martedì 2 dicembre 2025

LA FEDE PIU’ CHE LE CREDENZE: MA QUALE FEDE?


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29.11.2025

LA FEDE PIU’ CHE LE CREDENZE: MA QUALE FEDE?

Nella recensione del volume di Edoardo Castagna, Ad extra. Cattolici e cultura: un dibattito (Avvenire-Vita e pensiero, 2025, Milano, 15€ : vedi “Adista- Segni nuovi”, 42, del 29.11.25: https://www.adista.it/articolo/74906), Walter Minnella e Gianfranco Poma,  dopo aver  riportato una sintesi della situazione attuale della Chiesa cattolica  del teologo milanese Pierangelo Sequeri (“molta morale, poca comunità, zero cultura”) aggiungono che gradirebbero “sentire il parere di qualche lettore”. Suppongo che la reazione della maggior parte dei lettori non possa che essere di consenziente approvazione. Ma se è agevole l’accordo sulla diagnosi, forse non lo è altrettanto sulle terapie possibili.

I due autori della recensione, ad esempio, citano Marco Vannini che da decenni propone di “distinguere la fede dalle credenze: queste ultime sono storiche, la fede è metastorica (va al di là della storia)”. Così formulata mi risuona come una ricetta perfetta. Ma cosa intendere per “fede”? Qui si prospettano - mi esprimo per sommi capi – due vie principali.

Vannini, come altri ammirevoli esponenti della medesima prospettiva, pensano alla vita mistica in generale e a all’esperienza dell’identificazione con l’Uno-Tutto in particolare. Questa interpretazione, degna del massimo rispetto, presenta a mio parere alcuni limiti: a) non è biblicamente fondata (per quanto ne sappiamo né i profeti né Gesù l’hanno adottata e proposta); b) non si presta ad essere accolta da quelle aree sociali che si sono allontanate dalla Chiesa cattolica. Chi si riconosce in tale interpretazione dovrebbe chiarire, con la massima onestà intellettuale, che si tratta di una proposta teoretico-metafisica di ascendenze pre-cristiane (in Occidente) ed extra-cristiane (in Oriente): dunque una proposta accettabile in un’ottica di libertà pluralistica ma che non va considerata la migliore – anzi, l’unica – modalità di vivere la “fede” cristiana.

Molto più fedele ai dati biblici, e in particolare alla testimonianza del Gesù narrato dagli evangelisti (canonici e non), è un’altra visione della “fede”: l’atteggiamento di chi, aperto al volere divino, si dedica fattivamente alla realizzazione del “regno di Dio” nella storia. La fede come solidarietà nei confronti del debole, dell’oppresso, dell’emarginato: come autodonazione gratuita, “a perdere”. Come agape. Questa interpretazione mi parrebbe preferibile non solo perché più tipicamente (anche se non esclusivamente!) cristiana, ma anche perché “laica” nell’accezione etimologica di “popolare”: tale da poter essere accolta da fasce sociali indifferenti sia alla vecchia tradizione della “catechesi” dottrinaria che alla fascinazione dell’unione mistica.

Chiarita la differenza fra i due “fuochi” andrebbero sciorinate una serie lunga di precisazioni. Mi limito a due.

La prima: non solo il papa “eretico” Francesco, ma anche l’ “ortodosso” Leone XIV insistono nell’identificare la fede autentica con l’agape folle (vedi, ad esempio, la prima Lettera apostolica del nuovo papa, Dilexi te che liquida la falsa opposizione fra “verticale” e “orizzontale”: dedicarsi a chi soffre è una scelta teologica, non un’opzione sociologica).  Basterà questo per attrarre le masse in esilio dai confini ecclesiali? Se la filantropia sarà praticata effettivamente – e se sarà praticata senza la furbizia strategica di usarla come ponte per riportare i fuoriusciti dentro l’Istituzione dogmatica e gerarchica – lo si può sperare. Ma proprio il primato dell’amore a trecentosessanta gradi scompiglia le carte, abbatte i confini: nessuno saprà mai chi è “dentro” e chi è “fuori” e, alla fin dei conti, non avrà nessuna importanza saperlo.

La seconda precisazione tende a recuperare il valido, anzi l’indispensabile, dell’interpretazione “mistica”. Amare – ci ha insegnato molti decenni fa Erich Fromm – è un’arte. Le chiese, proprio se vorranno essere centrali operative di servizio alla società, dovranno essere contestualmente spazi di silenzio, di studio serio della Bibbia e di tutte le sapienze dell’umanità, di meditazione personale e comunitaria, di nuove liturgie depurate da ogni linguaggio “teistico”. La dimensione spirituale, culturale e cultuale, è una dimensione antropologica costitutiva: il cristiano, che in quanto tale è proiettato nella liberazione integrale dei fratelli di tutto il pianeta e del pianeta stesso, non può trascurare la radice e la fonte interiore del suo impegno.  Per citare Knitter, Buddha e Gesù non solo non si escludono, ma si integrano vicendevolmente.

Augusto Cavadi

3 commenti:

Elio Rindone ha detto...

Leone XIV: celebra Nicea, che definisce Gesù "homoousios" con il Padre, ma non parla della persecuzione iniziata nei confronti degli ariani. "Dilexi te": facile ripetere che bisogna amare i poveri, ma sarebbe più efficace dire che le politiche di certi governanti che si dicono cristiani sono decisamente antievangeliche.

Rita Cannizzo ha detto...

Politiche decisamente inconciliabili con il vangelo.

Walter Minnella ha detto...

Gentile professor Cavadi,
anzitutto la ringrazio, anche a nome di monsignor Poma, di avere risposto alla nostra proposta di riflessione comune. In sostanza noi ponevamo l'esigenza di una nuova presentazione della verità esistenziale del cristianesimo in forme culturalmente accessibili alla maggioranza delle persone oggi - di una inculturazione del cristianesimo nell'età postmoderna. Il modello e il prototipo di questa operazione è per noi costituito dall'Enciclica 'Laudato si' '. (In uno dei prossimi numero di Adista dovrebbe uscire una mia analisi di questa Enciclica, in relazione a un dibattito che ho tenuto con la pastora valdese Letizia Tomassone a MIlano). Il riferimento a Marco Vannini, lo studioso di Meister Eckhart, era subordinato e solo funzionale a questa preoccupazione.
Le Sue osservazioni - sullo spirito di fede, speranza e carità che deve sorreggere la pratica cristiana - sono da noi pienamente condivise. (Voi a Palermo avete uno straordinario esempio di vita in don Pino Puglisi, che anche noi amiamo e a cui Lei ha dedicato un libro). Così come da noi condiviso è il richiamo a un nuovo ecumenismo.
Sperando di avere l'occasione di risentirla, Le porgo i più cordiali auguri di Buon Anno, anche a nome di monsignor Gianfranco Poma.
Walter Minella