mercoledì 7 luglio 2021

NUCCIO VARA SPIEGA A SE STESSO (E UN PO' ANCHE AGLI ALTRI) PAPA FRANCESCO

 


L’ENIGMA FRANCESCO: UN PAPA INDECIFRABILE

 

In situazioni di pandemia è logico che certe ricorrenze passino in secondo piano. Così è avvenuto il 13 marzo 2021 per gli otto anni di pontificato di Francesco. Consapevole che certe trasformazioni all’interno del mondo cattolico hanno avuto spesso effetti – positivi o negativi secondo i casi – anche nella sfera civile, Nuccio Vara (per decenni giornalista della RAI e attualmente direttore responsabile del mensile dell’Arcidiocesi di Palermo “Poliedro”) ha provato a tracciare un suo bilancio critico nell’agile e godibilissimo Papa Francesco spiegato a me stesso (Intrasformazione, Palermo 2021, pp. 87).

In sintesi: Bergoglio ha trovato già una chiesa spaccata a metà come una mela e il suo stile diretto, sincero, scandalosamente ‘normale’ non ha dunque creato, se mai accentuato e costretto ad emergere, la contrapposizione fra i cattolici delle certezze dogmatico-istituzionali e i cattolici della ricerca inquieta. Papa Benedetto XVI aveva gettato il peso della sua dottrina sul primo piatto della bilancia; papa Francesco non compie l’operazione uguale e contraria di versare sull’altro piatto la Teologia della liberazione o altre teorie progressiste, ma sposta con una mossa sorpresa il livello del confronto. Più che opporre sistemi concettuali ad altri sistemi concettuali (su questo piano egli è sostanzialmente ‘conservatore’ e non ha in mente nessuna riforma intellettuale), egli, sin dalla visita a sorpresa a Lampedusa (a meno di quattro mesi dall’elezione), ricorda una verità elementare ma dimenticata: che la fede è l’adesione a un messaggio di vita, di atteggiamenti etici, di azioni concrete, non a questa o a quell’altra proposta dottrinaria. In termini tecnici: egli sospende le dispute sull’ortodossia per rilanciare l’impegno orto-pratico.   

Certo, anche questo spostamento di accentuazione dalla teoria alla pratica è frutto di un cammino teorico - di cui Vara dà conto sulla scia del volume di Emilce Cuda, Leggere Francesco. Teologia, etica e politica (Bollati Boringhieri, Torino 2018) – evocabile come “teologia del popolo”: ma è proprio qua la forza e la debolezza della sua missione apostolica. La forza perché la centralità della nozione di “popolo-povero- lavoratore” è quanto si possa oggi concepire di più vicino alla predilezione gesuana per gli oppressi e gli sfruttati della storia; la debolezza perché sembra che Francesco non abbia intenzione di scardinare quella struttura gerarchico-clericale a causa della quale le fasce sociali meno istruite e meno abbienti sono tenute sotto controllo dentro e fuori la Chiesa cattolica. Si badi bene: questa non è una critica, ma un’analisi. Un papa non può, da solo o con la stringata area di consensi in Vaticano, rivoluzionare il ruolo del papato e degli episcopati del mondo: e proprio perché la sua opera ha dei limiti costitutivi, insuperabili, essa è destinata a non avere le conseguenze epocali e durature necessarie. I risultanti deludenti del sinodo sull’Amazzonia (topolini partoriti dalla montagna) lo attestano.  


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