martedì 28 agosto 2018

COME SONO ANDATE LE VACANZE FILOSOFICHE SUL LAGO D'ISEO ?

Come sono andate le “Vacanze filosofiche per …non filosofi” a Lovere, sul lago d’Iseo, mi chiedete in molti (a voce, per telefono, per posta elettronica) ? La risposta più sintetica è: benissimo. Le quasi quaranta persone che hanno partecipato complessivamente alle sessioni si sono dichiarate, in privato e in pubblico, decisamente soddisfatte. Bello il posto, bello il tempo atmosferico, sobria ma gradevole l’accoglienza alberghiera. E poi, soprattutto, le varie sessioni sul tema dell’anno (“E’ possibile sperare nell’epoca della disperazione?”) sono state partecipate con vivacità e pertinenza. 
Qualcuno mi chiede anche di raccogliere le linee essenziali della riflessione comune e le conclusioni raggiunte, ma questo è un compito che supera di gran lunga le mie forze. Per non risultare eccessivamente evasivo proverei a raccontarla così.
  Che cosa intendere, semanticamente, per “speranza”? Lilia Sebastiani la definisce “l’attesa – più o meno attiva – di un bene che non è ancora presente ma che con qualche ragionevolezza si ritiene possibile”. 
Il mondo greco, con la sua concezione ciclica dell’eterno ritorno, sembra ritenere poco ragionevole e poco dignitoso “sperare” qualcosa: fa eccezione Platone (la cui prospettiva avrà una lunga storia millenaria) che ritiene possibile, almeno in una vita ultraterrena, l’esperienza di valori eterni che nella storia sono solo imperfettamente e transitoriamente attuati.
 Molto diversa la visione biblica secondo la quale un Dio (concepito in maniera pesantemente antropomorfica) interviene attivamente per instaurare, nel mondo terreno, il suo “regno” di giustizia e di pace, mediante i profeti e in particolare mediante Jeshua di Nazareth. 
 I medievali tentano di conciliare Platone con la Bibbia ma con risultati deludenti: il messaggio evangelico, infatti, viene depotenziato della sua forza rivoluzionaria nella storia e proiettato in un aldilà di cui né i profeti né Gesù avevano mai, o quasi, parlato. 
   La critica alla sintesi (un po’ confusionaria) del Medioevo cattolico è operata nell’epoca moderna da pensatori di vario orientamento: per alcuni la vita va affrontata senza cedere all’illusione della speranza (come nel caso di Spinoza e di Leopardi), per altri aggrappandosi a una fede che contraddice la ragione filosofica (come nel caso di Kierkegaard). Un’indicazione esistenzialmente proficua può provenire dall’Oriente (per esempio dal buddhista Nagarjuna): non abbiamo nulla da sperare perché tutto ciò di cui abbiamo bisogno è presente nel qui e nell’ora.
    Molto meno convincente l’esito della ricerca in Nietzsche. Sulle tracce di Spinoza e di Leopardi egli critica ogni costruzione teologico-metafisica, ma alla constatazione drammatica che “Dio è morto” fa seguire l’invito a farsi abitare consapevolmente dalla “volontà di potenza”, in nome della quale esaltare le gerarchie sociali, la supremazia sui deboli, la lotta alle visioni egualitarie come il cristianesimo e il socialismo. Insomma: cadute le speranze della tradizione occidentale egli sembra contrapporre la grande speranza di un “Superuomo” che non rinunzia al diritto-dovere di creare nuovi valori. 
    Nel corso della Settimana filosofica i percorsi storico-teorici si sono intrecciati con momenti di ricerca più esistenziale. Sia quando, anche con l’aiuto di spezzoni di film,  sono state illustrate delle vicende biografiche di giganti del pensiero (come Bruno, Galilei, Schopenhauer, Wittgenstein e tanti altri) che si sono trovati in “situazioni-limite” sia quando, in un cerchio più ristretto, ci si è riuniti per mettersi in gioco in prima persona e chiedersi che cosa davvero spero in questa fase della vita – personale e collettiva – e cosa sto facendo per approssimarmi all’ <<oggetto>> del mio sperare. Né è mancata, per un gruppetto, l’esperienza davvero privilegiata di una mini-crociera in barca a vela nel corso della quale – con la guida di una filosofa – i partecipanti si sono confrontati sulla dicotomia “essere radici” o “essere àncore”. 
   Come ogni costruzione umana, anche questa edizione – per quanto positiva – è risultata migliorabile. Il rilievo più condiviso ha riguardato un punto: questi seminari, dichiaratamente destinati ai “non filosofi” (di professione), sono risultati assai poco informali per il livello medio sia delle relazioni introduttive dei filosofi (professionisti) sia degli interventi dei partecipanti (che svolgono professionalmente altre mansioni sociali). L’obiezione  merita certamente di essere soppesata anche in vista di ulteriori edizioni. Così, a caldo, direi che essa va sdoppiata. Se si auspica una maggiore accessibilità delle relazioni introduttive,  destinate a suscitare e coordinare le riflessioni critiche dei partecipanti, non c’è dubbio che su questo registro si può senz’altro lavorare. Non altrettanto agevole mi sembrerebbe, a occhio e croce, il superamento dell’altra difficoltà, relativa al livello medio degli interventi spontanei da parte degli iscritti: è chiaro che avvocati o medici, ingegneri o magistrati, imprenditori o assistenti sociali, che seguono ormai da molti anni queste Settimane, hanno acquisito una preparazione di base e un’attitudine linguistica che non è propriamente da “non filosofi” (di professione). Ma si può chiedere loro di far finta di non essere – nei dodici mesi che intercorrono fra un appuntamento e l’altro – lettori appassionati di filosofia? Di far finta di non frequentare abitualmente conferenze, dibattiti, seminari, presentazioni di libri, cenette filosofiche o altre occasioni di alfabetizzazione filosofica? Ciò che vedrei praticabile, piuttosto, sarebbe una maggiore attenzione dei filosofi-di-mestiere nel ‘tradurre’, in termini sempre più chiari, gli interventi dei filosofi-informali per renderli più accessibili ai colleghi meno navigati. La comunicazione fra umani è sempre problematica ed esposta ai fraintendimenti: nel caso, poi, degli scambi filosofici non è facile trovare l’equilibrio fra la precisione dei concetti e la familiarità delle parole. Senza questo equilibrio si sbanda o verso il tecnicismo specialistico (per cui la filosofia diventa una disciplina come tante altre riservata agli addetti ai lavori) o verso la chiacchiera da salotto (dove ognuno, alla fin dei conti, ha parlato per se stesso, pago di aver esposto emozioni e sentimenti soggettivi pur senza aver dato ad essi una forma concettuale e linguistica condivisibile).

Augusto Cavadi
PS: Chi vuol seguire le prossime iniziative del medesimo genere può anche consultare il sito http://vacanze.domandefilosofiche.it 
(curato da Salvatore Fricano).




4 commenti:

  1. ma che meraviglia. e che meraviglia la visione di venirsi incontro riducendo i tecnicismi linguistici ma non la sostanza del discorso. purtroppo ho problemi al pc ( forse ora risolto), cellulare ecc : si sono ribellati tutti insieme come in un racconto di stephen king. mi piacerebbe commentarti di piu'. lo farò. spero non suoni come una minaccia.ahaha_ giorgia_

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    1. Giorgia la mia amica, la mamma di Adrian ?

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    2. Bello ! Così i tuoi commenti avranno un volto !

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