mercoledì 22 agosto 2018

LA FILOSOFIA DELLA SPERANZA NELL'EPOCA DELLA DISPERAZIONE

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 Su richiesta del direttore Gianfranco D'Anna ho spedito da Lovere (Bergamo) questo aggiornamento sulle vacanze filosofiche in corso.



       Alla fine del mio ultimo anno di liceo (1968-69) scelsi la facoltà di filosofia perché pensavo fosse un modo di contribuire a cambiare il mondo. Per fortuna in quegli anni non era impossibile optare per l’insegnamento nei licei: e fu questo un primo ambito di servizio culturale e politico. Ben presto, però, capii che fuori dalle aule scolastiche c’era molta gente desiderosa di pensare con la propria testa, e di confrontarsi spregiudicatamente con concittadini altrettanto desiderosi di mettersi in gioco: da qui una serie di iniziative che, grossolanamente e un po’ autoironicamente, definisco “filosofia per non…filosofi (di professione)” (cfr. il sito http://vacanze.domandefilosofiche.it).

  Mentre batto queste righe al computer sono a Lovere, sulla sponda bergamasca del delizioso lago d’Iseo, dove dal 21 al 27 agosto ho co-organizzato, con un collega e amico di Roma (Elio Rindone), la XXI  “Settimana Filosofica per non …filosofi”. Come ogni anno, anche quest’anno la partecipazione (che cerchiamo di contenere entro quaranta persone)  è varia per provenienza geografica (dalla Lombardia alla Sicilia), per età (dai 28 anni ai 96), per stato sociale (disoccupati e magistrati, impiegati e insegnanti di varie discipline). Sin da ieri sera (all’incontro di apertura in cui ognuno è stato invitato a presentarsi e comunicare brevemente le sue aspettative) si è registrato un diffuso interesse per la tematica prescelta: Lo spazio della speranza nell’epoca della disperazione. Per una tragica coincidenza la discussione è partita a pochi giorni dal disastro del ponte di Genova, a poche ore dall’esondazione del fiume nel Pollino e mentre una nave carica di immigrati vaga nel Mediterraneo in attesa che qualche governo si degni di accoglierla; più ampiamente in una fase storico-politica italiana e internazionale dove le velleità sovranistiche (un modo eufemistico di ribattezzare i disastrosi nazionalismi del XX secolo) sembrano minacciare quel poco di cooperazione che, faticosamente e non senza contraddizioni, si stava costruendo all’interno dell’Europa e fra Occidente e Oriente. Ma la speranza, per quanto possa avere echi collettivi, nasce come atteggiamento squisitamente personale: ed è proprio come soggetti individuali che ci troviamo orfani delle “grandi narrazioni”  - dalla tradizione ebraica e cristiana al comunismo marxista e alla socialdemocrazia – ed esposti al mistero di un universo sempre più grande di quanto riusciamo a percepirne. Veramente, per dirla con Malraux, siamo la prima generazione dell’umanità che non sa che cosa ci sta a fare sulla terra.In questo contesto la filosofia non ha né ricette da prescrivere né, tanto meno, consolazioni da distribuire: ciò che può, e vuole, fare è capire la cause di questa situazione spirituale e dunque esaminare criticamente alcune ipotesi per uscirne senza precipitare dalla padella dello smarrimento alla brace dei fondamentalismi dogmatici.  In questa disamina i due organizzatori saremo aiutati da tre colleghi che stimiamo molto: Francesco Dipalo che, attraverso alcuni pensatori occidentali, interrogherà il buddhismo; Orlando Franceschelli che, con tutta la vigilanza critica necessaria,  darà voce alle ragioni di Nietzsche; Salvatore Fricano che racconterà alcune esistenze filosofiche in cui la speranza è stata incarnata prima che teorizzata. 

    Insieme alle dichiarazioni di interesse si sono registrate già al primo incontro propedeutico delle riserve di segno contrario: qualcuno ha sinceramente ammesso di essere stato indotto a tornare, più che dal tema specifico, dal desiderio di ritrovare il clima di cordialità amichevole, di autenticità etica e di libertà intellettuale respirato in edizioni precedenti. Qualche altro (Chiara) ha un po’ spiazzato l’uditorio confessando di non condividere il titolo della Settimana: perché nell’epoca della disperazione? Se il titolo fosse realistico, lei sarebbe una “disperata a propria insaputa”. Qualche altro ancora ha obiettato che non sarebbe strano: parafrasando Heidegger, si può essere talmente disperati da non sapere neppure di esserlo. 
Insomma, come in ogni contesto filosofico non inquinato da diplomazie accademiche, la gamma delle posizioni si è da subito delineata vasta e articolata. Abbiamo visto come si è avviata la riflessione, sapremo in pochi giorni come si concluderà.

Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com
    

    



 






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