sabato 15 agosto 2026

MARCO REVELLI E LA CRISI (FORSE TERMINALE) DELLA POLITICA NEL MONDO

In questi giorni ho trovato fra i miei libri un titolo che avevo avuto la chiaroveggenza di acquistare circa un quarto di secolo fa, ma la colpevole disattenzione di non leggere. E' stato un errore perché La politica perduta (Einaudi, Torino 2002) di Marco Revelli, nonostante le dimensioni non certo voluminose, è un testo ricco, articolato, che dà molto da pensare.

Già nel 2002, con un quarto di secolo circa di anticipo, Barbara Spinelli individuava nella strage del teatro Dubrovska di Mosca (compiuta dalle forze speciali russe per neutralizzare un commando ceceno che teneva in ostaggio 922 civili)  L'assassinio della politica ("La Stampa", 27.10.2002): con questo blitz vediamo "militarizzare definitivamente l'arte della politica", quest'ultima appare "completamente superflua", completamente inane, priva di qualsiasi autonomia, incapace di dar leggi a se stessa che non siano quelle della jungla e della punizione violenta, più o meno preventiva". Il giorno dopo, su "Repubblica", Bernardo Valli le faceva eco con l'editoriale Il terrorismo e la sconfitta della politica: "Nel teatro di via Dubrovska è morta la politica. Quella che Platone chiamava scienza regia e Aristotele definiva una ricerca intorno a ciò che dev'essere il bene. Insomma, un'arte destinata anche a evitare una violenza fine a se stessa, a dare un senso e una legittimità all'uso della forza, se proprio indispensabile". 

Se nel 2003 Marco Revelli riprendeva e rilanciava i due editoriali dei colleghi era per suffragare la sua tesi: la crisi ("forse terminale") della politica è manifestata dalla tendenza di quest'ultima "a evocare sempre più ossessivamente la presenza del male - l'Evil ormai immancabile nei discorsi bellicosi pronunciati sulla cuspide del mondo - per giustificare una pratica del potere che di quello stesso male assume forma e sostanza. E condannata ad ampliare su scala sempre più allargata quello stesso disordine per la cui riduzione e controllo era invece nata" (p. 9).

23 anni dopo, la diagnosi di Revelli è più calzante di allora. Forse anche la sua terapia è cresciuta d'attualità, anzi di urgenza: "Per un nuovo modello di vita pubblica occorre: una rigorosa critica della potenza, una rinuncia consapevole al mito della forza". Ma non sarà facile la transizione dal modello attuale di politica a "una possibile, inedita, politica del futuro". Dovremo "a lungo convivere con la politica del passato: quella degli Stati (e delle ragion di Stato), degli eserciti, delle diplomazie. Quella che crede ancora nell'onnipotenza della Tecnica (...). Quella che sta dentro i confini. Che elabora la propria razionalità dentro la logica segregante delle frontiere. Quella che considera pazzia l'idea di un disarmo unilaterale. Che assimila il riconoscimento e l'assunzione del torto al tradimento. Che identifica la nonviolenza con la resa senza resistenza" (p. 136).

Tra le prime pagine e le ultime, conclusive, si snodano tematiche intriganti che meriterebbero d'essere riprese e analizzate una per una: soprattutto da chiunque, in qualsiasi area 'partitica', sia davvero preoccupato dell'abisso sul cui orlo camminiamo e intuisca che non c'è più molto tempo per non precipitarvi. 

1 commento:

Pietro ha detto...

Si, da approfondire