venerdì 14 ottobre 2022

SAN FRANCESCO NON FU UN'IMMAGINETTA SACRA


 UN FRANCESCO D'ASSISI DIVERSO DALL'IMMAGINETTA SACRA

Nella manualistica scolastica e nella narrativa religiosa Francesco d'Assisi è rappresentato come l'icona del candore quasi fanciullesco che, già in vita, avrebbe raccolto ammirazione e devozione incondizionate. La realtà storica effettiva è stata molto diversa. Tormentata la personalità del santo d'Assisi, incredibili le amarezze riservategli già in vita dai suoi stessi discepoli, stravolti i racconti biografici dei testimoni oculari. Il corposo e documentato volume di Francesco Coniglione, L'uomo venuto da un altro mondo. Francesco d'Assisi, Bonanno Editore, Acireale – Roma 2022 restituisce queste drammatiche vicende come in una sorta di romanzo appassionante, il cui protagonista principale acquista i tratti umani, umanissimi, di una persona complessa e non priva di contraddizioni.

Man mano che si tenta di risalire dal ritratto agiografico all'identità autentica di Francesco, la sua esemplarità – lungi dall'appannarsi – rivela tratti di sconcertante attualità. L'autore del ponderoso saggio lo sa dire con accenti toccanti: “grazie al modello di testimonianza evangelica offerto da sé stesso e dai suoi frati, Francesco invita ciascun cristiano ad operare una profonda revisione del proprio modo di vivere la fede, additandogli la necessità di un'azione a favore dei poveri che richiede una sua conversione totale e che non può limitarsi alla semplice carità: perché dice chiaramente che la responsabilità è di ciascuno, è personale, e nessuno si deve sentire esente da un dovere verso il prossimo. Non può essere chiamato cristiano chi non soccorre il proprio fratello: Francesco dona persino la Bibbia a chi vede in miseria; oggi siamo invece indifferenti a chi muore annegato in nome dello slogan blasfemo e anticristiano di «prima gli Italiani». E' nel contesto di questa trasformazione interiore […] che può essere effettivamente esercitata la carità e l'amore verso gli altri esseri, siano uomini o animali” (p. 298).

Coniglione, quasi a prevenire l'obiezione che circola negli ambienti cristiani tradizionalisti e conservatori (a giudizio dei quali non si può ridurre la fede cristiana a filantropismo), cita delle righe molto sagge di Leonardo Boff, un ex-francescano che è stato tra i promotori più prestigiosi della “teologia della liberazione”: “La fede, evidentemente, non si esaurisce in questa dimensione, ma non sarebbe fede vera, né la fede di Gesù Cristo e degli Apostoli se non includesse la liberazione dalle miserie, che è disumanizzazione e offesa a Dio stesso” (p. 297).

Leggendo queste righe è impossibile non pensare al papa attuale che, con mossa inedita, ha scelto – lui gesuita – di chiamarsi come il Fondatore dei “frati minori”. E l'autore di questa monografia, infatti, cita molti passaggi in cui il vescovo di Roma del XXI secolo, “andando anche oltre l'insegnamento di san Francesco – che non poteva non essere condizionato dai suoi tempi -”, afferma che “non si tratta di alleggerire la nostra coscienza facendo qualche elemosina, ma piuttosto di contrastare la cultura dell'indifferenza e dell'ingiustizia con cui ci si pone nei confronti dei poveri” ; “dare vita a processi di sviluppo in cui si valorizzano le capacità di tutti”(p. 299) se non si vuole “mettere in crisi la stessa democrazia” (ivi). 

PER COMPLETARE LA LETTURA, BASTA UN CLICK QUI:

https://www.zerozeronews.it/san-francesco-dassisi-diverso-dallimmaginetta-sacra/

lunedì 10 ottobre 2022

ALIMENA, CALTAVUTURO, TERMINI IMERESE: LE PERLE NASCOSTE DELLO SCRIGNO SICILIA

Il Gattopardo”

1.8.2022

IN SICILIA ANCHE PERLE NASCOSTE

E’ bello che in Sicilia ci siano alcune perle imperdibili per i turisti, ma ciò comporta uno svantaggio: monopolizzano l’attenzione così che tanti altri luoghi restano nell’ombra. Ciò non accadeva quando i visitatori del Settecento e dell’Ottocento erano costretti ad attraversare lentamente l’interno dell’isola per trasferirsi da una méta illustre a un’altra. Cito quasi a caso dal Voyage en Sicile di Dominique Vivant Denon edito in Francia nel 1788: “Arrivammo ad Alimena, dopo aver percorso in questa giornata ben diciotto miglia. Alimena è un grosso paese, molto ben costruito e ancora nuovo. Andammo, come d’abitudine, a dormire nel convento dei Cappuccini, invero molto bello. Il chiostro, senza essere sontuoso, è tuttavia di uno stile molto gradevole”. Poco oltre, in prossimità di Caltavuturo, “montagne scoscese, rocce sospese a picco, scorci di mare, amie vallate, vecchi castelli degni dei racconti di fiabe: tutto è lì grande, misterioso e magnifico; non si può realizzare composizione più perfetta”. Infine la pianura di Termini Imerese dove “scorre un piccolo fiume che, dividendola, avanza dolcemente verso il mare fino a sboccare su di una splendida spiaggia. Non esiste sito più bello per costruirvi una città. E’ davvero il luogo prediletto dalle ninfe, il soggiorno delle divinità delle sorgenti che sgorgano abbondanti e vivaci; sgorgano in ogni dove e sembra quasi che ogni roccia ne nasconda una. Il sole e l’acqua adornano la terra in modo ricco e bello”.

Forse moltiplicando i sentieri pedonali, le piste ciclabili, le tratte ferroviarie interne a bassa velocità...turisti e siciliani saremo incoraggiati ad ammirare anche i fiori meno appariscenti del nostro giardino.

Augusto Cavadi 

www.augustocavadi.com

sabato 8 ottobre 2022

1992: ALCUNI LIBRI PUBBLICATI PER IL TRENTENNIO DALLE STRAGI MAFIOSE (ANTONIO ORTOLEVA)

 “Dialoghi mediterranei” - 1 settembre 2022

Falcone e Borsellino, i libri che raccontano più di una sentenza

 di Antonio Ortoleva

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L’Unità nazionale non la garantisce Garibaldi e nemmeno la Resistenza, perché i conti finali con il nazi-fascismo li hanno fatti in Germania ma non da noi – e poi c’è sempre chi ritiene che sia stata una lotta di liberazione guidata dai comunisti, dimenticando gloriosi comandanti monarchici, mentre per altri, per lo più nostalgici, fu guerra civile – forse la Nazionale di Bearzot ce la fece, forse “la più bella” Costituzione del mondo ci unificò idealmente e non solo, ma neppure il festival di Sanremo perché una minoranza spegne la tv. È predisposto e abituato a spaccarsi in due il Paese nostro, come nel referendum repubblica-monarchia o nel ventennio berlusconiano che non è mai del tutto finito, uno Stivale che insegue l’Unità sin dai tempi dei Comuni e non l’ha mai del tutto trovata. Siamo uno Stato unitario diluito in un arcipelago di usanze e dialetti, tanto che un uomo di Ortisei e un coetaneo di Castelbuono si approcciano come stranieri, pur avendo in tasca la medesima nazionalità.

pattoMa c’è un momento in cui l’Italia tutta guarda in un’unica direzione, quando compare, nella tarda primavera-estate il doppio anniversario di Falcone e Borsellino. Davanti a queste due figure, ormai leggendarie, di italiani, le differenze e i distinguo cedono, non c’è più destra e sinistra, non c’è retropensiero, subentra rispetto e ammirazione anche silenziosa. Non c’è discussione, tranne in quegli ambienti contigui a Cosa nostra e agli apparati deviati dello Stato che ne vollero la morte, tranne nella polemica intemerata giustizialisti-negazionisti, che ha creato un fossato di incertezze nella coscienza generale, tra chi vorrebbe, ed è in grande maggioranza, che vengano individuati e condannati i mandanti esterni e i complici, e chi, anche dagli scranni universitari, è certo che la guerra allo Stato non ebbe complici istituzionali o nella grande industria o all’estero, che associazioni segrete come la P2 di Gelli o la Gladio, creatura atlantica, non furono altro che gruppi di pressione, club esclusivi e conviviali come il Rotary.

E c’è anche retorica. Da trent’anni è così e ne conseguono cerimonie e sfilate, convegni e dichiarazioni. Soprattutto, libri e ne sono ricolmi, mai come in questi mesi, i banconi delle librerie, nell’intento di ricostruire la storia di una delle fasi più tragiche del Paese, sino al 1992, trent’anni fa, con la fine predestinata di Falcone e Borsellino, l’11 Settembre italiano, lo definì Andrea Camilleri, crollarono come le torri di New York i nostri giudici-gemelli. Tanti i titoli pubblicati intorno al trentennale, non tutti di qualità, alcuni solo per fare cassetta nell’emozione dell’anniversario. Proviamo a vederli da vicino, almeno quelli di sicuro interesse e validità storica e d’inchiesta.

melatiMa il “libro”, se così si può dire, più corposo, tremila pagine, è uscito il 6 agosto e motiva la sentenza di appello con la quale undici mesi prima erano stati assolti gli ufficiali del Ros e Marcello Dell’Utri, il braccio destro di Berlusconi. La Trattativa con Cosa nostra ci fu, ma a fin di bene, afferma la corte, per scongiurare nuove stragi. Anche se il Paese dovette subire in seguito via D’Amelio e le bombe di Roma, Milano e Firenze dell’anno dopo. Ha sancito difatti la corte dell’appello di Palermo che c’è una “mafia buona” con cui non è reato dialogare o venire a patti al fine di evitare guai peggiori. La mancata perquisizione del covo di Totò Riina, poi ripulito dai “picciotti” e persino imbiancato, rappresentò un segnale di disponibilità, come la rinuncia alla cattura di Bernardo Provenzano, episodio che costò l’uccisione dell’ex boss Luigi Ilardo, il quale portò i carabinieri al covo di “Binnu”. Dopo anni in carcere, Ilardo vuole cambiare vita. Accetta di trasformarsi in un infiltrato e fa arrestare sette mafiosi di calibro. A quel punto decide di svoltare e sottoporsi a un programma di protezione, pochi giorni prima verrà ucciso a Catania. «Sarebbe stata la collaborazione più importante dopo quella di Buscetta – disse in aula il pm Nino De Matteo – Ilardo preannunciava rivelazioni su alcuni omicidi richiesti da uomini delle istituzioni». Fu certamente “venduto” da chi doveva proteggerlo e consegnato al diavolo.

9788831431323_0_424_0_75Esulta il quotidiano Il Riformista: «La Trattativa non ci fu. [...] furono gesti di grande umanità e di generosità finalizzati a fermare vite umane». Si indigna Roberto Scarpinato.  La motivazione della sentenza legittima il «dialogare con la mafia, conviverci» e «su via D’Amelio viene preclusa una ricostruzione che chiama in causa apparati deviati dello Stato», scrive il magistrato solo da pochi mesi ex procuratore generale a Palermo. Il regista e autore palermitano Pierfrancesco Di Liberto, in arte Pif, è senza più forze: «Io sono ottimista, ma per la prima volta dico che è finita. Crolla tutto il castello di valori che abbiamo costruito. Scriverò alle scuole che mi hanno invitato per dire che non andrò, non saprei cosa dire».

bolzoniAppunto, cosa dire? I nostri migliori autori di cose di mafie hanno ancora molto da dire a trent’anni di distanza, perché la storia è ancora tutta da scrivere.  Piero Melati, giornalista nato a L’Ora e poi nel gruppo Repubblica, acquista la fiducia della famiglia e pubblica il suo Paolo Borsellino. Per amore della verità (Sperling & Kupfer), come un libro a più mani e a più voci, come un giallo letterario senza colpevoli, che collega con maestrìa fili, accadimenti, che svela retroscena, che lascia finalmente parlare i tre figli Lucia, Manfredi e Fiammetta, soprattutto la più giovane, la coccolata dal papà, i membri di una “famiglia reale” – a lungo in silenzio, poi al centro di polemiche, persino in casa, con lo zio Salvatore – una famiglia per lunghi anni incredibilmente trascurata, zittita, persino umiliata dalla prova delle impronte sulla famosa borsa privata dell’agenda rossa. Fiammetta finalmente parla, alza la sua voce, spiega il suo incontro in carcere con i fratelli Graviano, carnefici del papà, ed è il suo atto d’accusa verso quella parte torbida delle istituzioni, da Roma a Palermo, mai condotta in un’aula di tribunale, che non ha protetto il magistrato e la sua squadra, che è stata mandante o complice della strage di via D’Amelio.

arditaQuanto fossero isolati e predestinati i martiri di Palermo lo si comprende da una fotografia descritta quasi subito da Attilio Bolzoni, uno dei migliori cronisti sempre in campo, nella nuova edizione di Uomini soli (Zolfo editore). Arriva da giovanissimo cronista in piazza Generale Turba, era il 30 aprile 1982. La scena è agghiacciante: una gamba del deputato Pio la Torre, segretario regionale del Pci, capopopolo dei contadini durante le occupazioni delle terre, riferimento del movimento pacifista contro i missili Nato a Comiso, penzola dal finestrino dell’auto crivellata di colpi. Al posto di guida il corpo insanguinato dell’amico e compagno Rosario Di Salvo.

«Quella mattina sono anch’io là, con il taccuino in mano e il cuore in gola. Saluto Giovanni Falcone, saluto Rocco Chinnici, non ho il coraggio di guardare Paolo Borsellino (…) mi avvicino al commissario Cassarà e gli chiedo: “Ninni, cosa sta succedendo?” Mi risponde: “Questa è una città di cadaveri che camminano”».

bianconiaffarepiattorgbDieci anni dopo, la profezia del futuro capo della Mobile, falciato da un commando nell’agosto 1985, si è totalmente avverata. Quel gruppo di famiglia in un esterno, tra i migliori inquirenti di giustizia e di polizia forse del mondo, ripreso dal fotografo Franco Lannino quando si accostarono al muro, fu eliminato, uno dopo l’altro, con grande “scruscio” – tre con autobomba e tritolo sotto l’autostrada, Cassarà sotto casa da un commando in assetto militare e armi da guerra.

«L’Italia, a onta del suo aspetto bonario, leggero, spensierato è – diceva Norberto Bobbio – un Paese terribile che non rifugge dal delitto politico». Una sequenza interminabile ha insanguinato l’Italia, sempre senza colpevoli, sempre accompagnata da depistaggi. 

mignosiDa Portella della Ginestra a via D’Amelio. Con I nemici della giustizia, (Rizzoli), Saverio Lodato, altro nome importante, altro palermitano se non di nascita di impegno e di lavoro – torna ad intervistare il pm Nino De Matteo, dopo Il patto sporco, per affrontare i mali della giustizia e gli ostacoli apposti dal sistema politico al suo corretto funzionamento.

Filosofo e teologo costruttore di comunità di base e con il talento di saper comunicare con i più giovani, Augusto Cavadi, prolifico autore qual è, è tornato in libreria con Quel maledetto 1992 sempre per i tipi Di Girolamo, dopo i fortunati Il Vangelo e la lupara e Il Dio dei mafiosi. Il pensatore palermitano fa un bilancio della storia dell’antimafia in Italia e propone una strada per vincere in modo definitivo la battaglia secolare contro il crimine organizzato e il malaffare.

aelacchiCi spostiamo a Milano con Giovanni Bianconi, storico inviato del Corriere della Sera, e il suo Un pessimo affare(Solferino), ricostruzione autorevole di quegli anni da parte di un testimone del tempo. Con Al di sopra della legge (Solferino) il magistrato catanese Sebastiano Ardita, oggi membro del Csm, accolto sempre da grande folla ai suoi incontri, racconta la mafia dietro le sbarre, forte dell’esperienza di nove anni al vertice del Dap, il dipartimento penitenziario. Giuseppe Lo Bianco, cronista di nera e giudiziaria di antica scuola, sempre in coppia con la collega Sandra Rizza, svela particolari inediti in Dietro le stragi (PaperFirst). Con Giovanni e io (Chiarelettere) si entra nel privato del giudice più famoso e amato del mondo, tramite l’amicizia e il lavoro comune del sociologo Pino Arlacchi che ha ricoperto a livello internazionale (Onu e Ue) ruoli apicali nel contrasto e nello studio delle mafie.

iosonoritaUn ambito a parte sono i romanzi a tema mafia, sbocciati negli ultimissimi anni. Gli autori sono cronisti di nera e giudiziaria, che hanno sempre raccontato fatti più che storie, sempre con linguaggio e argomenti da terzietà, imparziale, e che ora si lanciano in mare aperto intrecciando cronaca e immaginazione letteraria. È il caso di Enzo Mignosi, autore di A doppia mandata e di Sandra Rizza, Nessuno escluso, entrambi editi da Ianieri, nella collana “Le dalie nere”, diretta da Raffaella Catalano e Giacomo Cacciatore, che nella vita sono moglie e marito.

Non è mancato all’appuntamento Roberto Saviano con Solo è il coraggio (Mondadori), la vicenda di Giovanni Falcone come un romanzo attraverso testimonianze e documenti anche inediti. 

savianoPer finire, le donne. Graziella Proto, direttrice del mensile Le Siciliane, testata germinata da I Siciliani di Pippo Fava, del quale è stata stretta collaboratrice, si occupa, assieme alle colleghe Giovanna Cucé e Nadia Furnari, della “settima vittima” di via D’Amelio, Rita Adria, la ragazza del Trapanese di famiglia mafiosa, testimone di giustizia, che si suicidò dopo la morte di Borsellino, perché perse ogni speranza di futuro, sola, quindi abbandonata in un appartamento romano. 

51ugg0qhyylIn Io sono Rita(Marotta e Cafiero), appaiono per la prima volta misteri e circostanze ambigue che circondano la fine della diciassettenne, responsabilità pubbliche non ancora chiarite. Infine, la bagherese Francesca La Mantia che ha imboccato una strada vincente per raccontare ai bambini le vicende tragiche ed epocali del Paese, affiancate da illustrazioni. Con questa felice formula è spesso in tour, invitata dalle scuole di tutta Italia. Dopo il fascismo, ecco la mafia raccontata ai bambini ne La mia corsa, storia di un “picciriddu” dei quartieri palermitani che cambia vita e prospettive dopo il casuale incontro con il giudice Rocco Chinnici e il capo della Mobile Ninni Cassarà.





mercoledì 5 ottobre 2022

ANCORA SU "SVEGLIAMOCI!" DI EDGAR MORIN

 

Dopo il 'post' del 3 ottobre 2022 in questo stesso blog (ricordo che è possibile iscriversi gratuitamente alle notifiche dei nuovi 'post') aggiungo adesso una recensione del recente opuscolo di Edgar Morin,  "Svegliamoci!" , apparsa su "Adista- Segni nuovi" (34/2022) dell'8.10.2022.

Svegliamoci!”: l'appello di un ultra-centenario all'Occidente “sonnambulo”

“Dopo la Rivoluzione del 1789 si sono succedute o sono coesistite due France: quella umanista e quella reazionaria”: ciò che Edgar Morin scrive nel suo ultimo pamphlet (Svegliamoci!, Mimesis, Miulano – Udine 2022, p. 9) vale per molte nazioni occidentali, compresa l'Italia. Oggi, in Francia, prevale la “destra reazionaria” (p. 23) il cui cavallo di battaglia è costituito dall'immigrazione che avrebbe superato la “soglia di tolleranza” (Claude Lévi-Strauss). Ma si tratta di una “soglia di tolleranza demografica? Per quanto la sua metropoli sia sovraffollata, possiede vaste regioni scarsamente popolate e campagne desertificate. La soglia è forse economica? Nonostante i 3,5 milioni di disoccupati attuali su una popolazione di 67 milioni, il paese ha bisogno non solo di manodopera ma anche di medici e ingegneri e non avrà mai troppi artisti, musicisti, pittori e poeti. In realtà, questa 'soglia di tolleranza' è psicologica: la supera chi non tollera la vista una macelleria halal o di persone dalla pelle scura, chi vede in un quartiere di periferia il microcosmo di una Francia arabizzata e negrificata; chi non riesce ad accettare che 'beduini' e 'giudei' siano suoi pari. Nella Francia reazionaria di oggi la soglia di tolleranza è divenuta soglia di intolleranza” (pp. 27 – 28). 
E' facile da questi brevi cenni intuire che “la crisi francese ha i suoi tratti specifici, ma partecipa della crisi propria di una nuova era dell'umanità, cominciata nell'agosto del 1945 con l'annientamento nucleare di Hiroshima e Nagasaki” (pp. 31 – 32). Morin punta il dito sul cuore di questa “nuova era antropologica” (p. 31): l'intreccio inestricabile di progresso scientifico (che “ha rivelato la sua terrificante ambiguità”: “la scienza più avanzata è diventata produttrice di morte per ogni civiltà”, p. 33) – produzione industriale (guidata “sia dalla frenesia del capitale, sia dalla volotà di potenza degli Stati”, con il risultato che “queste forze possenti dominano le menti umane che le dovrebbero dominare”, p. 35) – il disastro ecologico (“il deterioramento continuo che affligge tutto il mondo vivente, essi umani compresi”, p. 34). Il combinato disposto di queste tre fenomeni autolesionistici sarebbe già sufficiente per affermare che “l'antropocene è anche il thanatocene” (p. 35), ma al peggio non c'è fine: “regnano l'incoscienza e il sonnambulismo” (p. 41). Detto con altre parole: “si tratta di una crisi più radicale e nascosta: una crisi del pensiero” (p. 31). 
Qui il vegliardo Morin (scrive queste righe dopo aver compiuto i 100 anni !) richiama il filo rosso della sua lunga e variegata ricerca intellettuale: solo un pensiero “complesso”, che travalichi gli specialismi settoriali, potrebbe aiutare la politica a trovare vie d'uscita praticabili. Infatti, a suo avviso, “l'invisibilità della crisi del pensiero dipende dalla separazione e dalla frammentazione delle conoscenze, la cui riunificazione è considerata impossibile, rendendo quindi unilaterale, incompleta e di parte ogni considerazione relativa alla società, alla storia e alle crisi medesime” (p. 47). 
E' forse il caso di precisare che non si tratta di auspicare l'improbabile sorgere di geni “universali” di stampo rinascimentale, come in buona parte è lo stesso Morin. La vastità del sapere umano attuale rende impossibile a un singolo soggetto di dominare l'insieme. Ciò che è possibile, e anzi indispensabile, è avere un'attitudine mentale all'apertura costante verso orizzonti ulteriori rispetto al proprio campo di studio professionale e, conseguentemente, moltiplicare le occasioni di sinergia con gli specialisti degli altri campi. Se il fisico non dialoga con l'economista, il biologo con lo psicologo, l'archeologo con l'antropologo...(e se il filosofo non dialoga con tutti, ascoltando umilmente e offrendo un servizio di traduzione dei vari linguaggi in una lingua minimale comune), quali indicazioni di massima potremo proporre ai politici (ammesso che qualcuno di loro desideri riceverne)? E, prima ancora, quali chiavi interpretative degli scenari attuali il mondo intellettuale e delle professioni potrà proporre all'opinione pubblica e all'elettorato, distratto e confuso? Uno dei tanti aspetti del buio che stiamo attraversando è l'equa distribuzione dell'ignoranza e dell'insipienza fra schieramenti nominalmente opposti. Destra e Sinistra (tranne qualche rara eccezione) nei Paesi occidentali concordano su alcune linee strategiche (riguardanti la crescita indefinita della produzione di merci, lo sfruttamento crudele degli animali da allevamento sino a favorirne la “pazzia”, lo spreco strutturale di cibo, l'incremento degli armamenti come principale se non esclusivo deterrente dei conflitti bellici e così via): da qui la disperazione di quanti trovano inutile andare a votare dal momento che, sulle questioni davvero cruciali, non si trova qualcuno che li rappresenti almeno approssimativamente.
L'opuscolo di Morin non si chiude con toni unilateralmente pessimistici. Egli ci ricorda che la storia, anche recente, attesta che l'improbabile accade più spesso di quanto non si tema. Tanto più – questo dato è per lui un “secondo principio di speranza” - che “le capacità cerebrali dell'essere umano sono in grandissima parte non sfruttate. Siamo ancora alla preistoria della mente umana. Le sue possibilità sono incommensurabili, non solo per il peggio ma anche per il meglio. Se sappiamo come distruggere il pianeta, abbiamo anche la possibilità di sistemarlo” (p. 74). Perciò, conclusivamente, la “mutazione antropologica” che sta avvenendo sotto i nostri occhi, ma prima ancora nella nostra carne e nella nostra anima (“Ora siamo al cuore della crisi e la crisi è nel cuore dell'umanità”, p. 41), “apre alla possibilità di due metamorfosi”: “la prima metamorfosi, quella del transumanesimo, tende a produrre una superumanità, dotata di nuovi poteri su se stessa e sul mondo, e una supersocietà nella quale esso vede l'armonia ma che noi percepiamo come una società-macchina. La seconda metamorfosi dedicherebbe il progresso scientifico, tecnologico ed economico al miglioramento della condizione umana e delle relazioni fra gli uomini, all'avvento di una Terra-patria umanista per sua stessa natura” (p. 52).
Abbiamo imboccato entrambe queste vie: quale delle due percorreremo sino in fondo? Non è dato prevederlo. Forse i sostenitori di una metamorfosi umanista “verranno da orizzonti diversi, poco importa sotto quale etichetta. Saranno i restauratori della speranza” (p. 75). 
                                                                Augusto Cavadi
                                                        www.augustocavadi.com

lunedì 3 ottobre 2022

GLI ELETTORI ITALIANI FILOSOFANO TROPPO. O NO?




 SE A FILOSOFARE PROVASSERO MOLTI PIU' ELETTORI DI ADESSO... 

La forsennata super-produzione industriale (dettata da interessi privati e/o di Stati nazionali) è alla radice dei conflitti bellici in corso (con relativi rischi di esiti nucleari) e della distruzione irreversibile dell'ambiente. I politici sono, di norma, un ostacolo anziché un sostegno per la risoluzione di questi drammi epocali nel loro intreccio micidiale. Come confermano le ultime elezioni italiane (25 settembre 2022) i cittadini o si astengono dal far pesare il loro voto o lo indirizzano preferibilmente su schieramenti sfacciatamente filo-capitalistici che non hanno, neppure solo a livello programmatico, l'intenzione di ridurre sfruttamento delle risorse, situazioni di guerra, disastri ecologici. 

Inorridito da questo “sonnambulismo” generalizzato, a 101 suonati, uno dei massimi pensatori viventi – Edgar Morin – ha lanciato il suo grido d'allarme: Svegliamoci ! (Mimesis, Milano – Udine 2022, pp. 78, euro 10,00). Svegliamoci da questo sonno dogmatico provocato o dall'illusione che l'umanità non compia l'ultimo miglio verso l'auto-distruzione definitiva o dalla convinzione nichilistica che questo suicidio collettivo non sia il peggiore dei mali dal momento che l'essere, la vita, la gioia, la solidarietà, il piacere sarebbero – tutto sommato – equivalenti al nulla, alla morte, al dolore, all'individualismo, all'insensibilità. 

Cosa significa, in concreto, svegliarsi ? Quasi a mo' di sintesi dei suoi innumerevoli scritti, Morin lo spiega efficacemente in questo opuscolo. Non tento neppure di riassumere le sue indicazioni articolate, mi limito al passaggio che mi sembra la chiave di lettura decisiva: “Non è solo la crisi dei partiti di sinistra in rovina, né soltanto la crisi della democrazia che imperversa in tutto il mondo, né solo la crisi di uno Stato iperburocratizzato e appesantito dalle lobby, né ancora soltanto la crisi di una società dominata dal potere onnipresente del profitto, né infine solo una crisi della civiltà o dell'umanesimo, si tratta di una crisi più radicale e nascosta: una crisi del pensiero” (p. 31).

Già sarebbe abbastanza grave vivere in contesto politico in cui ministri della Repubblica insegnano ai giovani che “con la cultura non si mangia” (Giulio Tremonti) e in cui quei giovani, che – invece – vorrebbero mangiare grazie al lavoro culturale, sono costretti a emigrare nei cinque continenti; ma c'è di peggio. Artisti e ingegneri, chimici e letterati, economisti e archeologici, fisici e psicologi – anche i più esperti fra queste categorie di intellettuali – si accontentano del loro punto di vista particolare e non aspirano neppure a una prospettiva complessiva: “gli specialisti disdegnano ogni conoscenza globale, che considerano superficiale.[...] L'invisibilità della crisi del pensiero dipende dalla separazione e dalla frammentazione delle conoscenze, la cui riunificazione è considerata impossibile, rendendo quindi unilaterale, incompleta e di parte ogni considerazione relativa alla società, alla storia e alle crisi medesime” (p. 47).

Chi dovrebbe prestare il servizio della sintesi, della trans-disciplinarietà, dello sguardo unitario, sapienziale, comprensivo? In Occidente è stata questa la missione dei filosofi. Ma, da almeno un secolo, la filosofia (nelle università e di conseguenza nelle scuole medie) è diventata storia della filosofia. Indubbiamente nessun filosofo saggio comincia a filosofare in prima persona senza studiare attentamente le filosofie precedenti: ma, se ci si limita a questa indagine archeologica del passato, chi oserà proporre un'analisi complessiva del presente e, addirittura, un progetto per il futuro? 

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