sabato 6 ottobre 2018

LA “RELIGIONE” STA MALE. MA LA “ SPIRITUALITA’ ” NON E’ CHE SCOPPI DI SALUTE…

(CONTROINDICATO PER CHI IN INTERNET VA DI FRETTA...)

 “Viottoli”, 2018/ 1 

Intervento di Augusto Cavadi 
al Convegno nazionale delle comunità di base 
(Rimini 8 – 10 dicembre 2017)

Il deserto della transizione
     Il titolo del nostro Convegno (“Beati gli atei perché vedranno Dio”), tratto da uno scritto di Maria Lopez Vigil incluso nel volume a più voci Oltre le religioni(Gabrielli, 2017) ha suscitato reazioni opposte. Qualcuno l’ha trovato genialmente paradossale, qualche altro è rimasto un po’ perplesso: “Ma insomma, dopo una vita in cui noi atei evitiamo di perdere tempo con le questioni teologiche, ci condannate a sbattere il muso contro Dio nell’altra vita?”. Comunque ho rassicurato congiunti e amici perplessi ripescando la storiella che girava alla morte di Margherita Hack: il buon Dio, avendo apprezzato le  virtù intellettuali e morali della scienziata atea, per non darle una smentita che le avrebbe procurato un forte dispiacere, nell’altro mondo si sarebbe nascosto e avrebbe fatto finta di non esistere…
      Ma vengo subito al tema che mi è stato affidato questa mattina: “Dalle religioni alla spiritualità, per incontrare l’altro, l’altra, al di là di dogmi e precetti”.
      Molti di noi, per ragioni biografiche ma anche storico-culturali, hanno compiuto l’esodo dalla religione verso la spiritualità. Per qualcuno la transizione è durata quarant’anni, per altri molto meno: ma tutti abbiamo attraversato un deserto. Questo è un primo aspetto della questione che mi preme sottoporre alla riflessione comune. In numerosi compagni di viaggio registro un trionfalismo, quasi un senso di euforia, che sinceramente mi viene difficile comprendere e, ancor più, sperimentare. 
       Certo le etichette “religione” e “spiritualità” rimandano, per ciascuno di noi, a concetti – e ancor più a esperienze di vita – ben diverse. Chi ha vissuto la religione come costrizione, almeno psicologica, a stare in una gabbia di dogmi incomprensibili e soprattutto di divieti morali repressivi, se ne è liberato – è facile intuirlo – con sollievo o addirittura con entusiasmo (offuscato solo da qualche vena di risentimento verso le persone e le organizzazioni che gli, o le, avrebbro rovinato gli anni della giovinezza. Un amico che stimo molto, il filosofo del diritto Luigi Lombardi Vallauri, mi pare ad esempio uno di questi ex-cattolici dal dente avvelenato dalle ingiustizie clericali subite). Più di un film, negli ultimi decenni, ha raccontato in maniera esteticamente efficace l’atmosfera di seminari maschili e soprattutto di collegi femminili in cui la religione (quasi sempre cattolica) ha mostrato il suo volto disumanizzante. Ma è stato sempre così? E’ stato per tutti così?
   Per ragioni professionali ho ripreso in mano, in questi mesi, alcune opere di Thomas Merton, brillante intellettuale del XX secolo che si fa trappista e racconta in più pagine – a partire da La montagna delle sette balze- la storia della sua conversione al cattolicesimo e la sua vita di monaco. Ebbene, a essere sincero, devo confessare che ho riconosciuto nella sua vicenda e nei suoi stati d’animo un segmento importante della mia esistenza, diciamo dai quindici ai trentacinque anni. Una sensazione simile l’ho avvertita leggendo la bella biografia di Giuseppe Dossetti regalataci da don Fabrizio Mandreoli. Per sintetizzare brutalmente: la scelta religiosa  di questi personaggi non ha nulla di irrazionale né tanto meno di imposto estrinsecamente; è piuttosto l’approdo, consapevole e libero,  di una travagliata ricerca esistenziale. Il mondo della religione non è stato vissuto come una prigione, ma come un rifugio alpino. La religione come alveo rassicurante in cui scorre una tradizione millenaria; una visione del mondo coerente e convincente; un insieme di usi liturgici a cui affidarsi e da cui lasciarsi cullare; la presenza di maestri più anziani cui rivolgersi per esprimere dubbi e per raccogliere consigli…Il protagonista del romanzo  Treno di notte per Lisbona, di Pascal Mercier , da cui è stato anche tratto un film, l’ha saputo dire benissimo: “E tuttavia sono di una bellezza sconvolgente le parole che vengono da Lui e vanno a Lui. Come le ho amate da chierichetto! Come mi hanno inebriato nello sfavillio delle candele sull’altare! Come sembrava chiaro – chiaro come la luce del sole – che quelle parole erano la misura di tutte le cose! Come mi sembrava incomprensibile che alla gente importassero anche altre parole, ciascuna delle quali poteva significare solo riprovevole distrazione e perdita dell’essenziale! Ancora oggi mi fermo quando ascolto un canto gregoriano, e per un istante – l’istante in cui la vigilanza viene meno – mi rattristo che l’inebriamento di un tempo abbia irrevocabilmente lasciato il posto alla ribellione”. E se qualcuno non ha mai conosciuto il fascino della religione-santuario può farsene un’idea leggendo il capolavoro di Hermann HesseIl gioco delle perle di vetro, romanzo in cui si descrive mirabilmente un mondo  a-confessionale, forse a-religioso, in cui però le coordinate organizzative e sentimentali sono esattamente le medesime di un monastero.
  Ma allora: perché abbiamo  tagliato il cordone ombelicale con le chiese-utero, perché abbiamo abbandonato la culla della religione, perché abbiamo rinunziato alle cipolle d’Egitto? (Uso il plurale, ma non estendiamolo troppo: sociologicamente registriamo segnali contraddittori. Da una parte le fasce medio-alte della popolazione abbandonano di anno in anno la frequenza ai riti domenicali; ma, dall’altra parte, Habermas ci parla di post-secolarismoe addirittura Berger, teorico della secolarizzazione, ci parla adesso di de-secolarizzazione).
 Ognuno di noi ha la sua risposta. Per quanto mi riguarda: per amore della verità. C’è una frase di Nietzsche che mi sembra, come tante altre sue (non tutte!), fulminante. Non la ricordo a memoria, ma ne ho ben presente il succo: “Gesù ha acceso nella storia il fuoco dell’amore per la verità. Ed è proprio attingendo a quel fuoco che noi abbiamo superato e abbandonato il cristianesimo”.
  Alcuni di noi siamo diventati cristiani, e cattolici, perché ci è stato presentato un itinerario logico che, partendo dalla “dimostrabilità” di Dio, passava per i segni dell’incarnazione di questo Dio in Gesù Cristo, sino ad arrivare alla sua Chiesa, “infallibile” Mater et Magistra. Era un sistema intellettuale coerente e, apparentemente, inconfutabile: come insegnava il cardinale Charles Journet, il singolo teologo può non avere la risposta a ogni domanda, ma la Chiesa cattolica nel suo insieme ce l’ha senz’altro. Non solo: era anche un apparato gerarchico che esonerava da dubbi e angosce. Infatti ci si insegnava che il padre abate per i monaci, e il direttore spirituale per i laici, costituivano il terminale di questo mirabile apparato: bastava ubbidire, sia pur con sofferenza, e si fruiva con certezza assoluta della pace in terra e del paradiso dopo (“Il superiore può sbagliare nell’interpretare la volontà di Dio, ma tu non sbagli certamente agli occhi di Dio se segui la volontà del superiore”). 
  Proprio lo studio della filosofia (a Palermo), delle scienze morali (alla statale di Roma) e della teologia (al Laterano), nei pochi anni di libertà fra Pio XII e Giovanni Paolo II, mi ha però rivelato l’infondatezza, o per lo meno la problematicità, del plesso Dio-Cristo-Chiesa: prima a entrare in crisi è stata la concezione della Chiesa come societas perfecta; poi la cristologia “dall’alto” (della cui arbitrarietà si sono accorti tutti, tranne Benedetto XVI); infine, persino, il modello teistico (delle cui contraddizioni ci hanno recentemente parlato nei loro libri Vito Mancuso, il vescovo episcopaliano Spong e il padre gesuita Lenaers). A questo punto il bivio: o restavo cattolico nonostantela ragionevolezza che mi sforzavo di adottare in tutti i campi della vita o accettavo che un paradigma religioso millenario fosse giunto al tramonto e che dovessi anch’io entrare nella fase della ricerca spregiudicata, del dialogo a trecentosessanta gradi, della sobrietà nei pensieri prima ancora che nelle abitudini quotidiane. In una formula, quasi sloganistica e perciò utile e rischiosa come tutti gli slogan, accettare il passaggio dalla (fedeltà a una) “religione” alla (ricerca di una nuova)  “spiritualità”.

 La dimensione spirituale della vita ha le sue tentazioni
   Raccontata così può sembrare che, una volta lasciatosi alle spalle (sia pur non senza nostalgia) l’Egitto, la prigione dorata della “religione” (nel mio caso cattolica), la terra promessa della “spiritualità” (post-moderna o iper-moderna) sia tutta latte e miele. Ovviamente non è così. Anche la dimensione spirituale ha le sue tentazioni e le sue degenerazioni, spesso uguali e contrarie alle tentazioni e alle degenerazioni della vita “religiosa”. E molte persone che hanno abbandonato per senso critico i vecchi assetti ecclesiali sembrano abbandonare, a propria volta, il senso critico quando entrano in movimenti “spirituali” di matrice orientale o psico-analitica o new age. Rischiano, insomma, di cadere dalla padella alla brace o, per lo meno, di saltare da una padella all’altra.

a) La tentazione dell’autismo
   Innanzitutto: se nella religione l’ioviene assorbito, e quasi annullato, nel noi, chi vive la scelta spirituale spesso si concentra tanto sull’io, sulla sua singolarità, sulla sua autonomia, sulla sua responsabilità (tutte valenze sacrosante!) da rischiare di dimenticare il noi, la comunità, la socialità. Ecco una prima tentazione della spiritualità extra-religiosa (extra-religionale) o post-religiosa (post-religionale): l’individualismocosì ben sintonizzabile con l’ideologia liberale e con il capitalismo d’impronta liberista. Permettetemi un riferimento autobiografico. Da quindici anni organizzo con alcuni amici  le “Domeniche di chi non ha chiesa”: una domenica al mese , solitamente la prima, la trascorriamo insieme sia per meditare e scambiarci le riflessioni su temi di spiritualità laica,  a-confessionale, sia per condividere in allegria la mensa. Ebbene: numerose persone a me care, sin dall’inizio, hanno rifiutato l’invito alle nostre giornate mensili affermando che la loro dimensione spirituale non ha bisogno di appuntamenti prestabiliti, di regole sia pur minimali, di riti sia pur laicamente elastici. La sociologia religiosa mi pare abbastanza concorde su questo punto: “In estrema sintesi possiamo affermare che nell’epoca moderna il ‘sacro sé’ diventa la fonte di significato e l’unica autorità a cui obbedire“ ( Giuseppe Giordan, “La spiritualità come nuova legittimazione del sacro” in Teologia, 35 (2010), p. 24  cit. in Rossano Zas Friz De Col, Iniziazione alla vita eterna. Respirare, trascendere, vivere, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2012, p. 43). Ma una spiritualità così allergica alle norme, così solipsistica  da rischiare l’autismo, ha una sua identità riconoscibile nel tempo? Ha una sua fisionomia, una sua consistenza, una sua durata? O non è piuttosto l’accavallarsi, onda dopo onda, di emozioni passeggere e di velleità irrealizzabili?

b) La tentazione dell’ombelico-centrismo
  Una seconda tentazione, abbastanza legata all’individualismo, mi pare possa essere un certointimismo: nella sfera religiosa  i gesti, i comportamenti esteriori, le cerimonie, gli atti di devozione, le opere di misericordia corporale hanno un peso notevole che può risultare eccessivo quando prevale sulla purezza d’intenzione, sulla consapevolezza critica. E’ vero: senza una solida radice nell’interiorità, si rischia il formalismo se non addirittura l’ipocrisia (e la Riforma luterano-calvinista lo ha sottolineato energicamente). Tuttavia recuperare il “cuore”, l’autenticità, talora ci induce  - per reazione più comprensibile che giustificabile – ad accontentarci di ciò che pensiamo e sentiamo senza preoccuparci di manifestarlo in parole e soprattutto in opere.  Ma una vita spirituale silente e paralitica, in-espressiva, è davvero una “vita”?

c)  La tentazione della grotta
Individualismo e intimismo convergono nel rendere socialmente e politicamente irrilevante l’esperienza spirituale: ma una vita spirituale che non s’irradi nella polis, e non vi lasci tracce in qualche modo rilevabili, è abbastanza ‘spirituale’? Lo sappiamo: se non in teoria, almeno in pratica le chiese si sono spesso ridotte a lobby che governano direttamente, o condizionano indirettamente, i partiti politici, i sindacati, le istituzioni statali, le banche… E’ il vizio capitale, secondo gli storici più avvertiti come Sergio Tanzarella, dell’era costantiniana che non è per nulla conclusa. Ma questa patologia del potere si cura davvero rifugiandosi nelle proprie grotte o nei propri villaggi auto-sufficienti, fragili riserve indiane per figli (e nipoti) dei fiori? Il “regno di Dio” non è certo l’egemonia                    politico-finanziaria dei credenti (e, se ormai la parola stessa “regno” suona troppo equivoca, sostituiamola pure in modo da rendere evidente il suo significato originario): ma da qualche parte, e in qualche misura, la “città di Dio” (che non è la chiesa in senso istituzionale) non deve plasmare, riformare, lievitare la “città degli uomini” (che non è il bordello dove le perversioni più insane s’intrecciano e si rafforzano a vicenda)? Eventuali scelte eremitiche e ascetiche hanno senso, se ne hanno, solo in quanto realizzano                              cata-cronisticamente modalità originali, e profetiche, di vivere la socialità e l’incidenza politica. In quanto – intendo - testimoniano che gli attuali rapporti economici, sociali e politici non sono gli unici possibili; e, più in generale e più radicalmente, che  “tutto è politica, ma la politica non è tutto” (così H. Kuitert   citato da Edward Schillebeeckx nel suo sempre attuale Perché la politica non è tutto. Parlare di Dio in un mondo minacciato; ma qualcuno sostiene che la fonte originaria sia Emmanuel Mounier). 

d) La tentazione dell’angelismo
Individualismo, intimismo e a-politicità lasciano intravedere il vizio capitale di ogni spiritualismo: l’angelismoo comunque vogliamo chiamare la concezione dello spirito come l’altro del corpo e non come il compimento di quel tutto psicosomatico, sessualmente connotato,  che è la persona umana. Dimenticare che un corpo diventa più “spirituale” man mano che entra in relazione con gli altri corpi (e non che si isola) e man mano che opera nel tessuto storico (e non che si astiene dall’azione sino a volatizzarsi). Può esistere uno spirito che non vivifichi, energizzi, un corpo? Forse. Ma, ammesso che esista, non può essere principio di vita spirituale umana, carnale. 

e) La tentazione della a-storicità
L’elenco delle tentazioni cui si espongono molte spiritualità post-religionali sarebbe lungo, ma non possiamo trascurarne almeno un’ultima: l’astrazione dalla corrente della storia. Conosciamo bene il tradizionalismo che marchia quasi tutte le comunità religiose, ma è ragionevole vivere come se non avessimo padri né (ancor meno) figli? Le chiese sono esperte nel tradere, nel trasmettere la fiaccola accesa da una generazione all’altra; e chi di noi sperimenta nuove forme di spiritualità si preoccupa di collegare i propri esperimenti con la memoria del passato e, soprattutto, di proporre (senza imposizioni) le proprie mappe orientative alle generazioni successive? Dove finisce il doveroso rispetto per la libertà di coscienza dei giovani e inizia una sorta di comodo auto-esonero dalla fatica dell’annunzio e della testimonianza (e dunque dal dispiacere di essere criticati, rifiutati, rinnegati)? Sono domande frequenti che non consentono risposte facili. Ma non per questo si tratta di domande eludibili.


e) La “fioritura della persona” in laicità e prospettiva mosaicale
      Ho esposto con la maggiore onestà intellettuale di cui sono capace i rischi della “spiritualità” come alternativa alla “religione”, ma non certo per propugnare l’immobilismo all’interno del paradigma religioso e rifiutare il passaggio (per quanto doloroso) verso il paradigma “spirituale”. Desideravo solo segnalare alcuni rischi della transizione. I nodi da sciogliere sono, comunque, molti di più e qui si possono solo accennare a futura memoria: ad esempio, la crisi del teismo deve comportare anche la negazione di qualsivoglia personalità divina, rischiando di fatto l’immanentismo ateo, o si può ipotizzare, con Hans Küng, la “trans-personalità” del Vivente assoluto? Per fare solo un secondo esempio: si può e si deve abbandonare del tutto ogni “religione” o, essendo sconsigliabile se non addirittura impossibile tale abbandono, ci si deve concentrare nell’iniettare nuova linfa spirituale negli otri invecchiati delle strutture ecclesiali?
  A queste e simili questioni si potrà rispondere solo quando avremo raggiunto un’idea abbastanza adeguata, e abbastanza condivisa, di “spiritualità”. Personalmente ci lavoro da parecchi anni e nel 2015 ho provato a dare un quadro organico delle acquisizioni raggiunte sino a quel momento nel volume Mosaici di saggezze. Filosofia come nuova, antichissima spiritualità(Diogene Multimedia, Bologna).
  A (provvisoria) chiusura di questo intervento posso limitarmi a poche pennellate. Per  designare ciò che intendo per “spiritualità” adotterei in prestito una formula che la pensatrice contemporanea Martha Nussbaum usa in altro contesto: “la fioritura della persona umana”. Tale spiritualità la concepisco come laica: non nell’accezione comune sottrattiva (“laico” sarebbe qualcuno che non : che non è credente o non è prete o nonè magistrato di carriera…), ma nell’accezione positiva (“laico” come qualcuno che tiene dritto il timone della critica, del dubbio, del dialogo, dell’ascolto, della curiosità intellettuale, del rispetto delle coscienze…). Una spiritualità laica è, nella mia concezione attuale, una sorta di grammatica basilare dell’umanità in quanto tale: una sorta di galateo universale che prescrive attitudine al silenzio, alla riflessione, alla contemplazione del bello naturale e artistico, alla solidarietà con i viventi di ogni specie, alla convivialità con il diverso proprio perché diverso… e così via. da questa angolazione non possono stupire dichiarazioni come quella di Comte-Sponville nel suo Lo spirito dell’ateismo.Introduzione a una spiritualità senza Dio:
“Il fatto di non credere in Dio non mi impedisce di avere uno spirito né mi dispensa dall’usarlo. Possiamo fare a meno della religione (…) ma non della comunione né della fedeltà né dell’amore. Non possiamo neppure fare a meno della spiritualità. Perché dovremmo? Non è perché sono ateo che mi castrerò l’anima! Lo spirito è una cosa troppo importante perché lo si lasci in esclusiva ai preti, ai mullah o agli spiritualisti”.
  La laicità della dimensione spirituale implica, fra molte altre qualità, la consapevolezza della propria finitezza. Ma se so che la mia prospettiva spirituale non è perfetta, completa, onnicomprensiva avrò il desiderio di conoscere altre prospettive spirituali che correggano, e integrino, la mia. Il futuro di una spiritualità planetaria lo rappresento spontaneamente con la metafora dei mosaici della mia terra: nei mosaici della Cappella Palatina di Palermo, del Duomo di Monreale o di Cefalù, il disegno d’insieme è dato dall’incastro dei singoli tasselli. Ogni tessera dev’essere quanto più splendente nella sua originalità, direi nella sua unicità: senza facili sincretismi, senza annacquamenti in blob amorfi. E allora induisti e buddhisti, ebrei e filosofi di matrice greca, cristiani e islamici, liberali e socialisti, illuministi e romantici…dobbiamo fare pulizia all’interno delle nostre tradizioni sapienziali, scartare i detriti e salvare la pietra preziosa che si nasconde in ciascuna di queste correnti. Sarà collegando perla con perla che si andrà configurando la mappa (sempre provvisoria, sempre rivedibile, sempre integrabile) di una spiritualità interculturale e transculturale. 

              Augusto Cavadi


RISPOSTA AGLI INTERVENTI
NELL’ASSEMBLEA PLENARIA 
DI  DOMENICA 10 DICEMBRE 2017 

   
   Vorrei confessare la commozione per le persone che, tra ieri e oggi, mi hanno dichiarato di aver riconosciuto nella mia relazione di ieri delle idee che frullavano nelle loro menti, ma in maniera implicita e un po’ confusa. Ho cercato di prestare un servizio che ritengo tipico del filosofo: chiarire il significato delle parole per consentire che accordi o disaccordi si basino sulla comprensione effettiva delle convinzioni altrui, non su equivoci.
    Vorrei però rimediare a qualche lacuna della mia esposizione: infatti, se mi è capitato di agevolare il pensiero di alcuni, ho anche dato luogo a fraintendimenti. 
Soprattutto a proposito della “laicità” che, a mio avviso, dovrebbe caratterizzare ogni spiritualità post-religiosa o post-religionaria. Già il “post” è prefisso che non mi entusiasma: suggerisce che uno si lascia indietro un’esperienza, un’appartenenza, una fase dell’esistenza senza portare con sé, anzi in sé, nessuna traccia. Quando nel 2008 ho avvertito l’esigenza di esporre in maniera organica le mie idee sul cristianesimo, nel volume In verità ci disse altro. Oltre i fondamentalismi cristiani, ho precisato di non considerarmi né anti-cristiano né a-cristiano né post-cristiano, bensì in cammino nell’orizzonte                    dell’oltre-cristianesimo: nella prospettiva di chi cerca di recepire i contenuti veri e validi del cristianesimo, di sconfessarne i contenuti falsi e dannosi, di superarlo verso sintesi sempre nuove e imprevedibili. Oggi, quasi dieci anni dopo, anche alla luce delle tesi di un Ortensio da Spinetoli sul cristianesimo come prima e radicale eresia rispetto all’annunzio originario di Gesù, forse parlerei di         oltre-gesuanesimo più che di oltre-cristianesimo: ma, in sostanza, mi ritrovo nell’atteggiamento di allora, non dissimile dall’aufhebunghegeliano (togliere-conservare- inserire in una nuova sintesi).
   Ma cosa intendiamo, meno genericamente, con “spiritualità” post-religionale (o, anche qui, “oltre-religionale”)? Ho constatato che in ogni intervento la stessa parola (“spiritualità”) è stata adoperata in accezioni semantiche differenti, talora molto differenti. Per carità, la lingua è anche convenzione e arbitrio: ma perché esagerare? Il vocabolario italiano è abbastanza nutrito da consentirci di denominare con parole differenti delle sfumature di significato altrettanto differenti. Riducendo all’osso, si potrebbero individuare tre valenze principali che ricorrono sulle nostre labbra: la spiritualità come adesione sincera al vangelo di Cristo(e qui proporrei di usare il termine “fede”, di andare con la mente agli scritti di un Manzoni o alla musica di un Bach); la spiritualità come sentimento di appartenenza al Tutto cosmico (e qui proporrei di usare il termine “religiosità”, di andare con la mente agli scritti di un Foscolo o alla musica di un Beethoveen); la spiritualità come vita pensante e appassionata(e qui proporrei di usare, in esclusiva, il vocabolo “spiritualità” o, se mai, di accompagnarlo all’attributo “laica”, di andare con la mente agli scritti di un Leopardi o alla musica di un Mozart). 
   In che rapporto (logico) starebbero queste tre accezioni del termine “spiritualità” (o, come preferirei per chiarezza di comunicazione, queste tre dimensioni antropologiche: la fede, la religiositàe la spiritualità)? Se non sbaglio clamorosamente, la risposta cristiana ha oscillato in questi venti secoli fra due sponde. In un primo versante – chiamiamolo agostiniano/protestante – solo la “fede” (ricevuta per grazia divina)  può  fondare una retta “religiosità” e legittimare una “spiritualità” umanistica. Dopo Adamo, l’essere umano è irrimediabilmente corrotto: “le virtù dei pagani non sono che splendidi vizi”. Del tutto capovolta l’ottica che potremmo chiamare, sempre approssimativamente, tomistica/cattolica: la grazia divina sana e perfeziona la natura ferita, ma la presuppone. 
   Consentitemi una breve parentesi: qui non siamo davanti a contrapposizioni astratte. O, meglio, siamo davanti a teorie teologiche astratte che, come spesso le teorie, hanno ricadute concrete molto tangibili (e talora dolorosamente divisive). In una comunità alcuni, dalla prima prospettiva, riterranno fondante e imprescindibile l’adesione di fede al vangelo di Cristo e solo su questa base riterranno possibile occuparsi di solidarietà sociale, condizione femminile, omofobia, immigrazioni, guerre…Per costoro una comunità di base non può rinunziare all’aggettivo “cristiano” se non vuole tradire il proprio DNA. In altre comunità, o nella stessa comunità, altri riterranno che si possa vivere una vita pienamente sensata già a livello antropologico o umanistico: le virtù “cardinali” sono la base su cui, eventualmente, potranno radicarsi le virtù “teologali”. Per costoro una comunità di base può essere tale –occupandosi di solidarietà sociale, condizione femminile, omofobia, immigrazioni, guerre… - senza necessariamente qualificarsi come “cristiana”. Anzi, evitando la qualifica confessionale nella denominazione, faciliterebbe l’inserimento di uomini e donne in ricerca della verità, della libertà, della giustizia e della pace.
   Torniamo alla domanda centrale: in che rapporto stanno fede, religiosità (tendenzialmente panteistica) e spiritualità (laica) ? Personalmente non ho dubbi: nessuna fede in senso confessionale (neppure la fede cristiana) è attendibile se non sboccia in un terreno di sincera religiosità cosmica; ma la stessa religiosità è credibile solo se, a sua volta, si radica nell’humus di una spiritualitàumanamente dignitosa. Ordini religiosi perfettamente inseriti nel classico paradigma “religionale”, o modernissime organizzazioni che propugnano inedite forme di religiosità post-moderna (e post-ecclesiastiche), meritano un futuro solo nella misura in cui mostrano di conoscere e rispettare la sintassi elementare della vita: che comporta senso critico, apertura a ogni genere di stimolo, pazienza per i limiti propri e altrui, empatia verso gli altri (soprattutto se sofferenti), cura per l’ambiente, impegno contro le sperequazioni sistemiche negli assetti sociali e molto, molto altro ancora. Sarà capitato anche a voi, come a me, di incontrare nella vita personalità dotate di intuito mistico in senso lato e in senso proprio, con una forte tempra di profeti, ma incapaci di auto-critica, di attenzione alle pieghe dell’animo altrui, di tenere in debito conto i dettagli eloquenti delle situazioni concrete: giganti dai piedi d’argilla, dunque; grattacieli che svettavano in alto, ma che sono miseramente implosi per difetto di fondazione antropologica. Parafrasando il cardinal Martini, direi che la differenza fra credenti e non credenti in senso religioso è del tutto secondaria rispetto alla differenza fra saggi e non saggi, fra chi coltiva la spiritualità quotidiana e chi la bypassain nome di improbabili voli religiosi o teologali. Prima di superare il livello del “semplicemente” umano, bisognerebbe assicurarsi di averlo almeno raggiunto.
  Due piccole precisazioni a margine (suggeritemi non in sessione plenaria, ma in colloqui individuali nei corridoi).
 La prima: la sequenza spiritualità-religiosità-fede non va intesa in senso cronologico. Può darsi benissimo che, nella biografia di qualcuno o di molti, sia un’esperienza di fede ecclesiale a risvegliare il senso religioso sopito o ad attivare un cammino di ricerca spirituale laica. Ciò non toglie, a mio parere, che  - dal punto di vista logico – le opzioni di fede presuppongano una sensibilità religiosa davanti al mondo così come tale sensibilità religiosa presupponga un’attitudine riflessiva ed etica di base. 
  Una seconda, più delicata, precisazione riguarda i credenti nel vangelo di Gesù. Sembrerebbe che, nella sua esperienza personale, ilfocussia consistito nella confidenza con Dio (qualsiasi ‘cosa’ egli abbia inteso, o sperimentato, con l’innominabile Eterno): ma questo significa che egli sia partito dalla “fede” in senso biblico per approdare a quell’ampio orizzonte di “religiosità” cosmica e di “saggezza” umanistica che traspaiono da ogni pagina dei vangeli? O non ha compiuto un percorso inverso, interrogandosi sin da ragazzo sulle sapienze “mondane” che si incrociavano nel Mediterraneo (Egitto, Grecia, Persia) per poi acquisire, gradualmente, un senso di “religiosità” e, infine,  maturare una intensa intimità mistica? Non sappiamo, non sapremo mai, quale sia stata la sua biografia interiore. Ma, dal punto di vista di noi che non siamo Lui, il dilemma non ha rilevanza. Quale che sia stato il suo itinerario, egli ha comunque vissuto e testimoniato una sorta di “teocentrismo” che dovrebbe liberare le generazioni successive di discepoli da ogni tentazione “cristocentrica”. Ciò stabilito, sorge una questione più cruciale: Gesù ha fatto del suo proprio, personale teocentrismo il “cuore” della sua proposta evangelica? Insomma: possiamo essere cristiani, nel senso di gesuani, se non diventiamo anche noi “teocentrici”? La risposta, ridotta in termini essenziali, è negativa. Secondo Ortensio da Spinetoli (e la quasi totalità dei biblisti) il “cuore” del messaggio evangelico non è il Padre, ma il “regno di Dio”. Essere cristiani significa mettere alla base, al centro e al culmine della propria vita la regalità di Dio nella storia: dunque, in ultima analisi, per dirla con Paolo VI, la promozione di tutto l’uomo e di tutti gli uomini. O, per riprendere Martha Nussbaum, “la fioritura della persona umana”. 
Leggiamo infatti ne L’inutile fardello: “Certo, anche Gesù come i suoi connazionali mette Dio al primo posto, ma cerca di correggerne l’immagine corrente. Sostituisce infatti quella del <<Signore Onnipotente>> (…) con quella del padre senza uguali, oltremodo benevolo con tutti i suoi figli, anche se scapestrati (Luca 15,11-24) (…). Si potrebbe alla fine asserire che, secondo Gesù, Iddio sembra preoccupato, più e prima che del suo onore, del bene e della felicità delle sue creature, soprattutto delle più deboli e quindi delle più bisognose” (p. 16). E ancora: Il Dio di Gesù “non ha bisogno e non ha mai chiesto nulla per la sua gloria ma aspetta solo, quasi con ansia, che si aiutino le sue piccole e povere creature a crescere, a essere felici e in pace. Il cristianesimo è unico proprio per queste sue dimensioni non religiose ma umanitarie” (p. 40). Se è davvero così, non ci resta che inchinarci di fronte al paradosso di un Cristo che, in forza della propria fede teocentrica, propone una sequela di diaconia antropocentrica. Un Cristo che indica come salvezza non una nuova fede teologale né una nuova religiosità cosmica (che, se mai, possono svolgere un ruolo di vie, di mezzi, di metodi) bensì una antica e universale spiritualità laica. 

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

venerdì 5 ottobre 2018

CASA DELL'EQUITA' E DELLA BELLEZZA: PROSSIMI APPUNTAMENTI

CASA DELL'EQUITA' E DELLA BELLEZZA
Via Nicolò Garzilli 43/a - Palermo
Care amiche e cari amici della “Casa dell’equità e della bellezza” di Palermo,
   Vi segnalo alcuni appuntamenti già organizzati. Sarete avvertiti man mano che altre iniziative si verranno configurando più in concreto.
     Intanto, chi è veramente interessato a un evento, ha la possibilità di segnarlo in anticipo nella propria agenda.

·      Domenica 7 ottobre dalle 11,00 alle 15,30: Incontro mensile di spiritualità laica della “Domenica di chi non ha chiesa” (a cura del Centro di ricerca esperienziale di teologia laica).Accoglienza reciproca (11-11,30), spunto di meditazione suggerito da Augusto Cavadi (11,30 – 11,45), contributi dei presenti (11,45 – 13,00), pranzo condiviso con gli apporti culinari di chi può e vuole (dalle 13,00 in poi). E’  previsto un contributo di euro 5,00 per la gestione della Casa.
·      Giovedì 11 ottobre dalle 20,15 alle 21,30: Incontro sul tema: “Che significa avere una vita spirituale oggi?”. Introduce Augusto Cavadi. Organizza la Comunità di Libera ricerca spirituale “Albert Schweitzer” (con possibilità di proseguire la serata in pizzeria).
·      Venerdì 12 ottobre dalle 19,00 alle 21,30: Sergio Di Vita presenta un corso annuale di “Teatro dell’Oppresso” che si svolgerà nella Casa, con cadenza settimanale, a partire dai primi giorni di novembre. Per ulteriori informazioni: vitadisergio@gmail.com. 
·      Lunedì 15 ottobre dalle ore 19,30 alle 22,00: Incontro (quindicinale) del Gruppo “Noi uomini a Palermo contro la violenza sulle donne”. Nel corso della serata è prevista una sobria cenetta. Qualsiasi uomo interessato sia a rivedere il proprio atteggiamento di fondo nei confronti del mondo femminile sia a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di rifondare l’attuale assetto maschilista della società è invitato a partecipare. Per contatti parlare con il coordinatore Francesco Seminara (francesco.semi3@gmail.com).

                               Intanto un affettuoso arrivederci,
                                                            Augusto Cavadi
                                                          a.cavadi@libero.it


PS: Si ricorda alle persone che vogliano partecipare a nostri eventi, e vivono lontano da Palermo, che presso la “Casa” stessa è disponibile un servizio di ospitalità anche per la notte, in cambio di un rimborso delle spese di mantenimento del servizio.

giovedì 4 ottobre 2018

BREVE CORSO DI FORMAZIONE ETICO-POLITICA A SANTA FLAVIA (PALERMO)

Carissimi,
come è noto, la Scuola di formazione etico-politica "Giovanni Falcone" è un'associazione di volontariato culturale a-confessionale e a-partitica. In quanto tale si riserva la libertà di collaborare con qualsiasi organizzazione culturale, politica, sindacale o religiosa che chieda interventi di formazione co-programmati. In questa tradizione di disponibilità a 360 gradi ha accettato l'invito del Circolo "Cinque stelle" di Santa Flavia (Palermo) a condurre un corso articolato in 5 seminari, dal 13 ottobre al 17 novembre 2018 :


1. Perché una formazione etico-politica nel tempo dell'era digitale? 
(Vittorio Fiasconaro - Avvocato, Dottore di ricerca in Filosofia del Diritto) 
13 ottobre
2. Cittadini e istituzioni: una sinergia critica oltre l'indifferenza
passiva e il ribellismo sterile
(Francesco Palazzo - opinionista “ Repubblica”)
 20 ottobre
3. Le tre principali teorie politiche ereditate dall'Ottocento: liberalismo, comunismo e socialdemocrazia (Augusto Cavadi - consulente filosofico)
 3 novembre
4. Le tre principali teorie politiche ereditate dal Novecento: dottrina sociale cattolica, fascismo, anarchismo (Rosalia Leone - presidente "Scuola di formazione etico-politica G. Falcone") 
10 novembre
5. Verso nuovi scenari politici: l'etica della responsabilità verso il cosmo
(oggi) e i posteri (domani)
(Maria D’Asaro - docente e psicopedagogista) 
17 novembre
Il corso si terrà tutti i sabati dalle 18 alle 20 presso la sede del Meetup Santa Flavia a 5 Stelle , corso Filangeri 3, Santa Flavia.
Il costo per la partecipazione all’intero corso è di euro 20, ed include il materiale didattico (due libri).
Si accetteranno al massimo 15 partecipanti.
Per le iscrizioni, contattare Matteo Taormina tel 339 111 9997

martedì 2 ottobre 2018

SULLA TRATTATIVA FRA MAFIA E PEZZI DELLO STATO: UN CONTRIBUTO IMPORTANTE

“Casablanca”, 55, pp. 21 – 23

Di trattativa si trattò 
Vittorio Teresi 
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Leggere le oltre cinquemila pagine della sentenza del processo a carico di Bagarella Leoluca ed altri (noto come il processo sulla trattativa Stato-mafia) è stato per me come rivivere la straordinaria esperienza del lungo dibattimento, durato ben cinque anni, assieme agli amici, prima che colleghi, Nino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia. Una esperienza di impareggiabile intensità perché, già quando si prospettò la possibilità di celebrare un processo che avesse come tema centrale quello di uno Stato debole che era stato intimidito dalla mafia e che per tale ragione aveva ceduto, si sono scatenati, da svariati settori, polemiche aspre e attacchi violenti nei confronti di coloro che stavano osando mettere in discussione l'integrità e la compattezza del Paese di fronte all'attacco violento della mafia stragista.
Le accuse, scomposte e spesso volgari, muovevano dagli ambienti più disparati: la stampa, rappresentata da quasi tutte le testate giornalistiche di maggiore diffusione, il mondo dell'avvocatura, il mondo accademico e quello della magistratura.
Ognuno con toni e sfumature diverse metteva in dubbio sia l'impianto dell'accusa (della quale non sapevano assolutamente nulla), sia le stesse capacità dei pubblici ministeri, tacciati di avere imbastito un "processo-farsa" per biechi interessi personali o per mire politiche o addirittura per fini di sovversione. Insomma, il processo solo annunciato evidentemente imbarazzava e spaventava. 
Il primo rilevante successo lo ottenemmo all'esito dell'udienza preliminare, quando il Giudice dispose il rinvio a giudizio di tutti gli imputati, riconoscendo la bontà dell'ipotesi accusatoria e la serietà delle fonti di prova a sostegno della stessa.
Quella fu la prima e soddisfacente conferma del fatto che noi quattro non eravamo quel gruppo di "giapponesi sull'isola di Guam" che continuavano a fare la guerra ad un nemico non più esistente (come pure alcuni colleghi ci hanno accusato di essere), ma un manipolo di pubblici ministeri determinati e cocciuti, convinti del fatto che sulla stagione delle stragi del 1992-93 era assolutamente necessario mantenere accesi i riflettori e cercare tutti gli elementi che potessero contribuire a dare una spiegazione a quelle vicende assolutamente fuori dal comune, eversive, antidemocratiche, cercando, fino allo spasimo, di dimostrare in un pubblico processo, celebrato nel pieno rispetto delle regole e delle garanzie di legge, che le stragi di mafia non furono solo deliri di potenza della mafia più violenta che si doveva vendicare, ma che esse furono ideate e consumate per piegare lo Stato, per ricattarlo al fine di ottenere alcuni benefici, primo tra tutti l'allentamento della morsa normativa e processuale che aveva finalmente messo la mafia con le spalle al muro, e che in questo percorso erano intervenuti alcuni rappresentanti istituzionali con ruoli diversi.
Il percorso del processo è stato tracciato secondo una precisa linea di intervento che vedeva i mafiosi quali gli esecutori materiali della minaccia allo Stato e del conseguente ricatto, affiancati da alcuni rappresentanti delle istituzioni, in veste di concorrenti del delitto con il ruolo di facilitatori, agevolatori e rafforzatori della volontà e della determinazione criminale dei mafiosi. Secondo l'ipotesi di accusa tale ruolo è stato svolto dai Carabinieri imputati e da Marcello Dell'Utri. Costoro, in sostanza, avrebbero, in tempi e con modalità differenti, fatto da cinghia di collegamento e contribuito a trasmettere ai vertici istituzionali del paese la minaccia e il messaggio ricattatorio e contribuito a farlo recepire agli stessi destinatari. 
Destinatari del messaggio sono stati i vari Governi che in quegli anni si sono succeduti alla guida del Paese: dal Governo Andreotti al Governo Berlusconi. 
LE CONCLUSIONI 
Quindi i suddetti Governi sono stati le vittime del reato, coloro che hanno subito il ricatto e che in parte vi hanno ceduto. Con tutte le conseguenze che da quest'ultima affermazione possono derivare in termini di giudizio etico e storico nei confronti dei componenti di Governi che, per paura o altro, hanno sostanzialmente deviato dai comportamenti ortodossi per adottare soluzioni e promuovere scelte gradite alla mafia o comunque in linea con le aspettative dei mafiosi ricattatori. Senza dimenticare che quelle minacce e quel ricatto erano state consumate attraverso il sacrificio e con il sangue delle vittime della stragi. Le vittime di Capaci, di Via D'Amelio, le vittime dei Georgofili a Firenze e quelle di Via Palestro a Milano.
Per semplificare e rendere più 
semplice il costrutto accusatorio del processo, rivolgendosi ai non addetti ai lavori, abbiamo sempre accostato le vicende del processo in corso con quelle dei numerosissimi casi di estorsione mafiosa nei confronti dei commercianti: il mafioso compie un attentato contro l'esercizio preso di mira, poi per prendere il contatto con il titolare vittima designata del rapporto estorsivo, sceglie un soggetto terzo, magari conoscente o collega della stessa vittima, che avrà il ruolo di convincere quest'ultima che si tratta di una minaccia seria che proviene da persone pericolose, appartenenti alla mafia e che hanno un'enorme potenziale di violenza. Questo intervento serve a dissuadere la vittima dal presentare denuncia per l'estorsione e a piegarsi alla richiesta di pagamento, cioè a cedere al ricatto. Il ruolo di questo soggetto equivale a quello dell'agevolatore della volontà criminale dei mafiosi, da un lato, e quello del rafforzatore della volontà di cedere della vittima dell'estorsione, dall'altro. Infine la vittima non può certo ritenersi coinvolta nel delitto di estorsione, perché ne è parte lesa, semmai gli si potrà rimproverare un comportamento debole, cedevole che avrebbe potuto invece scegliere di denunciare l'estorsione per consentire l'identificazione e l'arresto dei responsabili. 
Continuando nel parallelismo possiamo dire che i Governi furono vittime dell'accordo scellerato e del ricatto dei mafiosi, ma non possiamo dire che essi furono "solo" vittime, perché su di loro grava la responsabilità politica e morale di avere comunque ceduto alle pressioni dei mafiosi e di non avere saputo (o voluto) resistere alle minacce e al ricatto. 
Tutto questo è stato affrontato nel processo semplicisticamente denominato dalla stampa come "processo sulla trattativa Stato- mafia", denominato con un termine che di per sé non può costituire reato. Questo è scritto a chiare lettere nella sentenza, e cioè che oggetto del giudizio e delle condanne (ancora certamente provvisorie) non è stata la trattativa ma soltanto la minaccia portata nei confronti dei Governi e da essi recepita, nonché il ricatto finalizzato ad estorcere a quei Governi alcuni benefici. 
Altre autorità Giudiziarie potranno ripartire da alcune delle considerazioni svolte nella sentenza della Corte d'Assise di Palermo, per cercare altri frammenti di verità in ordine a quella terribile stagione delle stragi di mafia, per verificare se e quali altri rappresentanti delle istituzioni hanno svolto altri ruoli in questo scellerato patto che venne sottoscritto all'epoca.
In attesa di tali eventuali future iniziative rimaniamo in attesa che i numerosissimi detrattori del processo, nei vari ambienti, leggano a loro volta le cinquemila pagine della sentenza e che si facciano sentire per correggere le loro errate considerazioni, per modificare le loro preconcette posizioni di forte e intransigente critica nei confronti del processo e delle persone che lo hanno promosso, al fine di intavolare una civile e pacata discussione pubblica sulle conclusioni, ancorché provvisorie, della sentenza su fatti di tale enorme gravità. 
                                                                                   Vittorio Teresi

lunedì 1 ottobre 2018

UN DIALOGO SU DIO E DINTORNI


Caro Augusto,
vorrei passarti alcuni appunti sulla fase attuale della mia ricerca di Dio.
Mi pare che sulla questione si possano dare due – e solo due – ipotesi: dio c'è o dio non c'è.
Esaminiamole distintamente.
Prima ipotesi: dio non c'è.Non esiste nessuna entità trascendente, nessuna persona, nessun regolatore-legislatore. In questa ipotesi io vedo due casi:
·      Il cosmo, l'universo, tutto ciò che vediamo e non vediamo, esiste semplicemente e ogni cosa si regola in base all'interazione casuale tra tutti gli esseri e senza un senso preciso e le leggi naturali non sono che nostre interpretazioni nel tentativo di dare un senso a ciò che semplicemente è, esiste.
·      Tutto ciò che esiste interagisce seguendo precise regole e leggi universali, in un unico sistema in qualche modo (pre)ordinato.
Ma senz'altro se ne possono dare altri.
Seconda ipotesi: Dio c'é.Anche In questa ipotesi si possono dare diversi casi: 
A) Un dio personale, preesistente, che ha creato con atto autonomo e della propria volontà ogni cosa.
·      questo Dio può essere distante, padrone indifferente delle sue creature, che lascia a sé stesse oppure fa agire come ingranaggi di un meccanismo di cui lui prevede perfettamente il funzionamento e loro possono solo obbedire allo schema secondo il progetto;
·      può anche essere motore di una creazione che si evolve sotto la spinta della sua energia creativa in mille direzioni espansive non necessariamente preordinate dall'inizio;
·      può persino essere coinvolto e partecipe della sua creazione, che da lui emana, ma dotata di propria vita e di proprio destino e tuttavia in grado di trascendere e trascinare la sorte stessa del proprio creatore anche in direzioni inaspettate;
·      altri ancora...
B) Può trattarsi anche di un dio impersonale,che permea tutto il creato e l'universo, un'energia senza nome e senza forma, un respiro, un soffio, un rombo sordo o una melodia che tutto collega in modo globale, donando energia  ad ogni cosa strettamente connessa ed interdipendente al tutto;
altro ancora...


In ogni caso non si può usare Dio per uscire dal non-senso: se diamo per scontato un Ente che è prima di ogni cosa, per giustificare l'esistenza del “creato”, ed anche la nostra, al passo successivo la ragione non può che chiedere prepotentemente: e lui da dove viene?
Per by-passare poi il problema che semplicemente un essere creato non può comprendere né concepire il proprio creatore, come non possiamo aspettarci che un oggetto costruito da noi sappia immaginarsi la persona che l'ha costruita, le religioni hanno spesso usato la “rivelazione”.
Qui si possono fare due obiezioni: 
·      perché se Dio vuole rivelarsi lo fa solo ad alcune persone speciali, e non può farlo a ciascuno nel suo cuore?
·      ma poi, anche superando questo problema, se la rivelazione è fatta a una persona, poi viene descritta, trascritta, tramandata e spiegata da esseri umani ad altri esseri umani con un linguaggio umano, del tutto inadeguato quindi a trasmettere la conoscenza e l'esperienza di Dio.

Ed eccoci dunque di nuovo piccoli e soli di fronte al mistero della vita, dell'esistenza, della comprensione del cosmo nel suo insieme. Piccoli, soli e smarriti. A fare l'esperienza che dio non solo non basta a risolvere il mistero, ma non è neanche necessario. Vediamo che la vita segue leggi naturali e si è evoluta dalla materia inanimata senza interventi magici o soprannaturali, e se ogni volta che una scoperta apre orizzonti ancora più grandi da studiare, e ci rendiamo conto che non arriveremo mai a comprendere tutto, tuttavia vediamo che non esistono zone tabù che non si possano investigare e studiare.
Quindi non vedo differenza tra credere o non credere, dal punto di vista pratico. L'esperienza quotidiana ci dimostra poi che, anche dal punto di vista etico e da quello della serenità di vita, molti credenti compiono nefandezze oppure sprofondano nella disperazione, mentre molti atei vivono serenamente e compiono azioni solidali e hanno comportamenti eticamente alti. E viceversa, per altro.
Quando ho raggiunto la convinzione che Dio non è necessario (il concetto di Dio intendo), e neppure sufficiente, posso però addentrami nel terreno della libertà: la mia ragione è libera veramente da ogni condizionamento, il mio senso etico può assumere un respiro autonomo, attingendo energia dalla fonte dell'umanità, e il mio spirito, quella parte più profonda di me e a me ancora sconosciuta, può dilatarsi e librarsi, svincolata da ogni preconcetta pastoia, espandendosi nell'intero cosmo al di là del tempo e dello spazio, e riempiendo me dell'esistenza globale che mi circonda.
Quando avrò lasciato cadere ogni idea di Dio, e ogni descrizione, ogni definizione; quando mi sarò privato di ogni bisogno di Dio e di ogni utilità di Dio, potrò addentrarmi nel deserto della nuda condizione umana, senza bussole, senza direzioni predefinite, e lasciarmi andare, superando ogni presunzione che il cosmo sia stato creato al mio servizio, né io al servizio di nessuno. Non sono Dio, ma non sono servo.
Anzi, se mai sono servo inutile. Vivo. Vivo per vivere, inutilmente e ogni attimo. Posso scendere nel NULLA, essere NULLA. Lasciare andare il mio pensiero, ogni pensiero, ogni fibra del mio essere, vivere ogni attimo come fosse nulla e come fosse tutto, uscendo dal concetto di tempo, di spazio, di utilità, di necessità...Vivere di piccole cose, o di grandi cose, nello stesso modo.
Compiere le piccole cose di ogni giorno con un senso mistico di totalità e di appartenenza al Tutto. Compiere opere colossali come fossero polvere, la polvere che prima o poi diverranno, come il nulla.
Non avere più sentimenti (né, ancor meno, ri-sentimenti) di rimbalzo né pensieri di ritorno, ma solo sentimenti e pensieri che sorgono dalle radici, radici che prendono linfa dal profondo della terra, dell'umanità tutta, di ogni vibrazione dell'intero universo che è in me e in cui mi perdo.
Quando sarò stato capace di attraversare questo deserto di vuoto, di nulla, di solitudine, di inutilità e di piccolezza, potrò diventare una persona nuova, una persona passata oltre, al di là, e respirare con il ritmo della terra, della storia, dell'umanità. del cosmo. Lì forse, se c'è, potrò incontrare Dio, più che conoscere, fare esperienza di Dio, e di me stesso e in lui fondermi.
                                                                                                      Mauro Avi
                                                                                                Trento 21.9.2018

Mauro caro, 
  che bella lettera mi hai scritto! Dopo aver premesso che per decenni, sino al pensionamento, la tua attività lavorativa ti ha impegnato la fantasia, il gusto e le mani e non hai potuto dedicarti alla filosofia e alla teologia che nei ritagli di tempo, manderei queste tue pagine a tutti i miei colleghi – filosofi di professione – che negli anni mi hanno detto e ribadito che solo i laureati in filosofia possono filosofare! Qui ho avvertito una passione, un’autenticità e una profondità di pensiero che rarissime volte ho colto in convegni e seminari di “addetti ai lavori”…Viva dunque, ancora una volta, la “filosofia con i non…filosofi (di mestiere”) !
  Se dovessi riprendere e commentare punto per punto la tua “trattazione” dovrei scrivere – ammesso che ne fossi capace – un intero libro. Procederò dunque per flash.
a)    Comincio dalla questione a mio avviso più agevole da risolvere: la rivelazione divina. A me pare evidente ciò che sostieni: una rivelazione esplicita e formale, da parte di un Dio, non c’è mai stata. D’altronde lo stesso ebraismo non ha mai preso  la Bibbia (come invece faranno dopo secoli i cristiani) quale “dettato” verbatim (“parola per parola”) da parte di Jahvé. C’è nella tradizione ebraica un rapporto di distanza ironica verso il letteralismo fondamentalista (presente, forse, in qualche corrente minore): “Una parola ha detto Dio, due ne ho udite”…Non mi sentirei di escludere che alcune pagine della Bibbia siano state ispirate da Dio, ma nello stesso senso lato in cui lo sono state pagine di Platone o di Leopardi, musiche di Bach o di Mozart, sculture di Michelangelo o quadri di van Gogh. 
b)   Ispirata o meno da Dio, cosa ci dice la Bibbia di autorevole – o illuminante – su Dio? Nulla. Nulla più che vaghe intuizioni, metafore claudicanti, immagini suggestive ma anche opinabili. “Infatti la domanda chiave per l’ebraismo non è: ‘Chi è Dio?’ (se un ebreo chiedesse chi è Dio gli risponderebbero: ‘Ma sei matto?’), bensì: ‘Che cosa Dio vuole che io faccia per diventare sua immagine e somiglianza?’ ” (Paolo De Benedetti, Ci basti la voce del silenzio, Cooperativa Achille Grandi, Bergamo 2017, p. 15). Questa certezza epistemologica ci dovrebbe aiutare, una volta per tutte, a distinguere due ambiti che, purtroppo, la tradizione cristiana ha sempre identificato e confuso: la questione teoretica se ci sia Dio e chi – o ‘cosa’ – sia (questione tipicamente filosofica in cui la Bibbia può solo suggerire delle intuizioni poetiche alla pari di qualsiasi altra fonte poetica) e la questione etica su come comportarci in questa vita (questione anch’essa tipicamente filosofica a cui la Bibbia non ha nulla di straordinario ed eccezionale da apportare sul piano dei contenuti etici, ma alla quale, soprattutto il Secondo Testamento, può apportare un contributo significativo sul piano delle testimonianze esistenziali e dei modelli di riferimento).
c)   Veniamo allora alla prima delle due questioni: chi, o che cosa, è Dio? Allo stato attuale della mia riflessione non mi sentirei di escludere nettamente nessuna delle ipotesi da te prospettate. Ho solo una certezza e un  sospetto. La certezza: che dal nulla non viene nulla. In principio deve esserci qualcosa – o qualcuno – che è e non può non essere. Il sospetto: che questo Essere primo e fondamentale non possa essere una massa informe che può diventare tutto ma che, in atto, non è niente. Ho il sospetto che Aristotele avesse ragione quando sosteneva – ed era un fulcro della sua filosofia – che dal meno non può derivare il più. Dal batterio unicellulare a Beethoven  c’è un passaggio, un’evoluzione, che esige concettualmente un ‘qualcosa’ o un ‘qualcuno’ che sia almenoun Beethoven in atto. Dall’uovo non si passerebbe alla gallina se non ci fosse, in qualche luogo e in qualche modo, una gallina già bella e fatta, compiuta. Che siamo arrivati a dove siamo solo per un gioco di risultati casuali a me pare ancora più inverosimile che ammettere un’intelligenza creatrice. E’ quest’ultima immanente ? E’ trascendente? E’ immanente e trascendente? E’ personale? E’ anonima? E’ trans-personale (H. Küng) ? Non so. So che o non lo sapremo mai o ci arriveremo attraverso la riflessione razionale (che, nella mia ottica, comprende la ricerca scientifica ma la supera).
d)  Veniamo alla seconda questione: l’etica. Se la consideriamo come etica praticata effettivamente non c’è problema: gli atei possono essere molto più ammirevoli di molti credenti. Qualche problema lo vedrei se la consideriamo come etica giustificata razionalmente: ci sono varie etiche fondate argomentativamente in orizzonti atei (recentemente un mio caro amico ne ha scritto una: Orlando Franceschelli, Nel nome del bene e del male, Donzelli, Roma 2017), ma se ci fosse la certezza di un Assoluto Necessario e Intelligente le nostre etiche potrebbero contare su una fondazione razionale più solida. 
e)   Dobbiamo allora postulare, ipotizzare, supporre un Dio per rendere più sopportabile la nostra vita terrena? Qui, caro Mauro, il mio consenso con te è totale. Che Dio esista o meno dobbiamo stabilirlo, se ci si riusciamo, “a prescindere” (cfr. Totò de Curtis): non per risolvere i nostri travagli interiori, le nostre angosce. Nell’attesa di rispondere alla Grande Questione (che resta grande: non direi che sia irrilevante sapere se Dio c’è o non c’è, come mi pare di intravedere fra alcune tue righe) l’unico atteggiamento esistenziale è proprio quello che indichi con tanta efficacia: abbandonarsi al mistero della vita e della morte, andare oltre la speranza e la disperazione, senza nulla attendersi e nulla temere. Ma anche senza vergognarsi di ammettere (questo è almeno il mio caso) che, pur disposto ad accettare qualsiasi esito dopo questa vita, se potessi mantenere la memoria della mia storia personale (il mio software) nel “fondermi” col Divino, sarei ancor più felice che se dovessi “confondermi” (o “perdermi”) in Lui (Esso).
                                            Augusto Cavadi

                                        www.augustocavadi.com



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