Secondo Kant abbiamo il diritto, anzi il dovere, di lavorare per un’umanità capace di vivere in pace, nella libertà e nel progresso continuo delle conoscenze. Ma senza illusioni né faciloneria: siamo costitutivamente un «legno storto», segnati da un «male radicale», e il cammino è tutto in salita. Se qualcuno rifiutasse questa visione antropologica, cullandosi nell’idea che si tratta di ipotesi “filosofiche” dettate da pessimismo caratteriale, rimarrebbe molto deluso dal libro di Giovanni Gastaldo, Il Difetto originale del cervello. E povero anche Il sapiens, re del creato, Armando Editore, Roma 2023 perché la tesi kantiana (mai citata) viene per così dire tradotta in termini scientifico-sperimentali dall’autore che è neurologo, psichiatra e psicoterapeuta.
La
domanda
La questione è delineata sin dalla Premessa iniziale: «L’uomo è veramente un re ricchissimo e potentissimo […]. Per rendercene conto, possiamo pensare ai cento miliardi di neuroni che lo rendono capace di inventare cose sempre più strabilianti e creare meravigliose opere d’arte. Pensiamo anche al fatto che può vivere ben oltre i cent’anni, e pensiamo all’insuperabile reggia in cui abita, cioè al pianeta Terra, nel quale si è insediato come re. Il pianeta Terra è un concentrato di bellezze e ricchezze tali, da sbalordire ogni qual volta si posi lo sguardo in qualsiasi luogo; finora non ci è dato di conoscere un altro pianeta così bello. Anche gli oltre otto miliardi di uomini attuali potrebbero vivere tutti molto bene, su questa nostra bilia di terra cotta dal sole, con la superficie smaltata da oceani blu, verdi foreste e argentei poli. Cosa potrebbe sperare di più un essere vivente per godersi, almeno un poco, la vita? Eppure non è così. Cos’è allora che non va?» (pp. 12 – 13).
Nozioni
indispensabili per capire la risposta
Per rispondere Gastaldo descrive il sistema nervoso dell’essere umano; le influenze che esso subisce dall’ambiente sin dai primi giorni di formazione nel grembo materno; la formazione di «circuiti neuronali determinati geneticamente e modificati da esperienze» (p. 75) quali paura, rabbia, tristezza, gioia; la relazione fra psiche individuale e contesto socio-culturale di appartenenza; la parabola evolutiva dell’australopiteco che - passando ad habilis, erectus, neandertalensis, sapiens sapiens - «invade tutto il globo e inventa l’agricoltura, addomesticando le piante, inventa la pastorizia, addomesticando gli animali, inventa le civiltà attuali, addomesticando gli uomini» (p. 99); la distinzione fra “cervello rettiliano” (il primo a formarsi nella nostra storia evolutiva), il “diencefalo” (in alcune terminologie “cervello limbico”) e infine la “corteccia prefrontale” (che «dovrebbe essere in grado di coordinare le emozioni e tutte le spinte provenienti anche dalle strutture più primitive e basilari, che si trovano nel cervello rettiliano», le strutture cioè che «presiedono alla sessualità arcaica, alla difesa, all’esplorazione, alla predazione, alla territorialità») (p. 179).
La
risposta
Alla
luce di queste premesse biologiche, antropologiche e storiche, l’autore può
finalmente rispondere alla domanda iniziale: come mai non c’è comunicazione,
armonia, connessione fra queste «strutture cerebrali» (p. 186)? La sua ipotesi
è che «essendo avvenuta una evoluzione molto rapida del cervello, o non essendo
questa ancora completa, la neocorteccia non è ancora pronta a integrare
perfettamente tutto l’elaborato che fa il cervello più antico. Questo perché,
seppure esista già tutto l’impianto per la relazione fra le strutture più
antiche e strutture più recenti, tuttavia i collegamenti si trovano ad essere
ancora imperfetti o incompleti, e in pericolo di essere mal maturati, essendo
molto influenzabili dall’ambiente. Così
la razionalità, non integrandosi perfettamente con le basilari spinte alla vita
del rettiliano e del limbico, non diventa quello strumento rivoluzionario, di
evoluzione e rinnovamento, che potrebbe essere» (p. 191).
Osserviamo
due aspetti particolari di questa condizione antropologica generale che
Gastaldo denomina «difetto originale» (p. 182 e passim).
La
«evoluzione troppo rapida» della zona neo-corticale del cervello comporta che
il «cucciolo del sapiens» nasca “prematuro” (rispetto ad altri cuccioli di
mammiferi), cioè che il suo cervello, «con i circuiti di base ancora non bene
strutturati alla nascita», sia esposto «a esperienze condotte da adulti, a loro
volta inesperti» (ivi) e dunque sia condizionato negativamente nella
considerazione di sé e del rapporto con il mondo.
Un’altra
considerazione riguarda la società contemporanea che, esaltando «il produrre»
piuttosto che la «relazione», priva molto spesso il neonato delle presenze
genitoriali, compromettendone «la maturazione emozionale in tutte le età, ma
soprattutto nei primi anni di vita» (p. 192).
Mettendo in fila questi fenomeni possiamo sintetizzare la diagnosi: «l’enorme sviluppo del neocortex», realizzatosi senza un adeguato collegamento con le parti emotive (e inconsce) della nostra struttura cerebrale, ha invertito – e pervertito – i possibili vantaggi evolutivi sì che «adoperiamo la nostra intelligenza per renderci più infelici e distruttivi» (p. 191).
Prospettive
operative
C’è
anche una prospettiva terapeutica?
L’autore
non è un presuntuoso che promette ricette miracolose e, con ammirevole
modestia, auspica che «miliardi di neuroni di milioni di cervelli diversi si
mettano in rete, per trovare soluzioni un po’ illuminate»: per favorire «una
maturità sufficientemente evoluta» per «allontanare per sempre le guerre, la
fame nel mondo e lo spettro della distruzione dell’eco sistema del pianeta» (p.
192).
Ammette
che sono necessari «rimedi» (ivi) a vari livelli: «iniziative di carattere
sociale e politico» tese a «migliorare direttamente l’uomo» (p. 193) – come «il
cristianesimo e il buddismo» (p. 194) – e «per migliorare le istituzioni e
indirettamente l’uomo, tramite queste» (p. 193), ma, dati gli esiti deludenti
sinora registrati con tali strategie,
gastaldo
propone iniziative, locali e internazionali, per «migliorare il cervello
dell’uomo: favorendo le interconnessioni fra neocortex e strutture
sottocorticali, con adatte attività educative anche nella scuola [e]
limitando l’ipertrofia dei circuiti neuronali che sottendono la paura, la
rabbia e la aggressività distruttiva» (pp. 194 – 195).
Non è questa la sede per esaminare, in dettaglio, le indicazioni di tipo organizzativo e operativo suggerite con lo scopo di rendere la condizione umana sul pianeta meno infelice puntando sulla tesi, ormai acquisita dalla neurobiologia, che «il cervello umano è sempre plastico e quindi modificabile» (p. 199), soprattutto ma non esclusivamente nel primo anno di via extra-uterina. Il lettore curioso potrà facilmente procurarsi il volume in distribuzione e forse condividere le righe finali: «Non c’è nulla in noi che non sia in tutti gli altri uomini esistiti prima e che esisteranno nel futuro. È solo questione di come gestiamo ciò che c’è; e certamente possiamo arrivare a effettuare una gestione corretta. Se accettiamo il povero re per quello che è, se abbiamo capito che, un po’ più o un po’ meno, ognuno di noi è vittima di intrighi di dei – leggi, spinte incongrue, dinamiche insospettate – allora proseguiamo, a testa alta, il nostro viaggio. Se incorriamo in qualcosa che non ci piace (la nostra Ombra) vediamo di comprenderlo e integrarlo nella nostra parte di personalità bionomica, ovvero fatta secondo le leggi della vita. Consideriamo che qualsiasi nostro circuito neuronale è nato comunque per una ragione valida, anche se successivamente può diventare difficile da capire e gestire, e che contiene una forza che, se ben indirizzata, è sempre preziosa» (pp. 250 – 251).
Augusto
Cavadi
link all'originale:
https://www.zerozeronews.it/il-pensiero-o-la-fisicita-cosa-prevale-nelluomo/
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