lunedì 15 aprile 2019

PAPA RATZINGER SULLE VERE CAUSE DELLA PEDOFILIA CLERICALE

CHE COSA HA VERAMENTE DETTO BENEDETTO XVI

Il papa emerito Ratzinger ha pubblicato, su una rivista tedesca, degli “Appunti” che, partendo dagli scandali sessuali all’interno del clero cattolico, allarga lo sguardo sulle cause – vicine e lontane – della più complessiva crisi della Chiesa cattolica attuale. In sintesi (brutale): pratiche omosessuali e abusi su minori (che significativamente egli mette nello stesso mazzo !) dipendono dai mutamenti avvenuti sia nella società occidentale (soprattutto dal Sessantotto in poi) sia nella teologia cattolica (soprattutto dal Concilio Vaticano II degli anni 1962-1965).

Dunque? Dalla palude melmosa in cui si arrabattano non pochi preti, frati e suore si potrà uscire tornando a una società pre-secolarizzata e ad una teologia pre-conciliare. Il vero e proprio “Manifesto” del conservatorismo nostalgico cattolico si è prestato a una serie di commenti facilmente rintracciabili sulla rete telematica. Mi limito dunque a qualche rapida osservazione personale.

a) E’ verissimo che la liberazione dai tabù sessuali è datata 1968. Ma Benedetto XVI non può parlarne in termini esclusivamente negativi: come tutti i processi storico-culturali essa ha avuto aspetti positivi e valenze criticabili. Si potrebbe aggiungere che certi “eccessi” della mia generazione (nel ’68 compivo 18 anni) non si sarebbero verificati se non in reazione a una visione sessuofobica e maniacale che proprio la Chiesa romana aveva elaborato e diffuso nei Paesi a maggioranza cattolica.

b) E’ verissimo che con il Concilio Vaticano II è iniziata una rivoluzione teologica di cui l’opinione pubblica non ha neppure lontanamente il sospetto e che ha implicato la revisione radicale dei dogmi sulla inspirazione della Sacra Scrittura, sulla divinità di Cristo, sulla santità della Chiesa, sulla presenza eucaristica e così via. Ma anche qui la tanto rinomata finezza teologica di Ratzinger mostra la sua rozzezza: non si chiede neppure per un momento, e neppure per un dettaglio, se la costruzione teologico-dogmatica in sfacelo meritava o meno di crollare. Per lui è come se il passato fosse preferibile al presente solo perché passato. Un atteggiamento peggio che conservatore: diciamo pure reazionario.

c) “L’Osservatore Romano” e gli altri social media vaticani hanno dato scarso spazio agli “Appunti” del papa in pensione volontaria, evitando perfino di pubblicare per intero il suo documento. Perché? Perché è chiaro che il primo destinatario – per non dire bersaglio – è papa Francesco. Quando Bergoglio indica nel clericalismo la radice degli abusi sessuali, e quando invita i cattolici a disputare di meno sulle questioni teologiche e a impegnarsi di più su piano della solidarietà ai sofferenti della Terra, sta affermando l’esatto contrario della dottrina Ratzinger: la Chiesa è in crisi non perché è troppo avanti, ma perché troppo indietro. O, per essere più precisi, perché non ha compiuto interamente il suo ritorno all’origine: alla semplicità radicale del messaggio evangelico che chiede di amare tutti, ma soprattutto gli oppressi.

Chiudo con una nota di amara soddisfazione autobiografica. Quando nel 2010 ho pubblicato, con una prefazione di Vito Mancuso, il mio libretto “Non lasciate che​ i bambini vadano a loro. Chiesa cattolica e abusi su minori” qualche pretino è insorto accusandomi di scandalismo a buon mercato. Sarei curioso di sapere cosa ne pensa adesso che ben due papi sono costretti a confrontarsi sulla questione.


https://livesicilia.it/2019/04/14/cosa-ha-detto-davvero-papa-ratzinger_1051326/

sabato 13 aprile 2019

LIBERTE',EGALITE',FRATERNITE': IDENTIKIT DEL LAICO

"ADISTA"
30.3.2019
Numero speciale dedicato a "La sfida della laicità nel mosaico della democrazia"


LIBERTE’, EGALITE’, FRATERNITE’: IDENTIKIT DEL LAICO

    Il laico, nella chiesa, è il non-presbitero; nella società, il non-cattolico; al Consiglio superiore della Magistratura il non-togato…Ma questa identificazione polemica, o per lo meno in negativo, non è fortemente riduttiva? La condizione di laico è essenzialmente determinata da un’opposizione, da una distanza, da un rifiuto? Una bellissima figura di laico del Novecento, Norberto Bobbio, non era per nulla d’accordo. La laicità è un grappolo di qualità, di atteggiamenti, di virtù interamente declinati al positivo: senso critico, capacità di ascolto, curiosità per il diverso, memoria storica, apertura al nuovo, gusto del bello, rispetto per l’avversario, gentilezza nei modi… E’ in questo solco che ho inteso dare un contributo enucleando, in Mosaici di saggezze, una “spiritualità laica” di matrice filosofica
    Invertendo le tendenze linguistiche oggi dominanti dovremmo imparare a riconoscere nella laicità la dimensione fondante, costitutiva, rispetto alla quale ogni altra determinazione o è una (legittima perché arricchente) esplicitazione/specificazione o è una (illegittima perché impoverente) sottrazione/menomazione: per cui un magistrato è un laico che esercita la magistratura e un predicatore esaltato o un tifoso sfegatato sono dei  non-laici ubriacati di fanatismo.    
    Già questo è vero nell’ambito ecclesiale. Secondo la teologia cattolica, se il battesimo non ti rende laico – membro del laos,del popolo (di Dio) – non puoi accedere a nessun altro sacramento. Mi pare fosse il padre domenicano Congar a proporre di eliminare tutti i titoli onorifici affastellatisi lungo venti secoli di storia e di lasciarne uno solo: “Eminentissimo laico”. Su questa scia, proprio in queste settimane, un presbitero – invitato a presentarsi via internet  a un gruppo di amici – esordiva spiritosamente scrivendo: “Nato nel 1963, laico ridotto allo stato pretale dal 1988…”.
    Così dovrebbe andare anche nella pratica e, conseguentemente, nella convenzione linguistica della società in senso più ampio. Oggi si dice di Tizio che è credente, però laicamente o dirige un partito, però laicamente: domani si dovrebbe poter dire è credente/agnostico/ateo autenticamente perchéè laico; è dirigente/militante/simpatizzante di un partito in maniera civile perché è laico.   La laicità, insomma, come connotazione ovvia, scontata, universalmente presupposta. 
    Se così fosse – e così dovrebbe essere – la laicità, più che una caratteristica differenziante, tendenzialmente minoritaria se non addirittura ereticale, dovrebbe essere interpretata come il modello ordinario di riferimento: il fertile humus nel quale affondare, eventualmente, le radici delle proprie specifiche scelte confessionali, professionali, politiche o d’altro genere.
     L’ordinario si registra nel quotidiano, lo straordinario nelle ricorrenze eccezionali: dunque, il laico si riconosce prima di tutto nella quotidianità. Se egli non tradisce le sue qualità nello stile abituale, nella monotonia dei giorni feriali, molto probabilmente è uno che indossa la maschera della laicità solo per risultare “politicamente corretto” nelle occasioni in cui i riflettori sono puntati su di lui. 
    Solo a titolo esemplificativo, evoco rapidamente tre o quattro situazioni in cui l’autenticità del nostro essere laici viene messa alla prova.
    Un contesto davvero quotidiano è la tavola. Feuerbach esagerava nell’affermare che l’uomo è ciò che mangia; ma non c’è dubbio che ciò che mangia rivela molto del tipo di uomo che è. Dalla scelta dei propri cibi, e soprattutto dal giudizio sulle scelte altrui, si nota la differenza fra l’approccio laico e l’approccio bigotto, fondamentalista. Il laico non è, in quanto tale, un relativista né tanto meno un qualunquista: ha maturato dei propri criteri su ciò che mangia e su ciò che beve. Ma proprio la fatica con cui ha maturato le sue opinioni gli ha insegnato che siamo in un campo estremamente complesso, dove s’incrociano e si scontrano considerazioni ragionevoli di segno assai diverso. Dunque, se è vegano, non deride i vegetariani; se è vegetariano, non deride gli onnivori; se è onnivoro, non deride né i vegetariani né i vegani, appellandosi ad argomenti tradizionalistici (“Si è sempre fatto così”) o conformistici (“In tutto il mondo si fa così”) e rivelando solo ignoranza storica e provincialismo miope. Non si tratta (solo) di    buona educazione borghese; “tollero” (che brutto verbo!) opzioni alimentari diverse dalla mia perché ho capito che dietro ogni piatto c’è una storia, laboriosa, di credenze religiose, di discernimenti filosofici, di condizionamenti politici. Un esempio di saggia laicità è, a questo proposito, Se niente importa. Perché mangiamo gli animali? di J. S. Foer. 
   Un altro significativo test al quale viene sottoposta la nostra – presunta o reale – laicità è costituito dalle relazioni di genere. Il laico è maschio, non maschilista; è femmina, non in servizio permanente effettivo contro ogni traccia di maschile che incrocia nella vita; è eterosessuale, non omofobo; è omosessuale, senza nasconderlo e senza farne una bandiera esibita contro la normalità piccolo-borghese…Anche qui: non si tratta di perbenismo. Si tratta di aver capito che, per natura e per cultura, non esistono né due né tre né cinque generi sessuali: ognuno nasce, e cresce, dentro una gamma molto vasta – già dal punto di vista biologico, ancor più dal punto di vista psicosociologico – di identità sessuali. I dogmatici sono sempre arci-sicuri di essere al posto giusto in questa gamma di possibilità e, soprattutto, sono arci-sicuri che gli altri, se occupano un posto diverso, sono nell’errore; i laici trasformano volentieri le proprie tesi in ipotesi e si lasciano sorprendere dalle molte cose in cielo e in terra che non sono contenute nella loro visione del mondo. In questo campo, sanno che ci sono molti modi di essere maschio, di essere femmina, di essere gay, di essere lesbica…L’agile volumetto di Selene Zorsi, Il genere di Dio. La Chiesa e la teologia alla prova del Gender,può costituire un valido strumento di chiarificazione in merito. 
    Le vicende politiche italiane di questi mesi evidenziano un aspetto della laicità nel quotidiano che ha acquistato, se non erro, particolare rilevanza. Mi riferisco alle scelte elettorali. Chi supera la tentazione  (raramente dettata da nobili motivazioni) all’astensionismo, vota un partito quasi sempre con il criterio del “meno peggio”. La libertà del laico comporta la libertà, davanti a sé stessi e agli altri, di valutare con la massima oggettività possibile le politiche effettivamente praticate dal partito per cui si è votato e, dunque, di approvarne alcune di contestarne altre. Questa distanza critica è incomprensibile per le mentalità non-laiche che seguono le cronache con lo stesso distacco emotivo con cui seguirebbero una corsa di cavalli dopo aver puntato su uno di essi l’intero patrimonio familiare. Ai suoi occhi, il laico che riconosce errori della sua parte politica è un incoerente; se riconosce mosse opportune degli avversari, è un traditore; se non difende con argomenti anche capziosi  i propri parlamentari, è un vigliacco.  Insomma, al cospetto del manicheismo non-laicale si squadernano solo due vie: o l’ignavia di chi rinunzia al diritto/dovere di votare o l’appartenenza cieca ad un simbolo elettorale, senza “se” e senza “ma”. 
    Va ricordato almeno un quarto contesto in cui viene  verificata (o falsificata) l’autenticità della nostra laicità: l’ambito lavorativo. “Da qualche tempo” – scriveva già a metà del XX secolo Romano Guardini nel secondo tomo del suo Ansia per l’uomo – “si vede che i compiti scientifici, tecnici, sociali, e molti altri, diventano così grandi che uno da solo non è più in grado di dominarli. Così, al posto della personalità dominatrice, succede il team, o gruppo di lavoro. Nel gruppo nessuno si distingue; ma ognuno è importante. Ciascuno lavora al suo posto; ma con responsabilità per la causa comune. Ciascuno sa che per lo scopo comune può fare assegnamento sugli altri: così, con tutta naturalezza, egli si coordina con gli altri…”. La mentalità laica riconosce come congeniale questa logica comunitaria, orizzontale, cooperativistica. Non si tratta di misconoscere le leadership, le eccellenze, quando effettivamente esse si danno: si tratta di non cristallizzare gerarchie stabili, di non sclerotizzare rendite di posizione, e soprattutto di fare in modo che i talenti di ciascuno rifluiscano nel bene comune. Laicità è anche rifiuto dell’idolatria, del divismo, della piaggeria e dell’adulazione. Esalta la libertà, senza dimenticare l’uguaglianza dei diritti né la fraternità che non ha requie sino a quando tali diritti non saranno effettivamente assicurati a tutte le persone (e, analogamente, a tutti i viventi). 
       
Augusto Cavadi
Consulente filosofico  


giovedì 11 aprile 2019

PALERMO: GUIDA INSOLITA A UNA CITTA' INDECIFRABILE


Comunico con gioia che è uscita la seconda edizione (rivista e corretta) della mia guida insolita di Palermo. E' acquistabile in tutte le librerie fisiche e on line.
Perché "insolita" lo si può intuire facilmente dalla Quarta di copertina:

Palermo, “città bellissima e disgraziata”, non è facile da decifrare. L’autore suggerisce gli itinerari più interessanti e le soste più ghiotte. Con una novità: nell’istruire i visitatori dà la parola a pensatori, scrittori, intellettuali di varie epoche che hanno interpretato con particolare acume scenari, angoli, monumenti e atmosfere della capitale della Sicilia: da Goethe a Consolo, da  Brandi a Maraini, da  Charles-Roux a Scordato .  Il risultato è un testo originale, anzi unico.

Un grazie speciale ad Adriana e a tutti gli amici che mi hanno segnalato correzioni e integrazioni da apportare ; e soprattutto ai lettori e alle lettrici che, acquistando la prima edizione, hanno reso possibile questa seconda !

mercoledì 10 aprile 2019

LA "NEVROSI DELLA DOMENICA": DIAGNOSI E TERAPIA


7.4.2019


LA NEVROSI DELLA DOMENICA

  La qualità della vita di ciascuno di noi risulta dalla combinazione
 di fattori esterni, oggettivi, indipendenti dalla nostra volontà con fattori interiori, soggettivi, di cui siamo responsabili. Secondo il celebre Alfred Adler, fondatore della “psicologia individuale” (in alternativa alla “psicoanalisi” del suo amico Freud), ciascuno di noi può decidere in che misura lasciarsi influenzare dalle circostanze e dagli avvenimenti. 
   Queste considerazioni generali possono orientarci in diversi casi particolari, per esempio nella “cosiddetta nevrosi della domenica, caratterizzata da note di tristezza che si presentano di frequente durante il week-end, quando appunto il soggetto non si trova più sottoposto alla tensione propria dell’attività settimanale; giunge il momento del sollievo, del riposo, ma con esso la percezione della propria solitudine e del vuoto interiore, della propria incompletezza psichica e della mancanza di un compito: valori che vanno  al di là dell’attività quotidiana che ci assicura il pane, ma che maggiormente rendono la vita degna di essere vissuta” (così Victor Frankl, fondatore della “logoterapia”, nel suo Come ridare senso alla vita).
    Cosa può significare, nel concreto,  questa indicazione di massima ?
 Che dovremmo imparare a programmare i nostri fine-settimana, le nostre vacanze pasquali o estive o natalizie, con la stessa cura con cui programmiamo i nostri lunghi periodi lavorativi. Certo, non si tratta di adottare regimi da caserma: concedersi qualche ora di sonno in più, almeno una volta a settimana, non può che farci benissimo. Ma, una volta svegli e alzati, perché girovagare per casa in pigiama senza desideri né progetti? Almeno la domenica dovrebbe essere la giornata dedicata alla nostra crescita spirituale. Ovviamente mi riferisco alla spiritualità come dimensione universale, laica, dell’esistenza: per uno sarà declinata come contatto con la natura (mediante una bella escursione a mare o in montagna), per un altro come fruizione della bellezza artistica (grazie ai musei talora persino aperti gratuitamente), per un altro ancora come esercizio della solidarietà umana (da attuare visitando un ospizio per anziani o un reparto ospedaliero pediatrico). Ma le esemplificazioni sarebbero innumerevoli: ormai, grazie a internet, è facilissimo trovare le indicazioni per un corso di yoga o per una fiera del libro o per una mostra di piante…Chi si riconosce in una confessione religiosa  potrebbe mettersi alla ricerca di una comunità (parrocchia cattolica, chiesa protestante, sinagoga ebraica o moschea islamica…) in cui si coltiva, con iniziative specifiche, la convivialità fraterna. E qualcosa del genere viene offerta anche a chi non si riconosce in nessuna confessione determinata: per esempio negli incontri della cosiddetta “Domenica di chi non ha chiesa” (presso la “Casa dell’equità e della bellezza” di Palermo),  in cui si sperimentano modalità e contenuti inediti di una spiritualità ecumenica (FB: Casa dell'equità e della bellezza) aperta a credenti di ogni orientamento, ma anche a atei e agnostici. 
L’essenziale, comunque, è non farsi cogliere dalle festività impreparati: sarebbe un vero “peccato” trasformare in noia e avvilimento un’occasione di ricarica di tutte le nostre batterie. 
                                                   Augusto Cavadi
                                             www.augustocavadi.com

https://livesicilia.it/2019/04/07/usare-la-domenica-per-crescere-in-spirito_1049266/

lunedì 8 aprile 2019

PEDAGOGIA ALLA SICILIANA

“Il Gattopardo”
1.3.2019

PEDAGOGIA SICILIANA

     E’ possibile individuare, su una spiaggia o in una baita di montagna, popolate di famiglie di varia provenienza geografica, 
 le madri siciliane?  Di solito, si riconoscono  per tre caratteristiche. 
      La prima: estrema protettività. A mare i figli (anche se sono 
dei quindicenni nuotatori provetti) non dovrebbero spingersi dove con i piedi non toccano il fondo. Per fortuna la stragrande maggioranza, prima o poi, disobbedisce e, spostandosi dove
 l’acqua è un po’ più alta, riesce finalmente a nuotare felicemente. 
  Questa protettività si manifesta rarissimamente con moine e sdolcinature: la norma sono urla, minacce, rimproveri. Questa è una seconda caratteristica: le madri siciliane ritengono di essere ascoltate in proporzione al volume della voce. Gli astanti sono ovviamente disturbati, anche perché alle grida rispondono i pianti filiali, ma alle madri basta lo sguardo di approvazione di un’altra madre – meglio  se anche nonna – che, con un lieve inchino del capo, esprima consenso ammirato: “Brava, così si dimostra di amare davvero le proprie creature! Non come le nordiche che se ne fregano e lasciano i figli in balìa di stessi! ”. Pleonastico specificare che per “nordiche” si intendono le signore provenienti da Reggio Calabria a Oslo. 
   Il turista che osservi dall’esterno potrebbe supporre che questi modi bruschi di allevare la prole giustifichino, in casi eccezionali, un suo intervento diretto qualora il moccioso si riveli  particolarmente fastidioso. Attenzione: sarebbe una supposizione pericolosamente sbagliata ! Sì, perché – siamo a una terza caratteristica – la madre siciliana può essere severa nei confronti dei propri figli, ma guai se qualcun altro si arroghi lo stesso diritto (o si senta investito dello stesso dovere). Se un ragazzino giocando a pallone sulla sabbia colpisce un ombrellone e lo fa cadere sulla testa dei bagnanti, o correndo in bicicletta schizza del fango sui vestiti di un passante, l’estraneo deve aspettare rispettosamente che sia la madre dello screanzato a intervenire: se per qualsiasi motivo non lo fa lei, non lo può fare nessun altro al mondo. Dunque, i turisti siano avvertiti: la pedagogia materna delle siciliane prevede rigidamente un doppio registro. Le mamme possono persino picchiare, fisicamente, i pargoli; ma, se un terzo si intromette, anche solo per far notare con discrezione una trasgressione del galateo, scatta in esse un istinto felino a difesa dei cuccioli (considerati  tali dalla nascita a settant’anni).  Come afferma solennemente un proverbio che mia nonna ripeteva convinta: “Il tuo familiare va difeso a ragione o a  torto”. 


Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com