mercoledì 3 febbraio 2016

LA FEDE NON E' FIDEISMO, LA SPERANZA NON E' SPERANZISMO


“Madrugada”, dicembre 2015

SPERANZISMO VERSUS SPERANZA LAICA


    Spero di non morire giovane, ma neppure tanto vecchio e decerebrato  da non essere più padrone del mio corpo; spero di essere accompagnato, sino al momento di spirare, dalla comprensione affettuosa di una compagna; spero di non dover mai sperimentare in prima persona l’assurdità della guerra, ma neppure di finire i miei giorni in condizioni di passiva schiavitù; spero di poter  assistere, prima di lasciare questo strano mondo, alla scomparsa – o quasi – di carestie ed epidemie dalla faccia della terra…La lista delle cose sperate è virtualmente indefinita, eppure comprende un pugno di desideri comuni alla maggior parte – se non proprio alla totalità – dei mortali.
    Un motto avverte, cinicamente, che “chi di speranza vive, disperato muore”: solo un’esplosione irragionevole di pessimismo? Ritengo di no. Ci sono molti modi di “sperare” che ci introducono, sia pur cortesemente, nelle braccia della disperazione. Tra queste modalità autolesionistiche della speranza evidenzierei, se mi è concesso  brevettare un neologismo, lo speranzismo: l’assolutizzazione, decontestualizzante, della speranza. Lo speranzismo sta alla speranza come il fideismo sta alla fede. Proprio come il fideismo, è cieco; non si chiede, preliminarmente, in che direzione e su quali indizi orientare il proprio slancio; non si interroga sulle implicazioni e sulle conseguenze del proprio atteggiamento. Rischia, a ogni passo, di scambiare l’originale con le copie contraffatte. E, proprio perché si nutre di illusioni, si condanna alla delusione.
     Come funzionerebbe, invece, una speranza autentica, adulta, consapevole? Sarebbe molto attenta a smascherare gli spacciatori di false speranze (i quali, spesso, sono riconoscibili perché vivono esattamente come se non sperassero in ciò che suggeriscono o predicano agli altri). Inoltre accetterebbe volentieri il supporto del buon senso, dell’esperienza, della competenza scientifica, della rettitudine etica, senza la pretesa di bastare a sé stessa. Dunque suggerirebbe a chi non vuol morire giovane di curare un po’ la salute psico-fisica; a chi non vuol morire solo, di curare un po’ le relazioni affettive e amicali; di chi non vuol più assistere a guerre né vedere morire gente di fame e di malattie, di impegnarsi un po’ in politica. Una simile forma laica di speranza non esclude nessun’altra modalità ulteriore, teologico-confessionale; anzi, è la sola che può offrirle un fertile terreno dove fiorire.
     Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

lunedì 1 febbraio 2016

NIENTE


25.1.2016

    NIENTE SECONDO JANNE TELLER

Sono stato costretto ad andare molto lontano nel tempo con la memoria, sino agli anni giovanili in cui lessi La nausea di J. P. Sartre, per trovare un antecedente del romanzo filosofico Niente di Janne Teller (Feltrinelli, Milano 2014). Come il testo francese, anche questo danese è per stomaci forti. La vicenda di un gruppo di adolescenti che si sfidano alla ricerca di qualcosa che abbia un “significato”, precipitando in un vortice parossistico dall’esito tragico, è raccontata con distacco emotivo quasi chirurgico: se lo scopo è di immergere il lettore in un bagno di amarezza e di sconforto, l’autrice lo raggiunge perfettamente.
    Molto probabilmente, però, la Teller mira anche a far pensare: e questo secondo obiettivo dipende dalla disponibilità interiore di chi regge, sino all’ultima pagina, la spietata durezza del racconto. Di certo gli spunti non mancano. Innanzitutto per comprendere, un po’ oltre la superficie della quotidianità statistica, il malessere della nostra generazione e, all’interno di essa, delle fasce giovanili in particolare: “Primavera, estate, autunno, inverno, gioia, dolore, amore, odio, nascita, vita, morte. Tutto la stessa cosa. Lo stesso. Uno. Niente. Non ero la sola a rendermene conto. Dopo quella rivelazione fu come se il diavolo s’impadronisse di tutti noi” (p. 108). E’ il demone del nichilismo, dell’invadente convinzione che non esista qualcosa per cui “valga la pena” soffrire, lottare, morire o più radicalmente vivere.
  Mi pare che l’autrice non si fermi all’analisi della situazione ma, sia pur in controluce e per accenni, indichi (forse addirittura inconsapevolmente ?) delle vie d’uscita. In una sorta di semantica negativa ella, infatti, lascia intravedere il senso del senso illustrando cosa esso non sia. Prima di tutto, non è qualcosa di parziale, provvisorio, locale: “Pierre Anthon forse aveva afferrato qualcosa: che il significato era relativo e perciò privo di significato” (pp. 98 – 99). Formule ripetute dappertutto del genere “Dare un significato alla vita” sono poco più che pie illusioni: la vita, la storia, il cosmo o hanno in sé un significato assoluto o nessuna proiezione antropologica può conferirlo. Il senso non si crea: se c’è si scopre, se non si scopre e lo si inventa non è davvero un senso. Inoltre, e conseguentemente, il significato non coincide con il patrimonio culturale di una civiltà né dell’intera umanità. L’istruzione, la memoria storica, la formazione letteraria e artistica sono vie, non méte: la luce del senso non si identifica con nessuna opera umana; non può essere né insegnata né appresa; può solo essere colta da un’intuizione, soffertamente personale, che scocchi come una scintilla a contatto con testi, statue, quadri, architetture, sinfonie musicali… I sistemi scolastici e universitari spacciano troppo spesso i mezzi per il fine, l’erudizione per sapienza. Prima di impazzire, Sofie lo rinfaccia al preside della scuola: “Il significato. Voi non ce ne avete insegnato nessuno. Perciò ce lo siamo trovato da soli” (p. 86). Proprio perché non è producibile da nessun essere umano, né individualmente né collettivamente, il significato non è neppure commerciabile. Una società dove il valore intrinseco di ogni cosa, e di ogni persona, è misurato da quanto si è disposti a pagare per comprarlo è una società che si auto-condanna a navigare nel mare dell’irrilevanza: “Non è il loro significato, è il nostro! <….> Non si può vendere il significato” (p. 107). Il capitalismo, come ogni sistema economico, ha pregi e difetti; ma come modo di interpretare la vita ha solo difetti, è in grado di sradicare ogni riferimento significativo. (Resta da determinare se, e in quale misura, un sistema economico possa essere svincolato da una visione della vita che in parte l’ha  condizionato e in parte ne è stata condizionata).  
    Il racconto si chiude con un funerale. Il defunto, nonostante la versione della polizia, è un martire in almeno due sensi: testimone e profeta del nichilismo, ma anche vittima innocente della furia omicida di chi ha terrore del nulla. Egli non sarebbe morto se, per un senso di solidarietà, non avesse abbandonato la posizione del teorico del nichilismo e non avesse provato a sedare l’odio dei fanatici anti-nichilisti. Così qualcosa del senso (assoluto) “splende” come la bara “bianca, lucida e non screpolata” proprio nel momento più basso, e più buio, della storia: “la musica s’insinuava in noi e cresceva e cercava una via d’uscita e non la trovava. Ed era vero sia che credessimo in quel Dio per il quale cantavamo, o in un altro, o in nessuno”. (p. 117).
    Questa conclusione mi suggerisce, non so quanto legittimamente, tre considerazioni. La prima è che l’umanità è capace di uccidere pur di trovare  - o di illudersi di trovare – un senso alla propria esistenza (“io so che con il significato non si scherza”, p. 119): ma questa stessa sete di senso non è rivelativa? Non ha forse già un significato la disperata ricerca di significato? Se l’universo fosse intrinsecamente assurdo perché mai noi, frutto e fiore di tale universo, non dovremmo  convivere quietamente immersi in tale assurdità? Questa inquietudine, questa incapacità di arrendersi all’assenza di senso, questa “strana sensazione nella pancia” “deve avere un significato” (p. 119). Una seconda considerazione: il significato profondo dell’Intero trascende comunque le possibilità di ‘com-prensione’ intellettuale. La ragione è tanto necessaria quanto insufficiente: “Piangevamo perché avevamo perduto qualcosa e trovato qualcos’altro. E perché è doloroso, sia perdere che trovare. E perché sapevamo che cosa avevamo perduto, ma non eravamo ancora capaci di definire a parole quello che avevamo trovato” (p. 117). Una terza e ultima considerazione: dove non arriva la ragione, può arrivare l’amore. Sul piano dialettico ci possono essere argomenti a favore e contro il nichilismo, ma sul piano etico la ‘com-passione’ per gli schiavi prigionieri nella caverna dell’odio insensato è qualcosa di preferibile all’indifferenza solipsistica. E simile ‘com-passione’ ha un ‘significato’ e un ‘valore’ che la morte (incontrata nell’ esercizio della solidarietà), lungi dal negare, finisce con l’esaltare. Forse ciò che accade in natura è metafora del destino umano: “E’ il marciume che puzza, ma quando qualcosa marcisce vuol dire che comincia a diventare qualcosa di nuovo. E il nuovo che si crea, dà un buon odore” (p. 79).

                                                                                                Augusto Cavadi
                                                                                     www.augustocavadi.com



sabato 30 gennaio 2016

CHE TIPO DI SCUOLA SCEGLIERE DOPO LA SCUOLA MEDIA ?


“REPUBBLICA – PALERMO”
28. 1. 2016

BREVE GUIDA ALLA SCELTA DELL’INDIRIZZO SCOLASTICO


Tempo d‘iscrizioni scolastiche, in particolare di scelta dell’indirizzo di studi per gli adolescenti che chiudono con la scuola media di primo grado. Genitori (e qualche volta alunni) pongono quesiti di ogni genere, ma la formula d’oro per rispondere non esiste. Bisogna ricorrere a un po’ di buon senso alla luce di pochi, ma chiari, criteri.
Il primo: gli sbocchi professionali sono la conseguenza, non la premessa, di un’opzione oculata. Scegliere un liceo informatico o un istituto alberghiero perché oggi computer e cucine tirano è due volte sbagliato: nessuno sa davvero come sarà il mercato del lavoro tra cinque o sei anni e, soprattutto, nessuno riuscirà a lavorare domani come informatico o come chef se non ha oggi una vera passione in quei campi. Fra le tante disavventure attuali del mondo del lavoro c’è un solo aspetto positivo: i raccomandati saranno sempre meno, i veri competenti avranno sempre più possibilità d’inserimento. E nessuno impara davvero un mestiere se non prova inclinazione sincera verso di esso.
Questo primo criterio ne comporta un secondo: non esiste l’indirizzo migliore in assoluto, ma il più adatto a ciascuna personalità.  E’ ovvio che un liceo classico dia una preparazione più ampia e più approfondita rispetto a un liceo artistico: ma questa considerazione ‘oggettiva’ non può prevalere sull’eventuale attitudine ‘soggettiva’ di un ragazzo verso l’estetica né, ancor meno, sull’eventuale indisposizione verso lo studio delle lingue antiche.
Una volta individuato il tipo di scuola (bypassando considerazioni contingenti quali la distanza dalla propria abitazione o il desiderio di non staccarsi dall’amica del cuore) è bene non angustiarsi cercando l’istituto più ‘in’ o, nell’ambito di un istituto, la sezione più ‘gettonata’. Soprattutto da quest’anno e per i prossimi anni le scuole italiane sono soggette a un turn over davvero imprevedibile: dirigenti scolastici e docenti validi si distribuiscono in maniera ‘random’ tra dirigenti scolastici e docenti meno validi e, in più, trasferimenti di sede e passaggi dal ruolo alla quiescenza mutano gli assetti da un anno scolastico al successivo. Se poi un istituto gode di qualche stabilità del corpo insegnante, il dirigente scolastico (se non è inesperto o se non vuole agire con metodi clientelari) distribuirà in ogni sezione  i professori di differente valore in maniera da evitare le sezioni di serie A e le sezioni di serie C.
 Ma – e siamo a un quarto e ultimo criterio – la decisione ultima dev’essere dei genitori o dell’alunno?  Non stiamo riflettendo su bambini di cinque anni (per i quali la domanda sarebbe superflua) né su giovani di diciotto (per i quali dovrebbe essere superflua per motivi opporti), ma di adolescenti di tredici o quattordici anni nei quali, non solo in questo caso, convivono tratti infantili con elementi di maturità. La responsabilità della scelta non può essere affidata totalmente a loro, ma neppure gli può essere totalmente sottratta. Nella  seconda ipotesi avranno ragione di rinfacciare ai genitori, in caso di fallimento, una decisione subita; nella prima, sempre in caso di fallimento, avranno ragione di rinfacciare la solitudine in cui sono stati lasciati. E’, insomma, un’ottima occasione per continuare  - in molte famiglie per iniziare – a confrontarsi tra genitori e figli con serenità, rispetto e delicatezza: esaminando pro e contra senza imposizioni unilaterali né divieti aprioristici, ma in spirito di complicità. Senza dimenticare che dopo il primo o il secondo anno di scuola secondaria si può sempre cambiare indirizzo: meglio ammettere senza tragedie un piccolo errore che condannarsi, per tutta la vita, a un mestiere ereditato in famiglia o abbracciato per esclusione. Nella difficile arte della vita la propria realizzazione lavorativa è certamente il fattore di gran lunga decisivo.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

domenica 24 gennaio 2016

CI VEDIAMO A BERGAMO VENERDI' 29 GENNAIO E/O SABATO 30 GENNAIO 2016 ?

VENERDI' 29  gennaio 2016, alle ore  18, presso "LA CASCINA",
via Ronco Basso 13, Villa d'Almè (BG), incontro pubblico con
Augusto Cavadi (“filosofo-in-pratica” e consulente filosofico) sul tema:

       UNA SPIRITUALITA’  LAICA  E’ POSSIBILE ?

a partire dal suo recente volume

Mosaici di saggezze. Filosofia come nuova antichissima spiritualità  
    (Diogene Multimedia, Bologna 2015)

La conversazione sarà introdotta da Fabrizio Longo.

Chi volesse prolungare la serata in maniera conviviale può prenotare (entro e non oltre le ore 22 della sera precedente) una sobria cenetta vegetariana (presso l'annesso ristorante) al costo di euro 18,00 a persona (chiamare o inviare un sms 348.7617725).

Se qualcuno fosse interessato ad approfondire la tematica sarà il benvenuto a un incontro amichevole previsto per il giorno dopo, sabato 30 gennaio 2016. L’appuntamento è per le ore 10,30 presso l'Eremo della Pace, Via Monte Grumello 3, San Paolo d'Argon (BG): dapprima si riprenderanno e approfondiranno dei temi riguardanti la spiritualità 'laica', poi verso le 13 si condividerà un pranzetto autogestito (con ciò che ognuno vorrà portare in tavola a disposizione degli altri) e, successivamente, ci si scambierà delle idee operative su possibili iniziative realizzabili nel territorio  bergamasco. Per ulteriori informazioni chiamare Gianfranco Cortinovis al 348.7617725.




giovedì 21 gennaio 2016

IL RITARDO DEL SUD ITALIA SECONDO EMANUELE FELICE


Blog di “Petite Plaisance”
17.1.2016

Perché il Sud non decolla  ?

    Ci sono dei libri che un cittadino italiano mediamente istruito – soprattutto se vive al di sotto del parallelo di Napoli – dovrebbe assolutamente conoscere: Perché il Sud è rimasto indietro (Il Mulino, Bologna 2013), di Emanuele Felice, è uno di questi. Ma, dal momento che non tutti hanno il tempo - né soprattutto la voglia – di leggerlo, proverò a sintetizzarlo (senza tacere la speranza che l’aperitivo svegli un po’ di appetito).
  L’autore esamina, opportunamente, le risposte errate (o, per lo meno, esatte solo parzialmente), raggruppandole in due famiglie principali. All’area “accusatoria” appartengono le tesi di chi punta il dito sui meridionali stessi (o perché tarati geneticamente o perché incapaci di cooperazione sociale); all’area “assolutoria” appartengono le tesi di chi attribuisce il ritardo del Sud al Nord sfruttatore o alla svantaggiosa collocazione geografica rispetto alle risorse naturali (energia idraulica) e ai mercati continentali. Lo smontaggio di queste tesi (e il recupero dei frammenti di verità in esse contenuti per proporre una risposta più convincente) occupa i tre capitoli del volume.

NEL 1861 IL SUD BORBONICO STAVA MEGLIO DEL SETTENTRIONE?
  Nel primo capitolo si fa chiarezza sulla situazione di partenza: nei decenni precedenti  all’unificazione italiana il Regno di Sardegna e il Regno delle Due Sicilie avevano imboccato strade diverse, quasi opposte: regime costituzionale e imprenditoria diffusa nel primo, assolutismo monarchico (“la negazione di Dio eretta a sistema di governo” secondo William Gladstone)  e “imprenditori dell’arretratezza” (John Davis) nel secondo. Il divario non è minore, checché ne scrivano gli “storici borboniani”, se si considerano “le infrastrutture di trasporto, finanziarie e sociali che hanno sempre svolto un ruolo fondamentale per attivare la crescita economica”: strade e ferrovie, banche, sistema scolastico e universitario (nella stessa fascia temporale – seconda metà dell’Ottocento – nel regno dei Borboni gli analfabeti erano l’86% della popolazione, laddove nel resto d’Italia – a esclusione di Roma e Veneto – erano il 63%: perfino Spagna col 75% e Russia zarista con il 79%  stavano meglio !). Meno esattamente calcolabile il divario del reddito medio pro capite. Una conclusione plausibile fisserebbe tale divario “tra il 15 e il 25%” a favore del Nord, ben differente dalle stime, più ideologiche che scientifiche, di autori come Pino Aprile nel suo Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero meridionali (Piemme, Milano 2010). Se il reddito medio pro capite viene poi confrontato con i livelli di reddito sotto i quali si poteva parlare di povertà totale si hanno dei dati più significativi (e per certi versi più impressionanti): “Al 1861, se nel Centro-Nord  il 37% della popolazione si trovava sotto la linea di povertà assoluta, nel Mezzogiorno tale quota saliva al 52 % (la media italiana era 44). In altri termini, al Sud Italia i poveri erano in percentuale fra un terzo e una metà più numerosi che nel Centro-Nord. Questo vuol dire non solo che nel Mezzogiorno  vi era una quota più alta di indigenti – il che non stupisce, visto che il reddito medio era più basso -, ma anche che tale quota era ben maggiore di quel che ci si aspetterebbe stanti i divari di reddito. Tutto ciò può avere una sola spiegazione: nel Mezzogiorno la disuguaglianza era più alta. Non solo quindi risultava minore il reddito, ma questo si distribuiva in maniera meno equa”. Il divario fra il Centro-Nord e il Sud d’Italia al momento dell’unificazione è confermato da altri indicatori quali la statura (“Al 1861 i centimetri che separavano il Centro-Nord dal Meridione erano 3,2”: 164, 1 cm. contro  160,9, su una media italiana di 162,9), l’aspettativa di vita (circa due anni in meno), il lavoro minorile (che, nel 1861, raggiungeva una media dell’80% al Sud contro il 50% del Centro – Nord). Sinteticamente: “La disuguaglianza si univa alla miseria, dunque, bloccando lo sviluppo: economico, ma anche umano e civile. Come in un cortocircuito, tragico e fatale”.
   Da qui la domanda: “Quali erano le cause di  questo ‘circolo vizioso’ ?” A Giustino Fortunato si deve il binomio “povertà della natura” e “miseria degli uomini”: ma se la prima può aver causato la seconda in alcune regioni (come Abruzzo, Molise, Basilicata e Calabria), per altre regioni (Campania, Puglia e Sicilia) è più convincente l’inverso: è stata “la miseria degli uomini a provocare la povertà della natura”. Già al tempo dei Romani i senatori costruirono i loro latifondi depauperando i piccoli  proprietari spediti a combattere per il mondo. Poi il regime feudale (vigente sino all’inizio del XIX secolo) blindò, con una “disuguaglianza giuridica”, “una diseguaglianza feroce” dei redditi.

DAL 1861 A OGGI IL DIVARIO FRA NORD E SUD E’ DIMINUITO?
   Appurata una discrepanza al momento dell’unificazione italiana, come mai tale gap è rimasto sino ai nostri giorni? Nel secondo capitolo Felice propone la categoria interpretativa della “modernizzazione passiva” ovvero “l’adattamento delle classi dirigenti e della società meridionali a una modernità imposta dall’esterno, in primo luogo dallo stato centrale, che viene accettata solo fintanto che non mette in discussione gli interessi consolidati”. Per misurare i cambiamenti introdotti dalla modernizzazione (intendendo con questo vocabolo il processo avviato, secondo Hobsbawm dalla “duplice rivoluzione” industriale e francese) si usa lo Hdi (Human Development Index o Indice dello sviluppo umano), una misura che include tre fattori: “risorse, conoscenza e longevità”. La scelta della modernizzazione “passiva” è solitamente effetto di politiche “estrattive” (Acemoglu e Robinson), cioè tese a “estrarre reddito e ricchezza da una parte larga della società, a beneficio di una frazione privilegiata”: all’opposto, insomma, delle politiche “inclusive” che, invece, “tendono a favorire la partecipazione dei cittadini, comprese le classi subalterne”, tutelando ”i diritti di proprietà” nel contesto, più ampio, di “un sistema di legalità efficiente e uguale per tutti” e garantendo “servizi pubblici essenziali che ambiscono a porre tutti i cittadini su uno stesso livello di partenza”. Nel Meridione italiano un esempio tipico di modernizzazione allogena, e dunque condannata a restare incompleta, è stato l’intervento della Cassa per il Mezzogiorno, in virtù della quale – effettivamente – fra gli anni dal 1957  al 1973 il divario fra Sud e Nord d’Italia si accorciò notevolmente. Ma, poiché “la crescita basata sulla modernizzazione passiva appariva un corpo estraneo rispetto all’economia e alla società meridionali”, bastò la crisi petrolifera del 1973 per bloccarla. Nel ventennio successivo si assistette così alla “lunga agonia dell’intervento straordinario” (Cafiero), complice anche una politica clientelare che indirizzava i flussi di denaro pubblico “in misura crescente verso impieghi improduttivi”. I risultati furono (e sono ) disastrosi: uno  “sviluppo senza autonomia” (Trigilia), quando non un generoso finanziamento a favore della criminalità organizzata. Né la situazione è migliorata, dopo Tangentopoli, con la Seconda Repubblica: la cosiddetta “nuova programmazione” (2000- 2006) non ha dato frutti come non li ha dati il sistema di contributi dell’Unione Europea dal momento che le regioni del Mezzogiorno hanno dimostrato, sino ai nostri giorni, “una sconfortante incapacità perfino di utilizzare i finanziamenti comunitari, cioè di spendere le somme formalmente già stanziate”.
  Il quadro non è più confortante se si passa dal piano dell’economia al piano dell’istruzione. Sino al 1911 il divario fra Nord e Sud era notevole perché la gestione delle scuole era affidata ai Comuni, ma quell’anno la legge Daneo-Credaro spostò la competenza (e i relativi costi) dagli enti locali allo Stato: l’operazione comportò il superamento del gap “non perché le istituzioni locali fossero diventate consapevoli delle loro responsabilità, ma perché ne erano state sollevate”. Poiché una “modernizzazione passiva” resta fragile e lacunosa, il divario fra Settentrione e Meridione è rimasto – anzi si è acuito – nell’età repubblicana per tutti quegli altri indicatori che “definiscono l’accesso alla cultura , ma dove le classi dirigenti locali hanno mantenuto un ruolo decisivo: il numero di biblioteche per abitante, di teatri in attività, più tardi anche di cinema, ma soprattutto i libri pubblicati e i giornali stampati in rapporto alla popolazione”. Anche all’interno del sistema scolastico si registra in tempi a noi più vicini una differenza per così dire qualitativa: “un anno di istruzione non ha lo stesso valore al Sud come al Nord: a parità di tempo trascorso sui banchi di scuola, al Sud si impara di meno”.  
    Più consolante la situazione dal punto di vista della salute (in particolare dell’aspettativa di vita): tra il 1891 e il 1981, debellate le malattie infantili e infettive (vaiolo, malaria, colera), il Sud non solo raggiunge i livelli del Nord, ma (per via di vari fattori, fra cui la dieta mediterranea e il minor tasso di inquinamento industriale) li supera. Poiché, però, a partire dall’istituzione del Servizio sanitario nazionale (1978), è aumentato progressivamente il ruolo delle regioni (finanziatrici della aziende sanitarie locali e delle aziende ospedaliere) si è di nuovo aperta una forbice fra il Settentrione (dove le amministrazioni locali sembrano più virtuose) e il Meridione (dove “le istituzioni politiche estrattive hanno usato il loro nuovo potere per distribuire fondi e favori alle rispettive fazioni, seguendo logiche clientelari e nepotistiche”), al punto che “anche riguardo all’aspettativa di vita negli ultimi decenni il Mezzogiorno ha ricominciato a perdere posizioni”.
    Purtroppo la distanza fra Nord e Sud non muta neppure se si considera la condizione delle donne e degli omosessuali: indagini sociologiche e statistiche abbastanza attendibili mostrano come “ancora oggi un cittadino meridionale sia meno libero di vivere la vita che vorrebbe  - si badi bene: secondo quelli che sono i canoni della modernità – rispetto a un cittadino del Centro – Nord”.
    L’insieme delle risultanze acquisite consente di affrontare una questione emblematica: “perché nell’arco della storia postunitaria le mafie non sono state debellate?” Si possono aggregare alcuni spezzoni di risposta. Il fenomeno mafioso “costituisce un aspetto interno alla costruzione dello Stato nazionale italiano, non un semplice fenomeno di banditismo sociale o di pura criminalità” (Bevilacqua). Inoltre esso è abile nel raccogliere il consenso sociale da vari strati sociali, privilegiando il rapporto organico con i ceti dirigenti. E ciò nonostante i gravi danni che comporta, nel lungo periodo, per l’economia delle regioni interessate. Tra queste (Sicilia, Calabria, Campania, Puglia) e le regioni del Nord il  “divario  sembra attenuarsi negli ultimi decenni. Ma non perché il Mezzogiorno sia riuscito a riscattarsi. Piuttosto, perché i suoi mali si sono estesi al resto del paese: sia alle istituzioni nazionali, sia a quelle locali del Centro-Nord, ivi compresi i territori tradizionalmente più avanzati (si veda il caso della Lombardia). Insomma, di male in peggio”.

PERCHE’ IL SUD E’ RIMASTO SINO A OGGI INDIETRO RISPETTO AL NORD ?
    Tirando le fila dei primi due capitoli Felice può infine dedicare il terzo – e ultimo – alla domanda che dà il titolo all’intero volume: “Perché il Sud è rimasto indietro?”. La risposta lombrosiana, con le sue più recenti riedizioni, non regge alle obiezioni storiche e scientifiche: le popolazioni meridionali non costituiscono  una “razza maledetta”, biologicamente e mentalmente inferiore ad altre, anche perché la nozione di “razza” è ingiustificabile. Più plausibili le risposte di chi analizza i fattori etici, sulla scia di Weber, anche se questi vanno strettamente collegati con i fattori politici: il “capitale sociale” di una popolazione può migliorare e quando ciò non avviene, o avviene in misura deludente come nel Mezzogiorno italiano, bisogna attribuire il ritardo alla “struttura di potere” e ai “deprecabili effetti che da tale struttura promanano” (“l’etica particolaristica, le pratiche clientelari, il peso delle organizzazioni criminali”). A Felice non risultano del tutto convincenti le risposte basate sulla posizione geografica del Sud: “nella nostra epoca sempre più sono gli uomini che fanno il proprio destino. La geografia può rappresentare al massimo un’opportunità, che oltretutto bisogna saper cogliere”. Neppure una quarta risposta  - il Sud sfruttato dal Nord – convince l’autore: a suo avviso i dati testimoniano che lo Stato italiano ha spesso investito nel Sud più di quanto vi ha prelevato e che, “ai nostri giorni, le spese dello stato tanto per la sanità , quanto per l’istruzione, sono in rapporto al reddito (e alla contribuzione) maggiori al Sud che al Nord; e sono maggiori le spese totali dello stato per abitante, in tutte le regioni del Sud, di norma di 20 – 30 punti  percentuali sulla media italiana”.
  I meridionali sono stati sì sfruttati, ma non dai settentrionali, bensì “dalle loro stesse classi dirigenti”. E “specie negli ultimi decenni gli sfruttati furono essi stessi complici, volenti o piuttosto nolenti, attraverso il voto clientelare”.

LE DUE STRADE CHE IL MERIDIONE ITALIANO SI TROVA DAVANTI
     Al punto in cui siamo, il Sud dell’Italia ha davanti due vie. La prima, più comoda ma più disastrosa, è  di “proseguire lungo lo stesso cammino che è stato percorso negli ultimi quarant’anni: senza cambiare nulla, attendere una manna che si fa sempre più rada; nel frattempo continuare a scivolare indietro, lentamente ma inesorabilmente, in pressoché tutti gli indicatori della modernità, rispetto agli altri paesi avanzati. E’ la prospettiva più probabile, ma non obbligata”. Vi è infatti una direzione alternativa (“più difficile, ma non impossibile”), la strada del “riscatto”: “rifondare la vita civile e le istituzioni così da renderle inclusive, avviando in questo modo un autonomo processo di modernizzazione attiva; una modernizzazione che forse aiuterebbe l’Italia tutta a uscire dalle secche in cui è finita” .
   A giudizio dell’autore un elemento fuorviante, che potrebbe distogliere dall’imboccare la direzione del “riscatto”, sarebbe costituito dall’idea “secondo cui nel Sud Italia tutto sommato si viva bene; o meglio, che la mancata modernizzazione sia una condizione naturale del Mezzogiorno, cui guardare con indulgenza”. Felice individua due padri nobili di questa risposta (Camus e Pasolini), ma li assolve attribuendo a epigoni come Franco Cassano (più o meno in sintonia con le teorie generali di Serge Latouche) la responsabilità di renderla “mistificatoria”. Qui si dovrebbe aprire una discussione che renderebbe davvero troppo lungo questo sunto del libro di Felice: mi accontento di segnalare il dubbio che l’autore identifichi modernizzazione con industrializzazione e ritenga nemici della prima quanti sono avversari, soltanto, della seconda.
Augusto Cavadi

Augusto Cavadi – Perché il Sud non decolla?