilmente due operatori, Francesco Piobbichi e Marta Bernardini). Accanto all’associazionismo di ispirazione religiosa, e spesso in felice cooperazione con esso, è molto attivo l’associazionismo laico. A Palermo e Catania le due sedi del Ciss (Cooperazione internazionale sud sud), ad esempio; senza contare l’opera inestimabile  - di carattere sia scientifico che operativo – dei giuristi come Fulvio Vassallo Paleologo e i suoi più giovani collaboratori che, da molti anni, assistono chi sbarca nella nostra isola non solo nell’immediato (per esempio assicurando um servizio di traduzione e di informazione legale), ma anche nel faticoso iter burocratico del riconoscimento dello status di profugo. 

 

Augusto Cavadi

www.augustocavadi.com

domenica 27 luglio 2014

CI VEDIAMO MARTEDI' 29 LUGLIO A PORTO S. ELPIDIO (MARCHE) ?

Martedì 29 luglio 2014, alle ore 19, invitato dall'amministrazione comunale, condurrò a Porto S. Elpidio (Marche) una passeggiata filosofica 
sul tema della "Vita come viaggio".
La partecipazione è libera e gratuita.

sabato 26 luglio 2014

Come far fuggire i turisti da Palermo e dintorni


“Repubblica – Palermo”
Giovedì 24  luglio 2014

GLI ATTENTATI CHE FANNO SCAPPARE I TURISTI


E’ in atto un declino di Cefalù dal punto di vista turistico ? La questione  ha dato luogo a un vivace, scambio di opinioni fra Nicola Farruggio,  presidente di Palermo e vicario regionale Federalberghi,  e Rosario Lapunzina, sindaco della città normanna.  In attesa di analisi statistiche più scientifiche, noi innamorati di Cefalù non possiamo tacere la delusione per troppi segni di decadimento. Il centro storico, invano chiuso al traffico, è attraversato giorno e notte da automobli e soprattutto da “motorini” ziz-zaganti fra turisti increduli. Proibitivi i prezzi degli alimentari e degli altri generi di prima necessità, come se i clienti fossero tutti proprietari di yacht al molo. Solo da qualche giorno un nuovo direttore – dotato di passione, ma non si sa di quante risorse finanziarie – per rilanciare il museo “Mandralisca” allo sbando. E i tratti di spiaggia accessibili gratuitamente, punta di diamante dell’attrattiva turistica, sono quasi sempre sfregiati dal combinato disposto della maleducazione dei bagnanti, dell’inefficienza di chi dovrebbe ripulire e dell’assenza perenne di chi dovrebbe multare gli uni e gli altri.
    Ma la notizia vera è che il declino turistico di Cefalù (più o meno consistente che si riveli nei prossimi accertamenti) non abbia coinvolto – almeno per ora ! -   l’intera isola. I motivi non mancherebbero e, se istituzioni e cittadini non ne prendiamo atto in tempo, le conseguenze anche economiche saranno dolorose. Vivo a due passi dalla spiaggia libera  della borgata di Vergine Maria: da anni nessuna autorità è riuscita a evitare che selve di tende la invadano per settimane, di giorno e di notte, in assoluta mancanza delle più elementari norme igieniche. Qualche chilometro più in là l’hotel Villa Igea: i turisti che vogliono fare due passi verso il porticciolo dell’Acquasanta possono scegliere fra una bretella ufficialmente chiusa al traffico ma continuamente attraversata da veicoli a motore e la strada principale i cui ristrettissimi marciapiedi sono perennemente occupati da auto in sosta. Come spiegargli che mettere a repentaglio l’incolumità personale dei pedoni dalle nostre parti è la regola?
     Le zone off-limits, per chi è abituato a standard europei e nord americani, sono innumerevoli. Che significhi essere ospitato in un B & B del centro storico, e voler dormire da mezzanotte alle sette del mattino dopo una giornata di giri in città, lo sappiamo tutti: o per esperienza diretta o per le cronache dei giornali di questi giorni. Meno noti, ma non meno esasperanti, altri inconvenienti. Un amico ha dovuto anticipare il ritorno in Lazio perché, ospitato nelle vicinanze di via Oreto, ha dovuto subire per giorni e notti di seguito, senza un solo minuto di pausa, la tortura inflittagli dalle decine di cani abbaianti del canile municipale: i poveri animali fanno ciò che sanno, ma perché le varie amministrazioni succedutesi a Palazzo delle Aquile (compresa l’attuale) non si decidono a rispettare la normativa europea (che prevede simili strutture d’accoglienza per i cani ad almeno sette chilometri dai centri abitati)?
    Se poi gli stessi turisti si decidono per una gita fuori porta, quasi dappertutto è uno schifo. L’Amat (che dovrebbe possedere 700 veicoli, ne possiede 560 e ne usa meno della metà al giorno) non riesce a pubblicizzare gli orari delle corse dei bus neppure ai capolinea. Alle rotonde e nei cavalcavia (scandaloso ciò che avviene da sempre in piazza Giachery nella totale, costante, assenza di vigilanza) gli “stop” non servono neppure a far rallentare le automobili che sfrecciano impunite. Le rare piste ciclabili sono quasi sempre occupate da auto in sosta: per evitare che il visitatore in bici ne possa percorrere qualche metro, in caso di momentanea assenza di automobili posteggiate, ci pensano negozianti e  venditori ambulanti a montare baldacchini stazionari (clamoroso il caso di via Quinta Casa). L’illegalità è talmente sistemica che sarebbe una sorpresa insopportabile se una qualsiasi autorità preposta all’ordine pubblico si svegliasse dal sonno e osasse dare segnali di segno differente. La pineta di Monte Pellegrino una sorta di immondezzaio a cielo aperto; altrettanto, e peggio, le strade che costeggiano l’autostrada sia all’entrata da Villabate sia all’uscita per l’aeroporto “Falcone e Borsellino”. Chi imbocca a Palermo la medesima autostrada per raggiungere Trapani o Mazara del Vallo, e dimentica di fare il pieno di benzina, non trova una sola aerea di rifornimento: succede anche in altre zone d’Italia? Quanti posti di lavoro in più si creerebbero grazie a  un minimo di attenzione per le esigenze elementari dei viaggiatori?
    Se è duro sopravvivere in Sicilia per chi vi è nato, non c’è poi da stupirsi che altri, da lontano, esitino a tornare. Ma se la disaffezione da parte dei turisti si allargasse cronicizzandosi, per noi indigeni la sopravvivenza diventerebbe ancora più dura.

Augusto Cavadi