lunedì 29 giugno 2026

LA TELA DI RAGNO CHE RENDE PALERMO UNA CITTA' INVIVIBILE

 LA LINEA MOBILE DELL’ILLEGALITA’ SISTEMICA

 

Al primo colpo di revolver che in una città italiana raggiunge alla testa una passante ignara gli amministratori in carica hanno pronta la prima dichiarazione: “Fatto gravissimo, ma non è solo la nostra città a questo livello di degrado”.

Al secondo colpo di revolver – che da Napoli in giù di solito è di kalashnikov  – parte la dichiarazione di riserva: “Lo Stato ci deve mandare rinforzi, da soli non possiamo farcela”.

Non so altrove, ma nella mia Palermo questa ipocrisia istituzionale è stucchevole. Assistiamo tutti, immobili, alla crescita della tela del ragno, ma se qualche mosca vi resta vittima gridiamo allo scandalo.

Se il sindaco Roberto Lagalla, stimato docente universitario di Medicina, avesse dovuto insegnare anche solo per qualche giorno in una qualsiasi scuola media (di primo o di secondo grado, anche in licei prestigiosi frequentati dall’ottima borghesia) capirebbe al volo la metafora.

In mezzo secolo di insegnamento ho sperimentato che se, mentre ti rivolgi alla classe,  due alunni si scambiano sottovoce un commento o si raccontano la serata precedente hai due possibilità: fermarti, guardarli direttamente negli occhi, dire gentilmente che non ti sembra educato sovrapporti ai loro discorsi e che, in silenzio,  ne stai attendendo con pazienza (insieme alla classe incredula) la conclusione. Oppure fare finta di nulla e continuare imperterrito la lezione, magari alzando un po’ il tono della voce; dopo due minuti altri due alunni si sentiranno autorizzati a confabulare e in meno di un quarto d’ora è tutta la classe che, a toni di voce ormai altissimi, si scambiano informazioni e commenti, anche da un capo all’altro dell’aula.

Nel primo caso c’è sempre qualcuno (alunno, collega, genitore, dirigente scolastico) che troverà esagerato il tuo metodo e, se ne possiede  minimamente gli strumenti culturali, la butterà sul politichese: “Guarda, guarda, che doveva capitarci: pure il professore fascista”. Ma altri, all’inizio pochi e alla fine del triennio quasi tutti, ti diranno grazie per aver consentito a chi voleva dialogare con te e i compagni di farlo, chiedendo ai disinteressati di distrarsi con i cruciverba o i fumetti, ma in silenzio.

E nel secondo caso? Nel secondo caso l’insegnante “tollerante”, “democratico”, “filo-anarchico” si troverà a urlare per ore chiedendo attenzione o, per lo meno, di tacere. Scoprirà che il mancato intervento garbato, ma fermo, dei primi momenti ha aperto una diga e scatenato una fiumana di battibecchi e di offese reciproche che neppure i più odiosi provvedimenti disciplinari – ormai tardivi – riusciranno a bloccare. Sino a che punto? Potrei raccontare episodi incredibili (dal collega costretto a essere sbeffeggiato con la confezione vuota del panettone in testa al collega sfiorato da  pallottole di gomma micidiali sparate da pistole-giocattolo; dalla collega che rinunzia alle prove scritte di latino perché minacciata di trovare i bulloni delle ruote dell’automobile allentate al collega intorno alla cui cattedra, in cui è inchiodato dal disagio, un po’ di alunni danzano in cerchio come indiani d’America mentre il fuoco divampa sotto la sua sedia); potrei raccontarli (come ho fatto già in libri, saggi, articoli), ma saprei di non essere creduto. Oggi “per fortuna” ci sono i cellulari ed i social e le immagini del  professore aggredito con un coltello all’ingresso della scuola, o minacciato con una pistola alla tempia se non cede il pacchetto di sigarette, girano in rete, anche per moltiplicare pedagogicamente gli effetti imitativi.

Forse, a questo punto, il sindaco ( o il prefetto o il questore: ogni tanto scrivo a tutti e tre, con risultati facilmente immaginabili) potrebbe entrare nella comprensione metafora: non c’è un limite fisso al di qua del quale si fa finta di nulla e al di là del quale scatta l’allarme. No, non funziona così. La soglia è elastica e tende ad innalzarsi sino al punto di non ritorno. Se tu posteggi in seconda fila perché io non dovrei posteggiare in curva? Se tu vendi alcolici abusivamente a piazza Rivoluzione perché io non dovrei venderli ai Quattro Canti? Se tu occupi con i tuoi vasi di fiori, per intero, i marciapiedi intorno ai cimiteri costringendo la gente a fare lo slalom fra le auto in sosta e in movimento, perché io non dovrei piazzare i tavolinetti della mia gelateria proprio sotto il palo che minaccia rimozione forzata? E se nessuno controlla da quanti decenni il mio vicino di casa (non) paga il passo carrabile davanti al suo cancello perché dovrei togliere dalla mia auto il cartellino blu guadagnato anni fa dal povero nonnino ormai serenamente trapassato a miglior vita?  E se il camion della nettezza urbana, durante gli spostamenti da un cassonetto all’altro, lascia cadere con nonchalance rifiuti e percolati, perché dovrei preoccuparmi di trasportare il vecchio divano sino all’isola ecologica?

La lista sarebbe lunga forse infinita. Alcune immagini si sono incise come icone geniali alla mia memoria: come il rivenditore ambulante che, stanco di deambulare, fissa per mesi espositori e cassette all’angolo fra via dei Cantieri Navali e una traversa, ostacolando la vista agli automobilisti che escono dalla via laterale per immettersi nella principale. Ma è agosto, ha diritto anche lui al riposo, no? E allora sopra gli scheletri metallici campeggia un cartello ben leggibile: “Siamo chiusi per ferie” (che tra l’altro significa: “Non facciamo che a qualcuno venga in mente di fregarci il posto!”). In altre strade (non necessariamente periferiche, anzi tanto più se vicine al centro come la via Archimede), in chi non ha un passo “carrabile” (in vigore o scaduto che sia), si scatena la fantasia: il posteggio sotto casa lo riservo con cassette di frutta vuote o con sedie scalcinate o con i motorini dei ragazzi. E chi ha fegato, si permetta di avanzare obiezioni!

Naturalmente mi sto occupando di un segmento del fenomeno che presupporrebbe una diversa politica socio-educativa preventiva e una ben più incisiva politica repressivo-giudiziaria nei riguardi dei crimini sistemici dei colletti bianchi. Le poche persone che conoscono la mia storia ormai più che settantennale sanno da quanti anni spendo tempo ed energie a monte della illegalità spiccia quotidiana: ma perché nascondersi dietro l’alibi dell’aut-aut (o si interviene là o si interviene qua) e non abbracciare la strategia dell’et-et (mentre lavoriamo ai fondamenti non permettiamo che si abbattano le pareti)?  L’accenno autobiografico non è narcisistico, ma tattico: vorrei evitare l’ennesimo ritornello della corresponsabilità civica della popolazione. Non siamo poche le persone che lo sappiamo e proviamo a fare la nostra parte, ma come non possiamo essere sostituite così non possiamo sostituire le istituzioni: e se ogni notte, quando chiami il 112 perché la musica del pub sotto casa è troppo alta, ti senti quasi deridere dalla voce femminile all’altro capo del telefono (“Con tanti problemi che abbiamo, vuole che mandi una gazzella della polizia per farla dormire?”), che ti resta da fare? Un’idea (atroce, vergognosa, ti passa per l’anticamera del cervello), in cronaca leggi pure che qualcuno l’ha messa in pratica, ma tu preferisci rinunziare al riposo sino alle 3 o 4 del mattino piuttosto che rivolgerti al mafioso un po’ più prepotente del boss che protegge i tuoi vicini rumorosi. Ne va della tua libertà futura oltre che della tua dignità attuale.

Augusto Cavadi

17.6.2026


Qui il link all'edizione originaria:

https://www.girodivite.it/La-tela-del-ragno-che-rende.html

1 commento:

Maria D'Asaro ha detto...

"Non c’è un limite fisso al di qua del quale si fa finta di nulla e al di là del quale scatta l’allarme. No, non funziona così. La soglia è elastica e tende ad innalzarsi sino al punto di non ritorno". Proprio così... Grazie.