Dopo Cucurummà – romanzo d’esordio per più versi sorprendente – Lucia Boldi conferma il suo talento letterario con Cicalis (Altrevoci Edizioni, Borgo Val di Taro 2026, pp. 152, euro 17,90 – disponibile anche in ebook ) che presenta tratti di continuità, ma anche di discontinuità, rispetto all’opera prima.
La
continuità è data innanzitutto dall’ambientazione, Pantelleria e la Tunisia
prima, Bagheria e Solanto adesso: Boldi
è una scrittrice geneticamente mediterranea. Sarebbe riduttivo affermare che le
sue storie si svolgono nel Mediterraneo, meglio dire dal Mediterraneo: il mare,
il sole, gli ulivi, i gelsomini, i pomodori, le vigne, le cicali…costituiscono
la matrice che le genera.
Un
secondo elemento di continuità l’ho trovato nella dislocazione dell’eros
rispetto al matrimonio-istituzione: come al tempo dei trovatori medievali e di
Dante Alighieri, l’esperienza della passione integrale (quella che afferra
cervello, cuore, sesso) è possibile solo fuori dai confini dell’unione
coniugale legalizzata.
La
differenza fondamentale, a mio avviso, sta invece nel genere letterario: dal
romanzo romantico alla tragedia greca. I protagonisti o pagano o fanno pagare
ad altri colpe non commesse. Non posso
evocare i riferimenti impliciti ad Eschilo, Sofocle ed Euripide per non svelare
l’esito della trama, ma ogni lettore mediamente istruito li riconoscerà da sé.
Se
ci chiediamo quale sia il filo rosso, e in un certo senso il carburante, di
tutte le vicende inanellate scopriamo che si tratta dell’onore: non dell’onore
come esigenza fisiologica e legittima di ogni cittadino, ma della sua
caricatura perversa che è un mix letale di orgoglio smisurato e di dipendenza
psicologica dal giudizio della tribù di appartenenza. E’ a causa di questo
senso malinteso di onore che due innamorati non possono sposarsi, che un padre
non accetta la paternità affettiva, che un figlio non sopporta l’amore
extra-coniugale della madre e che – in un susseguirsi di incomprensioni e di
dolori e di risentimenti – si consuma l’atto finale.
Vorrei
avanzare a questo proposito due notazioni.
La
prima: l’autrice, attraverso la categoria dell’onore ipertrofico, tocca la
tematica della mafia, ma evitando gli aspetti eclatanti, cruenti, stereotipati.
Fa vedere che la mafia uccide anche quando non spara, anzi addirittura quando a
suo modo protegge: perché uccide i sentimenti, la libera auto-determinazione, le
anime.
La
seconda notazione: ci sono perversioni culturali che, pur tipiche degli
ambienti mafiosi, non sono esclusivamente in essi. In nome di questa accezione
malata dell’onore si coalizzano un tenente dei carabinieri e un boss (e, più
ampiamente, una famiglia di sangue e una famiglia mafiosa): davvero, come
osservava Giovanni Falcone, la mafia non inventa i suoi “valori” ma li trae
dalla cultura siciliana, se ne appropria e li esaspera. Per fortuna, di suo, la
cultura siciliana ha anche altri valori che la mafia non accoglie e non
strumentalizza.
Augusto Cavadi
La versione originale con foto è qui:
https://www.zerozeronews.it/il-frinire-delle-cicale-colonna-sonora-di-vite-tragiche/
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